Un aneddoto. Il compianto pastore metodista Sergio Aquilante, in un contesto conviviale, mi fece notare come, negli anni Settanta, capitasse che venissero attribuite a Marx o a Gramsci o magari a Lenin parole e frasi mai da loro scritte o pronunciate. E Aquilante, immaginando di replicare: «Non l’ha detto Marx, lo stai dicendo tu!».
Ecco, andrebbero nettamente distinti i fermenti degli anni Sessanta, culminati con i movimenti del ’68 e del ’69 (da intendere dunque, direbbe Salvatore Veca, come terminus ad quem, non come terminus a quo), dai fenomeni sociali dei controversi e sanguinosi anni Settanta, pur riconoscendo elementi di continuità. E, più in generale, rispetto all’odierna protesta giovanile, andrebbero colte le differenze abissali con quegli anni. Allora, per dirne una, vi erano una sinistra politica (in particolare il Pci e il Psi) e una «sinistra sociale» (si pensi alla «Triplice» sindacale o alla Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici) assai organizzate e potenti, ora non più.
E, più in generale, vi era una cultura politica più diffusa e pervasiva; al confronto, oggi vi è una sorta di analfabetismo politico, legato, ovviamente, anche al tramonto delle grandi narrazioni ideologiche. Per non accennare alla questione immigrazione.
Tuttavia, in quegli anni lì, tra buoni e cattivi «maestri» e buoni e cattivi «allievi», non erano tutti professori della Sorbona! Gli over 50 ricordano l’abuso che si faceva, nel parlato, del «cioè», ad esempio. Capitava, anche in Tv, che una frase ne contenesse tre o quattro. Analogamente, ai giorni nostri, slogan e frasi fatte a parte, vi è quasi afasia; mentre ci si esprime meglio, poniamo, con i video di TikTok. Altri linguaggi, altro substrato culturale. Anzi, è da rilevare con interesse come la dimensione «virtuale» e digitale, del «web», possa congiungersi con le piazze, con i luoghi fisici e «reali»: l’agorà telematica accanto a quella «di pietra».
Allora come adesso è fondamentale discernere e porsi in ascolto, provare a comprendere, a penetrare nell’essenza dei fenomeni. Ed è il modo migliore, credo, per arginare la violenza, rispetto a cui occorre essere netti e categorici: no, non è tollerabile.

