Home GiornaleAncora Guccini: dalla “Locomotiva” al quotidiano come politica

Ancora Guccini: dalla “Locomotiva” al quotidiano come politica

Riconosceva la forza irresistibile della musica. Appesa la chitarra al chiodo i suoi eclettici interesssi ebbero nella letteratura (da qui il libro di Simenon sulla bara) e nella poesia la loro più ampia affermazione.

Guccini era un esistenzialista, e quantunque gli Anni ‘70 fossero in Italia l’estrinsecazione del Sessanotto antiborghese, i suoi fans, e il pubblico dei suoi concerti di estrazione cristiana (più che cattolica; con l’Azione Cattolica in pochissimo tempo evaporata, nascevano di contro numerose Comunità di base), i seguaci dei Balducci, dei Franzoni, dei Gérard Lutte, dei Küng, cosa vuoi che ascoltassero.

Accanto alla sensibilità religiosa, libertaria, di De André, il precursore, e alla celebrazione dello scontro di classe di Paolo Pietrangeli, (“Contessa”), dopo il primo cantautorato che veniva dalla Francia (Brel, Becaud, Michel Berger), a seguire i Tenco e i Lauzi, si andava affermando l’ascendente americano, Dylan (Blowin’ the wind), la Baez (We shall overcome), Pete Seeger (Where have all the flowers gone). E accanto a certo collateralismo di altri al P.C.I. (Venditti, De Gregori, Bennato) si andava affermando questo ragazzone bolognese, che veniva – toh – da “Dio è morto” del ’63, da “Noi non ci saremo” (1967; pubblicato da I Nomadi in quanto Guccini non era iscritto alla SIAE) e da “Auschwitz”, del Settembre 1966, di Vandelli e Iller Pattacini, sempre perché Guccini non era iscritto alla SiaE, lato B del 45 “Bang bang” della Equipe 84, portata poi al successo sempre da I Nomadi. Guccini la pubblicò col titolo “La canzone del bambino nel vento”.

 

Il politico di Guccini non può essere ristretto a “La locomotiva”

L’orecchio esistenzialista e spirituale di un certo mondo giovanile, magari impegnato politicamente nei Licei e nelle Universitá insieme a “Lotta Continua” e alla F.G.C.I. (meno), e distante dagli iniziali integralismi di C.L., colse qualcosa che andava oltre il trascinante ritmo cavalcante de “La Locomotiva” e la sua messaggistica politica (tant’è che per Guccini si trattava ‘solo’ di una storia personale; ma, attenzione, non del tutto, “La Locomotiva” non è un ‘incidente’ politico di percorso).

Infatti, assai al contrario di quel che si pensi e che pure ci si è persi a ribadire in questi giorni, la ricerca storica locale, la letteratura e la poetica di Guccini costituiscono un abbecedario Politico di grande rilievo per un impegno di ri-generazione culturale e sociale oggi decisivo contro lo svincolamento da ogni legame e il non riconoscimento della dipendenza da un’Alterità.

“Incontro”, “L’isola non trovata” “Canzone di notte n.2”, “Il vecchio e il bambino”, “Le osterie di fuori porta”, “100, Pennsylvania Avenue”, e in primis “Canzone per un’amica”, non sono meno politiche de “La locomotiva”. E quest’ultima è molto più di una storia prersonale: è una una canzone di lotta, e una grande metafora gucciniana sulla spesa personale in quel che si crede, e non si sbaglia considerarla tale.

 

Lo sguardo ‘oltre’ che sfida il disincanto e genera relazioni nella verità

Ma forse Guccini, con il suo stile e il suo modo di essere agnostico, il disincanto che si rientri in un grandioso progetto salvifico d’un Essere supremo che però non ci spiega perché intanto bisogna soffrire e morire, vuole rilanciarci una intenzionalità relazionale che è la vera rivoluzione umana che gli altri si attendono da noi.

Guccini celava nelle sue canzoni un oltre: l’intravisto nella vita ci sfuggge come l’isola che appena vicina sparisce di nuovo. Eppure ne siamo attrattti perché, come dice il vero titolo della poesia di Guido Gozzano da cui è tratta, è “la più bella”.

C’è in Guccini una selezione delle parole accuratissima, e la musica vi si adatta. La rima è d’obbligo, e serve a far scivolar via come nella poesia ciò che non deve e non può essere trattenuto ma solo intuito. Come ha detto queste sere Vecchioni, Guccini è il grande poeta del disincanto, “della malinconia che non passa e della verità che non arriva”.
Alla pari di quello che anni fa scrisse Magris sull”opera di Borge, il cantautore bolognese ci insegna che il mondo non è un’enciclopedia, e che lo sforzo meticoloso di catalogarlo rivela ciò che le parole patiscono: la descrizione di cose che non vedono e non afferrano. La realtà ha innumerevoli forme, e biogna resistere a voler fare un catalogo del mondo, alla tentazione d’impadronisi della fuggevole molteplicità della vita rinserrandola in una canzone.
Il cantore di Pàvana sa che purtroppo la vita si sottrae allo sforzo dell’acrobazia delle parole che prrsumono d’afferrarla, è sempre altrove, fuori da quella strofa o da quella pagina come ogni rraltà è sempre fuori da come noi pensiamo di illustrarla e celebrarla.

Le parole di Guccini dicono la nostagia della vita ch’esse inseguono

Alla pari di Borges, le parole di Guccini dicono la nostalgia per la vita vche esse inseguono. Come bene sottolinea Magris per la poesia di Borges “L’altra tigre”, essa riesce soltanto con le sue rime e le sue figure retoriche a disegnare una tigre di carta, e non già a raggiungere l’altra tigre, quella che striscia nella foresta al di là di ogni verso.

