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sabato, 24 Gennaio, 2026
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Roma, un progetto dei detenuti di Rebibbia all’ingresso della metro

Roma, 9 dic. (askanews) – Cos’è che non potrai mai dimenticare? Da questa domanda prende avvio il lavoro sulla memoria che ha coinvolto un gruppo di detenuti dell’Istituto Penitenziario Rebibbia di Roma ed ex detenute, in un laboratorio creativo e partecipativo guidato dall’artista visivo Angelo Bonello e dal fotografo Guido Gazzilli.

“Le cose che non possiamo dimenticare”, prodotto da Artificio Italiano Srl, è un progetto che restituisce voce e umanità a chi vive in carcere e che, dal 12 al 14 dicembre, trasformerà l’ingresso della Metro Rebibbia in un punto di contatto tra città e carcere, attraverso incontri, reading musicali, mostre e installazioni audiovisive. Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025, finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR ed è realizzato in collaborazione con SIAE.

Cuore del progetto è l’opera audiovisiva monumentale di arte sociale di Angelo Bonello, tra i pionieri internazionali della Light Art Urbana: una grande croce Led alta sei metri che si accende all’ingresso della Metro Rebibbia come un’apparizione inattesa. Non è un simbolo religioso, ma una presenza viva nello spazio pubblico, capace di mettere in relazione il carcere e la città. L’opera nasce da un lavoro corale in cui l’artista e il team hanno scelto di immergersi con empatia nella realtà di Rebibbia, lasciandosi attraversare dalle storie dei detenuti. Le loro voci diventano immagini e parole che abitano la superficie della croce: volti, frammenti di memoria, mancanze e speranze restituiti alla comunità. Ogni testimonianza si fa domanda aperta per chi passa: che cosa non potremo mai dimenticare della nostra vita? E che cosa non dovremmo mai dimenticare, come società? L’installazione trasforma così uno snodo urbano in un luogo di ascolto e confronto intimo, dove chi guarda entra in dialogo con chi vive “oltre le mura”.

L’artista e direttore artistico Angelo Bonello ha spiegato: “Questa croce non è un monumento alla fede, ma un varco aperto nello spazio urbano che mette in comunicazione il dentro e il fuori del carcere di Rebibbia. Sulle sue superfici scorrono volti e parole che non chiedono indulgenza, ma solo ascolto, un taglio stretto nell’oscurità, attraverso cui i detenuti osservano il mondo e attraverso cui il mondo osserva loro. È uno scambio simmetrico in cui chi guarda è guardato, un invito a capire che una società si rivela da come osserva chi ha sbagliato e che a volte basta uno sguardo per ritrovare l’umano”.

Il fotografo Guido Gazzilli, a partire dalle memorie di luoghi, odori, volti, oggetti e sensazioni, ha selezionato alcune immagini dal proprio archivio fotografico trasformandole, attraverso i disegni e i testi dei detenuti, in un corpus di opere corali, intime e potenti. I lavori, che saranno esposti in formato poster alla Metro Rebibbia, restituiscono alla città uno sguardo dalla soglia del carcere, mettendo in luce il talento e la sensibilità dei detenuti coinvolti nel progetto. Il percorso è stato possibile grazie al coordinamento di Guido Pietro Airoldi, il supporto della psicologa a psicoterapeuta Maria Daria Giri e dell’educatrice penitenziaria Giuseppina Boi oltre alla partecipazione delle assistenti creative Vittoria Cattozzi e Petra Bonello.

La tre giorni si apre il 12 dicembre, dalle 10:30 alle 13 all’ingresso della Metro Rebibbia, con l’inaugurazione dell’installazione audiovisiva di Angelo Bonello, la presentazione del libro “Everyday Shoes” di Guido Gazzilli, che raccoglie le opere del fotografo e di oltre 50 artisti da tutto il mondo, realizzate insieme ai detenuti di alcuni istituti penitenziari italiani, e prosegue con la raccolta delle testimonianze di chi vive fuori dal carcere, oltre agli interventi di esperti su giustizia, arte e inclusione. Durante la mattina sarà inaugurata anche la mostra “Storie del quartiere Rebibbia attraverso il fumetto”, a cura di Carlo Labieni, Scuola Romana dei Fumetti dove gli studenti raccontano il quartiere attraverso tavole originali, installazioni luminose e videoracconti, mostrando come la vita quotidiana fuori dal carcere conviva con questa presenza.

Si chiude il 14 dicembre, in occasione del Giubileo dei Detenuti, l’ultimo evento dell’anno giubilare che è stato inaugurato lo scorso anno dall’apertura straordinaria della quinta Porta Santa proprio all’interno del carcere di Rebibbia. In questa giornata, dedicata non solo ai carcerati ma anche ai familiari, al personale del carcere e ai volontari che lavorano all’interno del sistema penitenziario, Amir Issaa, rapper, scrittore e divulgatore di cultura Hip Hop, porta in piazza il suo reading musicale con showcase “Vivo per questo”: una performance di circa un’ora tra parole, musica e proiezioni, che intreccia autobiografia, rapporto con la detenzione e possibilità di riscatto.

Ue, flash mob +Europa: Europa reagisca a Trump, governo Meloni ambiguo

Roma, 9 dic. (askanews) – “L’attacco di Trump all’Europa segna uno spartiacque. I paesi europei, i cittadini europei debbono reagire, prendere in mano il loro destino e chiedere più Europa, chiedere una maggiore integrazione europea a partire dalla politica estera e di difesa”. Lo ha detto Riccardo Magi, leader di +Europa, davanti a palazzo Chigi dove è stato organizzato un flash mob per accogliere il presidente dell’Ucraiona Volodymyr Zelensky, a colloquio con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. I rappresentanti di +Europa hanno srotolato una grande bandiera realizzata cucendo 27 vessilli della Ue, con al centro una bandiera ucraina: oltre a Magi e a Benedetto Della Vedova, presenti anche i parlamentari di Pd e Azione, Filippo Sensi e Giulia Pastorella, oltre a Eric Joseph, dell’associazione EuropaNow!.

“In questo momento l’Ucraina sta difendendo i valori dell’Europa, dello Stato di diritto, della democrazia liberale. Per questo la questione Ucraina riguarda il futuro di sicurezza dell’intera Europa. Il presidente Mattarella ce l’ha detto più volte in modo chiarissimo, quello che noi chiediamo però, anche al governo italiano e alla presidente Meloni che accoglie il presidente Zelensky, è di uscire dall’ambiguità, è di essere tra i paesi che vogliono maggiore integrazione politica, tra i paesi che non si nascondono dietro il diritto di veto nel Consiglio europeo. Meloni ancora poche settimane fa in Parlamento ci ha detto che a lei piace il diritto di veto, allora il cortocircuito dei nazionalisti è ormai chiaro: vogliono un’Europa che non funzioni per continuare a dire che la colpa di tutto è dell’Europa che non funziona. Non pensiamo che questo sia l’interesse degli italiani e di tutti gli europei”.

La posizione di Meloni sull’Ucraina finora noi l’abbiamo sostenuta e l’abbiamo condivisa – ha proseguito Magi – ma il governo italiano ha sempre 2-3 posizioni. C’è la posizione più filo-europea di Tajani, quella filo-putiniana di Salvini e poi c’è il silenzio un po’ imbarazzato all’inizio di Meloni che poi si chiarisce. Noi vogliamo un governo italiano che dia una spinta politica verso maggiore integrazione, non un governo italiano che viva quotidianamente nell’ambiguità”.

Per il Dem Filippo Sensi, la manifestazione di oggi può essere “il viatico per una manifestazione di piazza per l’Europa e per l’Ucraina: oggi la linea di divisione che passa nella politica è tra chi sta con l’Ue e con l’Ucraina e chi no”.

Migranti, Nordio: decisioni Ue ottimo viatico per centri Albania

Bruxelles, 9 dic. (askanews) – Le decisioni di ieri del Consiglio Affari interni dell’Ue, sulla lista dei “paesi terzi sicuri”, in cui gli Stati membri potranno inviare i migranti irregolari in attesa di risposta per le loro domande di asilo o in attesa di rimpatrio, e dei “paesi di origine sicuri” per i rimpatri, saranno “certamente” sufficienti affinché si possano utilizzare i centri italiani per i migranti in Albania senza ostacoli da parte dei giudici. Lo ha assicurato oggi a Bruxelles il ministro della Giustizia Carlo Nordio, rispondendo a una domanda durante un breve incontro coi giornalisti alla fine della riunione del Consiglio Giustizia dell’Ue.

“Certo” ha risposto Nordio. “Naturalmente, la situazione in questo momento è ancora soggetta alla decisione finale del cosiddetto ‘trilogo’ (il negoziato legislativo a tre fra Consiglio Ue, Europarlamento e Commissione europea, ndr), ma è un eccellente viatico verso una soluzione definitiva, che porterà chiarezza sia dal punto di vista giurisprudenziale, sia dal punto di vista operativo”.

“Quindi – ha continuato Nordio – siamo enormemente soddisfatti e siamo certi che entro pochissimo tempo questa, diciamo, confusione che c’era stata fino ad oggi nella giurisprudenza e nella gestione dei flussi migratori sarà definitivamente accertata proprio in ambito normativo, e quindi – ha concluso il ministro – non ci sarà più spazio per esitazioni dal punto di vista giurisprudenziale”.

Al Teatro Ghione di Roma "Casa Azul. A cena da Frida…"

Roma, 9 dic. (askanews) – Venerdì 12 dicembre alle ore 20:30, il Teatro Ghione di Roma apre le sue porte a Casa Azul – A cena da Frida… portate la tequila!, uno spettacolo originale di e con Daniela Del Moro, per la regia di Manuela Metri, con la partecipazione straordinaria di Fioretta Mari, musica dal vivo, performance coreografiche e un allestimento visivo che fonde teatro, arte e narrazione. Una produzione STArt, che invita il pubblico a sedersi idealmente alla tavola della pittrice messicana più iconica del Novecento per celebrare con lei una notte di festa, memorie e rivelazioni.

L’idea nasce da un’immagine potente: una cena a Casa Azul, la celebre dimora di Frida Kahlo a Coyoacán, oggi museo e simbolo di una vita vissuta nell’eccesso della passione, dell’arte e del dolore. La serata è quella in cui Frida si prepara a risposare Diego Rivera, in un secondo matrimonio che sa di follia, ostinazione e riscatto. In questa cornice, reale ma sospesa tra ricordo e immaginazione, prende forma una rappresentazione che mescola i piani del racconto biografico, della riflessione intima e del gioco teatrale.

Lo spettacolo si apre con un palco ancora in movimento: il sipario è appena socchiuso, i tecnici sistemano gli ultimi dettagli, i musicisti accordano gli strumenti, ballerini e cameriere si muovono distrattamente, tra battute e piccoli inciampi. È il tempo della “prova generale”, ma anche della rivelazione. La narratrice – incarnata da Daniela Del Moro – prende in mano il ritmo della scena, guidando il pubblico attraverso un racconto frammentato e coinvolgente, fatto di parole, immagini e interazioni. Chiama a sé i protagonisti, coordina gli imprevisti, si rivolge agli spettatori come se fossero parte del banchetto, complici, invitati.

Al centro della narrazione, Frida Kahlo appare nelle sue mille forme: giovane moglie fragile, artista ribelle, icona pop e donna dolente. Le sue lettere, i suoi diari, le sue parole pungenti – lette da Fioretta Mari con un tono ironico e profondo – si intrecciano a un mondo fatto di musica dal vivo (con Giovanna Famulari al violoncello e alla voce, Gianluca D’Alessio alla chitarra), coreografie fisiche ed evocative (Anna Gargiulo e Francesco Bax), maschere e opere visive create da Ombretta Luciani, in un impianto visivo che restituisce l’anima caleidoscopica di Frida e della sua Casa Azul.

