Home GiornaleQuando l’assenteismo diventa cronico

Quando l’assenteismo diventa cronico

Il crescente distacco degli italiani dalle elezioni segnala una crisi profonda della rappresentanza. I partiti inseguono i non votanti, ma faticano a comprendere che l’astensione ormai è diventata - purtroppo - una condizione stabile della vita democratica.

Il voto come eccezione, non più come abitudine

Anche nell’ultima tornata amministrativa si registra un aumento dell’astensionismo rispetto alle precedenti elezioni, in controtendenza con l’affluenza registrata al referendum costituzionale. La conclusione, senza troppi artifici interpretativi, appare semplice: gli italiani si recano alle urne quando ritengono che il loro voto possa incidere in modo significativo sul sistema di valori che regola la vita civile, a partire dalla Costituzione.

Per le questioni considerate di ordinaria amministrazione politica e locale, invece, la delega viene affidata ai partiti in un clima di sostanziale disinteresse verso il modo in cui quella delega viene esercitata.

Qui emerge una constatazione tanto banale quanto inquietante: per molti italiani la politica è diventata qualcosa di non necessario alla vita quotidiana. Che la politica eserciti il proprio potere oppure no, nella percezione comune cambia poco. Ma una delega senza controllo, tanto ampia quanto disinteressata, conduce inevitabilmente verso forme di tirannia. Eppure, in un Paese segnato da evidenti tratti di indolenza civile, questa prospettiva sembra non essere realmente avvertita.

Partiti senza popolo e consenso autoreferenziale

I partiti, che sono i delegati di questa rappresentanza sempre più fragile, non percepiscono il rischio generato da un elettorato distratto e distante. Al contrario, sembrano perseverare nella ricerca di soluzioni immediate e particolari — quel “particulare” evocato da Machiavelli — trascurando temi di più ampio respiro: la difesa dell’assetto costituzionale, la qualità delle istituzioni, la tenuta stessa della convivenza civile.

Parallelamente, sopravvive in tutti la speranza di riportare l’affluenza oltre la soglia del 50%. Ma ciascuno coltiva questo obiettivo solo per la propria parte politica, mai come un interesse condiviso dell’intero sistema democratico. Poiché il potere viene misurato sui voti raccolti e non sulla qualità delle politiche realizzate, la conquista della vasta area dei non votanti è diventata il principale terreno di scontro.

Una convinzione, tuttavia, sempre più fallace. I numeri parlano con chiarezza. Se nelle elezioni locali l’astensionismo oscillava già tra il 54 e il 58 per cento, oggi si aggiunge un ulteriore incremento che porta l’affluenza reale intorno al 40%. E quei votanti non sono affatto “diseredati” della vita civile: coincidono, in larga misura, con coloro che già partecipano attivamente ai partiti. In questa tornata elettorale, dunque, i partiti hanno sostanzialmente votato se stessi.

La crisi della partecipazione nei piccoli Comuni

Si sperava che le elezioni locali, proprio perché espressione della vita associativa più vicina ai cittadini — il tradizionale “campanile” italiano — riuscissero ancora a catalizzare interesse e partecipazione. Così non è stato.

In molti piccoli Comuni, anche sotto i mille abitanti, la partecipazione è scesa fino al 35%. Piemonte, Sardegna, Calabria, Abruzzo e Molise registrano numerosi casi di centri minuscoli, talvolta con meno di cento votanti effettivi.

Se nemmeno la dimensione più prossima della vita civile riesce più ad attrarre presenza e partecipazione, il Paese entra in una fase di regressione democratica dalla quale diventa difficile uscire: la cronicità dell’assenteismo.

La prateria vuota della politica italiana

La conseguenza più immediata di questa disaffezione crescente è la delusione di chi immaginava di poter conquistare immense “praterie” di elettori silenziosi, in attesa soltanto di essere persuasi.

Delusi risultano anche coloro che, forti di una lunga esperienza politica — soprattutto nell’area della tradizione democristiana — avevano iniziato a intravedere, dentro quella vasta area di astensione, segnali di possibile risveglio civile. Qualche fuoco acceso nella notte, qualche presenza discreta, qualche domanda di rappresentanza ancora viva.

Sembrava che, oltre la grande prateria, si muovesse qualcosa. Che vi fossero uomini e donne pronti ad ascoltare una voce capace di prendersi cura della loro inquietudine democratica.

Oggi, invece, quell’orizzonte appare nuovamente vuoto.

Oltre l’orizzonte della politica

Dove sono finite quelle presenze che sembravano attente a ciò che accadeva nella vita pubblica? Il dato statistico suggerisce una risposta amara: anche quei piccoli accampamenti di cittadini speranzosi si sono lentamente dissolti, raggiungendo il grande territorio dell’estraneità politica.

Un territorio che vive ormai oltre la visuale dei partiti, oltre la stessa geografia della rappresentanza. Persone che affrontano la quotidianità senza attendersi più nulla dalla politica e senza credere che essa possa realmente incidere sul loro destino.

Deserto o prateria che sia, l’orizzonte resta lontano. E per i partiti raggiungerlo significa attraversare uno spazio pieno di incognite.

Per questo diventa decisivo scegliere con attenzione le persone giuste: donne e uomini capaci di leggere il terreno, intuire i mutamenti profondi della società e indicare finalmente una direzione credibile.