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Stato di diritto e giudizi temerari

I danni prodotti dai politici che si improvvisano giuristi. Il caso Siher riaccende il confronto sui rapporti tra politica e magistratura, mentre il garantismo a geometria variabile rischia di compromettere la credibilità delle istituzioni.

Il caso Siher e la presunzione di innocenza

La settimana che abbiamo alle spalle ha visto il dibattito politico interno monopolizzato dalla vicenda di Youssef Siher, la persona sospettata di aver organizzato i disordini di due settimane fa a Milano, prima fermata su ordine di un PM e poi rilasciata per la mancata convalida del fermo da parte del GIP.

Peccato che il sito attraverso il quale avrebbe svolto questa attività sia stato attivato dopo quegli eventi e non prima; una tempistica più adatta per un atto di compiacimento che non per un’azione organizzativa. Un compiacimento chiaramente non condivisibile, ma che è comunque altra cosa rispetto a un’attività terroristica.

Questa incongruenza era emersa fin dai primi momenti del suo fermo. Ma non commetteremo in questa sede l’errore di anticipare valutazioni che spettano alle autorità competenti; Youssef Siher affronterà il giudizio che lo aspetta, con il giusto diritto alla difesa e con la presunzione di non colpevolezza fino a quando non ci sarà una sentenza con le relative motivazioni.

 

Quando la politica pretende di sostituirsi ai giudici

Ma in settimana non tutti hanno seguito questo comportamento. Alcuni autorevoli (o presunti tali) esponenti del governo – capitanati dalla presidente del Consiglio – hanno infatti iniziato a sputare sentenze senza avere una specifica competenza giuridica e senza essere a conoscenza del dettaglio degli atti giudiziari del caso, ovviamente coperti da segreto istruttorio.

In un comunicato diffuso sui social, la premier parla di «atto vergognoso» per un Paese «normale», senza spiegare quale norma o principio giuridico sarebbe stato violato.

Guardando alla storia della nostra Repubblica, non riusciamo a ricordare o immaginare presidenti del Consiglio della cosiddetta «Prima Repubblica» che intervenissero nelle vicende giudiziarie.

Oggi, invece, assistiamo allo sconcertante spettacolo di premier e ministri che – come se nulla fosse e senza le necessarie competenze – intervengono su vicende come quella di Garlasco o della famiglia nel bosco.

E la preoccupazione prevalente non sembra essere quella di arrivare alla verità, ma piuttosto quella di esibire in piazza un colpevole senza aspettare che la giustizia faccia il proprio corso con le sue regole, anziché con i costumi tipici della comunicazione via social.

 

Il garantismo non può essere a senso unico

Alla faccia di quel garantismo sbandierato e rivendicato in altre vicende giudiziarie ben più delicate. Come quella di Delmastro, per il quale è stata negata la possibilità di accedere alle chat del suo telefono.

Quel caso non riguarda vetrine rotte, ma collusioni con uno dei più pericolosi clan di camorra, con il coinvolgimento dell’ex sottosegretario alla Giustizia presente all’interno di società con persone pregiudicate, passaggi di quote e soldi di dubbia provenienza (per usare un gentile eufemismo).

Anche Delmastro merita la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza passata in giudicato, ma non può sfuggire la differenza di trattamento tra i due casi: processo sommario-mediatico per Youssef Siher e difesa anche dell’indifendibile per Andrea Delmastro Delle Vedove.

No, il garantismo a senso unico non è garantismo!

La lezione di Letizia Moratti

«La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza.

Ed è qui che emerge tutta la distanza tra lo Stato di diritto e l’ideologia della violenza.

La violenza divide tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti.

La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo Stato.

La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate.

Questo non significa essere deboli. Al contrario […] Uno Stato autorevole sottopone anche se stesso alla legge […].

Per questo oggi non ha vinto chi sostiene la piazza contro lo Stato. Ha vinto lo Stato di diritto. Ed è forse questa, per l’estremismo di Siher e dei suoi accoliti, la sconfitta più profonda».

Le affermazioni virgolettate sono di Letizia Moratti, presidente della Consulta nazionale di Forza Italia, europarlamentare del PPE (Il Foglio, 29 ottobre 2026).

Chapeau!