Due libri, lo stesso interrogativo
Due libri, a distanza di quarantacinque anni, si pongono una questione di fantasia eppure di grande impatto realistico:
Se tornasse San Francesco è un saggio del 1981 di Carlo Bo; E se tornasse Francesco? è un libro del 2025 di padre Enzo Fortunato, che fa suo l’interrogativo del grande critico letterario e lo sviluppa in modo autonomo, dimostrando la fecondità dell’ipotesi ermeneutica; questo libro è prefato da Erri De Luca.
Proprio sui due testi di Bo e De Luca vorrei richiamare l’attenzione per la pregnanza dei due interventi, brevi quanto intensi, scritti da due personalità letterarie, immerse (ma non sommerse) nel sociale e convinte che anche la società dovrebbe misurarsi con san Francesco per diventare migliore.
Carlo Bo: se tornasse san Francesco
Immaginando che Francesco bussi alla nostra porta, Carlo Bo si pone una triplice domanda: possiamo dire di conoscerlo? Sapremmo riconoscerlo? Gli apriremmo la porta?
E non si nasconde che il nostro tempo è poco o nulla francescano, tanto da ritenere che al massimo apriremmo alla «leggenda» del Santo, non al suo «messaggio». Su questa distinzione si muove il testo di Bo, il quale svolge una riflessione molto penetrante sulla povertà e sull’obbedienza francescane, di fronte alle quali misuriamo tutta la nostra distanza, che fa nascere una grande nostalgia.
Ecco il risultato della pagina di Bo, ed è il motivo per cui ritengo che la sua lettura sarebbe significativa dal punto di vista esistenziale e sociale.
Una nostalgia che apre al futuro
Occorre aggiungere che si tratta di una nostalgia prospettica, nel senso che è generativa. Infatti, proprio la presa di coscienza della nostra distanza da Francesco apre alla possibilità di non farne solo un «racconto», bensì di coglierlo nella sua «verità», la quale è la “follia” paradossale del cristianesimo che ha trovato in Francesco un’espressione paradigmatica.
Essa porta alla radice della povertà e dell’obbedienza, intese – ecco il punto cruciale – non come privazione e sottomissione, bensì come liberazione, cioè autentica libertà: sta qui la novità della radicalità evangelica di Francesco, e Bo vi dedica pagine molto belle e illuminanti.
Dopodiché, Bo ribadisce che, «quando Francesco batte alle nostre porte e questo avviene molto più spesso di quanto non crediamo, noi ci limitiamo al metro dello spiraglio, facciamo entrare nelle nostre case la sua leggenda e lasciamo fuori le sue verità che sono la pazienza, il perdono, l’amore. In fondo soltanto l’amore che le raccoglie e le riassume tutte».
Perché lasciamo fuori di casa la sua verità d’amore? Perché ne siamo incapaci.
Non Francesco, ma noi siamo sconfitti
La nostra visione è del tutto opposta alla sua, per cui non c’è possibilità d’intesa e si arriva al «rifiuto» e all’«irrisione», tanto che, pure in presenza di «un san Francesco di oggi», noi «non vediamo, non c’interessa vedere»: siamo incapaci.
Eppure, Bo ritiene di poter dire che «la memoria di Francesco non si è perduta e tocca la nostra intelligenza, perché non si è chiusa quella strada che è temporaneamente cancellata dai nostri itinerari».
Da qui la conclusione: non Francesco è stato sconfitto, ma «siamo noi a essere sconfitti», perché «lasciamo fuori della nostra porta ciò che invece dovrebbe starci più a cuore: la verità del cuore».
Questo esame di coscienza di Bo fa avvertire l’esigenza di incontrare san Francesco non nella sua “immagine” edulcorata, ma nella sua “verità” paradossale, che – è importante sottolinearlo – ha una valenza individuale e pure sociale, se la politica è consapevole che, oltre a vivere “accanto” e “insieme”, è necessario vivere “per”, cioè esistere per gli altri.
Erri De Luca: un messaggio spirituale e civile
Con stile diverso Erri De Luca – nella prefazione al libro di padre Enzo Fortunato (Edizioni San Paolo), riprodotta sul Corriere della Sera con il titolo Francesco, voce che chiama anche nel nostro deserto – riflette sul Santo, ricordando che l’Assisiate scrisse la formula di una «vita rinnovata», una regola da abbracciare più che da seguire, e che fu capace di esercitare un’ammirazione profonda e trasformativa sugli altri, in quanto invita a essere all’altezza del suo gesto radicale.
Secondo De Luca, «Francesco forza i limiti del tempo e del solo ambito spirituale. Non può scacciare i mercanti dal tempio, ma li può alla lunga convertire».
Una precisazione conclusiva: lo scrittore napoletano rileva la presenza di san Francesco in papa Francesco, a partire dal gesto simbolico del pellegrinaggio di Bergoglio a Lampedusa.
Da una società “maramaldesca” a una società “samaritana”
Un gesto che va oltre la dimensione religiosa, aprendosi al senso di un’umanità che non consiste solo nell’appartenenza alla stessa specie, ma soprattutto nella valenza di scelte umanizzanti.
Con altro linguaggio si potrebbe parlare della necessità di una politica impegnata per una società non “maramaldesca” bensì “samaritana”, nel senso che – oltre la carità individuale, cioè la misericordia del soccorso immediato – c’è bisogno della carità sociale.
E tale è la politica, quando non tradisce la sua missione di cura della casa comune.

