Le premesse nascoste sul nostro rapporto con l’intelligenza artificiale non si trovano soltanto nelle domande che le rivolgiamo durante attività ormai quotidiane. Possono trovarsi anche nei discorsi con cui cerchiamo di definirla.
Lo spunto di riflessione mi è stato dato dal report Magnifica Humanitas: la custodia della persona nel tempo dell’IA e le sfide della governance globale, redatto da Mario Di Massa per l’Associazione «Io Parlo Europeo» e ampiamente diffuso sui social.
Il documento svolge un lavoro vasto: ricompone l’Enciclica di Leone XIV in una sintesi destinata ai decisori, la collega ai quadri normativi internazionali e ne ricava indicazioni operative. Proprio questa ricomposizione rende però visibile uno scarto. Una distinzione necessaria tra intelligenza umana e artificiale diventa, nel report, una conclusione sulla natura della macchina.
Il punto non riguarda la fedeltà delle singole citazioni. Riguarda il passaggio da ciò che osserviamo a ciò che riteniamo di poter affermare sulla natura dell’IA. È un passaggio delicato, perché l’Enciclica stessa comincia dichiarando il limite delle conoscenze disponibili.
La frase che cambia il ragionamento
Al paragrafo 98 Magnifica Humanitas ricorda due fatti: qualsiasi affermazione sull’IA può diventare rapidamente obsoleta e «tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco» dell’effettivo funzionamento di questi sistemi. Il paragrafo successivo si apre con una frase altrettanto prudente: «Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA».
L’Enciclica prosegue tracciando un confine. I sistemi artificiali imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana, ma non possiedono un corpo, non attraversano gioia e dolore, non maturano nelle relazioni, non assumono il peso morale delle conseguenze. Il loro apprendimento non coincide con la crescita interiore di una persona. La distinzione serve a impedire che la somiglianza di alcune prestazioni venga scambiata per identità.
Quando il report arriva allo stesso passaggio, la cautela iniziale non compare. La sezione 2.3 esordisce invece così: «Il n. 99 distingue con nettezza». Dopo aver riassunto le differenze indicate dall’Enciclica, conclude: «È il vuoto ontologico delle macchine: manca ciò attraverso cui l’essere umano matura in sapienza».
La formula «vuoto ontologico» non appartiene all’Enciclica. È una conclusione interpretativa del report: ciò che non possiede le forme dell’esperienza umana viene definito attraverso un vuoto dell’essere.
Detto semplicemente, un criterio ontologico riguarda ciò che riteniamo una realtà sia, non soltanto quello che fa. Definire l’IA attraverso un «vuoto ontologico» significa quindi trasformare l’assenza di caratteristiche umane in un’affermazione sulla sua stessa natura.
La differenza tra l’uomo e la macchina non è una definizione
Dire che l’intelligenza artificiale non è umana è necessario. Ma non equivale ancora a dire che cosa sia. Una realtà può non possedere le caratteristiche dell’esperienza umana senza essere, per questo, ontologicamente vuota. Il termine «vuoto» trasforma la differenza in mancanza e assume l’essere umano come unica misura esaustiva di ciò che può avere una consistenza.
Non occorre attribuire alla macchina coscienza, emozioni o soggettività per riconoscere il salto logico. Non abbiamo prove che i sistemi attuali vivano forme umane di esperienza; sappiamo che operano attraverso processi diversi dai nostri. Da queste due affermazioni non segue che la loro natura sia interamente esaurita da ciò che manca rispetto all’essere umano.
Le IA, inoltre, non sorgono fuori dal mondo umano. Sono progettate attraverso dati, linguaggi, categorie, obiettivi e formalizzazioni umane. Nell’interazione ci restituiscono materiali provenienti da noi attraverso processi e capacità di elaborazione differenti.
È un effetto specchio: possiamo scambiare la somiglianza del risultato per identità e attribuire alla macchina qualità umane non dimostrate; possiamo anche giudicare lo specchio soltanto attraverso ciò che dell’umano non riesce a restituire.
La difesa della dignità personale non richiede questa seconda operazione. Nell’Enciclica la dignità appartiene alla persona per il fatto stesso di esistere, non per la superiorità delle sue prestazioni né per il confronto con una macchina. Proprio questa fondazione dovrebbe consentire di custodire l’unicità umana senza trasformarla nel criterio ontologico con cui misurare e definire ogni altra realtà.
Si può condividere la scelta antropologica dell’Enciclica, che rappresenta l’IA attraverso le differenze evidenti rispetto all’intelligenza umana, e continuare a domandarsi se il successivo passaggio al «vuoto ontologico» sia pienamente giustificato.
Il report come caso di studio
Il report dichiara fin dalla copertina di essere stato redatto «con l’assistenza della IA Claude». È un’informazione rilevante e correttamente resa visibile. Non viene però specificato in quali parti sia intervenuto il sistema, per quali operazioni, con quali istruzioni e attraverso quali verifiche.
La nota di metodo descrive il perimetro delle fonti e la lente valutativa adottata, ma non permette di ricostruire il contributo dell’IA alla selezione, alla sintesi e alla formulazione delle categorie interpretative.
L’uso di un sistema artificiale non delegittima il documento. Trasforma però il report in un caso concreto del problema che esso stesso affronta. La responsabilità delle conclusioni rimane umana. Tuttavia, per valutarle, il lettore dovrebbe poter distinguere il testo originario, la sua rielaborazione e le premesse introdotte nel processo di redazione.
Non si tratta di stabilire se la formula «vuoto ontologico» sia stata proposta da una persona o da Claude IA. Si tratta di capire come sia diventata la chiave di lettura del paragrafo 99 dell’Enciclica, che cominciava dichiarando impossibile una definizione completa.
Dichiarare lo strumento impiegato è un primo atto di trasparenza; non rende però automaticamente trasparente il percorso attraverso il quale una sintesi diventa interpretazione.
La dignità umana non ha bisogno del “vuoto ontologico” della macchina. Si fonda su ciò che la persona è, non sulla necessità di dichiarare privo di consistenza l’altro termine del confronto.
Il gesto più fedele alla prudenza di Magnifica Humanitas consiste forse nel tornare alla sua premessa: non sappiamo ancora abbastanza per chiudere la definizione dell’IA. Possiamo tracciare differenze, attribuire responsabilità e stabilire limiti senza trasformare ciò che non conosciamo in una certezza su ciò che non può essere.
Testi esaminati
Leone XIV, Magnifica Humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026.
Mario Di Massa, Magnifica Humanitas: la custodia della persona nel tempo dell’IA e le sfide della governance globale, report strategico, versione 1, aggiornato al 26 ottobre 2026, Associazione Io Parlo Europeo.

