Per contrastare le spinte populiste e ridestare dal sonno la grande politica occorrerebbe un riformismo di popolo, sia di matrice cattolico-democratica e cattolico-liberale sia di matrice liberalsocialista e socialista democratica.
E per un riformismo di popolo bisogna far leva sui ceti medi.
La società è complessa, segmentata, troppe volte impoverita. Eppure intorno ad alcune idee guida e a un progetto di società aperta, inclusiva, rispettosa delle differenze, in grado di sostenere i “pazienti morali” – vale a dire ciascuno/a di noi nei momenti difficili – e di valorizzare le capacità degli “agenti morali”, occorrerebbe costruire alleanze, mobilitare, tessere la trama del consenso, delle intelligenze, degli interessi.
Un riformismo elitario partirebbe sconfitto. Ecco, piuttosto un nuovo appello “ai liberi e forti” in nome della solidarietà. Stringersi “in mutuo patto”, per dirla con Filippo Turati, come sottolineava con acume Luigi Covatta in un capitolo di un volumetto promosso dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. Un patto che comprenda l’ambiente e le risorse naturali.
Il singolo non va mortificato, e tuttavia andrebbe rafforzata quella rete di interlocuzione che rende tali una comunità e, in fondo, una civiltà.