Concepito come un’esperienza teatrale multisensoriale, in cui si fondono racconto, arte e memoria, Casa Azul – A cena da Frida… portate la tequila! rappresenta un omaggio a una donna che ha saputo trasformare il dolore in bellezza, il corpo in linguaggio, la casa in opera d’arte. È un invito ad avvicinarsi o a riscoprire una figura che continua a parlare al presente: autentica, pasionaria e coraggiosa, in cerca della vera ricetta della felicità anche attraverso amori impossibili, una tragica condizione di salute e una pittura che non vuole risparmiare nulla.

Radio Deejay omaggia Ornella Vanoni con la canzone di Natale 2025

Roma, 9 dic. (askanews) – La canzone di Natale di Radio Deejay quest’anno è un omaggio a Ornella Vanoni, una delle interpreti più profonde e iconiche della musica italiana. Da oggi, martedì 9 dicembre, “La voglia, la pazzia”, brano del 1976 di Ornella Vanoni – realizzato in collaborazione con il cantautore brasiliano Vinícius de Moraes e il chitarrista Toquinho, su testo del poliedrico Sergio Bardotti – cantato da tutti i talent della radio, sarà trasmesso su Radio Deejay per tutto il periodo natalizio.

“Quest’anno è stata la canzone di Natale a scegliere noi, e non viceversa” – dichiara Linus, direttore editoriale e artistico di Radio Deejay – “Quando lo scorso 21 novembre la grande Ornella Vanoni ci ha lasciati, abbiamo subito pensato a un omaggio speciale, da parte di tutta la grande famiglia di Radio Deejay. La nostra canzone di Natale, una tradizione da ormai oltre 30 anni, caso unico nella radiofonia italiana e forse il momento più atteso dai nostri ascoltatori, ci è sembrato il regalo più bello che potessimo farle. Nello specifico, il brano ‘La voglia, la pazzia’, ci è sembrato racchiudere tutte le sfumature della sua grande arte e della sua personalità eclettica, ironica e geniale. Questo Natale, cara Ornella, lo dedichiamo a te”.

La canzone di Natale è ormai un appuntamento immancabile, un rito collettivo fatto di musica e leggerezza. Tra i brani del repertorio di Ornella Vanoni, la radio ha scelto proprio “La voglia, la pazzia” perché rappresenta un invito a vivere il presente e a godersi l’amore in modo assoluto, senza pensare al futuro, augurando così a tutti i suoi ascoltatori un Natale capace di dare davvero la “buonanotte all’incertezza, ai problemi e all’amarezza”.

La registrazione del brano ha visto la collaborazione di Paola Folli nel ruolo di vocal coach di tutti i deejay. Nei prossimi giorni e fino al 25 dicembre è prevista inoltre una programmazione ad hoc con tutte le canzoni realizzate da Radio Deejay in questi 3 decenni, insieme ai grandi classici natalizi.

Firmate le nuove Indicazioni per la scuola. Valditara: "Si volta pagina"

Roma, 9 dic. (askanews) – “Con la firma delle nuove Indicazioni nazionali si volta pagina. Dal prossimo anno scolastico vi sarà il ritorno della centralità della storia occidentale, la valorizzazione della nostra identità, la riscoperta dei classici che hanno contraddistinto la nostra civiltà. Ripristiniamo inoltre il valore della regola, a partire da quella grammaticale, e del latino. Ciò non costituisce il ritorno a un passato superato. Regole grammaticali e latino rappresentano fondamenti che consentiranno ai nostri ragazzi di crescere consapevoli della nostra lingua, con maggiore padronanza espressiva e più forte pensiero critico. Al tempo stesso innoviamo i programmi di matematica e scienze perché, partendo dal reale, possano appassionare i giovani, e mettiamo al centro la cultura del rispetto e della lotta contro ogni discriminazione”. Così ha dichiarato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.

“Sono programmi fortemente innovativi, che giungono al termine di un lavoro poderoso durato quasi due anni e che ha coinvolto il comitato tecnico presieduto dalla professoressa Perla, i componenti delle sottocommissioni e il Ministero. Un lavoro fatto di ascolto e confronto con la comunità scolastica e scientifica e di interlocuzione con le diverse istituzioni deputate ad esprimersi. A tutti coloro che hanno contribuito alle Nuove Indicazioni va il mio sentito ringraziamento. Agli insegnanti e agli studenti, per i quali queste Indicazioni sono state concepite, l’augurio di buon lavoro”, conclude il ministro.

Balletto di Roma, all’Auditorium Conciliazione "Natale che Danza 65.0″

Roma, 9 dic. (askanews) – Natale che Danza 65.0 è il nuovo progetto del Balletto di Roma, sostenuto da MIC e Regione Lazio, per celebrare le festività natalizie nel luogo simbolo dell’Anno Giubilare e festeggiare i 65 anni di storia del Balletto di Roma. Una programmazione innovativa che porta in scena la danza, restituendo alle famiglie, ai visitatori e al pubblico internazionale un’occasione speciale per vivere in teatro emozioni prenatalizie.

Celebrare il Natale attraverso la danza per offrire uno spazio di incontro e condivisione, proponendo spettacoli capaci di dialogare con generazioni diverse e di nutrire un bisogno culturale durante il periodo più suggestivo dell’anno. Dalla tradizione russa reinterpretata nello Schiaccianoci di Massimiliano Volpini, all’omaggio ad Astor Piazzolla, fino al Gala di Urban Dance diretto da Andrea Alemanno, il progetto integra anche una finestra di discussione su un tema oggi centrale e molto dibattuto nel settore: la relazione tra danza e sport. Nasce così un dialogo che unisce sensibilità, linguaggi e prospettive differenti. Questa è la danza che il Balletto di Roma desidera offrire al pubblico della città eterna: un percorso che accoglie stili e temi diversi – dal classico al contemporaneo fino all’urban – e che trova nell’Auditorium Conciliazione un palcoscenico ideale per vivere la magia della danza.

Da qui prende forma Natale che Danza 65.0, un evento che ospita i danzatori della storica Compagnia romana, artisti di livello internazionale e talenti emergenti delle arti performative e urbane. Dal 17 al 21 dicembre il programma prevede spettacoli, workshop e incontri formativi che offrono una visione ampia della danza, tra tradizione e innovazione.

In cartellone figurano produzioni già applaudite in Italia e all’estero, presentate oggi al pubblico internazionale della capitale per rispondere alle esigenze di una programmazione stabile dedicata alla grande danza italiana d’autore. La Compagnia, oggi riconosciuta come Marchio Storico d’Interesse Nazionale dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, conferma così il proprio ruolo di riferimento grazie al dialogo tra memoria e sperimentazione, irradiando dall’Auditorium Conciliazione la sua solida identità.

Il 17 dicembre il sipario si apre con Astor. Un secolo di Tango, presentato in un nuovo allestimento per il 2025: un recital di parole, musica e danza dedicato all’eredità di Astor Piazzolla. La regia di Carlos Branca, con la voce narrante di Vincenzo Bocciarelli, si combina alle coreografie di Valerio Longo, agli arrangiamenti e musiche originali di Luca Salvadori, agli straordinari danzatori in scena del Balletto di Roma e alle musiche suonate dal vivo dal M° Mario Stefano Pietrodarchi al bandoneon e fisarmonica, uno tra i più importanti esecutori al mondo della musica di Piazzolla.

Il 18, 19 e 20 dicembre torna il classico natalizio Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini, su musica di P. I. Cajkovskij, arricchito dalle azioni coreografiche di urban dance della LICC / Urban Company a cura di Martina Licciardo. La versione fotografa il balletto come riflessione sull’ambiente attraverso le sue scene e costumi di Erika Carretta e sulla complessità umana, trasferendo la lettura del grande repertorio russo dalla casa borghese all’estrema periferia urbana dove la creatività e la fantasia delle giovani generazioni si trasformano in felicità senza spazio e tempo.

Per il 19 dicembre prevista una tavola rotonda aperta al pubblico e operatori del settore dal titolo “Dal 1960 tra danza e sport: quale futuro per le discipline coreutiche?”, con la partecipazione di studiosi, ricercatori ed esperti del settore, tra cui Nika Tomasevic e Nico Bortoletto, curatori del volume in anteprima “Danza e Sport. Storia, arte, educazione e movimento” (FrancoAngeli editore), insieme a Francesca Magnini, Direttrice Artistica della Compagnia del Balletto di Roma e docente di Progettazione e Produzione dello Spettacolo presso il Dipartimento SARAS dell’Università di Roma La Sapienza e Paola Besutti, Direttrice del Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo. Un appuntamento che si inserisce pienamente nel contesto degli spettacoli, arricchendone la visione e offrendo un dialogo completo e di visione futura per la danza.

Il 21 dicembre è dedicato all’universo dell’urban dance con incontri, speech, performance e momenti di confronto tra artisti, coreografi, insegnanti e operatori. Uno spazio di incontro, un momento di dialogo in cui la danza urbana possa esprimere la propria forza comunicativa e favorire lo scambio e valorizzazione artistica. La giornata si conclude con lo spettacolo DRIFT – Urban Dance Gala, che riunisce ospiti e realtà da tutta Italia per raccontare l’evoluzione della danza urbana in una venue d’eccezione e celebrarne la pluralità nelle sue forme: tecnica, fisica, emotiva e narrativa. Un racconto collettivo in cui le differenze di linguaggio, tecnica e stile diventano motore di crescita e confronto.

Nei giorni 17, 19, e 21 dicembre, gli artisti coinvolti guideranno laboratori di danza contemporanea e lezioni di urban dance, percorsi che intrecciano pratiche e visioni e trasformano la danza in un luogo di scambio e trasmissione condivisa. Cinque serate sull’importante palcoscenico di Via della Conciliazione: una nuova programmazione ideata per dare valore alla danza tutta e per tutti, quella che il Balletto di Roma promuove da sempre e che oltre un milione di spettatori hanno già applaudito negli ultimi vent’anni.

Stroppa: Elon Musk ama l’Europa, non il mostro che la Ue è diventata

Roma, 9 dic. (askanews) – “Elon Musk ama l’Europa, ma non il mostro burocratico che è diventato a scapito della sua stessa crescita”. E’ quanto dichiarato da Andrea Stroppa nel corso della trasmissione di Nicola Porro “10 minuti” andata in onda su Rete 4. Intervenuto per chiarire quanto lo stesso Elon Musk, e non solo lui, dichiara da tempo in merito all’Europa e di come, da diversi anni, il Vecchio continente guardi più al passato che al futuro, Stroppa ha voluto sottolineare come le parole di Musk riguardino la preoccupazione per un’Europa che sta dimostrando incapacità a cogliere e fornire risposte adeguate ai profondi cambiamenti in atto in ambito sociale, economico e tecnologico, dando priorità ai vincoli normativi che ne hanno fatto un mostro burocratico.

Musk, ha sottolineato Stroppa, considera il rapporto Europa-USA il rapporto più importante per l’occidente. Le stesse aziende di Elon Musk hanno investito miliardi di euro in Europa e danno lavoro diretto a circa 15.000 persone, alimentando contestualmente un estesa rete di indotto attraverso i rapporti intrattenuti con centinaia di aziende fornitrici. La considerazione di Musk per l’Europa è confermata inoltre dalla sua passione per la storia del nostro continente, in particolar modo quella dell’antica Roma in merito alla quale la sua Fondazione ha finanziato numerosi progetti di ricerca e studio.

I problemi strutturali dell’Europa, d’altro canto, non li ha evidenziati solo Musk ma anche Mario Draghi nel suo rapporto sulla Competitività dove ha richiamato l’attenzione su come la iper regolamentazione rappresenti un vincolo per la competitività europea.

Anche in merito all’immigrazione, “contrariamente a interpretazioni strumentali che sono state fatte di alcune sue dichiarazioni – ha detto Stroppa- Musk sostiene fortemente l’immigrazione purché sia legale e qualificata, mentre quella che arriva in Europa in modo illegale non è un’immigrazione qualificata e, nel lungo periodo, accogliere tante persone in maniera incontrollata non solo farà sì che non si potranno aiutare le persone che arrivano in cerca di un nuovo futuro ma non si potranno neanche offrire servizi adeguati alle persone che nascono e vivono nei paesi europei di appartenenza”.

