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Re Carlo III, un’incoronazione fuori dal tempo e per questo attuale.

 

Giuseppe Davicino

 

L’articolo del cardinal Vincent Gerard Nichols, Primate di Inghilterra, pubblicato l’altroieri dall’Osservatore Romano, sulle caratteristiche della cerimonia di incoronazione dei monarchi inglesi – ieri di Re Carlo III – insieme alla diretta dell’evento, seguito da una parte considerevole dell’umanità, ci hanno ricordato molte cose, tra cui alcune rimosse dal nostro modo di pensare, ma non per questo meno cruciali.

 

La prima, come ha sottolineato l’arcivescovo di Westminster, è che il re d’Inghilterra è l’unico capo di stato, assieme al Papa, a esser insediato con un rito religioso. Un rito che non solo conserva “molte tracce delle sue origini cattoliche”, ma che è “un’espressione meticolosa e fedele della fede e della speranza cristiana”.

 

E l’Insediato oltre a essere, a partire dal XVI secolo, anche capo di una confessione cristiana, quella anglicana, puo esser considerato a tutti gli effetti un re cristiano nell’accezione antica dell’espressione.

 

Oltremanica la concezione del potere al suo livello apicale, al di là dell’introduzione degli istituti democratici, e delle riforme atte a tener conto delle trasformazioni avvenute nella società durante i secoli, è letteralmente fuori dal tempo, nel senso che si rifà a una visione, premoderna, medioevale che riflette il rapporto ideale tra il contingente e l’Eterno che nella visione cristiana irrompe e orienta il tempo. E ciò, nonostante lo strappo da Roma, che, pur nella durezza degli scontri, a differenza delle altre chiese protestanti, non è mai stato un vero e proprio divorzio, non sulle faccende temporali, meno che mai su questioni dottrinali o teologiche fondamentali. Sotto quest’aspetto, del rapporto fra trono e altare, Londra appare molto più a vicina Mosca che all’Occidente, e a distanza siderale da Parigi.

 

Per quanto sia ostico da concepirlo nella mentalità corrente, nella forma, che in politica è anche sostanza, proprio perché il monarca inglese è un re cristiano a tutti gli effetti, il rischio di assolutismo è impedito non solo e non tanto dal parlamento o da altre garanzie “costituzionali”, bensì dal riconoscimento e dalla sottomissione del monarca a Cristo Redentore e Re.

 

Insomma, i significati intrinseci all’incoronazione del re d’Inghilterra, lungi dall’essere solo una questione di cerimoniale o di gossip, interpellano l’Europa in uno dei punti più delicati, nel rapporto fra laicità del potere politico e tradizione cristiana. Non è un caso se il popolo britannico così geloso delle sue tradizioni, con un senso così maestoso della sovranità, regale e nazionale, e della sua vocazione universale, si sia mostrato tanto diviso di fronte alla possibilità di condividere il suo futuro con quello della Germania.

Uno degli elementi su cui si fonda la grandezza del Regno Unito,  le radici e la tradizione cristiana, si può dire che trovi altrettanta considerazione sull’altra sponda della Manica?

La perplessità aumenta, se si pensa che l’Europa successiva a quella dell’epoca dei padri fondatori e della Germania divisa, ha scelto (o ha concesso) di compattarsi, con i Trattati di Maastricht, proprio attorno agli strumenti economici funzionali all’affermazione della concezione del potere degli imperi centrali, sopra il quale non vi è nulla che l’interesse delle popolazioni germaniche, con capacità di inclusione, di sintesi fra interessi diversi, insufficiente per non dire nulla, e proiezione universale inesistente, come ampiamente confermato dai fatti negli ultimi trent’anni. Una visione economicista miope e inadeguata, che ha finito per relegare negli scantinati dei palazzi del potere di Bruxelles secoli di comune tradizione umanistica, la concezione dell’homo viator, la relativizzazione della città terrena in cammino verso la Gerusalemme celeste, la straordinaria apertura al futuro che ne deriva.

 

Questo è stato forse uno dei motivi per cui, nell’Ue a guida tedesca, l’enfasi è stata posta più sulla cessione di sovranità anziché sui vantaggi della condivisione degli sforzi nel gestire meglio problemi comuni.

 

Non vuole essere una parziale giustificazione del  sovranismo, al contrario, una pura constatazione da cui ripartire per fare meglio. A cominciare dall’area che si ispira al popolarismo, si può indicare come proposta la riscoperta della sussidiarietà, a fronte del fatto del che non c’è esempio nel mondo, nel nuovo mondo multipolare che sta prendendo forma, neanche tra le isolette-Stato del Pacifico, che parli di cessione di sovranità. Tutti, ma proprio tutti, dall’Asean, ai Brics, dall’Unione Africana al Mercosur puntano a creare trattati, stringere accordi e alleanze nel reciproco interesse e per rafforzare i loro legittimi interessi nazionali, riconoscendo al di sopra degli Stati, e delle organizzazioni internazionali cui liberamente aderiscono, solo il diritto naturale e il dio della loro religione.

 

Quando le nazioni europee riconosceranno (oltre che farlo come ognuna, per quel che può, già lo fa) che la loro amicizia, il rafforzamento dei loro legami sono funzionali all’affermazione dei loro interessi e al rafforzamento della loro sovranità, allora l’Europa potrà fare dei passi avanti verso una costruzione più armonica, più aderente a quell’unicum costituito dai popoli che la compongono, senza pregiudicare financo uno sviluppo di tipo federale. Siamo una cosa diversa da tutto il resto del mondo, non dobbiamo scimmiottare gli Stati Uniti o la Cina ma trovare una via europea all’unità possibile. Recuperando con fierezza le comuni radici cristiane, la ricchezza immensa della cultura e della tradizione che queste radici (in sinergia con altre radici, come quella ebraica, quella classica greca e romana) hanno alimentato, senza le quali anche una sana laicità e la distinzione delle sfere temporale e spirituale non possono sussistere, e il potere tende a sconfinare in inedite forme di assolutismo. La cerimonia d’altri tempi dell’Abbazia di Westminster ce lo ricorda.

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