Una recente riflessione sul significato del centro nella vita e nella politica offre uno spunto che merita di essere sottratto alla consueta geometria degli schieramenti.
Il centro, infatti, non è necessariamente il punto che sta a metà tra destra e sinistra. Non è nemmeno il luogo di chi non sceglie, di chi cerca un compromesso per evitare i conflitti o di chi si limita a occupare uno spazio elettorale rimasto libero.
Può essere qualcosa di molto più esigente: il luogo nel quale si prova a ricomporre ciò che la politica tende continuamente a dividere.
La politica e il senso del limite
Nella riflessione di Fioroni torna con forza una parola che oggi sembra quasi fuori moda: limite. La politica è necessaria, ma non è onnipotente. Non può pretendere di dominare ogni dimensione della vita, né trasformare la persona in un ingranaggio amministrativo, elettorale o comunicativo.
Esistono la sofferenza, la coscienza, la fragilità, la dignità, le relazioni. Realtà che nessun apparato può esaurire.
È proprio qui che la parola “centro” acquista un significato diverso.
Essere al centro non vuol dire collocarsi tra due estremi. Significa assumere come criterio la persona e il Bene Comune.
Ed è in questo senso che si potrebbe dire che il centro è il luogo degli uomini di buona volontà.
Una formula che non va intesa in senso confessionale, né come attestazione di superiorità morale. La buona volontà, in politica e nella vita civile, è qualcosa di più concreto: è la disponibilità a riconoscere che nessuna parte possiede da sola tutta la verità e che il Bene Comune non coincide automaticamente con l’interesse del proprio gruppo.
È la capacità di stare nel conflitto senza trasformare l’avversario in nemico.
È la disponibilità alla mediazione, che non significa rinunciare ai propri valori, ma cercare le condizioni perché valori diversi possano convivere dentro una casa comune.
Un centro aperto, fondato su valori condivisi
In questo senso il centro può essere abitato da cattolici, laici, popolari, liberali sociali, riformisti, civici e da quanti non si riconoscono in alcuna appartenenza tradizionale.
Ciò che conta non è da dove si parte, ma il metodo con cui si costruisce.
Un metodo che dovrebbe fondarsi almeno su alcune convinzioni: la dignità della persona non è negoziabile; la libertà non può essere separata dalla responsabilità; la solidarietà non è assistenzialismo; la sussidiarietà non significa abbandono; la partecipazione non è semplice consultazione; il Bene Comune non coincide con la somma degli interessi individuali.
Oltre la personalizzazione della politica
Questo modo di intendere il centro potrebbe aiutarci anche a uscire da una delle più evidenti debolezze della politica contemporanea: la personalizzazione.
Quando il leader sostituisce il progetto, quando la comunicazione prende il posto della mediazione, quando il consenso diventa l’unico criterio di successo, la politica finisce inevitabilmente per impoverirsi.
Il problema non è trovare un nuovo leader di centro.
È ricostruire una cultura politica capace di rimettere al centro le persone, le comunità, i territori, i corpi intermedi, la responsabilità verso chi verrà dopo di noi.
Non chi occuperà il centro, ma su che cosa fare centro
Forse dovremmo allora cambiare domanda.
Non più: chi occuperà il centro?
Su che cosa vogliamo fare centro?
Sulla salute, sul lavoro, sull’educazione, sulla casa, sulla dignità delle persone fragili, sulla qualità delle relazioni, sulla partecipazione, sulla pace, sull’ambiente, sulla responsabilità intergenerazionale.
Fare centro significa scegliere priorità capaci di ricomporre la società, non soltanto di conquistare consenso.
Il centro, in questa prospettiva, non è una posizione statica. È un movimento verso ciò che tiene insieme.
E forse è proprio questo il senso più attuale della buona volontà: la decisione di non considerare mai l’altro soltanto come ostacolo, elettore, avversario o numero, ma come persona con cui condividere la responsabilità di costruire una società più umana.
Perché il centro non è il luogo di chi non sceglie. È il luogo di chi sceglie, ogni volta, il Bene Comune.
Rosapia Farese
Presidente dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS (FRIBC)

