Una fortunata trasmissione televisiva (“Una giornata particolare”) ha dedicato una puntata a san Francesco, e ora ne dedica un’altra a santa Caterina da Siena. Segnalo la cosa, in quanto mi sembra che sia giusto, come fa Aldo Cazzullo, ricordare entrambi i patroni d’Italia. Essi sono festeggiati in due giorni diversi: Francesco il 4 ottobre, che da quest’anno è tornato ad essere festa nazionale, e Caterina il 29 aprile, che non è mai stato festa civile. Senza far graduatorie è evidente che la universalità di Francesco d’Assisi non si ritrova in nessun altro santo, nemmeno in santa Caterina che la Chiesa cattolica ha pure proclamato compatrona dell’Italia e compatrona dell’Europa e, proprio lei illetterata, pure Dottore della Chiesa. È quindi evidente che i riconoscimenti ottenuti evidenziano l’importanza della Santa senese, la quale di conseguenza merita di essere più conosciuta, mentre (come è stato rilevato) è ancora poco studiata. Tuttavia la sua figura ha tanto da dire anche oggi e non solo sul piano ecclesiale, ma anche su quello sociale e politico.
Sul piano religioso Caterina fu una grande mistica cristocentrica, e uno dei suoi maggiori studiosi, André Vauchez, l’ha definita “mistica trasgressiva” nell’omonimo libro pubblicato in Italia da Laterza, e il suo nome resta pure legato alla fine della cosiddetta “cattività avignonese”, avendo premuto perché Gregorio XI riportasse la sede del papato a Roma. L’esigenza di Riforma della Chiesa la impegnò lungo la sua breve esistenza (Siena 1347-Roma 1380) e con questo intento riformatore si adoperò per una Crociata, che avvicinasse cristiani e musulmani, e per la fine allo scisma d’Occidente: obiettivi che non furono raggiunti, ma ciò non fece desistere Caterina dal suo intento fino a morirne a 33 anni. Ma è sul piano socio-culturale che Caterina ha due primati: è la prima donna di cui abbiamo una cospicua raccolta di scritti in italiano: le 386 Lettere (di cui è ancora in corso l’edizione critica) e il Dialogo della Divina Provvidenza e 26 Orazioni che dettò in stato di estasi ai suoi discepoli (in Italia il Dialogo è stato curato tra gli altri dalla filosofa Maria Adelaide Raschini). Soprattutto Caterina fu animata da una mentalità che andava al di là dell’identità di genere, anticipando (a me pare) non tanto il femminismo quanto il personalismo per la sua rivendicazione di una uguaglianza fondata sullo spirito e sull’umanità, in nome della quale svolse un ruolo attivo nella Chiesa e nella società.
E nella società si è adoperata in termini politici: Giovanni Paolo II l’ha definita “mistica politica”; Caterina operò nei confronti dei politici del suo tempo con il proprio stile di donna durissima, e impegnata per la pace, adoperandosi specialmente nella pacificazione delle fazioni in Italia. Gli aspetti della personalità di Caterina qui richiamati inducono a metterla a confronto con san Francesco, per dire che alcune esigenze sono in comune: dalla riforma della chiesa alla ricerca della pace, dalla mistica alla laicità, dal genio letterario alla carità verso gli ultimi, tra cui i lebbrosi; mentre altri aspetti invece differenziano profondamente i due Santi; in particolare, mentre Francesco s’ispirava alla mitezza, Caterina puntava sulla fortezza (viriliter) nel linguaggio e nel comportamento, invitando a essere attivi nella convinzione che «a forza di tacere il mondo è guasto»; da qui l’imperativo: «Di’ la verità a un milione di voci. È il silenzio che uccide»; «Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi. Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia».
Questa attualità è stata ben colta da Tommaso Montanari nella sua rassegna intitolata “Eretici”; scrive il noto studioso dell’arte, saggista e rettore dell’Università senese per stranieri: santa Caterina è «una delle figure più luminose, più moderne, più eretiche, anche se perfettamente ortodossa nella sua fede cristiana. Una donna che non accettò di entrare in convento di clausura perché non voleva obbedire al clero, costituito da soli uomini, e la cui scelta di essere una suora laica, potremmo dire oggi, una mantellata domenicana, è da intendere così, come una ricerca di libertà». Non solo: «sarebbe sbagliato considerare Caterina da Siena una femminista ante litteram, ma il suo modello femminile è stato importantissimo nel discorso politico del ‘900» per la sua tensione al bene comune e l’amore per la giustizia. Al riguardo serve ricordare che la deputata democristiana Angela Maria Guidi Cingolani nel suo discorso alla Consulta Nazionale il 25 settembre 1945 (la prima volta che una donna prendeva la parola nel parlamento italiano) si richiamò a Caterina da Siena per spingere le donne italiane ad assumersi le proprie responsabilità civili e politiche, citando le parole della Santa: «Traete fuori il capo e uscite in campo a combattere per la libertà; venite, venite e non andate ad aspettare il tempo che il tempo non aspetta».

