Home GiornalePremierato nascosto: lo scontro sulla democrazia senza contrappesi

Premierato nascosto: lo scontro sulla democrazia senza contrappesi

Una riforma elettorale costruita per garantire la continuità del governo, non per restituire rappresentanza ai cittadini. Il nodo costituzionale, il premio di maggioranza e il ruolo del Quirinale.

La nuova legge elettorale appena approvata dal Parlamento, al di là di titoli e proclami, non ha come obiettivo quello di riportare gli elettori a votare o quello di migliorare la rappresentatività dei cittadini. La nuova legge elettorale è stata pensata e modellata in base a un calcolo che dovrebbe – nelle intenzioni dei promotori – consentire all’attuale governo di succedere a se stesso.

Ma questa legge elettorale presenta dei chiari profili di incostituzionalità. Il più macroscopico di questi è rappresentato dalla sottrazione al Presidente della Repubblica del potere di scelta e di nomina del Presidente del Consiglio, come previsto dall’articolo 92 della Costituzione.

È infatti chiaro che, indicando il candidato premier fin dalla scheda elettorale, si effettua un azzeramento de facto della più importante attribuzione che la Costituzione riconosce al Quirinale, risultando difficile immaginare che un Presidente della Repubblica possa arrivare a una decisione diversa al termine delle canoniche consultazioni che precedono la nomina del Presidente del Consiglio incaricato.

Tutto ciò senza sottovalutare che con questo sistema elettorale si delegittima il Presidente della Repubblica, che è chiamato a intervenire anche nel caso di una crisi di governo in corso di legislatura, per individuare una nuova maggioranza di governo e un nuovo Presidente del Consiglio dei ministri.

Perché non dobbiamo dimenticare che la nostra è e rimane una Repubblica parlamentare, nella quale i governi nascono in Parlamento e dallo stesso Parlamento ottengono la fiducia per governare. E questa è una regola che vale sempre e per tutti, indipendentemente da chi vince.

L’altro profilo di chiara incostituzionalità è rappresentato dall’eccessivo premio di maggioranza; un premio che, per dimensione (70 deputati e 35 senatori oltre quelli spettanti in base ai voti conseguiti), fa saltare il criterio del bilanciamento dei poteri sul quale si fonda la nostra Costituzione.

Un premio di maggioranza che viene assegnato alla coalizione che raggiunge il 42% dei consensi; ma, in una fase storica nella quale si reca a votare la metà degli aventi diritto, quella percentuale corrisponde a un quinto della cittadinanza, ovvero a un livello di rappresentatività troppo basso per poter avere una maggioranza parlamentare che, senza coinvolgere le altre forze politiche e sociali, può mettere le mani su tutti gli organismi di controllo e garanzia (Quirinale, Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura, Corte dei conti).

Ma l’insofferenza dell’attuale maggioranza di governo per ogni forma di controllo è cosa nota, e non da oggi! Come altrettanto nota è la confusione tra governare e comandare che caratterizza l’attuale destra di governo; ne è la prova l’intervento di Donzelli alla Camera sulla nuova legge elettorale: «Così chi prende un voto in più degli altri comanda».

Comanda? Metastasio suggerisce: «Voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale: non si trattien lo strale quando dall’arco uscì».

Ma, citazioni a parte, il fatto politico è che dopo quattro anni questa è l’unica riforma che il governo ha fatto. Una riforma frettolosa e assolutamente non necessaria per un Paese che è attraversato da difficoltà di tipo economico e sociale; una riforma fatta pensando di poter modificare il dettato costituzionale utilizzando una legge ordinaria.

Una scelta che risente sicuramente della sconfitta subita a marzo, quando i cittadini hanno espresso il loro dissenso sull’ennesimo tentativo di modificare la Costituzione in modo sostanziale.

Ma la politica non può sottrarsi dal fare i conti con il consenso popolare. Stratagemmi e tentativi per aggirare la Costituzione saranno vani se i cittadini torneranno a partecipare e a far contare le proprie idee.