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Berlinguer, cosa ci ha lasciato?

Una riflessione sul lascito politico e culturale di Enrico Berlinguer, tra continuità con Togliatti, apertura ai nuovi movimenti e intuizioni ancora attuali sul rapporto tra politica, modernità e società.

Credo che per comprendere appieno la figura di Enrico Berlinguer occorra accostarla a quella di Palmiro Togliatti. Entrambi si situano lungo il solco della “democrazia progressiva”, ad esempio. E Berlinguer, dinanzi alla violenza politica e ai fatti del Cile, evocherà “un nuovo grande compromesso storico”, paragonabile a quello della Costituente.

Il Migliore, però, intravede appena i sommovimenti degli anni Sessanta (muore nell’agosto 1964, dunque prima del Sessantotto). Berlinguer, dal canto suo, è influenzato dalle nuove culture dei movimenti, specie di quelli femminili ed ecologici. Non enfatizzerei troppo, al riguardo, la cesura pur rappresentata dalla “seconda svolta di Salerno”, della fine del 1980. Già nella linea dell’austerità si ravvisano le nuove culture della frugalità e del rispetto della natura.

Altro punto controverso: Berlinguer e la modernizzazione. Si ricorda spesso il ritardo del Pci, ad esempio, nel comprendere l’importanza della tv a colori. Vero. Ma, per certi versi, il corrispondente berlingueriano del Memoriale di Jalta è l’intervista a l’Unità del dicembre 1983 in occasione dell’inserto dedicato a 1984, di George Orwell. Un’intervista rivolta al futuro, ancor oggi.