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mercoledì, 25 Febbraio, 2026
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Referendum e responsabilità civica

Perché, davanti a una riforma che incide sugli equilibri costituzionali, non è possibile sottrarsi alla scelta. Servono saggezza e prudenza, precauzione e responsabilità per non indebolire le fondamenta su cui poggia la nostra Casa comune.

In un referendum così delicato non è possibile astenersi: non è ammessa alcuna forma di indifferenza o di diserzione. Occorre prendere posizione e assumersi la responsabilità di una scelta.

Importantissimi studiosi — costituzionalisti, processualisti, penalisti, filosofi e teorici del diritto e della politica, avvocati, magistrati, intellettuali — tutti autorevolissimi, si sono schierati a sostegno delle ragioni del NO e del SÌ. Nel dibattito sulla stampa leggiamo interventi di altissimo livello, testi pensosi a sostegno delle rispettive opzioni di voto. Tra essi vi sono molti amici e persone che stimo umanamente e professionalmente.

Come orientarsi allora?

Un dibattito acceso ma prezioso

Come spesso accade nelle campagne elettorali combattute, alcune tesi risultano forzate, alcuni ragionamenti appaiono deboli; in certi passaggi i toni sono sopra le righe e taluni slogan fuori luogo o di cattivo gusto. Tuttavia, un dibattito ricco resta un bene prezioso, un segno di fermento democratico positivo.

Ciò vale a maggior ragione perché il passaggio parlamentare è stato costretto e umiliato dagli ordini di maggioranza, che hanno impedito un confronto approfondito e serio, svilendo le ragioni del parlamentarismo e tradendo l’idea della Costituzione come legge della concordia.

Come scegliere allora?

Una posta in gioco che non è tecnica

Dobbiamo essere consapevoli che la posta in gioco è estremamente seria. Le implicazioni della riforma sono profondissime: non si tratta di un intervento tecnico per addetti ai lavori nelle aule dei tribunali, come furbescamente si vorrebbe far credere, ma di una riforma che tocca principi costitutivi del nostro ordinamento giuridico.

Sintetizzando — e rinviando ai numerosi contributi specialistici per considerazioni più giuridiche — mi sembra che si confrontino due diversi atteggiamenti.

Le ragioni di chi sostiene la riforma

Da un lato, per coloro che sono in buona fede — non certo per chi coltiva spiriti di vendetta verso i giudici e vede la riforma come regolazione dei conti — e al netto di posizioni ideologiche o corporative, prevale l’argomento delle buone intenzioni: la convinzione di poter migliorare il “sistema giustizia” con una riforma attesa da anni.

Si ritiene che essa ponga finalmente un argine all’invadenza di alcuni giudici o, peggio, dei pubblici ministeri e che realizzi una parificazione tra difesa e accusa. Parificazione che, in verità, appare problematica e non necessariamente auspicabile, stante il carattere giurisdizionale del PM e il suo essere parte imparziale nel processo penale.

Le preoccupazioni per l’equilibrio tra i poteri

Dall’altro lato, al netto di posizioni corporative o ideologiche, prevale un atteggiamento di preoccupazione per una riforma presentata come meramente tecnica ma che meramente tecnica non è e non può essere. Essa è squisitamente politica, incidendo in un punto delicatissimo del nostro impianto istituzionale: l’equilibrio tra i poteri, in particolare nel rapporto tra potere giudiziario ed esecutivo.

È il punto nel quale il diritto individua un limite all’invadenza della politica, che altrimenti potrebbe cedere alla tentazione di mostrare il suo volto demoniaco.

Da qui la preoccupazione di mettere in discussione il quadro costituzionale progettato dai Costituenti, che hanno posto tra i principi fondamentali l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, con il Consiglio Superiore della Magistratura quale necessario corollario.

Le criticità irrisolte e il contesto politico

La preoccupazione è alimentata anche da dichiarazioni di esponenti politici di maggioranza che hanno ammesso che la riforma oggetto del referendum non incide sulle vere criticità e priorità del sistema giustizia. Anzi, è affermazione diffusa che nessuna di tali criticità troverà soluzione.

Se si riflette, infine, sul contesto politico generale e internazionale, nel quale alcune forze politiche mostrano scarsa simpatia per le istituzioni di controllo e di garanzia — spesso considerate un intralcio al “fare” del potere esecutivo — e nel quale il richiamo ai principi costituzionali è inteso in senso retorico più che normativo, quella preoccupazione diventa ancora più acuta.

Occorre innanzitutto evitare danni peggiori. Servono saggezza e prudenza, precauzione e responsabilità per non indebolire le fondamenta su cui poggia la nostra Casa comune. Occorre, dunque, bocciare questa riforma esprimendo, come io farò, un convinto NO.

 

Mario Sirimarco

Professore di Filosofia del diritto

Dipartimento di Giurisprudenza

Università di Teramo