Home GiornaleAutonomia, radicalità e speranza comunitaria: perché ho firmato l’Appello per il Centro

Autonomia, radicalità e speranza comunitaria: perché ho firmato l’Appello per il Centro

Il ruolo dei Popolari come cultura politica autonoma, alternativa alla destra sovranista e distante dal progressismo senza visione, per rifondare la democrazia su persona, comunità e bene comune.

Le ragioni di una adesione

Ho aderito all’appello lanciato da Lucio D’Ubaldo. Mi pare però onesto spiegarne le ragioni, spero non troppo eterodosse rispetto a quelle del proponente e dei tanti firmatari. Del resto, in questo tempo difficile, siamo tutti alla ricerca di una possibile via. Ma, come diceva Moro, questo è il tempo che ci è dato di vivere.

Ho aderito sulla base della mia identità di “popolare” di laica ispirazione cristiana e di spirito degasperiano (si parva licet componere magnis).

Sono convinto che – in questa fase di crisi della Democrazia – ogni cultura politica debba compiere lo sforzo di recuperare la cifra della propria “autonomia e indipendenza”, che intendo come questione “ontologica”, cioè costitutiva di una soggettività senza la quale non si esiste né da soli, né contrapposti, né alleati ad altri.

Questa idea di “autonomia e indipendenza” non è per me presunzione di autosufficienza, ma condizione per poter incarnare una identità, mettendola così a frutto, con generosità, nelle mutevoli vicende della storia, al servizio della Democrazia e del Bene Comune.

La sottovalutazione – quando non la negazione – della necessità di questo sforzo, così come – per converso – la sua traduzione in iniziative nostalgiche ed autoreferenziali, anche con arbitrarie rivendicazioni di esclusiva eredità storica, concorrono a togliere significato e ruolo alla Buona Politica; la avvicinano ad una sterile contesa per il potere; ne riducono il carisma presso il popolo.

La nostra Costituzione, del resto, dice che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Per noi, questo “diritto” corrisponde credo ad un “dovere”.

Partiti, culture politiche e crisi della rappresentanza

Cosa sono i Partiti – per le Madri e i Padri Costituenti – se non espressione di cittadini organizzati attorno ad una idea di società?

E cosa sono le culture politiche (antiche o nuove che siano) se non il carburante senza il quale nessun motore democratico funziona e senza del quale la “rappresentanza” viene erosa ed il consenso partecipe e responsabile diventa sempre più effimero, episodico, limitato ad una minoranza di elettori e costruito sulla sabbia?

Per restare a noi, sono convinto che una rigenerata cultura politica “Popolare”(io parlerei di “Popolari”, più che di “Centro”, per evitare ogni interpretazione banalmente topografica o “di risulta”) é essenziale per accompagnare le nostre Comunità alle prese con le molte e insidiose antinomie del nostro tempo.

Mi riferisco all’antinomia tra i diritti individuali e i diritti/doveri sociali e comunitari; tra le potenti e progressive conquiste della scienza e della tecnologia e lo spiazzamento dei loro presìdi umanistici; tra il predominio del binomio “pubblico – privato” e la debolezza della “società liberamente organizzata”, spesso disconosciuta nel suo ruolo che è invece fondante di una Democrazia a tutto tondo; tra un mercato sempre più dominato dalla ricchezza di pochi e la crescita delle disuguaglianze e dall’impoverimento di larga parte delle persone e delle famiglie.

Contro il moderatismo senz’anima

No. Non c’e proprio nessun vizio di “moderatismo” che possa stare a fondamento di un progetto “Popolare”.

Anzi: esso può esistere ed avere senso solo in quanto interpreti una domanda di “radicalitá trasformativa” difronte alla deriva del nostro tempo, che produce inique dinamiche sociali e generazionali; incongruenze di un capitalismo ormai fuori controllo etico e lontano dagli stessi principi liberali; declino della Democrazia e della sua cifra “comunitaria”; degrado del nostro rapporto con il “creato”; demolizione del diritto internazionale e sua sostituzione con le vecchie logiche predatorie ; politiche migratorie giocate solo sul terreno della emergenza, senza nessuna umanità, con neppure troppo vaghi cenni di razzismo e nessuna lucida visione di prospettiva; stanco e retorico balbettio di fronte alla urgentissima necessità di una accelerazione del processo di integrazione politica europea, come hanno detto anche Enrico Letta e Mario Draghi con i loro Rapporti.

