L’uomo diventato l’interprete di un metodo
È morto a Roma Massimiliano Cencelli, storico funzionario della Democrazia Cristiana, il cui nome è entrato stabilmente nel lessico politico italiano. Aveva 90 anni. Iscritto alla Dc dal 1954, lavorò a lungo nell’organizzazione del partito, fu segretario particolare di Adolfo Sarti e successivamente collaborò con Nicola Mancino. Nel 2001 si candidò al Consiglio comunale di Roma nelle liste della Margherita. Fu anche sindaco di Caldarola, nelle Marche.
Più della sua biografia, tuttavia, a consegnarlo alla storia politica è stato il cosiddetto “Manuale Cencelli”: la formula con cui si indicava la ripartizione degli incarichi di partito e di governo in proporzione al peso delle diverse correnti. Una definizione divenuta negli anni quasi proverbiale e caricatasi progressivamente di un significato negativo: spartizione, lottizzazione, prevalenza degli equilibri interni sul merito. In origine, però, il meccanismo aveva una genesi più complessa.
Dai “pontieri” alla formula che fece storia
Fu lo stesso Cencelli, in un’intervista ad Avvenire del 2003, a raccontarne la nascita. Nel 1967, al congresso della Dc di Milano, Adolfo Sarti, Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani diedero vita alla corrente dei “pontieri”, chiamata così perché avrebbe dovuto fare da ponte fra maggioranza e sinistra democristiana.
La componente ottenne circa il 12 per cento e si pose il problema di tradurre quel consenso in una corrispondente presenza negli organismi dirigenti. Cencelli propose allora di applicare alla politica un criterio simile a quello delle quote societarie: a una determinata forza doveva corrispondere una determinata rappresentanza negli incarichi di partito e di governo.
Sarti gli disse di lavorarci e quel metodo cominciò a essere applicato. La formula divenne poi di pubblico dominio anche per una battuta dello stesso Sarti che, durante le crisi di governo, ai giornalisti in cerca di anticipazioni rispondeva scherzosamente: «Chiedetelo a Cencelli».
Esiste anche una ricostruzione in parte diversa. Sarebbe stato proprio Adolfo Sarti, uomo colto e politico raffinato, numero due della corrente di Taviani, a indicare la linea di condotta nelle trattative congressuali. A Massimiliano Cencelli sarebbe spettato il compito di gestire la rappresentazione degli interessi dei “pontieri”. Indubbiamente lo fece con abilità, dando a questo metodo “iperproporzionalistico” un alone di fascino e di mistero destinato a durare negli anni.
Davicino: «Oggi quel Manuale sarebbe inutilizzabile»
La scomparsa di Cencelli offre anche l’occasione per distinguere la degenerazione della lottizzazione dal contesto politico nel quale quel metodo era nato. Giuseppe Davicino osserva:
“Il metodo Cencelli è stato sostituito, con la Seconda Repubblica, da un sistema di spartizione del potere e di selezione della classe dirigente basato sul censo e sull’esclusività del sistema di relazioni delle élite.
In tal modo si è perso lo spirito della democrazia: la partecipazione diffusa, la selezione dal basso della classe politica, la rappresentanza sociale e territoriale.
La cosa più preoccupante credo sia il fatto che oggi il Manuale Cencelli, anche se lo si volesse usare con buon senso, senza accanimento, non si troverebbero partiti che al loro interno abbiano le caratteristiche per adottarlo. Esso infatti presuppone democrazia interna e potere degli elettori di costruire le coalizioni con il loro voto, anziché sorbirle preconfezionate prima del voto. Il maggioritario e i partiti fondati sul culto del leader lo hanno reso inutilizzabile”.
