Stimo Corrado Augias ma, sul “caso Moro”, gli consiglierei di non adombrare, sia pure involontariamente, l’accredito di conclusioni aberranti. Mi riferisco a quanto detto ieri a Bologna, nella cornice della kermesse politico culturale di Repubblica, a proposito della drammatica vicenda di cui fu vittima lo statista pugliese. Ecco: cosa sarebbe successo se, invece di ucciderlo, le Brigate rosse lo avessero liberato? La risposta di Augias è stata perentoria: “Uno sconquasso. Avrebbe gettato la Democrazia cristiana nel marasma. Non lo so quello che sarebbe successo”.
Ora, nel rispetto di opinioni che si rincorrono e si arricchiscono da circa mezzo secolo, viene il dubbio che a sinistra ancora oggi — anzi soprattutto oggi — si ricerchi la verità sull’atto più infame del terrorismo rosso con il filtro del sospetto e dell’incomprensione in chiave antidemocristiana. Rispunta infatti, nelle parole di Augias, la nota insinuazione circa gli effetti nascosti della linea della fermezza, grazie alla quale avrebbe prevalso l’esigenza di preservare gli equilibri e quindi la tenuta stessa del partito cardine della Repubblica. Una lettura che finisce col consegnare la condotta della classe dirigente cattolica, anche fuori dalle stanze di Piazza del Gesù, a una rappresentazione di scandaloso opportunismo.
In realtà, la liberazione del prigioniero avrebbe rappresentato il coronamento di un’azione diretta a infrangere la politica di solidarietà nazionale e la connessa strategia della Terza Fase.
È probabilmente vero che la liberazione di Moro avrebbe potuto favorire la strategia delle Brigate rosse, volta a infrangere la politica di solidarietà nazionale e la connessa strategia della Terza Fase. E di ciò il Pci era ben consapevole.
Tra la documentazione a suo tempo acquisita dalla Commissione che ho presieduto, ricordo a tale proposito la lettera del 30 luglio 1991 di Francesco Cossiga a Giovanni Spadolini, nella quale l’ex capo dello Stato scrisse che, dopo la prima lettera inviata da Moro durante il sequestro, Ugo Pecchioli, responsabile dei problemi dello Stato del Pci, gli disse che “l’onorevole Moro, sia che muoia sia che ritorni vivo dalla prigionia, per noi è morto”.
Da qui scaturisce allora l’osservazione critica sulla natura e le finalità che le BR vollero perseguire, dovendoci tuttora confrontare con il mistero di quel di più d’inumanità legato alla fredda esecuzione della condanna pronunciata dal cosiddetto “Tribunale del Popolo”. Non c’è dubbio, in ogni caso, che a pagarne il prezzo maggiore sia stata la Dc, chiamata a fronteggiare — più di altri, ma insieme ad altri, in primo luogo il Pci — l’assalto terroristico alle istituzioni democratiche, avendo il suo leader più prestigioso “sotto un potere pieno e incontrollato”, come scrisse Moro stesso.
