Home GiornaleTrump voleva fare grande l’America. L’ha resa più debole

Trump voleva fare grande l’America. L’ha resa più debole

Le elezioni di metà mandato chiamano gli americani a giudicare quasi due anni di presidenza Trump. Tra tentazioni autoritarie, alleanze indebolite e perdita di credibilità internazionale, il bilancio appare impietoso.

Prigioniero di sé stesso, del proprio smisurato ego e dell’idea blasfema per la quale l’unico limite che si pone è sé medesimo, Donald Trump ha radunato i propri fan residui in una serie di comizi tenuti in diversi Stati dell’Unione, nella convinzione di poter ripetere con successo lo show che lo aveva fatto vincere due anni fa.

Uno stanco e stancante copione infarcito di autocelebrazioni, di menzogne, di illusioni a buon mercato, di inguaribile disprezzo per i migranti, per gli avversari politici, per chiunque mostri di non credere alle sue affermazioni e di non apprezzare affatto le sue idee.

 

Il potere senza contrappesi

Nessun accenno, neppure minimo, ai problemi – drammatici – che le sue scelte hanno prodotto in questi quasi due anni di potere gestito da autocrate, svuotando di ogni potestà il Congresso e finanche l’Amministrazione federale, di fatto sostituita con una ristretta cerchia di propri devoti fedeli e/o soci in affari.

E ciò sulla base della convinzione per la quale il comando deve essere esercitato da lui solo, indifferente alle esigenze garantiste imposte dalla tripartizione dei poteri così come al culto civile della regola democratica, dell’ordinamento quale garante di libertà e del suo insopprimibile esercizio.

In questa consapevole rinuncia al canone democratico Trump vede la forza, se non addirittura la grandezza, dei soli capi di Stato che egli, forse, paragona a sé (Xi Jinping e Putin), con i quali non per caso vuole giungere a un incontro – novella Yalta – nel quale spartirsi il mondo.

Il diritto internazionale, le alleanze consolidate, gli organismi sovranazionali, le unioni fra più Paesi: tutto risulta ostativo al nuovo equilibrio planetario impostato e sostenuto da meri rapporti di forza, militare innanzitutto e poi tecnologica, finanziaria, economica.

 

La dissipazione del prestigio americano

Trump, cultore della religione laica del deal che produce denaro, non è probabilmente in grado di comprendere l’impressionante prestigio che all’America è derivato da un soft power esercitato per decenni dopo la Seconda guerra mondiale e dalla sua capacità regolatoria di un ordine mondiale che garantiva possibilità di crescita e sviluppo universale, al tempo stesso rafforzando la sua forza economica e la sua potenza complessiva (ad esempio, controllando ogni collo di bottiglia marittimo di vitale interesse per il commercio mondiale).

Il risultato della sua sconclusionata gestione della politica e della forza del suo Paese è la perdita di credibilità – anche e soprattutto presso i suoi amici – di un partner del quale ormai si dubita, del quale non ci si può più fidare pienamente.

 

Un’America sempre più isolata

Indebolita la NATO, respinta l’UE, colpevole d’essere succube di un’errata cultura dell’accoglienza dei migranti, non protetta l’Arabia come sembrava invece scontato, vago nell’impegno con Taiwan, creando così timori in Giappone e altri Paesi dell’area asiatica, l’America trumpiana sta isolandosi, correndo inoltre il rischio di rimanere esposta al volere interessato di russi e cinesi, governati da regimi autoritari lontani dalla tradizione democratica e liberale dell’Occidente.

I princìpi fondativi di questa tradizione sono come rinnegati, sconfitti da un’insana predilezione per il comando non sottoposto alla fatica del consenso e della verifica del consenso.

Invece di renderla più grande, Trump ha reso più debole l’America. Questa è la realtà con la quale si confronteranno, all’interno della cabina elettorale, gli americani.

Vedremo come la giudicheranno.