Mosso esclusivamente dai propri interessi personali e di clan, economici e politici, Donald Trump ha una volta di più confermato la sua predilezione per Vladimir Putin e il suo disprezzo per Volodymyr Zelensky. Non solo la sostanza della sua decisione di importare gasolio russo dopo che ne aveva decretato l’embargo, ma più ancora la modalità – una frase buttata lì in una dichiarazione volante – con la quale ha dato il benservito al presidente ucraino lo dimostrano ampiamente.
Si è detto che la decisione – non si sa quanto estemporanea né quanto a lungo destinata a protrarsi nel tempo – è stata dettata dalla necessità impellente di ridurre i prezzi alla pompa del carburante lungo le infinite strade americane, alla ricerca del consenso perduto. Ed è certamente così. Ma c’è dell’altro.
Un nuovo ordine senza l’Europa
Come anche qui scrivevamo non molti giorni fa, è corretta l’analisi di quegli osservatori – Carlo Bastasin della Brookings Institution di Washington lo ha ribadito domenica a In mezz’ora – che ritengono il presidente USA impegnato nell’organizzazione di un prossimo trilaterale con Xi Jinping e Putin che ridefinisca l’ordine mondiale, abbandonando ogni logica multilaterale e, di fatto, pure la classica composizione delle alleanze internazionali, a partire da quella atlantica.
Un percorso che accantona l’Europa nella periferia del nuovo ordine e che, in prospettiva, tende a dividerla come un tempo, rigettando la sua parte orientale fra le grinfie dell’orso russo. Un progetto, mascherato da dichiarazioni preoccupate circa il futuro del Vecchio Continente minacciato dal presunto abbandono dei suoi antichi valori in favore di un multiculturalismo deleterio e mortale, che il vicepresidente Vance illustrò con parole sgradevoli sin dal suo primo discorso tenuto a Monaco di Baviera agli inizi del nuovo mandato di Trump.
Gli europei devono guardare in faccia la realtà: come ha scritto ieri l’altro Sergio Fabbrini su Il Sole 24 Ore, «lo smantellamento dell’UE costituisce l’obiettivo comune delle tre grandi potenze».
Gli interessi di Pechino, Mosca e Washington
Pechino vuole conquistarne il ricco mercato, e ci sta riuscendo, come da ultimo l’arrivo delle sue auto elettriche sta dimostrando.
Mosca vuole riprendersi uno spazio geografico da utilizzare a propria protezione e da reinserire nella propria orbita economica.
Washington vuole avere a che fare con piccole singole nazioni, invece che con un’unica Unione capace di affermare la propria superiorità giuridica, contrastando – soprattutto – la famelica protervia degli aspiranti nuovi padroni del mondo, quegli inquietanti e pericolosi dominatori dell’high technology che sono il vero referente dell’attuale potere politico statunitense.
L’Europa è dunque il grande oggetto del desiderio di questo costituendo G3 (che in realtà a Xi Jinping – non si sa se pure a Trump – risulta chiaro trattarsi di un G2+1, in quanto l’amicizia «senza limiti» con la Russia è fondata su uno squilibrio in favore del Dragone cinese alquanto evidente).
Il sostegno ai nazionalismi europei
Per accelerare e favorire il raggiungimento dello scopo verranno sostenuti con ogni mezzo (già lo sono) quei movimenti, partiti, organi di informazione di ogni singolo paese europeo ostili all’integrazione federale e intrinsecamente nazionalisti. Un’azione in pieno svolgimento da anni, soprattutto sulla rete, e ora destinata a rafforzarsi per sfruttare appieno l’anno elettorale che verrà inaugurato dalla Spagna fra poche settimane e che vedrà cimentarsi paesi assai importanti quali Francia, Polonia e Italia, oltre a Finlandia, Estonia, Grecia e Slovacchia.
Il voto dei cittadini e la debolezza delle leadership
La mossa trumpiana contro Kyiv segna l’avvio di questa manovra ostile verso Bruxelles. A questo punto solo i cittadini europei possono sventarla, con il loro voto. Il problema è che ad essi si rivolgono, dal versante europeista, leadership politiche appesantite da anni di governo e dagli scandali emersi conseguentemente (Spagna), molto deboli (Francia), contraddittorie al proprio interno (Italia), autorevoli ma insidiate da una forte opposizione (Polonia).
L’altro problema è la sistematica incapacità di Bruxelles nel proporre una visione, un’idea del futuro comune capace di suscitare entusiasmi e speranze. Consegnandosi così all’assalto di avversari determinati nel volerla distruggere.

