Ogni anno, in occasione delle cerimonie che ne ricordano la statura di leader politico e di statista, siamo indotti a soffermarci su questo o quell’aspetto della vita pubblica di De Gasperi, avendo soprattutto la premura di cogliervi un esempio o uno stimolo per affrontare convenientemente i problemi dell’oggi. Non dobbiamo dimenticare che dietro a una storia di successo, per la quale si citano le grandi conquiste dell’Italia del secondo dopoguerra e le vitali trasformazioni operate dai governi centristi, propedeutiche al cosiddetto miracolo economico a ridosso degli anni ‘60, ci fu il travaglio e la sofferenza di un uomo a lungo emarginato, messo in carcere dal fascismo, aiutato infine dagli amici, non ultimo il vescovo di Trento, grazie all’assunzione a modesto impiegato della Biblioteca Vaticana. Il “mito” di De Gasperi passa attraverso uno scenario di precario ma rigido equilibrio tra Stato e Santa Sede, con l’associazionismo cattolico assoggettato, sulla scia del Concordato del ‘29, a una prassi di estraneità mista a consenso, faticosamente trattenuto, verso la dittatura.
Quando ricominciò a tessere la rete di contatti e relazioni, già antivedendo sul finire degli anni ‘30 la parabola discendente di Mussolini, De Gasperi appariva come uomo del passato: un vecchio, come ebbe a dire Lazzati, amico di Dossetti, ricordando i primi incontri tra Milano e Roma. Non era scontata la sua leadership, avendo anche nel cerchio più ristretto dei reduci del Ppi un Gronchi scalpitante, con il quale l’intesa sulla costruzione del nuovo partito – la Democrazia Cristiana – si nutriva di spirito di competizione, se non di contrasto, finanche nell’elaborazione dei documenti programmatici, in primis le “Idee ricostruttive”, anticipate nel periodo della clandestinità da una sorta di manifesto proprio a firma del futuro Presidente della Repubblica. In più, il graduale risveglio del mondo cattolico non poteva occultare lo “spettacolo miserando” – sono parole di De Gasperi – dovuto ai pallidi distinguo dal fascismo, ovvero al comodo rifugio negli interstizi delle convenienze.
Dunque, era facile perdersi nella foresta di ambiguità e riluttanze che ben presto, caduto il fascismo, si sarebbero rovesciate in propositi di novità. Ciò comunque non escludeva l’opzione, certamente lontana dalla visione di De Gasperi, di un blocco conservatore a impronta cattolica. Per questo la fatica che compì lo statista trentino nel rimettere in piedi il partito, volendo garantire continuità di valori e originalità di proposta, si presenta ai nostri giorni nella forma di un vero paradigma. De Gasperi tenne duro nel fare del nucleo dei “vecchi popolari” (Piccioni, Grandi, Tupini, Spataro, Cingolani, Scelba, ecc…) il cuore del soggetto politico destinato a rinnovare, senza gli errori e gli sbandamenti del passato, il percorso avviato nel 1919 da Luigi Sturzo. Attorno a questo nucleo, confortato dall’accordo con i neoguelfi milanesi (Malvestiti, Malavasi, Pullara) e dal decisivo sostegno della famiglia Falk, egli raccolse le forze migliori promuovendo al tempo stesso l’apertura del gruppo dirigente di partito a nuove leve provenienti dall’Azione cattolica, dalla Fuci, dall’Università del Sacro Cuore. Il lessico dei cattolici doveva cambiare, specie in economia. Gli fu d’aiuto una figura eccezionale di manager pubblico (vice direttore dell’IRI) e intellettuale raffinato, Sergio Paronetto, il regista del Codice di Camaldoli, che prospettò in alternativa al tradizionale corporativismo di scuola cattolica (Codice di Malines) la via dell’economia sociale di mercato.
De Gasperi, insomma, non intraprese il cammino del partito nuovo, anzitutto scegliendo l’antica e gloriosa denominazione dei tempi di Murri, partendo da un generico appello all’unità dei cattolici; semmai puntò a questo obiettivo, con caparbietà e lungimiranza, mettendo l’esperienza dei “suoi” popolari al centro di un processo di aggregazione su ampia scala, con respiro democratico e popolare; e pertanto con il contributo indubbiamente essenziale dei cattolici, ma non in forma integralistica e settaria. Tempi diversi, storia passata? Sì, ma rimane intatto un insegnamento che oggi risuona con le note del realismo, essendo forte il desiderio di superare un altro “spettacolo miserando” fatto di dispersione e inconsistenza politica dell’attuale arcipelago cattolico, complice la logica del “particulare” che avvolge l’azione nel campo del sociale di molteplici e peraltro benemerite esperienze.
