Da oltre un quarto di secolo in Italia (e non solo) siamo avvezzi ai partiti personali. Partiti di nome, in realtà comitati elettorali e “cordate”. Non è, dunque, l’anglofilia che mi spinge a sottolineare come nel Regno Unito la stessa forza politica, il Labour, dimessosi un premier, Keir Starmer (lo stesso nome del padre del laburismo britannico, J. Keir Hardie, 1856-1915, «un protestante convinto che vedeva nel socialismo la trasposizione sociale del cristianesimo nell’era industriale», come ci ricorda Paolo Ricca), scelga un nuovo leader e, di conseguenza, un nuovo premier, Andy Burnham, già sindaco della Grande Manchester, nel North West England. Va ricordato che Manchester non è una città qualsiasi, no: è la culla della prima rivoluzione industriale, quella del XVIII secolo, legata all’attività tessile e alle innovazioni tecniche a essa relative.
Ecco, è eloquente più di cento discorsi: sia il predecessore sia l’attuale Primo ministro, in modi diversi, incarnano una continuità storica quasi di “lunga durata”, risalente addirittura a tre secoli or sono. La forza dei simboli!
Attenzione, non si può sostenere che Londra non sia attraversata e scossa dai possenti fenomeni che percorrono l’Europa e l’Occidente, riassumibili forse nel vocabolo post-democrazia. E tuttavia li fronteggia diversamente, forte anche di un’eredità storica che, fuor di retorica, risale almeno alla Magna Charta Libertatum, all’habeas corpus, alla rivoluzione di Oliver Cromwell.
E vi è anche del paradossale. Capitava, infatti, che i soggetti politici italiani del Novecento, non di rado iperideologici, attribuissero a quelli britannici una certa “superficialità”, una certa “labilità” culturale. Proprio quello spirito empirico, invece, consente loro di tener testa ai populismi e alle derive di ogni tipo.
