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Più Usa, meno Cina? Cosa contempla realmente l’accordo Rubio-Tajani sui minerali critici

L’intesa firmata a New York punta a mettere in sicurezza le forniture indispensabili all’industria, dall’IA ai semiconduttori. Per Roma significa diversificare le dipendenze e ridurre il peso cinese senza interrompere i rapporti con Pechino.

Una questione di sicurezza industriale

Non ci sono soltanto petrolio e gas nella nuova geopolitica delle risorse. Minerali critici e terre rare sono ormai materia di sicurezza nazionale, perché servono per semiconduttori, intelligenza artificiale, batterie, elettronica, difesa e tecnologie energetiche.

È in questo scenario che Antonio Tajani e Marco Rubio hanno firmato a New York il Memorandum d’intesa tra Italia e Stati Uniti sui minerali critici. Non è un contratto per l’acquisto di determinate quantità di materie prime, ma una cornice destinata a organizzare una cooperazione industriale di lungo periodo. 

Dalle miniere al riciclo

Il primo obiettivo è rendere più sicure e diversificate le catene di approvvigionamento. Nasce un Gruppo di lavoro tecnico Italia-USA e viene prevista la condivisione di informazioni e competenze, insieme alla mobilitazione di capitali pubblici e privati.

Gli investimenti potranno interessare l’intera filiera: estrazione, lavorazione e soprattutto recupero e riciclo, settore nel quale la Farnesina sottolinea la presenza di imprese italiane altamente specializzate. C’è poi un punto meno appariscente ma decisivo: Italia e Stati Uniti intendono collaborare con altri partner per costruire meccanismi di formazione dei prezzi più equi, capaci di sostenere filiere alternative. 

L’accordo si inserisce infatti in una rete più vasta: l’iniziativa americana FORGE, la G7 Alliance for Resilience and Production e PAX Silica, alla quale l’Italia ha aderito il 31 luglio e che riguarda la sicurezza delle filiere dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori. Completa inoltre l’analoga intesa sottoscritta in aprile tra Unione europea e Stati Uniti. 

Il convitato di pietra è Pechino

Il significato politico emerge soprattutto guardando alla Cina. Tajani ha parlato esplicitamente della necessità di creare un «mercato alternativo», nel quale Pechino non possa determinare in posizione dominante disponibilità e prezzi delle materie prime strategiche. 

Per l’Italia, grande Paese manifatturiero ma fortemente dipendente dall’estero per molte risorse, significa tentare di trasformare la vulnerabilità delle forniture in una politica di diversificazione. Più Stati Uniti, dunque, e meno dipendenza dalla Cina.

Ma non necessariamente meno rapporti con la Cina. Roma continua infatti a considerare Pechino un interlocutore economico importante: ancora in aprile Tajani vi aveva guidato la Commissione economica mista, discutendo contemporaneamente di investimenti, Made in Italy e controlli cinesi sull’esportazione delle terre rare. 

È qui il delicato equilibrio italiano: rafforzare l’ancoraggio industriale e tecnologico occidentale senza trasformare il “de-risking” dalla Cina in un “decoupling” commerciale. L’accordo Rubio-Tajani segna con chiarezza da quale parte Roma intenda costruire la propria sicurezza strategica.