Sulla competitività futura dell’Europa, Stroppa ha infine evidenziato che Automotive, Spazio, Informazione digitale e Intelligenza Artificiale “sono i quattro settori che guideranno lo sviluppo e la trasformazione nei prossimi anni: su tutti oggi l’Europa è in difficoltà, nonostante abbia avuto in passato, ad esempio nello Spazio, un ruolo molto importante in particolar modo con l’Italia che di questo settore è’ sempre stata leader. Ed è in quest’ottica che vanno prese le esortazioni du Elon Musk affinché l’Europa riprenda in mano il proprio futuro”.

Ambiente, Custodi del Suolo 2025: un weekend dedicato alla terra

Napoli, 9 dic. (askanews) – La Fondazione MIdA e il Museo del Suolo hanno celebrato la Giornata Mondiale del Suolo con un weekend, dal 5 al 7 dicembre, dedicato alla conoscenza e alla scoperta della terra. L’evento ha incluso incontri con esperti, la premiazione dei Custodi del Suolo 2025, attivit gratuite per le famiglie e un laboratorio creativo con Giovanni Muciaccia. Il momento clou stato il convegno del 5 dicembre, “Il Suolo vivo e i suoi custodi”, accompagnato dalla consegna dei riconoscimenti simbolo dell’iniziativa.

A seguire, la cerimonia dei Custodi del Suolo 2025 ha premiato cinque protagonisti della tutela e della divulgazione del suolo: Claudio Zaccone, per la ricerca sul carbonio e la scienza del suolo; Paolo Pileri, per la divulgazione e la pianificazione territoriale sostenibile; Tessa Gelisio, per la sensibilizzazione ambientale rivolta al grande pubblico; Giuseppe Cilento, per una vita dedicata alla rigenerazione della terra; e la Re Soil Foundation, per il ruolo guida nelle strategie nazionali di rigenerazione del suolo. Cos Tessa Gelisio, conduttrice e autrice televisiva: “Proteggere il suolo scatena un vero e proprio effetto farfalla. Innanzitutto si aumenta l’attivit e la biodiversit microbiotica, si accresce la capacit del suolo di trattenere l’acqua e stoccare anidride carbonica. Inoltre, protegge dall’erosione. Pu sembrare quindi un atto semplice e locale, salvare anche un solo metro quadrato di suolo fertile dalla cementificazione, ma i suoi effetti sono globali: aumenta la resilienza e il benessere del nostro pianeta, e quindi il nostro benessere che da esso dipende”.

Il premio nasce con l’obiettivo di far crescere una comunit impegnata nella diffusione di buone pratiche e conoscenza, contribuendo alla creazione di un movimento culturale che rimetta la terra al centro delle scelte future. Vincenzo Michele Sellitto, direttore del Museo del Suolo, ha dichiarato: “Oggi tutti noi ci dedichiamo sempre di pi a spiegare quanto sia importante il suolo, la sua funzionalit negli agroecosistemi e per il sostentamento dell’umanit. Potrebbe davvero esistere la civilt senza un substrato vivo che la sostiene? Chi viene al museo fa un percorso, un viaggio, e il nostro obiettivo trasmettere non solo la conoscenza, ma anche l’importanza di ci che possiamo fare per proteggerlo. Un messaggio che non solo per i bambini – sicuramente il museo li attira naturalmente – ma soprattutto per gli adulti che lavorano nel settore agricolo, i quali gi domani, dopo aver visitato il museo, possono applicare una buona pratica per difendere il suolo”.

Le celebrazioni della Giornata Mondiale del Suolo hanno rappresentato un momento prezioso per condividere conoscenze e valori con tutte le generazioni. Cos Maria Rosaria Carfagna, Presidente della Fondazione MIdA: “Ci dedichiamo principalmente alla divulgazione nelle scuole perch pensiamo che gli studenti possano farsi portatori, per le future generazioni, di un messaggio molto importante: l’ambiente parte integrante della nostra Costituzione. Mi riferisco all’articolo 9, recentemente riformato, che riconosce la tutela della biodiversit e del suolo, oltre alla protezione degli animali, come elemento fondamentale per preservare la salute delle prossime generazioni”. Il weekend poi proseguito con laboratori, visite gratuite al Museo del Suolo e lo spettacolo creativo di Giovanni Muciaccia, che domenica 7 dicembre ha coinvolto famiglie e giovani in attivit di riciclo e fantasia.

Corruzione, Conte: industria prospera, strada spianata dal Governo

Roma, 9 dic. (askanews) – “Insieme a quella delle armi c’è un’altra industria che va a gonfie vele: quella delle mazzette e della corruzione, che non abbassa i tentacoli sui soldi pubblici, ma dilaga e vede raddoppiare i casi, le inchieste, gli indagati, come fotografano i numeri di Libera”. Lo ha scritto sui suoi canali social il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, secondo il quale “la strada è spianata con un Governo che fa a pezzi la nostra legge Spazzacorrotti, indebolisce e taglia le intercettazioni, cancella l’abuso d’ufficio, avvisa prima dell’arresto colletti bianchi, corrotti e corruttori grazie alle ‘brillanti’ leggi di Nordio, che ora vorrebbe anche rendere i politici intoccabili dalla magistratura chiedendo il ‘sì’ al referendum”.

“Se vogliamo cambiare – ha soste4nuto ancora l’ex premier – bisogna aprire gli occhi, partecipare e reagire. Non si può fare certo come Meloni, che fischietta di fronte al disastro del centrodestra in Sicilia con gli appalti truccati in sanità mentre le persone aspettano 8 mesi un referto che potrebbe salvargli la vita”, ha concluso Conte.

Prodi: il disprezzo di Trump fa leva sull’incapacità a decidere della Ue

Milano, 9 dic. (askanews) – “Il disprezzo del presidente Usa ha potuto contare sull’incapacità dell’Ue di decidere che ha provocato debolezza esterna e interna con la nascita nazionalismi e populismi”. Lo ha detto l’ex Premier e Presidente della Commissione Ue Romano Prodi alla cerimonia di consegna del premio Ispi 2025 a lui assegnato.

“La debolezza dell’Ue rende facile il compito di un presidente che sta voltando le spalle alla storia del suo stesso paese, che odia la democrazia e vede il futuro del mondo in un rapporto diretto con dittatori e oligarchi o chiamateli poteri assoluti”.

“Questo è quello che sta facendo e che farà anche in futuro dall’Ucraina a qualsiasi altro orizzonte del mondo. Odia quindi l’Europa perché ha un disegno politico nuovo per gli Stati Uniti, spero provvisorio, in cui Europa è un impiccio”, ha concluso.

Trump intervistato da "Politico" attacca ancora Zelensky

Roma, 9 dic. (askanews) – Per l’Ucraina è giunto il momento di tenere delle elezioni e far scegliere il popolo: lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intervistato dal sito di Politico. “È passato molto tempo, penso che sia giunto il momento. Stanno usando la guerra per non indire delle elezioni, ma penso che il popolo ucraino dovrebbe avere questa scelta. E forse vincerebbe Zelensky. Non so chi vincerebbe, ma non hanno indetto elezioni da molto tempo. Parlano di democrazia, ma si arriva a un punto in cui non è più una democrazia”, ha dichiarato.

Zelensky – ha ribadito Trump – dovrebbe leggere le proposte di accordo presentate da Washington. E farebbe meglio ad accettarle, perché sul campo di battaglia l’Ucraina sta avendo la peggio: “La Russia ha il sopravvento. E l’ha sempre avuto. Sono molto più grandi. Sono molto più forti in questo senso”.

Che l’Ucraina non sarebbe mai dovuta entrare nella Nato era un’intesa che esisteva già da molto tempo, così anche Trump intervistato dal sito di Politico. “Non sono rimasti molti(Paesi che possano aderire alla Nato, Ndr.) a pensarci bene, giusto? Non sono rimasti poi così tanti. C’era sempre stata un’intesa sul fatto che l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato, e questo già molto prima di Putin, in tutta onestà”, ha concluso.

Ue, Prodi: disprezzo di Trump fa leva su incapacità Europa a decidere

Milano, 9 dic. (askanews) – “Il disprezzo del presidente Usa ha potuto contare sull’incapacità dell’Ue di decidere che ha provocato debolezza esterna e interna con la nascita nazionalismi e populismi”. Lo ha detto l’ex Premier e Presidente della Commissione Ue Romano Prodi alla cerimonia di consegna del premio Ispi 2025 a lui assegnato.

“La debolezza dell’Ue rende facile il compito di un presidente che sta voltando le spalle alla storia del suo stesso paese, che odia la democrazia e vede il futuro del mondo in un rapporto diretto con dittatori e oligarchi o chiamateli poteri assoluti”.

“Questo è quello che sta facendo e che farà anche in futuro dall’Ucraina a qualsiasi altro orizzonte del mondo. Odia quindi l’Europa perché ha un disegno politico nuovo per gli Stati Uniti, spero provvisorio, in cui Europa è un impiccio”, ha concluso.

Artigiano in Fiera: a Milano le arti dall’Italia e dal mondo

Milano, 9 dic. (askanews) – Si aperto Artigiano in Fiera. La manifestazione, giunta alla 30 edizione, in programma fino a domenica 14 dicembre, con ingresso gratuito presso Fieramilano Rho tutti i giorni dalle 10:00 alle 22:30. L’appuntamento si conferma come la principale vetrina internazionale dedicata alle arti e ai mestieri, con ben 2.800 espositori provenienti da 90 Paesi dei 5 continenti, distribuiti su 9 padiglioni. Quest’anno, con il tema ” il momento della persona”, la fiera rinnova la sua missione di valorizzare e sostenere gli artigiani di tutto il mondo che, con il loro saper fare, incarnano l’espressione autentica di un’umanit al lavoro.

Cos Antonio Intaglietta, presidente Gefi ed ideatore di Artigiano in Fiera: “Il tema guida di questa edizione la persona al centro. Le persone, qui, trasmettono cultura e saper fare attraverso la loro tradizione. E rappresentano le culture di tutto il mondo. Tutte le Regioni italiane sono protagoniste. Inoltre, possiamo contare su una presenza importante sul fronte internazionale, dall’America all’Africa terminando per l’Oceania. Abbiamo tutto il mondo rappresentato qui. Io consiglio ai visitatori di prendere la mappa e muoversi a sentimento, per trovare mille curiosit e storie appassionanti”.

La cerimonia di apertura, che si tenuta nell’Area istituzionale della Regione Siciliana, ha visto la partecipazione anche di Edmondo Tamajo, Assessore alle Attivit Produttive della Regione Siciliana, confermando la Sicilia quale protagonista di Artigiano in Fiera.

“Per noi un onore essere qui – afferma Edmondo Tamajo, assessore alle attivit produttive della Regione Sicilia – ma anche una responsabilit. Come Regione Siciliana investiamo molto su questo evento. Sono circa 200 le imprese artigiane che qui creano relazioni commerciali, rafforzano la loro competitivit e cercano di crescere. Per noi un motivo di orgoglio e vanto aver ospitato nell’area Sicilia le autorit, tra cui il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, in occasione dell’inaugurazione dei trent’anni di Artigiano in Fiera. Come Regione, stiamo utilizzando tutte le opportunit che la Sicilia ha a disposizione, tra cui una misura, di nome “Pi artigianato”, che d la possibilit annualmente alle imprese artigiane di investire, con investimenti a fondo perduto per l’acquisto di scorte, per ampliare le aziende, per l’abbattimento degli interessi passivi. Poi abbiamo adottato altre misure per quanto riguarda un percorso di innovazione e digitalizzazione. Bisogna innovarsi e camminare alla stessa velocit delle imprese italiane ed europee”.

La trentesima edizione di Artigiano in Fiera, oltre a confermarsi la destinazione ideale per fare il pieno di regali di Natale originali e di qualit, anche l’occasione per viaggiare tra i tanti sapori e cucine dell’Italia e del mondo in un’incredibile variet di specialit da assaggiare e comprare.

