Home GiornaleOrsina ai democratici cristiani: il potere non si esorcizza, l’Europa va ripensata

Orsina ai democratici cristiani: il potere non si esorcizza, l’Europa va ripensata

Da Schuman, Adenauer e De Gasperi alla odierna debolezza dell’Ue: l’intellettuale liberale chiama in causa una tradizione politica che ha saputo porre limiti al potere, ma che oggi è chiamata a reinventare l’europeismo. Attraverso il Ppe?

L’ampia riflessione che Giovanni Orsina ha sviluppato ieri sul Foglio, avente per titolo “L’esorcismo del potere”, merita attenzione soprattutto perché affronta una questione che va ben oltre il confronto, pur suggestivo, tra Leone XIV e Donald Trump, entrambi nord-americani ma con visioni del mondo assai diverse. Al centro c’è infatti un interrogativo antico e insieme drammaticamente attuale: quale rapporto deve esistere tra morale, politica e potere?

Orsina muove da due modelli opposti. Da una parte la “morale senza politica” che egli riconosce, appunto, nella predicazione di Leone XIV; dall’altra la “politica senza morale” incarnata, nella sua lettura, dal presidente americano. Due estremi che finiscono per illuminare la medesima crisi: la crescente difficoltà della politica contemporanea nel governare il potere senza assolutizzarlo e, contemporaneamente, senza rinnegarlo.

Nell’insegnamento sociale della Chiesa, osserva Orsina, permane una diffidenza profonda nei confronti del potere. La politica deve essere servizio, mediazione, ricerca del bene comune; deve porre limiti alla forza, proteggere i più deboli, ricondurre l’economia e la tecnica alla dignità della persona. In questo orizzonte la pace non è soltanto assenza di guerra, ma espressione di un ordine morale. Il problema nasce quando questo patrimonio etico deve misurarsi con la durezza della storia, quindi con il conflitto e con la necessità di scegliere fra alternative entrambe imperfette. La politica, proprio perché costretta alla decisione, non può vivere esclusivamente nel territorio dei principi.

Qui Orsina introduce la tradizione democratico cristiana. Una cultura che, storicamente, ha maneggiato con cautela il concetto stesso di sovranità. Il potere dello Stato non è mai stato considerato assoluto: infatti, esso è limitato dai diritti della persona, dall’autonomia dei corpi intermedi, dalla famiglia, dalle comunità, dalla società organizzata e, sul piano internazionale, da un ordine capace di contenere la pretesa sovrana degli Stati.

La storia europea del secondo dopoguerra impose ai democratici cristiani una prova molto concreta. De Gasperi, Adenauer, Schuman dovettero confrontarsi con la Guerra fredda, con il comunismo sovietico, con la ricostruzione economica, con la sicurezza occidentale. Non bastava predicare la pace: occorreva scegliere alleanze, costruire istituzioni, accettare responsabilità di governo. La diffidenza cristiana verso il potere dovette quindi conciliarsi con il suo esercizio. Fu certamente una scelta di Realpolitik, temperata però da un riferimento morale che impediva alla forza di diventare essa stessa il criterio della politica.

L’Europa nacque anche da questa tensione. Secondo Orsina, il processo di integrazione tradusse istituzionalmente il sospetto democratico cristiano nei confronti della sovranità nazionale: poteri condivisi, regole comuni, interdipendenza economica, trasferimenti di competenze, moltiplicazione dei contrappesi. Dopo le tragedie del Novecento, limitare il potere degli Stati appariva non soltanto opportuno, ma moralmente necessario.

Proprio qui, tuttavia, emerge il problema odierno. Quel meccanismo aveva potuto funzionare perché alle spalle dell’Europa esisteva la potenza degli Stati Uniti, capace di garantire sicurezza, equilibrio internazionale e, in ultima istanza, protezione militare. Il Vecchio Continente poteva permettersi di coltivare il primato delle regole perché qualcun altro continuava a presidiare il terreno della forza.

Con il ritorno della storia, delle guerre, delle potenze e delle sfere d’influenza, questo equilibrio si è incrinato. L’Europa scopre di avere depotenziato la sovranità nazionale senza avere costruito una piena sovranità europea. Ha moltiplicato norme, procedure e vincoli, ma non dispone ancora di una capacità politica proporzionata alle nuove responsabilità. E mentre Trump riporta brutalmente al centro interesse nazionale, potenza e decisione, l’Europa continua a parlare soprattutto il linguaggio delle regole.

È questa, forse, la provocazione più interessante del ragionamento di Orsina: il potere non può essere semplicemente esorcizzato. Una democrazia ha certamente il compito di limitarlo, distribuirlo, sottoporlo alla legge e alla morale; ma nello stesso tempo deve anche essere capace di esercitarlo. Perché quando la politica rinuncia alla forza necessaria per governare la realtà, non elimina il potere: rischia soltanto di consegnarlo ad altri.

Ai democristiani di oggi – scrive proprio in conclusione Orsina – è richiesto un immenso lavoro culturale, la capacità di pensare una nuova Realpolitik che non sia priva di morale ma, al contempo, sappia risponda alle esigenze concrete delle opinioni pubbliche europee”. È un compito che onora una grande tradizione di pensiero e di azione, sebbene con un fondo di ingenuità lo si attribuisca al Ppe, un partito che ha dismesso negli ultimi trent’anni di rappresentare la genuina esperienza dei democratici cristiani, per dare spazio a partiti e movimenti nazionali di stampo genericamente conservatore. Intra ecclesiam nulla salus, sarebbe facile parafrasare: non è infatti nel Ppe – in questo Ppe! – che possa rifiorire l’europeismo immaginato a metà del secolo scorso dagli statisti cattolici di Francia, Germania e Italia.