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Riprendersi le chiavi: il centro che manca e i cattolici che che servono

Archiviata, almeno per ora, l’ipotesi di un nuovo Partito popolare, resta aperta una sfida decisiva: rendere il cattolicesimo democratico una presenza autorevole e non ornamentale nella vita politica nazionale.

L’eredità politica del Partito popolare

Non si può non prendere atto, purtroppo e almeno per il momento, della concreta impossibilità di dare vita a una sorta di nuovo, rinnovato e contemporaneo Partito Popolare Italiano. Un’esperienza che, comunque la si giudichi, ha rappresentato una pagina di straordinaria importanza nella storia politica del nostro Paese e nel cammino concreto del cattolicesimo politico italiano.

Non si trattava di un partito clericale o confessionale. Era, molto più semplicemente, un’esperienza laica di cattolici impegnati in politica che traevano la propria legittimazione ideale dalla storia, dal pensiero, dalla tradizione e dalla prassi del cattolicesimo popolare e sociale.

La conferma arrivò anche dall’esperienza dell’ultimo Ppi, quello promosso dopo la fine della Dc da figure come Mino Martinazzoli, Rosa Russo Iervolino, Gerardo Bianco e soprattutto Franco Marini. Un progetto politico, culturale e di governo che forse si è interrotto troppo presto e con eccessivo anticipo rispetto alle sue potenzialità.

Quel progetto, infatti, custodiva ancora molti degli elementi che storicamente hanno rappresentato il meglio della tradizione riformista italiana: il radicamento democratico, la cultura di governo, la sensibilità sociale, il richiamo all’umanesimo cristiano popolare e alla stessa architettura culturale della Costituzione repubblicana.

Oltre la nostalgia del passato

Preso atto della difficoltà — se non dell’impossibilità — di ricostruire in tempi brevi un nuovo Ppi, esiste però una strada concreta per evitare che la cultura del popolarismo cristiano diventi sempre più irrilevante nella cittadella politica italiana.

Quella strada consiste nella capacità, nel coraggio e nella coerenza di declinare la propria cultura politica all’interno di partiti, movimenti e luoghi che possiedono altre tradizioni e altre culture di riferimento.

L’invito riguarda soprattutto quei cattolici popolari e sociali che non intendono rassegnarsi a un ruolo marginale, subalterno o puramente decorativo. Il modello da respingere resta quello dei “cattolici indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci negli anni Settanta: una presenza spesso simbolica, più utile a certificare il pluralismo altrui che a incidere realmente sugli indirizzi politici.

Non è quella la prospettiva da perseguire. Al contrario, si tratta di organizzare — nel pieno rispetto del pluralismo politico dei cattolici impegnati in politica — una presenza significativa, riconoscibile e culturalmente autorevole dentro i partiti democratici e riformisti esistenti.

La sfida della presenza nei partiti

Naturalmente esistono forze politiche quasi antropologicamente incompatibili con il patrimonio storico del cattolicesimo politico italiano. Si pensi alla Lega salviniana, agli estremismi ideologici di Avs o al populismo dei Cinque Stelle.

Ma proprio per questo, nei partiti autenticamente democratici, riformisti e credibilmente di governo, i cattolici popolari dovrebbero recuperare un ruolo da protagonisti e non da semplici comprimari.

Ne va della credibilità stessa di una cultura politica che ha contribuito in modo decisivo alla costruzione democratica del Paese. Quel cattolicesimo democratico, popolare e sociale non può continuare a ridursi a una presenza ornamentale o a un espediente utile soltanto a certificare la pluralità interna di un partito.

Se vuole tornare a essere incisiva, questa tradizione deve ritrovare organizzazione, consapevolezza e capacità di iniziativa politica. Non per nostalgia del passato, ma per dare voce, anche nel presente, a una cultura che resta ancora essenziale per l’equilibrio democratico e sociale dell’Italia.