Confindustria fa sapere che 2 imprese su 3 non trovano personale

Roma, 9 dic. (askanews) – Difficoltà nel reperimento di personale per oltre due imprese per tre. A lanciare l’allarme è Confindustria nell’Indagine sul lavoro. Tra le imprese che avevano in corso ricerche di personale al momento dell’indagine, il 67,8% ha riportato di aver riscontrato difficoltà, una percentuale molto simile a quella rilevata un anno prima (69,8%). La quota di imprese che dichiarano difficoltà è più elevata nell’industria (72,9%) che nei servizi (61,3%) e cresce con la dimensione aziendale, dal 59,9% nelle imprese piccole, al 72,6% in quelle medie e al 78,9% nelle grandi.

Le maggiori problematiche emergono per le competenze tecniche (come per manutenzione, installazione e tecnologie, produzione, logistica, informatica di base, ecc.), segnalate da oltre la metà delle imprese con difficoltà di reperimento (57,1%). Risultano molto diffuse anche le difficoltà di reperimento per mansioni manuali (46,3%), soprattutto nell’industria (57,6% rispetto a 31,8% nei servizi).

Vi è poi quasi un quinto delle imprese (18,5%) che riportano difficoltà a reperire competenze trasversali. D’altronde anche le competenze digitali (per esempio, per progettazione, prototipazione, sviluppo infrastrutture digitali, sviluppo e gestione algoritmi, analisi dei dati, ecc.) risultano difficili da reperire per una quota simile di imprese (18,4%). Per queste due tipologie di competenze sono le imprese dei servizi a rilevarne la scarsità in maniera più frequente rispetto alle imprese dell’industria.

La gran parte delle imprese che segnalano difficoltà di reperimento (84,1%) intraprende azioni per farvi fronte. Tra le aziende che hanno indicato almeno una “contromisura” in atto, quella più diffusa risulta la formazione del personale attualmente in forza (56%), seguita dal ricorso a servizi esterni, come consulenze e collaborazioni (52,9%) e dall’allargamento del bacino di ricerca in termini di aree geografiche o metodologie di recruitment (40,2%).

Confesercenti, Gronchi: imprese fondamentali per coesione e equità

Roma, 9 dic. (askanews) – Un patto sociale sul lavoro, che contrasti dumping e contratti pirata; un progetto nazionale di rigenerazione urbana, che realizzi eventi, coesione sociale e rivitalizzi i centri urbani; una “nuova visione” della rappresentanza, puntando a migliorare la coesione. Sono i punti chiave elencati dal presidente di Confesercenti, Nico Gronchi durante la sua relazione per l’assemblea annuale in corso a Roma.

“Oggi i nostri imprenditori agiscono sempre più diversificando e moltiplicando la presenza in più punti vendita, ma mantengono la cultura ed il valore sociale che è intrinseco nella ‘bottega’ – ha detto -. Si ibridano, entrano in multicanalità, ma rimangono con radici ben profonde nei propri territori. Le relazioni delle assemblee, normalmente, si chiudono con le richieste al Governo. Quest’anno la chiuderemo con una nostra dichiarazione di impegno. Il ruolo sociale delle imprese, oltre che quello di natura economica, è centrale e fondamentale per garantire coesione ed equità”, ha sottolineato Gronchi.

“Confesercenti vuole essere portatrice dei valori che debbono accompagnare e contraddistinguere l’attività dell’impresa. Ci sono valori da salvaguardare dai quali non si può prescindere. Le imprese dei nostri settori danno lavoro a 4 milioni di addetti, il 20% del complessivo degli occupati. Dal Microcredito, alle garanzie dei confidi, ai servizi welfare, alle intese per le polizze catastrofali, fino al sistema di formazione Confesia per l’intelligenza artificiale”.

“Il nostro obiettivo – ha proseguito – è quello di mettere a disposizione di tutte le imprese, quel qualcosa in più che permetta loro di guardare con maggiore serenità al futuro. Vogliamo crescere e dare opportunità di sviluppo alle imprese e a tutti coloro che vi lavorano. È il nostro ruolo, è nostro dovere, è la nostra missione”.

“Le grandi trasformazioni globali in particolare su sostenibilità e digitale sono temi estremamente attuali e con impatti profondi sulla vita economica e sociale di ognuno di noi. La dimensione europea di molte scelte è ormai l’evoluzione naturale e, a livello nazionale, il quadro di riferimento è definito: la legge di bilancio e la legge annuale sulle piccole medie imprese sono i contenitori per fare scelte concrete a sostegno dell’impresa diffusa”.

A Confesercenti “abbiamo le idee chiare su come leggere, insieme, il futuro delle nostre imprese: sul lavoro – ha detto Gronchi -: un patto sociale che contrasti dumping e contratti pirata, che restituisca valore e dignità al lavoro di commercianti, artigiani, imprenditori, collaboratori e dipendenti, un patto che deve stare in cima all’agenda del Paese; sulle imprese: un progetto nazionale di rigenerazione urbana, che realizzi eventi, coesione sociale e rivitalizzi i centri urbani, attraverso un fondo alimentato dalla tassazione dei giganti del web, è la strada maestra per sostenere commercio e turismo; sulla coesione sociale: Una nuova visione della rappresentanza, della politica e dell’economia che deve essere più coesa, con strumenti e proposte che guardino in particolare a donne, giovani e impresa diffusa”.

“Lavoro, impresa, coesione sociale quindi: questa è la nostra dichiarazione di impegno, per le imprese, per il paese, per il futuro”, ha concluso. (fonte immagine: Confesercenti).

Sono almeno 1.300 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo nel 2025

Roma, 9 dic. (askanews) – “Alla fine del settembre 2025 la stima (per difetto) dei rifugiati e migranti morti o dispersi nel Mediterraneo nell’anno sfiora già le 1.300 unità. Per l’ennesima volta, a pagare il tributo di gran lunga più pesante sono coloro che tentano la traversata del Mediterraneo centrale: 885 vittime”. Lo rileva la Fondazione Migrantes nell’edizione 2025 del report “Il Diritto d’Asilo”, presentato oggi.

“Il 2024 – spiega il dossier – ha visto invece il più alto tributo di vittime mai registrato sia sulla rotta atlantica verso le Canarie (1.239 fra morti e dispersi), sia sui percorsi migratori interni al continente europeo (243). Per rifugiati e migranti il rischio di perdere la vita o di rimanere dispersi sulla rotta del Mediterraneo centrale è oggi pari a 1 caso ogni 58 arrivi sulle coste d’Italia o di Malta. Ma il rischio è ancora più elevato (e in crescita rispetto al 2024) sulla rotta atlantica delle Canarie: 1 caso ogni 33 persone sbarcate sulle isole”.

“Ancora una volta, nel 2025 il numero di migranti e rifugiati deportati dai ‘guardiacoste’ libici in un sistema collaudato di miseria, arbitrio, vessazioni, taglieggiamenti e violenze è in crescita: solo fra gennaio e settembre ne sono già stati fermati in mare quasi 20 mila, contro i 22 mila scarsi di tutto il 2024”, conclude il report.

Un’ambulanza ha travolto un 12enne che andava a scuola a Genova, gravissimo

Genova, 9 dic. (askanews) – A Genova un bambino di 12 anni è stato ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale pediatrico Giannina Gaslini dopo essere stato travolto da un’ambulanza questa mattina in via Archimede mentre si stava recando a scuola. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, che lo hanno intubato e trasferito in codice rosso al Gaslini Il 12enne è giunto in ospedale “emodinamicamente stabile – spiega la direzione sanitaria dell’istituto pediatrico genovese – con unáquadro di politrauma caratterizzato da un trauma cranico di particolare gravità. È stato quindi trasferito ináterapia intensiva, dove è attualmente sottoposto a monitoraggio neurologico avanzato”.

“La prognosi rimane riservata – si legge ancora nel bollettino medico – in ragione della complessità del quadro clinico e della necessità di un’osservazione continua, anche in vista delle valutazioni chirurgiche e specialistiche che potranno rendersi necessarie”. Nel frattempo sono state avviate le indagini per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente ed accertare eventuali responsabilità.

Tennis, 11 italiani al via agli Australian Open

Roma, 9 dic. (askanews) – Sono undici gli italiani nel tabellone principale degli Australian Open 2026, al via il 18 gennaio, con l’entry list annunciata questa notte. Per gli uomini ci saranno Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli, Luciano Darderi, Lorenzo Sonego, Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi, Mattia Bellucci e Luca Nardi, per le donne Jasmine Paolini e Elisabetta Cocciaretto. Tutto, ovviamente, in attesa della qualificazioni. Carlos Alcaraz, attuale numero 1 del mondo e a caccia del Career Grand Slam guida l’entry list maschile. Sinner (2), Musetti (8), Cobolli (21) e Darderi (25) saranno teste di serie nel singolare maschile, mentre la Paolini (8) lo sarà in quello femminile. Alcaraz, che a Melbourne Park non è mai andato oltre i quarti, dovrà vedersela con Jannik Sinner, campione nel 2024 e nel 2025, con i due che ovviamente potranno incontrarsi solo in finale, essendo ai due lati opposti del tabellone. L’azzurro punta a diventare il secondo uomo nell’era Open, dopo Novak Djokovic, capace di conquistare tre titoli consecutivi in singolare agli Australian Open. Novak Djokovic, dieci volte vincitore a Melbourne, arriva da numero 4 del ranking dopo aver centrato tutte e quattro le semifinali dei Major nel 2025, diventando l’uomo più anziano nell’era Open a riuscirci in una singola stagione.

Nel tabellone femminile, accanto a Sabalenka, numero uno del seeding, ci saranno la campionessa in carica Madison Keys, la numero 2 Iga Swiatek — che a Melbourne insegue anche lei il suo Career Slam dopo il trionfo a Wimbledon 2025 — e la regina del Roland Garros Coco Gauff, vittoriosa su Sabalenka nella finale di Parigi. Hanno utilizzato il ranking protetto l’ex numero 1 Karolina Pliskova, la cinese Wang Yafan e il talento thailandese in ascesa Mananchaya Sawangkaew. Quattro gli ingressi con classifica protetta anche nel maschile: i cinesi Shang Juncheng e Zhang Zhizhen, il finlandese Emil Ruusuvuori e il beniamino di casa Thanasi Kokkinakis.

Mediaset acquisisce Radio Norba, storica emittente del Sud Italia

Milano, 9 dic. (askanews) – Mediaset acquisisce Radio Norba, storica emittente radiofonica di riferimento per tutto il sud Italia con sede a Conversano, nel Barese. In una nota il gruppo di Cologno Monzese annuncia che “RadioMediaset amplia il proprio network con l’acquisizione di Radio Norba riconosciuta per qualità editoriale e forte radicamento nel territorio”.

L’operazione, si legge, avviene attraverso il passaggio al controllo del capitale di Genetiko, società editrice di Radio Norba e organizzatrice di eventi musicali come Battiti Live. Marco Montrone, presidente e figlio del fondatore dell’emittente radiofonica, collaborerà direttamente con Mediaset mantenendo il suo ruolo operativo e di amministratore delegato.

L’ingresso di Radio Norba amplia la presenza del gruppo Mediaset nel Sud Italia e ne rafforza il posizionamento nazionale, spiega la nota. “L’integrazione della nuova emittente permetterà, grazie anche alla pluriennale esperienza di Marco Montrone e di Genetiko nella produzione di eventi televisivi come Battiti Live, di sviluppare nuovi progetti editoriali e di creare sinergie operative, sia per una migliore gestione delle frequenze sia per una più efficace valorizzazione delle politiche commerciali nella raccolta pubblicitaria”.

Reporters Sans Frontieres: 67 giornalisti uccisi in un anno, il 43% da Israele

Roma, 9 dic. (askanews) – Dall’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontières (Rsf) pubblicato il 1 dicembre 2024, 67 giornalisti sono stati uccisi a causa del loro lavoro e almeno il 79% di loro è stato vittima di forze armate o gruppi paramilitari (37 giornalisti) e di reti criminali (16 giornalisti).

