Home GiornaleUtopia uscire «di buon ordine»dalla 'ndrangheta: nuovo caso dopo Lea Garofalo

Utopia uscire «di buon ordine»dalla ‘ndrangheta: nuovo caso dopo Lea Garofalo

Nell'Operazione Ginestra la Dda di Catanzaro svela l'omicidio di un uomo che voleva abbandonare la cosca per amore delle figlie.

Illudersi che quanto è successo a Lea Garofalo – torturata, uccisa il 24 novembre 2009 e poi bruciata in un barile d’acciaio, dopo un saliscendi di protezioni dello Stato per questa testimone di giustizia che aveva raccontato le faide interne tra la sua famiglia e quella dell’ex compagno – fosse un caso mediatico e isolato, è il peggiore degli errori.

La mafia non perdona. In particolare la ‘ndrangheta calabrese che considera la cosca una famiglia. Qualche dubbio? Allora, prima di raccontare quanto sta svelando la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sull’omicidio di un uomo ucciso il 9 agosto 2023, è bene leggere un brano di una telefonata della sorella della vittima, intercettata dagli investigatori.

 

Una famiglia mortale

Nel descrivere il legame che si instaura a seguito dell’affiliazione di ‘ndrangheta, la sorella riferiva testualmente: «Ah per “loro” questa è una famiglia… quando tu fai un patto con loro, tu diventi come un fratello per loro perché loro fanno un patto… Quando loro ti mettono… è un patto di sangue».

Proprio il vincolo di sangue dell’unica vera famiglia – quella naturale – si annoda con il legame di sangue criminale e infetto di cui si nutre la ‘ndrangheta. Il ritrovamento del corpo è avvenuto dopo la denuncia di scomparsa effettuata da una figlia. E proprio la cura delle tre figlie – rimaste sole con lui dopo il decesso della moglie, dal quale l’uomo non riusciva a riprendersi – sembra essere all’origine del meccanismo mortale messo in moto dalla ‘ndrangheta.

 

In depressione

L’uomo era caduto in depressione, eludeva gli appuntamenti, come battesimi e compleanni, che per il mondo criminale assumono anche un significato deviato rispetto al valore cristiano. Restava nel suo mondo, i rapporti di frequentazione con i “malacarne” andavano diminuendo. Loro stessi lo cercavano sempre di meno, evidentemente perché non si fidavano più di lui e – questa è l’ipotesi sulla quale gli inquirenti stanno lavorando – temevano che potesse diventare testimone di giustizia o comunque collaborare.

 

Volontà di uscirne

Alla sorella, effettivamente, l’uomo confessa la volontà di uscire o comunque defilarsi dall’associazione. La sorella, senza sapere di essere intercettata, riporta il contenuto del dialogo ad una terza persona: «A loro rode, hai capito? Che per loro non ci aveva più niente a che fare… la mattina non ci si accompagnava più. Lui si spaventava che lo arrestavano che pensava a questi bambini che restavano soli… Pure se ti doveva venire a picchiare, non ti picchiava, lui ti faceva spaventare a parole, però non ti alzava le mani… oramai lui non ne voleva sapere più… di picchiare che poi lo arrestavano e i bambini restavano soli».

 

Troppi a sapere

Dall’indagine emerge che l’uomo aveva esternato lo stato di malessere psicologico anche ad altre persone estranee al contesto familiare, ritenute fidate in virtù del vincolo di amicizia che li legava. Al punto – ricostruisce l’indagine – da recarsi all’ultimo appuntamento prima dell’omicidio, senza telefono cellulare.

Da marzo 2023, proprio nel periodo immediatamente successivo alla morte della moglie, i rapporti tra l’uomo e i sodali si erano incrinati, evidentemente – si legge nell’ordinanza – a causa della richiesta di voler uscire dall’associazione. Mal accettata dai sodali – svela il provvedimento – in virtù del forte vincolo di appartenenza che l’affiliazione ad un clan determina.

 

Parole al vento

Come emerge dal contenuto da altri due colloqui telefonici – uno di metà settembre e l’altro avvenuto quattro giorni dopo l’omicidio – il clan di Rossano aveva simulato bene l’accettazione dell’abbandono del loro sodale. Gli aveva concesso l’uscita «di buon ordine» dall’organizzazione criminale.

A parole. Parole al vento. Magari ripetute anche a lui mentre veniva ammazzato senza alcuna pietà. Già, perché l’uomo, il 10 ottobre 2023, è stato trovato dagli investigatori in un terreno nelle vicinanze di Rossano (Cosenza), in posizione prona ed avanzato stato di decomposizione, con gli arti superiori parzialmente recisi, verosimilmente da animali selvatici.

 

Due modi per uscire

Perché dalle mafie non si può uscire «di buon ordine». Si esce solo in due modi: o morti o come collaboratori di giustizia, come ripete spesso Alessandra Dolci, ex procuratrice aggiunta e coordinatrice della Dda di Milano, da febbraio 2026 a capo della Procura di Venezia.

Talvolta le due cose coincidono. O vengono fatte coincidere.