La politica estera non si decide al gazebo
C’è un dettaglio che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore la collocazione internazionale dell’Italia, e invece scivola via nel rumore di fondo del dibattito quotidiano. Il cosiddetto Campo largo – quello che ambisce a presentarsi come alternativa di governo – non ha una linea di politica estera. Non una sfumatura diversa, non un accento differente: non ce l’ha.
Tra Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si assiste a un balletto che avrebbe dell’inquietante se non fosse grottesco. Un giorno si strizza l’occhio a Bruxelles, quello dopo si ammicca a chi dall’altra parte del fronte bombarda ospedali. La linea è un pendolo impazzito: ambigua, altalenante, facilmente confondibile con un progressivo scivolamento verso posizioni che, chiamiamole col loro nome, guardano con troppa comprensione a Mosca. E questo non è tollerabile. Non è concepibile. Non è accettabile.
E allora qual è la trovata? Le primarie. I gazebo. Il cittadino che domenica mattina, tra un caffè e una passeggiata, dovrebbe decidere la postura atlantica dell’Italia, il grado di integrazione europea, il posizionamento rispetto alla guerra in Ucraina. Come se la politica di difesa fosse un sapore di gelato da scegliere tra pistacchio e nocciola. È ridicolo. È offensivo. Ed è, soprattutto, un messaggio devastante per la credibilità del Paese di fronte ai partner che contano.
Il convitato di pietra: la patrimoniale
E poi c’è l’economia, che dovrebbe essere il cuore di qualsiasi progetto di governo. E invece è il terreno dove il Campo largo si paralizza. Da un lato chi ripete, con fierezza ideologica, che la patrimoniale è “necessaria”, “inevitabile”. Dall’altro chi, appena sente quella parola, sbianca e cambia discorso, perché sa che evocarla significa bruciare tre punti nei sondaggi in quarantotto ore.
Non è una sfumatura. È una voragine. Due idee opposte di società, di fiscalità, di rapporto tra Stato e risparmio privato. E la soluzione? Il silenzio. Il rinvio. Il “ne parliamo dopo il voto”. Come se gli italiani fossero bambini a cui si nasconde il piatto sgradito sotto il tovagliolo.
Se ne accorgeranno. E a quel punto sarà troppo tardi per spiegare.
Le primarie: il rito propiziatorio che non risolve nulla
Ed eccola, la soluzione magica che dovrebbe tenere insieme tutto: le primarie. Il grande rito collettivo in cui si chiede ai cittadini di scegliere il nome, la faccia, il sorriso da stampare sulla scheda. Come se il problema dell’Italia fosse il cognome del premier e non l’assenza totale di un progetto.
Non ho nulla contro le primarie in sé, sia chiaro. In un altro contesto, con un altro spessore programmatico, sarebbero uno strumento prezioso. Ma qui, adesso, in questa palude, diventano un’anestesia. Servono a dare l’illusione che ci sia stata una discussione, che si sia costruito qualcosa insieme. E invece sono un modo elegante, quasi liturgico, per congelare le contraddizioni. Per dire: “Vedete? Abbiamo fatto partecipare la gente, siamo democratici”.
E poi? Poi si va al governo, e ci si accorge che la coalizione uscita dalle urne non ha una piattaforma. Ha un elenco di buoni propositi vaghi, tenuti insieme dalla colla dell’antagonismo all’avversario. Un collage di slogan che si scioglie al primo Consiglio dei ministri, alla prima legge di bilancio, alla prima telefonata da Washington o da Bruxelles.
Gli italiani lo decifrano, eccome. Guardano il teatrino e pensano: “Fate le primarie perché vi interessa solo chi siede sulla poltrona. Poi, una volta al governo, sarete divisi, frammentati, in perenne lite gli uni con gli altri”. E hanno ragione.
Il governo-tampone: il rischio che nessuno vuole nominare
Il rischio – e lo dico con la brutalità di chi è stanco di assistere a questo film già visto troppe volte – è che il Campo largo diventi l’ennesimo punto di ritorno. Un governo che non fa stragi, certo. Che non scandalizza. Che non rompe niente. Ma che non costruisce niente.
Un governo-tampone, in attesa che passi la nottata. Un esecutivo che gli italiani guardano dalla finestra e pensano: “Ok, ci sono. Ma non mi stanno dicendo dove vogliono portarmi”. Un governo di gestione, non di visione. Di galleggiamento, non di navigazione.
È questa l’alternativa che meritiamo? Un’amministrazione dell’esistente travestita da cambiamento?
Serve un centro autonomo. Con la schiena dritta.
E allora la risposta, se si ha il coraggio di formularla senza giri di parole, è una sola: serve un centro autonomo. Un soggetto politico che tenga la linea chiara, precisa, dritta, senza ombra di dubbio. Che non confonda mai l’oppressore con l’oppresso. Che non metta mai in discussione la forza dell’Europa unita e dell’alleanza atlantica. Che sia costruttore di ponti e costruttore di pace, ma dentro alleanze internazionali nitide, dichiarate, rivendicate.
Non un centrino moderato che galleggia per non dispiacere a nessuno. Un centro che sceglie, che si espone, che dice la verità anche quando costa un punto nei sondaggi. Perché la stabilità futura del Paese non si costruisce con le mediazioni al ribasso tra chi vuole uscire dalla NATO e chi vuole restarci per inerzia. Si costruisce con una posizione netta, difesa con convinzione, spiegata con pazienza ai cittadini.
Il Campo largo è preso dalla faida di chi dovrà essere il candidato premier. Le linee politiche – soprattutto quelle che contano davvero, quelle che decidono se l’Italia conta qualcosa nel mondo o se è un vaso di coccio tra vasi di ferro – non sono coese. Sono frammentate. Divise. A volte, semplicemente, non esistono.
Non è una questione di nomi. È una questione di colonna vertebrale. E la colonna vertebrale, in politica come nella vita, o ce l’hai o te la inventi giorno per giorno, sperando che nessuno si accorga che stai camminando storto.
L’Italia merita di meglio. Merita qualcuno che sappia dove sta andando, prima ancora di chiedere agli altri di seguirlo.