“L’esercito israeliano è responsabile di oltre il 43%, quasi la metà, dei crimini commessi contro i giornalisti negli ultimi dodici mesi”, si legge nel rapporto di Rsf, in cui si ricorda che in totale, dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, nell’ottobre 2023, “l’esercito israeliano ha ucciso quasi 220 giornalisti, almeno 65 dei quali a causa del loro lavoro o mentre erano al lavoro”.

Nel suo rapporto, Rsf aggiunge che “il 2025 è stato l’anno più letale degli ultimi tre anni per i professionisti dell’informazione in Messico, e il Paese è il secondo più pericoloso al mondo per i giornalisti, con nove morti quest’anno”.

Altri quattro giornalisti sono morti in Sudan, dove è ancora in corso il conflitto tra esercito e forze paramilitari di supporto rapido. “Almeno due giornalisti sono morti dopo essere stati rapiti dalle Forze di Supporto Rapido”, ha precisato Rsf.

Solo due dei giornalisti uccisi negli ultimi 12 mesi sono morti fuori dal loro Paese: il fotoreporter francese, Antoni Lallican, ucciso in un attacco di droni russi in Ucraina, e il giornalista salvadoregno Javier Hércules, ucciso in Honduras, dove viveva da più di dieci anni. “Tutti gli altri sono stati assassinati mentre lavoravano nel loro Paese”, ha rimarcato Rsf.

Al 1 dicembre 2025 risultano quindi 503 giornalisti detenuti in 47 paesi: “La più grande prigione al mondo per giornalisti è ancora la Cina (121), seguita dalla Russia (48) e poi dal Myanmar (47). Sotto la guida di Vladimir Putin, la Russia imprigiona più giornalisti stranieri di qualsiasi altro stato (26), seguita da Israele (20)”.

“Ecco dove porta l’odio per i giornalisti! Quest’anno ha portato alla morte di 67 giornalisti – non per caso, e non sono state vittime collaterali. Sono stati uccisi, presi di mira per il loro lavoro”, ha commentato il direttore generale di Rsf, Thibaut Bruttin, secondo cui “testimoni chiave della storia, i giornalisti sono gradualmente diventati vittime collaterali, testimoni oculari scomodi, merce di scambio, pedine in giochi diplomatici, uomini e donne da ‘eliminare'”.

Il Papa a Zelensky: "Proseguire il dialogo, serve una pace giusta e duratura"

Roma, 9 dic. (askanews) – La guerra in Ucraina è stata al centro dei colloqui tra Papa Leone XVI e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ricevuto questa mattina a Castel Gandolfo. “Durante il cordiale colloquio, il quale ha avuto al centro la guerra in Ucraina – riferisce un bollettino della sala stampa della Santa Sede – il Santo Padre ha ribadito la necessità di continuare il dialogo e rinnovato il pressante auspicio che le iniziative diplomatiche in corso possano portare ad una pace giusta e duratura. Inoltre, non è mancato il riferimento alla questione dei prigionieri di guerra e alla necessità di assicurare il ritorno dei bambini ucraini alle loro famiglie”.

Usa, il National Defence Act, "il freno" al ritiro dall’Europa

Roma, 9 dic. (askanews) – Va al voto in settimana negli Usa Il National Defense Authorization Act (NDAA) , la legge annuale del Congresso degli Stati Uniti che stabilisce le politiche, autorizza le spese e fissa le priorità per il Dipartimento della Difesa. E’i un documento cruciale che plasma la postura militare, di sicurezza e di politica estera americana per l’anno a venire. Il testo del NDAA per l’anno fiscale 2026, pubblicato domenica sera, è frutto di un compromesso bipartisan e pronto per il voto finale. E mette nero su bianco posizioni ‘di compromesso’ su capitoli cruciali come la presenza militare in Europa, introducendo un limite al possibile ridimensionamento del numero di militari stazionati o schierati sul Vecchio Continente, una sorta di freno di emergenza rispetto alle tentazioni di ritiro dall’Europa che sembrano coltivate da Donald Trump e soprattutto dal suo entourage MAGA, il vicepresidente J.D. Vance in prima linea. Complessivamente, autorizza una spesa di circa 900,6 miliardi di dollari e si concentra sul rafforzamento dell’agenda “Peace Through Strength” dell’amministrazione Trump, incorporando molte delle sue direttive esecutive mentre taglia i programmi di diversity e inclusione nel Pentagono.

Uno degli aspetti più importanti, anche dal punto di vista europeo, riguarda gli impegni internazionali degli Stati Uniti. Per l’Europa, il Congresso – se viene approvata la legge – introduce vincoli stringenti per prevenire un disimpegno unilaterale. Il testo proibisce infatti al Dipartimento della Difesa di ridurre il numero di militari americani in Europa al di sotto delle 76.000 unità per più di 45 giorni, a meno che il Pentagono non certifichi al Congresso che gli alleati NATO siano stati consultati e che tale ritiro sia nell’interesse della sicurezza nazionale americana. Inoltre, la legge blocca esplicitamente qualsiasi tentativo del Comandante USA in Europa di cedere il titolo di Supreme Allied Commander Europe (SACEUR), il comando supremo della NATO, quindi mette un freno legislativo a qualsiasi riduzione del ruolo di leadership americana nell’Alleanza Atlantica.

Per quanto riguarda l’Ucraina, il NDAA 2026 mantiene una linea di sostegno, seppur simbolica e ridotta rispetto agli anni precedenti. Vengono autorizzati infatti 400 milioni di dollari per il 2026 e altrettanti per il 2027 nell’ambito della Ukraine Security Assistance Initiative (USAI), fondi destinati alla produzione di nuove armi da parte dell’industria americana per le forze di Kiev. Questo stanziamento, sebbene limitato rispetto alle immense esigenze belliche ucraine, rappresenta un segnale politico del Congresso che vuole tenere aperto un canale di assistenza militare e segnalare che il supporto americano, anche in un contesto di incertezza politica, non è del tutto finito. La legge contiene importanti disposizioni di politica estera, come la piena abrogazione delle sanzioni sulla Siria. In questo si allinea a una precisa direttiva dell’amministrazione Trump, pur imponendo all’esecutivo rapporti semestrali di certificazione sull’azione delle nuove autorità di Damasco, che ieri hanno celebrato il primo anniversario della caduta del regime di Bashar al Assad.

Il testo include il “Comprehensive Outbound Investment National Security Act of 2025”, una consistente sezione che mira a limitare gli investimenti americani in Paesi avversari, in particolare la Cina, in settori tecnologici sensibili che potrebbero potenziare le loro capacità militari

Il documento contiene inoltre ampie disposizioni tecniche che vanno dagli acquisti pluriennali di nuovi sistemi d’arma come portaerei e sottomarini, a riforme dei processi di acquisizione, fino a significativi investimenti nelle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e la guerra spaziale e cibernetica, riflettendo la centralità della competizione tecnologica nella strategia di difesa moderna. Insomma, il NDAA 2026 è uno strumento legislativo che cerca di bilanciare le spinte dell’amministrazione Trump per un cambiamento di rotta nelle politiche di difesa – come la fine dei programmi di diversity e l’allentamento delle sanzioni – con la volontà del Congresso di preservare un ruolo forte e impegnato degli Stati Uniti sulla scena mondiale, soprattutto in Europa.

Alcune tra le disposizioni più controverse (come la ridenominazione del Dipartimento di Difesa in “Dipartimento della Guerra” sono state eliminate, anche per garantire i voti necessari per il passaggio in un Congresso con una maggioranza che rischia di essere molto risicata.

Il risultato del voto non è scontato, ma il NDAA ha una lunga tradizione di ampio sostegno bipartisan, ed è stato approvato per 64 anni consecutivi. Le leadership del partito repubblicano e democratico lavorano di solito per assicurarne il passaggio, nonostante le polemiche su singole disposizioni. Il testo riflette anche l’intento di non recidere il legame di supporto con l’Ucraina, pur nel contesto politico profondamente mutato che vede il presidente Trump fare forti pressioni sulla leadership ucraina affinché accetti le condizioni russe per poter dichiarare una tregua. Compreso il ritiro dalle parti della oblast di Donetsk che i russi non controllano e che si dichiarano determinati a conquistare, in alternativa, continuando la guerra.

Libri, esce "4 Campanellini": una favola magica di Max Laudadio

Roma, 9 dic. (askanews) – TS Edizioni pubblica, anche in edizione e-book, un nuovo libro della Collana “Gli Aquiloni – Grandi autori per piccoli lettori”: 4 campanellini, di Max Laudadio, con illustrazioni di Miriana Viero, libro ad alta leggibilità. “Ciao bambini, mi chiamo Zia PIPPI! Amo passare le mie giornate a leggere storie fantastiche a tutti i bimbi curiosi e simpatici, e non c’è niente che mi diverta di più che vederli sorridere. Oggi vi voglio raccontare quella dei Quattro Campanellini, perché ha un finale inaspettato, colmo di amore e… tanta magia”.

Scrive Max Laudadio, volto noto della tv, in apertura del libro: “Cari mamma e papà, e tutti coloro che si troveranno tra le mani questo libretto, ho scritto questa favola perché me lo ha chiesto la Zia PIPPI che, insieme a N.I.D.A Onlus – CuoriEroi per Bambini Eroi, va in giro a raccontare storie magiche in ogni luogo in cui bambini hanno bisogno di conforto. Lei è una donna speciale, non solo perché riesce a far parlare il suo cuore, trasformando i suoi sentimenti in parole accoglienti e consolatorie, ma anche perché è riuscita a tramutare il suo dolore e la sua paura in pura allegria. Leggete questa favola ai vostri bambini e vi renderete conto quanto per loro possa diventare importante, ma chissà forse lo potrà essere anche per voi. Perché molto spesso la fantasia è più potente della realtà. Ah dimenticavo, la Zia PIPPI è la mia sorellina”.

4 Campanellini è una favola magica che apre le porte a un mondo di sogni, coraggio e amore, dove anche le difficoltà si trasformano in opportunità di gioia. Ambientata in un ospedale in cima al Monte Amore, la storia racconta di Geraldino, un bimbo dal cuore grande che scopre, grazie a un misterioso folletto, il potere magico di quattro campanellini: il primo porta allegria, il secondo invita al silenzio, il terzo dona coraggio e il quarto sprigiona amore. Con l’arrivo di un’amica speciale e la dolce guida di Zia PIPPI, che narra con tono saggio e divertente, ogni nota diventa un invito a guardare il mondo con il cuore.

Una lettura che scalda l’anima di grandi e piccoli, regalando la forza di sognare e la magia di trasformare le lacrime in sorrisi. Le illustrazioni di Miriana Viero danno colore a parole intense ed emozioni difficili.

“Gli Aquiloni, grandi autori per piccoli lettori” è una collana narrativa di libri per bambini firmati dai più accreditati autori per l’infanzia del panorama italiano e internazionale e racconta emozioni, avventure, misteri e mondi fantastici in una collana di racconti a misura di bambino accompagnati dalle tavole a colori di famosi illustratori per un primo approccio alle questioni importanti del “diventare grandi”. Grandi firme di ieri e di oggi raccontano storie emozionanti, curiose, fiabesche, storie che, sulle ali della fantasia, aiutano i piccoli a vivere meglio la loro realtà. Oltre al rigore dei contenuti, la collana si caratterizza per l’attenzione alla qualità dell’illustrazione e per l’impegno educativo attento alle problematiche sociali.

Il testo è stato impaginato con TestMe, una font “libera”, work in progress, basata sui principi del Design for All e sulle ricerche nell’ambito della dislessia a cura dei professori Luciano Perondi e Leonardo Romei.

Alleanza strategica tra Renault e Ford: 2 nuove auto elettriche per Europa

Roma, 9 dic. (askanews) – Il gruppo Renault e Ford hanno annunciato una partnership strategica storica volta ad ampliare l’offerta di veicoli elettrici Ford ai clienti europei, “migliorando significativamente la competitività di entrambe le aziende nel panorama automobilistico europeo in rapida evoluzione”.