Una nuova proposta “popolare” può esistere solo se é radicale nei contenuti trasformativi e, assieme, fondata sul piano programmatico.

Nino Andreatta parlava di “utopie tecnicamente fondate”.

La crisi della destra e (anche) della sinistra

La Destra, a livello globale e nazionale, non ha idee al riguardo. Si dice “conservatrice” ma non sa cosa conservare, e come farlo, del mondo che fu e che comunque non tornerà. Per questo vive sulla costante evocazione dei nemici esterni ed interni.

La Sinistra si dice “progressista”, ma non sa più “verso cosa progredire” e appare anch’essa prigioniera degli schemi e delle ricette di una fase storica che ormai è passata. Vive di evocazione di modelli che in realtà sono falliti con la globalizzazione senza regole e senza anima e perde così la capacità di rappresentare una larga fascia sociale che da quel ciclo ha visto diminuite le proprie speranze di vita migliore.

Ambedue non colgono il senso della crisi democratica che viviamo. Essa non è solo crisi di efficienza del sistema e delle sue prestazioni. Non è solo crisi di “spiazzamento” di fronte alle nuove modalità delle comunicazioni sociali.

É piuttosto crisi di “senso”.

La secolarizzazione e il vuoto di senso

Che rinvia ad una questione fondamentale: la secolarizzazione è entrata in una nuova inedita fase. Dopo aver liberato la sfera civile dal vincolo religioso e fatto emergere il valore positivo e creativo della laicità della politica e della libertà responsabile, in questa stagione di carente elaborazione culturale di fronte alle nuove sfide poste all’umano ha lasciato spazio a due rischi uguali e contrari.

Da un lato quello di un nuovo fondamentalismo che utilizza il fatto religioso come mero strumento di potere, di blindatura del consenso attorno a politiche di “difesa” di ciascuno contro l’altro e di giustificazione dei conflitti.

Dall’altro, quello della radicale dissociazione tra la vita civile e la dimensione integrale dell’umano, trascendenza compresa, comunque essa sia concepita in base alle diverse sensibilità, religiose o non religiose.

É questa una delle radici della deriva individualistica delle relazioni sociali e, nel contempo, una delle ragioni della crisi di ruolo di una Politica intesa come speranza comunitaria.

Per questo è urgente che i Popolari di laica ispirazione cristiana tornino a dare il loro peculiare contributo ad una Politica che punti ad essere speranza di “liberazione” dal giogo della povertà, delle solitudini, delle sopraffazioni, della mortificazione delle peculiari risorse di ognuno. In sintesi, una Politica che persegua l’intreccio virtuoso, dinamico ma inscindibile tra Libertà e Giustizia, fondato sul binomio altrettanto inscindibile tra “Persona” e “Comunità”. Laddove “Persona ”non è “Individuo” e “Comunità” non è sommatoria di individualismi.

Questa è la vera Democrazia, come scriveva Aldo Moro ancora nei suoi Scritti Giovanili: una Democrazia alla quale – scriveva – “non solo può ma deve essere data una qualificazione”.

Autonomia politica e vocazione coalizionale

La “buona politica”, vista come azione volta al bene comune e non solo al potere di parte, ha per sua natura una “vocazione coalizionale”. Vive di autonomia ed assieme di attitudine ad associare sforzi plurali attorno ad una visione e ad un programma a servizio della Comunità.

Per questa ragione, non considero un assioma la automatica coincidenza tra “autonomia ontologica” e “corsa in solitaria” dei Popolari in un sistema elettorale di tipo comunque maggioritario (vedremo se in base alla Legge vigente o di una nuova norma, che al solito si sta cercando di arrabattare per ragioni di bottega).

L’andare “da soli” è opzione da non escludere affatto, ove le condizioni per una matura e dignitosa collaborazione con altri non sussistano.