«Il tempo è una tigre che mi divora, ma io sono la tigre», dice Borges, e Guccini è esattamente questo. Ne “La canzone dei dodici mesi”, al mese di Dicembre dice: “Ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce/ Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre.”.

Una filosofia libertaria e dell’esistenza incomprensibile alla sinistra ufficiale

Ma non solo la filosofia quotidiana del mondo di Pàvana e di “Radici”, “Piccola città” (famosi ‘la casa’ e il mitico ‘fra la via Emilia e il West’), ma anche la filosofia della vita che esce da “Incontro”, “Un altro giorno è andato” (ne “L’isola non trovata” del 1970), “Canzone delle osterie di fuori porta” (in “Stanze di vita quotidiana” del 1974; da qui il commento del critico Riccardo Bertonceelli che sentenziava Guccini esaurito), “In morte di S.F.” del 1967, “Primavera di Praga” (in “Due anni dopo”, 1970: “Dimmi chi era che il corpo portava / La città intera che lo accompagnava / La città intera che muta lanciava / Una speranza nel cielo di Praga”) fanno di Guccini quel gigante di cui ha parlato Zuppi alle esequie del poeta e letterato: “Servono giganti… quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola…”.

Questa filosofia, questo modo di esser presente nella Storia, che è ‘Politica’ eccome, evidentemente non è stata intesa da D’Alema, che nel precisare che Guuccini non era comunista ma un anarchico libertario, al massimo socialista, ha colto l’occasione per sentenziare “La locomotiva era una canzone disperata, l’esatto contrario della sinistra e del P.C I., che era gioia, voglia di vivere”. E poi: “Non siamo mai stati amici. … A noi piacevano le canzoni d’amore , Guccini è stato un compagno di strada sonoro, ma non aveva nulla della sinistra ufficiale” (Dagospia, 7 Agosto 2026).

Si vede che Guccini deve essere stato avvertito come pericoloso per quella ‘gioiosa macchina da guerra’ che si riteneva il PCI, e si vede che D’Alema deve aver ancora di traverso il fatto che quando lui dal 1975 al 1980 era Segretario della grigia ingessata F.G.C.I., che arrivava in clamoroso ritardo all’aggancio con il Sessantotto, il mondo delle Comunità di base e dei gruppi giovanili spontanei nel mondo delle parrocchie e dei preti organizzava ancora centinaia di migliaia di giovani (stima sua), rendendo ridicola ogni concorrenza in tal senso con quanto poteva mettere a disposizione il Partito.
Per non parlare delle manifestazioni e delle attività nella Scuola, dove di solito i cattolici si trovavo più a loro agio con i Movimenti della sinistra extraparlamentare (Lotta Continua, etc.) che non con le truppe cammellate del PCI.

 

In morte di S. F..  Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire

Era di San Valentino di Castellarano, Reggio Emilia, la protagonista della canzone con cui Guccini apriva sempre i suoi concerti (eccezion fatta per una volta a Firenze quando iniziò con “Libera nos domine”), Silvana Fontana.
60 anni fa esatti aveva 24 anni. L’incidente avvenne il 2 Agosto 1966, suull’Autosole, a circa dieci chilometri dal casello di Reeggio Morì all’ospedale poche ore dopo. 

Franco Ceccarelli della “Equipe 84”, con cui Guccini collaborava, ricorda che si era al Festival nazionale de “L’Unità” a Ferrara, c’erano cinquantamila persone, loro e Daolio non potettero sganciarsi. Guccini quel giorno era a Milano, a registrare “Francesco – Folk Beat N. 1”. Tornò a Pàvana e lì in ricordo della loro amica del Bar Grande Italia di Modena (Guccini, Daolio, etc.) buttò giù “In morte di S.F.”, che all’ultimissimo momento riuscì ad inserire nel suo primo album. Per controversie con l’Anas, che temeva una cattiva pubblicità, cambiò il titolo in “Canzone per un’amica”.

Come tutti sanno Guccini cominciava sempre i suoi concerti (salvo una volta) con il ricordo di S.F, e li terminava – a gran richiesta – con la cavalcata del macchinista giustiziere.
Naturalmente un motivo c’è per l’una e per l’altra. Si tratta ancora di domande sull’‘oltre’, che spesso nelle relazioni sembrano affacciarsi, e su cui si potrebbero tirare conclusioni disarmanti: se sei morta vorrei sapere che te ne fai del vivere – amare – soffrire, spenderti per cosa? (Guccini ha ventisei anni).
Lo dice in “Incontro” del 1972:

“Siamo qualcosa che non resta/
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.

Con la morte va tutto in fumo, siamo transitòri.

Sembrerebbe avvalorare una sorta di di-sperazione È invece una rassegnazione. L’incolmabile differenza che c’è tra il desiderio e ciò che invece accade. Un destino. Riecheggia “Pensiero alla morte” di Papa Paolo VI: “Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irricuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.”.
Disperato richiamo. Guccini, un agnostico possibilista. Un disincanto incerto. Ma nel finale de “La locomotiva” c’è una reazione vivida a questa forma di spleen, di disagio esistenziale, attraverso questa volta la volitività di superare la scomparsa del ferroviere: ma noi vogliamo pensarlo ancora lì al suo posto, a far correre la macchina a vapore, e speriamo ci giunga ancora notizia di locomotive lanciate a bomba contro l’ingiustizia.

Un ‘sano realista’ direbbe Papa Leone XIV, e anche un coltivatore delle possibilità di riscatto che nonostante tutto la Storia offre.