“Un pilastro di questa collaborazione – spiega una nota – è un accordo di partnership per lo sviluppo di due distinti veicoli elettrici a marchio Ford. I nuovi modelli saranno basati sulla piattaforma Ampere, sfruttando le solide risorse e la competitività del gruppo Renault nel settore dei veicoli elettrici, e saranno prodotti dal gruppo Renault nel nord della Francia, a dimostrazione delle capacità produttive e dell’esperienza ‘all’avanguardia’ di ElectriCity di Ampere.

“Progettate da Ford e sviluppate con il gruppo Renault, le due auto saranno caratterizzate da dinamiche di guida distintive, un autentico Dna Ford ed esperienze intuitive. Segnano il primo passo di una nuova offensiva di prodotto completa per Ford in Europa. Il primo dei due veicoli è previsto negli showroom all’inizio del 2028”.

Oltre alla collaborazione sui veicoli elettrici, il gruppo Renault e Ford hanno anche firmato una lettera d’intenti per una collaborazione europea sui veicoli commerciali leggeri. In base a questa lettera di intenti, i partner esploreranno l’opportunità di sviluppare e produrre congiuntamente veicoli commerciali leggeri (Lcv) selezionati a marchio Renault e Ford.

La Commissione Ue ha avviato un’indagine su Google riguardo all’uso dei contenuti online per l’AI

Milano, 9 dic. (askanews) – La Commissione europea ha avviato un’indagine Antitrust formale per valutare se Google abbia violato le norme della Ue in materia di concorrenza utilizzando i contenuti degli editori web, nonché i contenuti caricati sulla piattaforma di condivisione video online YouTube, per scopi di intelligenza artificiale.

L’indagine, spiega Bruxelles, esaminerà in particolare se Google stia distorcendo la concorrenza imponendo condizioni inique agli editori e ai creatori di contenuti o concedendosi un accesso privilegiato a tali contenuti, mettendo così in una posizione di svantaggio gli sviluppatori di modelli di IA concorrenti.

Google: Ue avvia indagine per utilizzo contenuti online per AI

Milano, 9 dic. (askanews) – La Commissione europea ha avviato un’indagine Antitrust formale per valutare se Google abbia violato le norme della Ue in materia di concorrenza utilizzando i contenuti degli editori web, nonché i contenuti caricati sulla piattaforma di condivisione video online YouTube, per scopi di intelligenza artificiale.

L’indagine, spiega Bruxelles, esaminerà in particolare se Google stia distorcendo la concorrenza imponendo condizioni inique agli editori e ai creatori di contenuti o concedendosi un accesso privilegiato a tali contenuti, mettendo così in una posizione di svantaggio gli sviluppatori di modelli di IA concorrenti.

Blair escluso dal Board of Peace del piano Trump per Gaza

Roma, 9 dic. (askanews) – L’ex premier britannico Tony Blair è stato escluso dalla lista dei candidati per il “Board of peace” previsto dal piano di pace del presidente americano Donald Trump per la Striscia di Gaza, a fronte delle obiezioni mosse da diversi stati arabi e musulmani. E’ quanto riporta il Financial Times citando fonti al corrente della questione.

Era stato lo stesso presidente americano a indicare Blair nel Board of Peace quando presentò il suo piano in 20 punti per porre fine alla guerra tra Israele e Hama.

Un alleato dell’ex premier britannico ha tenuto a precisare che il “Board of peace sarà composto da leader mondiali in carica e ci sarà un comitato esecutivo più ristretto al suo interno”, in cui dovrebbe sedere Blair insieme all’inviato Usa per il Medio Oriente, Steve Witkoff, al genero di Trump, Jared Kushner, e ad altri alti funzionari dei paesi arabi e occidentali. Il comitato esecutivo, non menzionato nel piano di pace, verrà creato come parte della struttura di governo postbellica e dovrebbe avere funzioni di coordinamento tra il Board of peace e il comitato tecnico palestinese incaricato della gestione quotidiana della Striscia di Gaza.

Secondo il Ft, il comitato esecutivo sarà guidato dall’ex inviato Onu e ministro della Difesa bulgaro Nickolay Mladenov. Il diplomatico bulgaro, oggi alla guida dell’Accademia Diplomatica Anwar Gargash di Abu Dhabi, è stato inviato speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente tra il 2015 e il 2020, spesso agendo da mediatore tra Israele e Hamas.

Ucraina, gli Usa fanno pressioni su Zelensky perché accetti il piano di pace (con la cessione del Donbass)

Roma, 9 dic. (askanews) – Gli Stati Uniti stanno premendo sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky perchè accetti il piano di pace del presidente Donald Trump. Lo hanno detto due funzionari ucraini riferendo al sito Axios del colloquio telefonico di due ore avuto dal leader ucraino lo scorso fine settimana con i negoziatori Usa, Steve Witkoff e Jared Kushner.

Un funzionario ha sostenuto che il piano Usa sarebbe peggiorato dal punto di vista di Kiev, dopo l’incontro di Witkoff e Kushner con il presidente russo, Vladimir Putin, la scorsa settimana al Cremlino. La stessa fonte ha detto che nel corso della telefonata i due negoziatori Usa sembravano volere un chiaro “sì” da Zelensky al piano di Trump: “Sembrava che gli Stati Uniti stessero cercando di venderci in modi diversi il desiderio russo di prendere l’intero Donbass e che gli americani volessero che Zelensky accettasse tutto nel corso della telefonata”. La telefonata si è tenuta dopo tre giorni di colloqui a Miami tra Witkoff e Kushner e i negoziatori ucraini. Un funzionario ucraino ha spiegato che la proposta americana al centro dei colloqui prevede condizioni peggiori per Kiev, rispetto alle versioni precedenti, su questioni come il territorio e il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia, e lascia irrisolte questioni importanti sulle garanzie di sicurezza: “Ci sono questioni importanti sul territorio che devono essere discusse in maniera più approfondita: chi controlla cosa, chi rimane dove, chi si ritira e, se l’Ucraina si ritira dalla linea di contatto, come assicurarsi che la Russia faccia lo stesso e non continui i combattimenti”. Tuttavia, ha aggiunto la fonte, gli Stati Uniti sembravano aspettarsi che Zelensky accettasse semplicemente per telefono.

Ieri, al termine dell’incontro a Londra con i leader di Regno Unito, Germania e Francia, Zelensky ha dichiarato alla stampa che l’Ucraina e i paesi europei presenteranno oggi agli Stati Uniti una controproposta.

Ucraini ed europei stanno anche discutendo di garanzie di sicurezza. Secondo un funzionario europeo sentito da Axios, non sarebbe ancora chiaro quale ruolo gli Stati Uniti siano disposti a svolgere.

Quando l’insegnamento non è un lavoro per giovani…

Il concorso che non finisce mai

Con la giornata di venerdì 5 si è conclusa la prima fase del concorso per docenti a cattedra, il terzo a valere sui fondi PNRR finanziati dall’Europa. Come nei due precedenti, sono previste due prove – una scritta, con i famigerati test a crocette e una orale – o tre – per gli indirizzi che prevedono anche una prova pratica – più una valutazione dei titoli di insegnamento. Il precedente concorso, il PNRR2 era stato travagliato da un errore nella formulazione di un quiz che aveva costretto un sesto dei candidati a sostenere una prova integrativa. Ma anche per il PNRR3 – nel comparto scuola primaria – si paventano ricorsi e contestazioni che potrebbero, qualora avessero seguito, invalidare le prove o ritardare le tempistiche del concorso.

Domande senza programma, in totale discrasia con i percorsi universitari

Ad oggetto delle prove scritte, domande sulle teorie psico-pedagogiche, sulle metodologie didattiche, sulla normativa ministeriale ed europea, sulle competenze digitali, senza alcuna banca dati di riferimento per i candidati (quindi senza un programma definito su cui prepararsi) e in totale discrasia rispetto al percorso formativo universitario dei docenti della scuola secondaria (laureati in lettere, lingue straniere, scienze, matematica etc.).

Abilitarsi: un ulteriore investimento di tempo e denaro

Intanto, facendo un passo indietro, vediamo che l’impervio percorso per diventare insegnanti inizia ben prima delle prove concorsuali. Qual è l’iter da seguire per diventare oggi docenti di scuola secondaria in Italia? Dopo la laurea triennale e magistrale nelle discipline curriculari (lettere, matematica, inglese etc.), è necessario conseguire l’abilitazione, un corso di 60 cfu, erogato dalle università, su materie psico-pedagogiche e con una parte di tirocinio obbligatorio. Un altro anno di formazione, quindi, al modico costo, in media, di 2000€. E se si vuole abilitarsi in più di una classe di concorso (mettiamo italiano per il liceo e per le medie) allora i percorsi di abilitazione sono due, i 60 e i 30 cfu, e il costo chiaramente sale. Tutto a fronte della retorica, diffusa nel nostro paese, che vuole l’insegnante animato dal fuoco sacro della passione. Eppure, sembra che accanto alla sehnsucht romantica, siano necessarie agli aspiranti docenti ben altre facoltà, fra tutte tempo e denaro. Per un giovane che si confronta con i colleghi europei e vede il proprio stipendio più basso in alcuni casi della metà (vedi Lussemburgo e Germania) e nessuna possibilità di carriera tolti i sottili scatti di anzianità, la prospettiva è piuttosto demotivante.

Professioni ad accesso diretto? Altrove…

D’altronde la precarietà dell’ingresso nel mondo del lavoro è una condizione, in diverse forme, comune a tanti laureati italiani. A ben vedere, le lauree che abilitano direttamente alla professione sono poche, e afferiscono quasi tutte all’ambito sanitario, in cui la possibilità di sostenere l’esame di stato è contestuale al conseguimento della laurea e non richiede un tempo di formazione aggiuntivo. Per altri lavori – professori, avvocati, magistrati etc. – dopo la pergamena, il percorso è ancora lungo e oneroso, tra tirocini extracurricolari gratuiti e corsi abilitanti. Questo dato non solo rappresenta uno squilibrio, ma si inserisce nel quadro più ampio della difficoltà del nostro paese a valorizzare il talento e il capitale umano delle nuove generazioni, con percorsi lunghi, costosi e un ritardo nell’immissione della forza giovanile nel mondo del lavoro.

Una possibile riforma: lauree professionalizzanti e prove coerenti

Ora, tornando al caso degli insegnati, non sarebbe più opportuno ripensare il percorso universitario magistrale come professionalizzante e abilitante alla carriera? Immaginare una laurea biennale in “Didattica del …”, progettata e strutturata secondo le competenze necessarie a chi vuole insegnare, inserendo anche il tirocinio nelle scuole – che così diventerebbe curriculare e non una forma di lavoro gratuito dei laureati? L’iter diventerebbe più equo, senza altri anni da ipotecare ad un lavoro futuro e senza costi che inevitabilmente gravano sulle spalle delle famiglie. E, a voler essere proprio “audaci”, si potrebbero immaginare prove concorsuali sulla base di quello che effettivamente si è studiato durante il proprio percorso di laurea…

Tutela delle donne, libertà dell’intimità e rischio di deriva giuridica sul corpo

Un passo avanti contro la violenza di genere

La Legge 2 dicembre 2025, n. 181 – approvata all’unanimità – ha finalmente normato misure serie per fronteggiare la dolorosa piaga del femminicidio, un delitto vergognoso e per troppo tempo sottostimato, al fine di contrastare la dilagante violenza di genere. Ci si chiede come tolleranza, ricerca di attenuanti, omissioni, denunce inascoltate, silenzi complici e impunità abbiano così a lungo ritardato questo provvedimento che non risolverà il problema perché (come dice Vittorino Andreoli) la volontà di distruzione aggrava odio e senso di possesso fino a connotare il gesto omicida, ma potrà costituire un deterrente se ci sarà certezza e severità della pena.