Del resto, se non si fonda sulla presenza, sulla dignità autonoma e sulla vitalità delle diverse culture politiche, ogni scelta coalizionale diventa uno stratagemma puramente strumentale.

Io rimango “costitutivamente” ed irriducibilmente alternativo ad ogni Destra: radicale o moderata che essa sia. Diversamente tradirei non solo la mia storia personale, ma soprattutto l’insegnamento di quelli che considero i miei Maestri.

Concordo sul fatto che il cosiddetto “Campo Largo” é oggi impotabile.

E non perché comprende, almeno sulla carta, formazioni politiche molto lontane dalla nostra sensibilità. Non si dà il caso di coalizioni tra identici, ma tra diversi.

Il punto dirimente è che non si intravvede, lì dentro, un “baricentro” capace di garantire una proposta di futuro al Paese all’altezza delle sfide drammatiche che esso ha di fronte sul piano interno, europeo ed internazionale. E questa mancanza di baricentro – che deriva in larga parte dalle contraddizioni congenite nel progetto che ha portato alla nascita del PD e dalla sua incongruenza rispetto alla realtà italiana – non può essere compensata dalla sola chiamata a raccolta dei tifosi “contro la Meloni”.

Un partito vero per tornare ad esistere

É anche vero che nel PD e dintorni si sta sviluppando un qualche dibattito: ancora poco chiaro, ma pure, credo, degno di una certa attenzione. Occorre vedere se e come evolverà.

Se verso una soluzione di mera conta interna, con il corollario di satelliti centristi “in franchising”, oppure se verso la costruzione di nuovi scenari capaci di far emergere un possibile nuovo baricentro ed una proposta credibile di “governo”.

In ogni caso, prioritariamente ad ogni valutazione di schieramento elettorale, occorre che i Popolari di laica ispirazione cristiana e di stile degasperiano decidano di tornare ad esistere veramente. E non solo in vista del 2027.

Per farlo, senza provare almeno un poco la sensazione del ridicolo – a fronte di un storia importante e determinante per la nostra Democrazia come è quella del Popolarismo – occorre decidere con grande coraggio e grande umiltà di dare vita ad un “Partito vero”. Un “Partito” (ovviamente con nuove forme organizzative, a base federativa anche territoriale; inediti rapporti con espressioni vitali della società; nuovi linguaggi e nuove leadership) e non un florilegio di associazioni, movimenti, micro iniziative varie. Tutte positive e meritorie, ma non tali da poter costituire un “fatto politico nuovo”.

Ci deve supportare una seria preoccupazione. In Italia e in Europa, il quadro è molto incerto e le incognite per il prossimo futuro sono molte e insidiose.

Il vento freddo della Destra nazionalista, antieuropeista e sovranista é tutt’altro che finito col voto in Ungheria oppure con le difficoltà pur evidenti del Governo Meloni.

Questo vento ha origini lontane nel tempo e radici profonde nelle pieghe delle dinamiche sociali. E la Destra pare ancora in grado di connettersi con le paure e le preoccupazioni di molta parte delle persone, portandole su rotte regressive e sempre più divisive. Molte di queste persone certo non sono “di destra”, ma votano a destra oppure non votano perché non vedono una seria credibile alternativa.

Ciò deriva dalla crisi di credibilità del “progressismo” tradizionale, così come dal sonno del “Popolarismo” di laica ispirazione cristiana, che da tempo – salvo rare e lodevoli eccezioni – ha abiurato al proprio dovere di pensiero, presenza e proposta.

É fisiologico che i partiti (come la DC) finiscano il proprio ciclo storico. Non lo è affatto che le loro culture politiche, anziché evolvere e rigenerarsi su basi nuove secondo i segni dei tempi, si disperdano e si annullino.

Per questa ragione, con le sincere riflessioni sopra riportate – ovviamente a titolo personale, non avendo ormai nessuna responsabilità di rappresentanza, se non quella del mio tentativo di ragionare politicamente – ho firmato l’Appello lanciato dall’amico Lucio D’Ubaldo.