Il caso delle nomine e il nodo delle retribuzioni
In questi giorni, oltre ai conflitti che continuano a occupare la scena internazionale, le cronache nazionali si sono soffermate sulla vicenda dell’ex amministratrice delegata di Terna. Pur essendo destinata a un nuovo incarico — la presidenza dell’ENI — la manager aveva inizialmente richiesto una buonuscita di circa 7 milioni di euro. Solo una discreta ma incisiva moral suasion da parte delle istituzioni l’ha indotta a rinunciare, in cambio della nuova nomina, che comporterà comunque una retribuzione stimata intorno a 1,3 milioni di euro.
L’episodio riporta al centro una questione annosa: quella delle nomine nelle aziende a partecipazione pubblica. Governi di ogni colore politico continuano a esercitare un controllo disinvolto su queste scelte, spesso accompagnandole con retribuzioni difficilmente giustificabili in un Paese come l’Italia, segnato da una progressiva erosione dei redditi da lavoro. Il contrasto tra compensi elevati ai vertici e stagnazione salariale diffusa appare sempre più evidente e difficilmente sostenibile sul piano etico e sociale.
Il mito del mercato e la realtà delle cooptazioni
La giustificazione più ricorrente richiama le logiche del “mercato”, ovvero le aspettative degli azionisti che affiancano lo Stato nella compagine societaria. Ma è davvero così? In realtà, le competenze richieste per la gestione di queste grandi realtà non sono mai certificate in modo sostanziale, se non attraverso procedure formali e burocratiche. Lo dimostra anche la ricorrenza degli stessi nomi, che si alternano negli incarichi senza un reale ricambio, mentre eventuali outsider vengono spesso marginalizzati dopo una sola esperienza.
Non si tratta, peraltro, di un limite esclusivo del settore pubblico. Emblematico resta il caso della Fiat che, sotto la guida di Gianni Agnelli, scelse di affidarsi al profilo “politico” di Cesare Romiti anziché a quello più tecnico di Vittorio Ghidella — una decisione le cui conseguenze meriterebbero un’analisi approfondita.
L’impresa come comunità
Eppure, l’Italia ha conosciuto anche modelli radicalmente diversi. Tra questi spicca quello di Adriano Olivetti, figura capace di coniugare impresa, innovazione e responsabilità sociale. In contrapposizione al modello gerarchico e rigidamente disciplinare incarnato da Vittorio Valletta alla Fiat, Olivetti concepiva la fabbrica non solo come luogo di produzione e profitto, ma come fulcro di una comunità.
La sua visione si fondava sull’idea di impresa come bene comune: i profitti dovevano essere reinvestiti a beneficio dei lavoratori e del territorio; i luoghi di lavoro progettati secondo criteri di qualità estetica e funzionale; la gestione aziendale improntata a un approccio olistico, in cui le competenze tecniche si affiancavano alla sensibilità culturale.
Non a caso, intorno alla Olivetti si sviluppò un ambiente intellettuale di straordinaria vivacità, con figure come lo scrittore Franco Volponi e il sociologo Franco Ferrarotti. Parallelamente nacque il progetto “Comunità”, un tentativo di superare i limiti dei partiti tradizionali attraverso una democrazia territoriale e partecipativa, riassunta nel motto “Humana Civilitas”.
Per Olivetti, la fabbrica non poteva limitarsi alla massimizzazione del profitto: doveva invece contribuire alla diffusione di ricchezza, cultura e democrazia. «Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica», affermava. In questa prospettiva, anche le retribuzioni dovevano essere eque, evitando divari eccessivi tra operai e dirigenti.
Un’eredità attuale, ma ancora incompiuta
Non sorprende che un modello così innovativo abbia incontrato resistenze trasversali. A destra, la sua idea di democrazia diretta appariva destabilizzante; a sinistra, il suo capitalismo “dal volto umano” sembrava attenuare il conflitto di classe. Anche sul piano internazionale, il suo dinamismo suscitò diffidenze: basti pensare all’Elea 9003, tra i primi computer commerciali al mondo, capace di competere con giganti come IBM.
Cosa resta oggi di quell’esperienza? Alcuni elementi sopravvivono in forme contemporanee come le società benefit o nei criteri ESG (Environmental, Social and Governance), oggi al centro del dibattito sulla sostenibilità. Tuttavia, si tratta spesso di applicazioni parziali o di facciata rispetto alla radicalità del progetto olivettiano, già concretamente sperimentato a Ivrea decenni fa.
Eppure, basterebbe un programma politico dotato di visione e coraggio per recuperare almeno in parte quei principi, a partire proprio dalle aziende partecipate, imprimendo una svolta concreta nella lotta alle disuguaglianze. Ma la realtà, ancora una volta, appare diversa: logiche di appartenenza, fedeltà politica e relazioni personali continuano a prevalere. E così, le dichiarazioni di principio su merito e competenze rischiano di rimanere, troppo spesso, solo parole.