A condizione che non si ripetano atteggiamenti di indulgenza, procrastinamento e rinvio dei casi o cervellotici provvedimenti giudiziari di clemenza che hanno finito spesso per uccidere due volte le donne vittime. La prevenzione è sempre la strategia efficace ma in caso di reato la punizione dovrà essere inflessibile e senza sconti. Troppe vittime hanno già pagato con la vita, troppe famiglie sono state lacerate da un dolore insostenibile, sovente senza ottenere piena giustizia.

Il passo in avanti è significativo e postula una precoce e diffusa pedagogia del rispetto verso le donne, a cominciare dall’educazione scolastica e dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica, espungendo senza remore coperture e connivenze. La partita quindi non è chiusa: i sentimenti negativi e distruttivi albergano sempre nell’animo umano e ci sarà ancora chi sfiderà il cupio dissolvi pur di ottenere vendetta, ostentazione di possesso, scarico di pulsioni efferate e criminali.

Ma se ne apre un’altra: nelle famiglie, nelle scuole, nella società per fare appello alla coscienza e alla scelta del bene e della vita, unico argine alla violenza di genere.

La seconda sfida: il consenso libero e attuale”

Contemporaneamente – come in una sorta di furore legislativo che voglia emendare errori e colpevoli trascuratezze – il parlamento sta esaminando un progetto di legge volto a tutelare il consenso in entrambi i partner nel compimento di un rapporto sessuale (art. 609/bis C.P., approvato alla Camera e fermo al Senato).

Anche questo problema esiste da sempre e dipende in larga parte dalla cultura tramandata e praticata nei contesti sociali, dai condizionamenti religiosi e – ancora una volta – dal rispetto altrui che passa anch’esso dalla coscienza di ogni singola persona. Riguarda l’intimità matrimoniale e di coppie di fatto, eterosessuali o omosessuali: l’intendimento è quello di prevenire abusi e sottomissioni, atti di violenza, rapporti carpiti contro l’altrui volontà, coercizioni estorte in stato di minorata difesa o di incapacità di intendere e volere, o peggio in danno criminale di minori.

La prima stesura del testo di legge prevedeva che il consenso fosse reciproco, libero e attuale e questi postulati appaiono decisamente incontestabili.

La presunzione dinnocenza e lhabeas corpus

Tuttavia – approfondendo – ci si accorge che eventuali comportamenti scorretti (rapporti non consenzienti, imposti con la forza o negati) devono essere dimostrati come fraudolenti.

In assenza di testimoni (la giurista A.M. Bernardini De Pace suggerisce ironicamente la presenza di una terza persona che osservi la liceità dei comportamenti di coppia) occorre dimostrare il vero. Ma i requisiti di libera adesione, consenso e attualità appaiono fragili, poiché in punto di diritto ci si ispira al principio della preventiva innocenza mentre accogliere per vera un’accusa (magari infondata e da dimostrare) comporta l’inversione dell’onere della prova.

“Non sono io che devo dimostrare la mia innocenza ma tu che devi portare prove della mia colpevolezza”. Un principio che risale alla Magna Carta del 1215, art. 39, e che si ritrova in tutte le Costituzioni dei Paesi liberi e civili: “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua dipendenza, della sua libertà o libere usanze, messo fuori dalla legge, esiliato, molestato in nessuna maniera, o mai si procederà contro di lui o si manderà qualcuno a farlo se non in virtù di un giudizio legittimo dei suoi pari e secondo la legge del paese”.

Ciò richiama il principio di origine anglosassone del cosiddetto habeas corpus: originariamente consisteva nel condurre una persona davanti a un giudice, per dimostrare la fondatezza o meno delle accuse.

Il suo scopo principale era di proteggere i cittadini da accuse inventate o peggio arresti arbitrari e illegittimi, fornendo uno strumento per difendersi e garantendo che la privazione della libertà personale avvenisse solo nei casi e modi previsti dalla legge.

Principio poi inglobato nei codici penali dei Paesi civili del mondo.

Libertà, attualità e il difficile confine del diritto nellintimità

Sulla libertà di adesione ad un atto consenziente non ci sono dubbi: se non è un sopruso estorto, si immagina un rapporto spontaneo (addirittura nel matrimonio un dovere coniugale), persino istintivo, voluto, cercato, condiviso appunto.

Sul concetto di attualità il ripensamento riguarda il venir meno del consenso, l’interruzione di un atto iniziato: perché sia “attuale” deve rispettare la volontà di entrambi in tutta la sua durata.

Ma è possibile immaginare la parcellizzazione temporale e cronologica di un rapporto fisico di intimità solo se viene a mancare il consenso iniziale a fronte di degenerazioni comportamentali riprovevoli o al venir meno di condizioni emotive favorevoli: difficile dimostrarlo se non a fronte di evidenze palesi.

Si pensa che questi requisiti di libertà e attualità siano puntualizzati a tutela della donna e a vincolo e controllo per l’uomo: anche qui siamo di fronte ad un ribaltamento concettuale e fisico della prova, spesso sono le donne che prendono l’iniziativa e non si può “pregiudizialmente” pensare al maschio come attaccante-persecutore, attizzatore di incendi passionali che si trasformano in atti di coercizione nel “fare” e nell’insistere.

Intimità, conflitti, pregiudizi e responsabilità condivisa

Nelle separazioni di coppia si evidenziano tradimenti, doppiezze, inganni ed erotismo estremizzato tanto in capo agli uomini quanto alle donne. Dobbiamo sgombrare il campo da “pregiudizi di genere” se si vuole ottenere il “rispetto di genere”.

Bisogna peraltro evitare che una relazione amorosa – in tutti i suoi impliciti anche fisici – diventi motivo di rivalse, ripicche, speculazioni da ambo le parti.

Colpevolizzare in modo preconcetto il genere maschile addebitandogli senza prova comportamenti non conformi a questo nuovo “codice etico dei rapporti sessuali” significa condizionarlo a priori, privarlo di motivazione dove anche il desiderio gioca la sua parte, renderlo un soggetto paradossalmente debole, defedato, incline ad una sorta di impotentia coeundi.

Dovremmo perlustrare sotto le lenzuola per avere conferma che il consenso libero e attuale sia rispettato? Se ci sono abusi vanno denunciati: sarà il giudice di fronte a cui l’imputato o l’imputata si presenteranno a decidere, all’evidenza delle prove.

Ci sono casi di macroscopica violenza e coercizione ma ci sono anche situazioni di intimità che vanno rispettate e liberate da fobie e censure di colpe inesistenti.

 

Sesso, demografia e libertà: una questione culturale

Culle vuote e calo demografico non vanno imputati solo al debito pubblico che frena i concepimenti e le nascite: la criminalizzazione preconcetta dell’atto sessuale è un deterrente che inibisce persino un contatto fisico, come una carezza o un bacio.

Ricevendolo a colloquio anni fa, un illustre accademico del Cairo mi espose una teoria che riferisco nella sua neutrale e asettica narrazione:

“L’Islam si espanderà nel mondo perché genera figli, voi occidentali praticate una concezione peccaminosa e morbosa del sesso, siete pieni di remore, sensi di colpa, paure…”

Mi venne subito in mente quel film di Marco Ferreri dove un uomo correva sulla spiaggia gridando: “Ho generato, ho generato! Il seme dell’uomo ha germogliato”. Come si fosse trattato di un miracolo biologico.

Il 59° Rapporto Censis appena presentato riferisce al contrario di un Paese dove la gente e i giovani cercano il sesso come fonte di appagamento e soddisfazione, riferendo una deriva di “edonismo liberato dalle antiche censure”.

Nello scandaglio dei dati e delle percezioni raccolte forse questa rappresentazione emerge più come desiderio che come fattualità.

 

Lintimità come dono reciproco

Credo che vada restituita alla coppia la sua intimità senza che il legislatore susciti pruriti morbosi di analisi logiche e illogiche di pertinenza e liceità.

E all’avvocatessa Bernardini De Pace che – con ragione – in una trasmissione TV paventava il de profundis del testosterone potremmo rispondere con la battuta di un film:

Nella scena di un probabile rapporto consumato, al compiacimento della compagna – “Sei il più grande amatore che abbia avuto” – Woody Allen rispondeva: “Forse dipende dal fatto che mi alleno molto da solo”.

Trovo più aderente all’ordine delle cose, se il consenso esiste per entrambi e passa dalla mente e dal cuore, dalla passione e dal sentimento, il dialogo finale del capolavoro di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut.

In un mondo dove tutto diventa patologico e oggetto di screening non sempre pertinenti, dove i social sono i pedagogisti del bon ton, cerchiamo invece di educare ad un concetto basilare: l’atto sessuale deve essere parte, componente di una relazione amorosa, espressione fisica di un sentimento.

Sesso e amore vanno riscoperti come “dono” reciproco, consensuale e libero, come aspetto di una relazione umana.

Lasciando fuori dalla stanza pregiudizi e colpe che nella maggior parte dei casi non ci sono.

Per sopportare la fatica di vivere dobbiamo liberarci della paura di amare.

Il cattolicesimo sociale, la Cisl e i leader della sinistra sociale

Una cultura che non può essere rimossa

C’è un filo rosso che lega, in modo quasi inscindibile, la storia, la tradizione, la cultura e il pensiero del cattolicesimo sociale con la storia e l’esperienza concreta della Cisl e il ‘magistero’ pubblico dei principali leader, statisti ed esponenti pollici di questo filone ideale.

Ora, e alla luce di questa stretta correlazione, è indubbio che si tratta di una cultura politica, sociale e anche etica che non può essere banalmente rimossa o, peggio ancora, archiviata. Certo, al contrario della concreta esperienza della Cgil e della cultura della sinistra ex e post comunista, non c’è affatto una sovrapposizione di piani che erano e restano autonomi, e né, tantomeno, alcun collateralismo. Ma, comunque sia, si tratta di una cultura che adesso quasi si impone.

Recuperare una tradizione necessaria

Al riguardo, credo sia anche un dovere morale, nonchè politico, recuperare una tradizione e una cultura che non possono e non devono essere archiviati o puramente consegnati alla narrazione delle seppur importanti Fondazioni culturali o archivi storici. E questo non solo perchè è riesplosa una nuova e drammatica ‘questione sociale’ nel nostro paese ma per la semplice ragione che il pensiero cattolico sociale è necessario per la qualità della nostra democrazia e, soprattutto, per una efficace e riformista azione di governo.

Una tradizione ben presente nel vasto, articolato e composito associazionismo cattolico di base, che assume una valenza quasi statutaria nel tradizionale ‘sindacato bianco’, cioè la Cisl, ed è necessario nella cittadella politica italiana. Cioè nei partiti, nei movimenti e nei rispettivi schieramenti politici.

Uniniziativa politica mirata

Ma per potere centrare questo obiettivo adesso si rende anche necessaria una iniziativa politica mirata, chiara e netta. Pur senza immaginare la costruzione di nuovi partiti soggetti politici, diventa quantomai importante che questo pensiero trovi cittadinanza nei diversi, ed autonomi, campi di impegno. Nella cultura come nel sindacato, nella politica come nella stessa area cattolica. Piani diversi e distinti, come ovvio, ma comunicanti nella misura in cui c’è un comune quadro valoriale che li unisce e li rende omogenei nella costruzione di un orizzonte temporale.

La lezione dei leader della sinistra sociale

Ed è proprio su questo versante che si rende anche necessaria la rilettura e la riscoperta della concreta esperienza politica dei grandi leader della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Tanto nella prima quanto nella seconda repubblica. Una esperienza, questa, e al di là di qualsiasi tentazione nostalgica o passatista, che potrebbe e dovrebbe anche favorire un rinnovato protagonismo dei cattolici nella vita pubblica del nostro paese.

Un triplice impegno per il futuro

Insomma, la riscoperta del cattolicesimo sociale si intreccia strettamente con la salvaguardia e il rilancio della specificità e dell’originalità della Cisl nel panorama sindacale italiano da un lato e di una concreta esperienza della sinistra sociale di ispirazione cristiana dall’altro.

Un triplice impegno che si può declinare ad una sola condizione. E cioè, che questa tradizione secolare non rinunci, per motivazioni legate alla mode contingenti e di piccolo cabotaggio, alla sua storica originalità e alla sua antica specificità.

