Home GiornaleUn voto che ridisegna gli equilibri tra Russia, Europa e Asia

Un voto che ridisegna gli equilibri tra Russia, Europa e Asia

La riconferma di Nikol Pashinyan segna una svolta strategica per l’Armenia: pace con l’Azerbaigian, avvicinamento all’Europa e progressivo distacco dall’orbita russa.

Dalla fedeltà a Mosca alla disillusione

Con tutte le sue lungaggini burocratiche e difficoltà geopolitiche, l’UE rimane una terra di libertà cui anelare: senz’altro per la più parte delle nazioni già inglobate nella vecchia URSS.

Quanto sta accadendo in Armenia ne è una significativa testimonianza. Paese dalla millenaria tradizione cristiana, ha saputo mantenere la fedeltà ad essa anche durante gli anni bui del comunismo pur mantenendo dal punto di vista politico una granitica alleanza con Mosca anche dopo la fine della potenza sovietica.

Da parte sua il Cremlino ha assicurato negli anni una discreta azione protettiva, a tutela soprattutto dei confini del piccolo paese caucasico con l’ingombrante vicino orientale e islamico, l’Azerbaigian. Ma quando, in più fasi, il conflitto latente con quest’ultimo si è acceso sulla questione del Nagorno-Karabakh (la regione in territorio azero abitata da una folta comunità armena) la tutela moscovita si è progressivamente dissolta. Sino a divenire inconsistente. E così quando l’Azerbaigian ha deciso l’assalto finale, nel 2023, i russi non hanno reagito, rimanendo passivi innanzi all’avanzata delle truppe di Baku.

 

Il trauma del Nagorno-Karabakh

Gli armeni della regione divenuti profughi hanno dovuto lasciare le loro case e muovere verso la madre patria, un esodo molto sofferto e molto doloroso.

La sconfitta ha profondamente colpito l’immaginario collettivo armeno, rendendolo edotto di una condizione che forse per anni non era apparsa così chiara: il tempo del legame con Mosca era finito e ora bisognava intraprendere nuove strade.

Così ha ragionato il premier Nikol Pashinyan, uomo forte del paese accusato però di aver perduto la guerra. Consapevole di non poter competere con il più forte vicino e deciso a rilanciarsi non con una inutile rivendicazione territoriale quanto con un più deciso impulso allo sviluppo economico della società armena, Pashinyan ha mosso in due direzioni: la pace con gli azeri, e dunque la definitiva rinuncia al Nagorno-Karabakh. E l’avvicinamento all’Europa, con il conseguente allontanamento dalla Russia, evidenziato dall’approvazione – lo scorso anno – di una legge con la quale il Parlamento chiede al proprio governo di avviare il processo di adesione all’Unione Europea.

 

La sfida elettorale e il messaggio a Putin

Ed è su questo terreno che si è giocata la campagna elettorale. Testimoniato lo scorso 4 maggio dal vertice della Comunità politica europea e dal successivo bilaterale UE-Armenia tenuti nella capitale Erevan. Ovviamente con grande disappunto del Cremlino.

Putin ha immediatamente chiesto a Pashinyan di indire un referendum col quale domandare agli armeni se preferiscono aderire all’UE o rimanere nell’Unione economica euro-asiatica (UEE), un mercato unico guidato da Mosca. E subito dopo ha attivato, però senza successo, la consolidata tecnica già utilizzata altrove per influenzare il voto dell’elettorato in favore del candidato gradito a Mosca e avversario di Pashinyan.

La vittoria, netta, di quest’ultimo con quasi il 50% dei consensi al termine di una campagna elettorale non certo semplice ha un grande valore politico, anzi geopolitico. In quanto indica una direzione di marcia, precisa e ben ponderata.

 

Europa, energia e nuovi equilibri

Dopodiché, per la verità, il leader armeno non vorrebbe rompere completamente con Mosca: si limiterebbe a diminuire la dipendenza economica e anche energetica cercando di posizionarsi a cavallo fra oriente e occidente, come del resto la geografia del suo paese può effettivamente richiedere e favorire.

Consapevole, inoltre, che il processo di adesione all’UE – se poi mai arriverà a conclusione – richiederà tempi lunghi, che dovranno venire occupati da una strategia atta a garantire la crescita dell’Armenia pure nel caso di un mancato successo nella trattativa con Bruxelles.

Da questo punto di vista Pashinyan ha trovato in Trump un alleato: in questo caso distante da Putin e – pare incredibile! – d’accordo con l’avvicinamento armeno all’Unione. Il suo interesse, economico, come sempre, è rivolto a quel corridoio energetico (nel quale ovviamente dovrebbero operare compagnie americane) che si ipotizza di creare collegando Turchia, Armenia, Azerbaigian per infine approdare nell’Asia centrale evitando così di transitare per Russia e Iran.

Un brutto colpo per il Cremlino, se verrà effettivamente realizzato. E Putin rimpiangerebbe amaramente l’errore commesso: non aver difeso la piccola Armenia.