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La politica e l’arte dello scassaquindici

Dall’America al Brasile, da Israele all’Italia, la politica sembra alimentarsi di contrapposizioni permanenti. Eppure la democrazia ha bisogno di dialogo, non di avversari da demolire.

Ci risiamo. Non c’è al mondo tregua tra le forze in campo, né in economia e tanto meno in politica. Dante Alighieri, prendendosela con la Fortuna, ci dice che le «sue permutazion non hanno triegue». C’è una dea bendata e capricciosa che provoca e seduce questo o quel personaggio del mondo in cerca della sua benedizione e del potere che ne arriverà. Non si tiene conto del suo cambio di umore e della sua instabilità, ed allora si scatenano guerre dalle quali scappa di mano poi la vittoria che si credeva subito certa.

 

Dall’America al Brasile, la sconfitta che non si accetta

Non c’è più ormai, ancor più, accettazione della realtà per come essa è, pur con le sue mancanze. Il 6 gennaio del 2021, la manifestazione «Save America March» («Marcia per salvare l’America») ha prodotto l’assalto al palazzo del Campidoglio, il Capitol Hill, per impedire la proclamazione di Joe Biden a 46º presidente degli Stati Uniti. Si parlò di elezioni truccate e dell’azione di influenze straniere per condizionare il voto.

Più di recente, in Brasile, la vittoria sul filo di lana del presidente Lula ha avuto per reazione la tragicomica fuga di Bolsonaro negli USA e pare che abbia dichiarato che coraggiosamente, da terra straniera, guiderà l’opposizione. Bolso è la persona fiacca che vanta una forza che non possiede. Lo sconfitto se ne faccia una ragione.

Anche in Israele la vittoria di un soffio di Netanyahu è stata oggetto di contestazioni e presenta uno scenario di forze pressoché identiche, condannate, salvo miracoli, anche per il futuro a fronteggiarsi.

 

L’Italia e un futuro che bussa alla porta

In Italia i sondaggi dicono di un Campo Largo e delle forze di governo che nelle prossime elezioni taglieranno il traguardo, ma ci vorrà il miglior fotofinish per stabilire chi l’avrà spuntata. La puntuale delegittimazione e il disconoscimento, per mano del perdente, dell’avversario che ha prevalso sono diventati ormai un metodo che si è fatto regola.

I fatti dicono che la violenza verbale in ambito politico produce contrapposizioni e divisioni che lacerano la società. Urla e grida eccitano il popolo, scaraventandolo sempre in un qualche conflitto che sembra ora il solo nutrimento che gli si debba dare in pasto. Così va ingozzato prima che rinsavisca. Va tenuto sempre sulla corda, evitando che annusi un benché minimo assaggio di quiete.

La missione preminente è dunque quella di spaccare l’avversario. Si riesce a spuntarla sull’altro sempre sul filo di un rasoio che non dovrebbe mai essere immaginato come arma contundente.

 

La politica dello scontro e il gioco dimenticato

Non si va tanto per il sottile e non si spacca il capello in quattro, ma si tirano fendenti a tutto spiano per demolire la controparte. Eppure i giovani, più saggiamente, usano invece «spaccare» con accezione positiva, per dire che si è fatto bene in una certa circostanza.

Nessuno che più docilmente giochi ormai a scassaquindici, facendo guizzare con abilità le dita ed anche il cervello.

Far camminare le società con una gamba sola, mettendo nell’inerzia un’altra loro parte, relegata a non contare un bel nulla per un bel po’ di anni, non può che farle progredire con enorme lentezza.

Insomma, cronaca di una morte annunciata. I bambini, quando litigano tra di loro, dicono: «Io con te non ci parlo più». Poi, da lì a pochi minuti, riprendono a giocare insieme. Agli adulti non riesce mai.

 

 Una cena per ritrovare il dialogo

Su Avvenire si legge che a Ventotene fazioni storicamente rivali si sono finalmente sedute tutte insieme a una cena. Così si sono parlate in un clima di ritrovata pacificazione, mentre hanno condiviso qualcosa di buono da mettere sotto i denti, non più il nemico. Potrebbe essere un’idea per far cambiare marcia non solo su quell’isola, ma magari anche al nostro Stivale, in grado di dare un calcio alle risse permanenti.

Sarebbe ora.