Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, perché offre alle relazioni umane regole sicure, condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Qui vediamo l’evangelico articolo 3 della Costituzione, che affida allo Stato il dovere di intervenire nelle fragilità sociali per non essere classista.
Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono, all’interno della coscienza dell’uomo, le sue vere ragioni, che lo rendono persona unica, irripetibile e inviolabile. Il bagaglio culturale che anima il vissuto cristiano nella nostra Costituzione evidenziava il carisma di una formazione che il mondo cattolico aveva ricevuto già dalla Rerum novarum e che aveva dato uno spessore evangelico alla democrazia, nella vivificazione di un ideale che la rinnovasse non solo come “metodo”, ma come esperienza.
La politica si fonda su tre cardini: progetto, proposta e sintesi. Proprio quest’ultima offre alla democrazia lo strumento per far emergere non un popolo anonimo, ma una “persona” ontologicamente strutturata, portatrice di valori intrinsechi che, come diceva Antonio Rosmini, è da sempre «il diritto sussistente».
La Pira, la profezia e la pace
Non deve apparire strano, quindi, che la democrazia rinata dalle rovine di una guerra fratricida abbia apparentemente un atteggiamento disarmato, capace, allora come oggi, di impensierire e anche turbare le certezze dei grandi della terra.
Non posso fare a meno di citare l’esperienza politica e religiosa di un mio illustre confratello come La Pira, la cui capacità profetica non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento, proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana.
È lo Spirito Santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, ma il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, ma il suo animo guardava sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza. Ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta”, con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine domenicano.
La maturazione politica del futuro sindaco di Firenze si evince anche dalla corrispondenza epistolare tra La Pira, don Primo Mazzolari e mons. Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, oggi agli onori degli altari. Il trait d’union è il problema della pace, che tutti e tre cercano come metodologia, quasi grammatica. Mi sia consentito dire: essi avevano già presente il problema della pace in modo “scientifico”, quasi da profeti.
Il personalismo contro il culto del leader
Emmanuel Mounier (1905–1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella Costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini, da realizzarsi attraverso una coscienza dell’interesse comune.
Tale coscienza, che laicamente definiamo in scienza politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona, che poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità. È questo un elemento che invera le matrici del pensiero lapiriano e la rivoluzione che negli anni Trenta rappresentò il personalismo.
Il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in un’operatività rinnovata del cristianesimo, lontana dal clericalismo ottocentesco, ma anche antitetica all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare.
Quello che colpiva La Pira nel personalismo mounieriano era l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese, che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un’alternativa al valore antipersonale del capitalismo consumistico e perché inventa un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.
La libertà e la responsabilità morale
Voglio cogliere l’occasione per dire, in un contesto così attrezzato culturalmente e spiritualmente, che la libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono freedom, indicando la libera esperienza morale.
La dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento, con l’espressione delle virtù come equilibrio tra indole e atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, per realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.
La volontarietà, che implica sempre l’assenza dell’ignoranza, manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”, perché attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni.
Il personalismo di Mounier, che anima gli uomini che contribuirono a gettare le basi della Costituzione, incontra negli anni Quaranta, scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.
Si coglie nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo, ma soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesia, mentre si rafforza l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.
La Costituzione e il legame tra le libertà
In questo senso l’attualità dei principi che animarono sia il Codice di Camaldoli sia la Costituzione rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare, ma superandola, la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo, senza cedere alla suggestione collettivistica ed evitando di isolare le libertà tra di loro.
Questo sforzo ha condotto, nella Costituzione italiana, al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, ma unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo, perché uno Stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.
Costruire la pace, formare le coscienze
Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto, ma fa parte organicamente della comunità internazionale, che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie.
L’attualità di quei principi, nati dalle congerie sanguinose e drammatiche della guerra, emerge nella costruzione della pace. Il naturale referente non è neanche più lo Stato, ma il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile, perché soltanto dall’incontro tra civilitas e civitas si potrà pervenire a un mondo di giustizia e di pace, in nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini.
Costruire la pace operando sul piano della formazione delle coscienze, ma anche delle istituzioni in cui la politica si svolge, nella pratica della giustizia nata dalla fraternità.
È su questo crinale che il ricordo di come la Costituzione della Repubblica italiana renda l’emergenza della persona fondamento, guida e progetto per promuovere l’uomo si rivolge anche ai giovani del nostro non facile tempo. La lezione che se ne ricava ruota intorno al problema assai sentito, dopo le emergenze planetarie recentemente vissute, di come annunciare il Vangelo nelle coordinate della storia in cui il Signore ci ha fatto vivere.
L’autore insegna Istituzioni di filosofia politica alla Pontificia Università Lateranense ed è presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier – Italia.

