Quando il rifiuto perde valore
C’è qualcosa che non torna nell’economia circolare europea. Lo ha spiegato con efficacia nei giorni scorsi Alessandro Filippi, direttore generale di AMA, l’azienda che gestisce i rifiuti della Capitale: sul mercato arriva plastica vergine a prezzi talmente bassi da rendere sempre meno conveniente l’acquisto della plastica riciclata. Con una conseguenza paradossale: ciò che dovrebbe rappresentare il futuro ambientalmente ed economicamente sostenibile rischia di essere espulso dal mercato proprio per ragioni di costo.
Il problema non riguarda soltanto Roma e neppure soltanto l’Italia. L’industria europea del riciclo della plastica attraversa una fase di forte difficoltà. Gli impianti devono raccogliere o acquistare il materiale, selezionarlo, separarlo, lavarlo, triturarlo e trasformarlo nuovamente in materia prima. Sono operazioni che richiedono energia, tecnologie, personale e il rispetto di rigorosi standard ambientali.
Di fronte a questi costi, la plastica vergine può arrivare sul mercato internazionale a prezzi inferiori. La forte capacità produttiva asiatica, e cinese in particolare, insieme alla pressione delle importazioni extraeuropee, contribuisce a comprimere ulteriormente i prezzi.
Il paradosso dell’economia circolare
Ecco allora il cortocircuito. Ai cittadini chiediamo giustamente di differenziare i rifiuti. I Comuni organizzano raccolte sempre più complesse. L’Europa impone obiettivi crescenti di recupero e riciclo. Le imprese investono milioni negli impianti. Ma alla fine della catena il materiale recuperato rischia di non trovare un compratore perché costa più della materia vergine.
Se questo meccanismo dovesse consolidarsi, il danno sarebbe enorme. Non soltanto ambientale, ma industriale. Senza una domanda adeguata di materia prima seconda, gli impianti di riciclo vedono restringersi i margini, riducono la produzione e, nei casi estremi, chiudono. E una volta perduta capacità industriale europea sarà assai difficile ricostruirla.
I dati di Plastics Europe descrivono bene il rallentamento: la crescita della produzione europea di plastiche circolari, che nel 2022 raggiungeva il 13,6 per cento, nel 2024 si è fermata all’1,2 per cento. È un segnale che non può essere ignorato.
La concorrenza non può essere a senso unico
La questione investe direttamente la politica industriale dell’Unione. L’Europa non può chiedere alle proprie imprese standard ambientali sempre più elevati e contemporaneamente lasciarle competere senza correttivi con produzioni provenienti da sistemi economici sottoposti a costi e vincoli differenti.
Non significa necessariamente innalzare muri protezionistici. Significa ristabilire condizioni di concorrenza ragionevoli. Controlli sulla provenienza e sulla certificazione dei materiali, reciprocità degli standard, eventuali misure commerciali contro pratiche distorsive sono strumenti da prendere in considerazione.
Ma soprattutto bisogna agire sulla domanda. Se vogliamo davvero costruire un’economia circolare, occorre garantire un mercato alla materia riciclata attraverso percentuali minime obbligatorie e crescenti di materiale riciclato nei prodotti e negli imballaggi.
Il Green Deal alla prova del mercato
La vicenda della plastica contiene una lezione più generale. La transizione ecologica non si realizza soltanto fissando obiettivi. Richiede una politica industriale capace di accompagnarli.
Altrimenti l’Europa corre il rischio di imporre alle proprie imprese il costo della sostenibilità per poi acquistare dall’estero ciò che costa meno. Avremmo meno industria europea senza necessariamente avere più tutela dell’ambiente.
È questo il vero allarme che viene dalla crisi del riciclo: se produrre sostenibile diventa economicamente sconveniente, prima o poi qualcuno smetterà di farlo. E allora il paradosso sarà completo: avremo insegnato ai cittadini a riciclare, costruito gli impianti per farlo e approvato le norme per imporlo, salvo scoprire alla fine che sul mercato conviene ancora produrre plastica nuova.
