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Alessandro Natta, i tre tempi del presente

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. L’autore si dichiara “de sinistra” - di matrice Pci, specifica - ma da ciò non deriva una censura preventiva. Anzi, il confronto aiuta ad approfondire le ragioni di sensibilità e orientamenti diversi.

Primavera 1988, ero in gita scolastica in Liguria. A Imperia ancora mi sembra di ascoltare il vicino di casa di “Sandro Natta”, come lo chiamava lui. Già, Natta, quel professore di latino mite e appassionato divenuto segretario generale del Pci dopo la morte di Enrico Berlinguer. E quasi nessuno ha ricordato l’anniversario della sua morte, avvenuta il 23 maggio 2001, un quarto di secolo fa.

È trascorso solo un quarto di secolo, appunto, eppure un’era geologica pare dividerci da lui. E se la sua attualità consistesse proprio, parafrasando Giacomo Marramao a proposito di Pier Paolo Pasolini, nel suo porsi come “inattuale”?

Un esempio: lo scorso aprile a Barcellona si è tenuta la Mobilitazione progressista globale, una sorta di “Internazionale 2.0”, guidata dal premier spagnolo Pedro Sánchez e dalle forze socialiste e democratiche europee (una sorta di Pse 2.0). Ebbene, in occasione del celebre diciassettesimo Congresso del Pci, quello di Firenze, “a tesi” e non a mozioni, dell’aprile 1986 (quarant’anni or sono, dunque), il momento forse più alto della leadership di Alessandro Natta, il Pci si definì “parte integrante della sinistra europea”. Non era l’ingresso nell’Internazionale socialista, ma neppure se ne era lontani. Il Pci non si considerava più “altro” rispetto alla costellazione dei soggetti laburisti, socialdemocratici, socialisti; non vi era più una differenza di “natura”. E l’area migliorista, che faceva riferimento a Giorgio Napolitano, otteneva una sorta di pieno riconoscimento. 

Anche un altro è il lascito di quel dirigente e segretario “illuminista, giacobino, comunista”, un lascito corposo e preziosissimo: “I tre tempi del presente. L’Italia e l’Europa viste da sinistra. Religione, politica e nuove frontiere. Intervista di Alceste Santini”, il “vaticanista” de l’Unità (un libro del 1989, poco prima del crollo del Muro di Berlino). Ascoltiamo per un istante per quale via egli conosce l’opera di Antonio Gramsci: «Ci vorrà il dono straordinario della raccolta dell’Ordine Nuovofattomi da Giovanni Piana, un dirigente socialista, un riformista delle generazioni più anziane che aveva avuto il coraggio di conservare e poi la generosità di trasmettere quel lascito politico. Così a me è accaduto di scoprire Gramsci secondo un percorso diverso da quello, che fu tipico dopo la Liberazione, dalle Lettere, ai Quaderni, all’Ordine Nuovo».

Sì, la conferma che la storia del Pci e della sinistra si nutre delle storie e dei percorsi, dei passaggi delle sue donne e dei suoi uomini.