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Gargani, uomo del dialogo e servitore delle istituzioni

Il profilo di un protagonista della vita pubblica italiana che ha interpretato la politica come servizio, responsabilità e rispetto delle io istituzioni.

Un ideale, uno stile

Ci sono figure della vita pubblica che attraversano le stagioni della politica lasciando dietro di sé non soltanto il segno degli incarichi ricoperti, ma soprattutto il ricordo di uno stile, di un modo di intendere le istituzioni e il rapporto con gli altri.
È questo il tratto che più resta nel pensiero di chi ha avuto modo di conoscere e frequentare Peppino Gargani. Una vita dedicata alla politica italiana senza mai smarrire la passione per i suoi ideali: l’eredità democristiana, l’idea stessa di una comunità costruita attraverso il confronto. Lo ha dimostrato, ancora una volta, in questi ultimi mesi in cui dialogava con me e con gli amici di Tempi Nuovi, spronandoci con entusiasmo, ma anche con rigore, a non abbandonare mai le ragioni e le speranze di un “centro”, inteso innanzitutto come luogo di mediazione, moderazione, equilibrio che appiani il “conflitto delle interpretazioni” e degli interessi.  

Oltre la logica della fazione

Pur avendo scelto con chiarezza un campo politico, non è mai stato un uomo “di parte” nel significato più chiuso e divisivo dell’espressione. La sua appartenenza non si è mai tradotta in faziosità, né in una concezione antagonistica della vita pubblica.
Al contrario, ha sempre interpretato il proprio ruolo con il senso profondo delle istituzioni, convinto che la politica dovesse anzitutto creare ponti, favorire il dialogo anche nei momenti più complessi e difficili della storia nazionale.  

La cultura della mediazione

Ed è forse proprio nei passaggi più delicati della vita del Paese che mi piace ricordare come questa qualità sia emersa con maggiore evidenza (forse, perché ne ho testimonianza diretta, dal dialogo politico di Peppino con mio padre Fabrizio nei difficili anni Novanta del secolo passato). In quegli anni segnati da forti tensioni giudiziarie e da vicende che hanno profondamente turbato l’opinione pubblica e gli assetti istituzionali, seppe mantenere una misura, una lucidità che gli consentiva di far quasi da mediatore tra le ragioni degli uni e degli altri, di lavorare affinché i poteri dello Stato si rispettassero, senza mai rinunciare al rigore delle proprie convinzioni.
Non cercava scorciatoie né semplificazioni: metteva a disposizione la sua esperienza e la sua autorevolezza, spesso contribuendo a ricomporre fratture che apparivano insanabili.  

Il giurista e l’uomo delle istituzioni

In questo, la formazione di avvocato e giurista (non dimentichiamo che è stato Sottosegretario alla Giustizia in numerosi governi, e presidente della Commissione Giuridica del Parlamento europeo) ha determinato anche un metodo di vita pubblica. Aveva il rispetto delle regole, la cultura delle garanzie, il senso della complessità.
Sapeva che dietro ogni conflitto esistono ragioni che meritano ascolto e che la credibilità delle istituzioni si misura anche nella capacità di custodire sobrietà quando il clima pubblico rischia di essere travolto dalla contrapposizione.  

L’eredità morale e politica

Il mio ricordo personale di Peppino si intreccia così, inevitabilmente, con quello istituzionale, ma anche con quello dell’Associazione Ex Parlamentari, in cui credeva con forza. Da Presidente ne ha animato le battaglie, le iniziative culturali e sociali, affinché fosse il luogo in cui la dignità della rappresentanza non perdesse il suo valore democratico.
E poi, Peppino ha insegnato che una presenza autorevole, non è per ciò stesso distante: se il servizio pubblico non è esercizio del potere, ma responsabilità verso la collettività, allora è vicino, non distante. Ed è proprio questa l’eredità più preziosa che ci lascia.  

Fabrizia Abbate, professoressa di Filosofia morale, è portavoce di Tempi Nuovi.