Giappone e Cina, un periodico rapporto conflittuale

Una rivalità che torna ciclicamente

Non è la prima volta, nella storia moderna, che Cina e Giappone inaspriscono il loro rapporto di vicinato. Oltre alle attuali motivazioni geopolitiche, e oltre alle considerevoli differenze culturali e istituzionali fra i due paesi, anche il più recente passato induce a osservare la situazione odierna con molta attenzione e qualche preoccupazione.

Corea, Formosa e un impero in ascesa

Sul finire del XIX° secolo, era il 1894, la causa di un conflitto che degenerò in una breve guerra fu la Corea, area geografica, al tempo sotto protettorato cinese, contesa fra le due potenze dell’epoca: una emergente, quella giapponese; l’altra, quella cinese, erede di un’antica civiltà era governata in quegli anni dall’ultima dinastia imperiale che, in seguito anche alla sconfitta subìta, sarebbe crollata pochi anni dopo, nel 1911, ad opera di Sun Yat-sen e della sua nuova repubblica.

L’accordo di pace segnò un fatto decisivo il cui riverbero osserviamo ancora oggi: l’isola di Formosa (la “bella isola” dei passati colonizzatori portoghesi) venne ceduta al Sol Levante e ne divenne una colonia. Convinti di poter imporre la propria egemonia nell’Asia orientale i giapponesi avviarono così una politica espansionista che li condusse – dopo una guerra vinta contro la Russia, che a sua volta aveva mostrato interesse verso la penisola coreana, e dopo la partecipazione vittoriosa nella Prima Guerra Mondiale a fianco delle potenze dell’Intesa – ad annettere la Manciuria cinese nel 1931 e successivamente a una nuova guerra contro la Cina, nel 1937. Una volontà espansionista che spinse il Giappone a commettere il fatale errore di Pearl Harbor, solo quattro anni più tardi. Pertanto, quando Cina e Giappone accendono il confronto è bene restare svegli.

Takaichi e lo spettro di Taiwan

La neo premier Sanae Takaichi può darsi abbia peccato di inesperienza, nell’affermare in chiaro, con linguaggio poco diplomatico, che un eventuale attacco cinese a Taiwan costituirebbe una minaccia per il Giappone. Ma ha espresso una preoccupazione reale dettata da una considerazione effettuale: Taiwan dista 150 Km dall’isola più meridionale dell’arcipelago nipponico. Riemergono così antichi spettri, superando 80 anni vissuti all’insegna della non militarizzazione e di una tutela interamente appaltata all’alleato statunitense. Le “Forze di Autodifesa” potrebbero in quel caso – ha detto Takaichi – venire attivate a sostegno di Taiwan.

Non unimprovvisazione

Ma forse c’è qualcosa di più, e l’inesperienza c’entra poco o niente. Anche perché stiamo parlando non certo di una politica improvvisata o troppo giovane per il ruolo occupato. Tutt’altro.

La sua biografia, oltre ad un interessante trascorso in qualità di batterista in una band heavy metal (e una passione, condivisa con chi estende questa nota, per gli Iron Maiden), illustra la carriera di una esponente di rilievo della corrente più nazionalista del partito liberaldemocratico al potere da sempre. Sessantaquattro anni, ministra più volte, è stata una pupilla dell’ex premier Shinzo Abe (assassinato nel luglio 2022 durante un comizio), che aveva avviato un processo di innovazione della Costituzione pacifista e di incremento della spesa militare riportando l’esercito del Sol Levante a livelli di potenza importanti e, essendosi sviluppato negli ultimi anni, di estrema modernità.

Iron Lady del Sol Levante

Takaichi ama gli Iron Maiden ed è a sua volta chiamata Iron Lady, esponente di una linea più radicale e di destra nel partito liberaldemocratico con una volontà di ferro, appunto, nel rafforzare l’assertività regionale del Giappone, contenendo così sul piano interno la concorrenza crescente del partito ultranazionalista Sanseito e dell’altra formazione di destra Nippon Ishin.

La sua è un’idea revisionista della linea ritenuta eccessivamente autocritica sull’imperialismo storico giapponese e da questa considerazione deriva il suo essere favorevole alla revisione dell’articolo 9 della Costituzione, trasformando le “Forze di Autodifesa” in vere e proprie Forze Armate. Coerente con questo obiettivo è l’aumento della spesa militare al 2% del PIL, previsto nel programma di governo.

Lantica ostilità si riaffaccia

Quindi l’affermazione fatta in relazione a Taiwan non è stata un’improvvisazione. Al fondo, riemerge l’antica e non dimenticata ostilità nei confronti della Cina. Ricambiata dal Dragone, oggi con una forza assai maggiore di quella d’un tempo.

Quello che però Takaichi forse non ha considerato con l’attenzione che meriterebbe è il rapporto di alleanza con gli USA. Fortissimo sin qui, incrementato di recente (proprio da Shinzo Abe) con l’alleanza militare QUAD con Stati Uniti, Australia e India stretta proprio in funzione anticinese.

Esponente di una destra radicale che vede in Trump un proprio punto di riferimento, potrebbe scoprire che il suo idolo non è poi così tanto amico perché America First si sta rivelando sinora un problema innanzitutto per gli alleati tradizionali di Washington. E infatti, quando ha parlato al telefono con Xi Jinping, pochi giorni dopo la frizione emersa fra Tokyo e Pechino, il tycoon si è ben guardato di farne cenno al suo collega cinese.

Nulla è più certo, con questo Presidente degli Stati Uniti.

La luce di un inizio: riflessioni sull’Immacolata Concezione

Oggi, 8 dicembre, la Chiesa celebra l’Immacolata Concezione: un mistero di grazia che illumina l’origine di ogni vita.

Nel dogma proclamato da papa Pio IX con la Ineffabilis Deus (1854), Maria è riconosciuta libera dal peccato originale. Non perché estranea alla nostra condizione umana, ma perché in lei la grazia trova uno spazio pienamente disponibile. È il segno discreto di ciò che l’umanità può diventare quando si lascia raggiungere dalla redenzione di Cristo.

L’Immacolata non è un modello irraggiungibile. Maria fu preservata dal peccato in vista della missione del Figlio; la grazia la precede perché possa accogliere il Verbo. La sua purezza non cancella la storia, ma la riconcilia: mostra che la fragilità, quando non si chiude in sé, può rimanere permeabile alla luce. È quella misura “umile e alta più che creatura” che non esalta, ma apre il cuore.

In un tempo in cui l’inizio appare spesso come semplice dato biologico o terreno incerto, questa festa ricorda che per la fede ogni origine è incontro, chiamata, promessa. La Grazia del Signore, operante in Maria fin dal concepimento, indica una direzione: l’umano è fatto per ritrovare, nella sua libertà, ciò che in lei appare già compiuto.

Il tratto forse più toccante dell’Immacolata è proprio questo: ricordare che nessuno è consegnato alle proprie ombre. All’inizio di ogni vita c’è uno sguardo che precede, una fiducia che sostiene prima ancora che la coscienza si apra. Maria rivela che il bene non è solo meta faticosa, ma sorgente da cui siamo generati. E davanti a questo mistero – che non pretende di spiegare, ma si offre come luce – accade qualcosa di raro: il cuore si distende, il respiro si calma, e l’anima intuisce, anche solo per un istante, di essere stata pensata nella bellezza e chiamata a compierla.

L’Immacolata ci ricorda che all’origine di ogni vita c’è una promessa che precede e invita a camminare verso la nostra salvezza.

Keynes e la pace: le democrazie non cedano alle autocrazie

(…)

National Self-Sufficiency è uno degli scritti più belli di Keynes e certamente tra i più problematici. Il tema di fondo attraversa buona parte della produzione di Keynes tra le due guerre mondiali e fino a Bretton Woods e oltre. Come possono le democrazie – atteso che la Grande Guerra e la Grande Crisi del 1929 ne hanno sconvolto le strutture – continuare ad assicurare adeguati livelli di benessere evitando che i loro cittadini cedano alla fascinazione delle autocrazie, alla loro bellicosa retorica e alla loro brutale violenza? E sul piano pratico delle scelte di politica economica: devono le democrazie sia pur temporaneamente convertirsi al protezionismo? Se sì, in quale misura e per quali scopi? Si legga per esempio il suo Proposals for a Revenue Tariff del 1931.

Più in generale, quale è l’equilibrio tra l’apertura al commercio e alla finanza internazionale e il perseguimento di certi legittimi obiettivi sociali? Sono le domande di oggi, e non a caso sono le stesse attorno alle quali ruota il lavoro di economisti come Branko Milanovic (che nel suo ultimo libro conia l’espressione “national market liberalism”, come estremo paradossale tentativo delle grandi potenze di conciliare globalizzazione esterna e sovranità interna) o Dani Rodrik (come conciliare democrazia, globalizzazione e sovranità nazionale? Il suo celebre “trilemma”). E più in generale: quale sistema favorisce la pace? Quello aperto, quello chiuso o quello regolato?

Il primo biografo di Keynes, Roy Harrod, ha scritto che nel 1933 questi “era giunto alla conclusione che la caccia ai mercati e agli investimenti esteri fosse contraria alla pace”. Se ne trova una chiara eco nel capitolo 24, paragrafo 4, della Teoria generale(1936): “Ho accennato di passaggio – scrive Keynes – al fatto che il nuovo sistema potrebbe, più del vecchio, favorire la pace”.

Quel paragrafo, che è un imprestito da National Self-Sufficiency, andrebbe oggi riletto, perché il mondo non può reggersi su tre neomercantilismi l’uno contro l’altro puntati: quello dei dazi americani, dell’export cinese, dei surplus europei. “La guerra, scriveva Keynes, ha molte cause”. Come conciliare cooperazione internazionale, piena occupazione e scambi aperti? Sarebbe già tanto se ricominciassimo a credere di nuovo in questi obiettivi, a fissarli come mèta.

(…)

N.B. L’incontro si terrà alle ore 18.30 in via di Sant’Anna.

La conoscenza come imprescindibile risorsa della politica

Conoscenza superficiale e conoscenza che si radica

In un importante saggio per il progetto di ricerca “Le conseguenze del futuro” il Prof. Ermanno Bencivenga, Docente di Filosofia all’Università della California, aveva evidenziato come in una società complessa, attraversata dall’esigenza del conoscere quale requisito indispensabile per ogni progettualità futura, occorra distinguere tra la conoscenza che circola nel web, per sua natura fondamentalmente transeunte, veloce, mutevole e per ciò stesso finta, sfuggente e ingannevole e quella che si sedimenta negli apprendimenti tradizionali, che richiedono pazienza, ascolto, studio e sacrificio.

La prima è una forma di conoscenza proposizionale che potremmo definire know-that mentre la seconda conduce ad una tipologia di apprendimenti consolidati che si traducono in abilità e competenze, ciò che siamo soliti definire come know how.

Inutile dire che per chi voglia incidere nei mutamenti e nelle trasformazioni della nostra realtà esistenziale, a cominciare dal livello che pertiene alla politica, risulta assai più interessante la seconda della prima.

 

La tentazione della democrazia virtuale”

Non per tutti ad onor del vero: c’è infatti chi sostiene che la democrazia del futuro non avrà più bisogno delle istituzioni tradizionali per funzionare poiché sarà sostituita gradualmente da forme di partecipazione virtuali, dove si dissolveranno i corpi intermedi di rappresentanza per consentire al cittadino di intervenire in modo diretto sulla realtà.

Senza preoccuparsi del fatto che le relazioni personali, la sedimentazione di una cultura ricevuta, consolidata e tramandata, appresa e insegnata, lo stesso corpo sociale potrebbero essere sgretolati da una congerie di dissolvenze incrociate, senza centro e senza periferie, dove si assisterebbe probabilmente ad un trionfo del relativo e di soggettività solipsistiche, un universo globalizzato nel quale gli individui sarebbero monadi isolate tra solitudini incomunicabili.

Competenza e responsabilità: un binomio necessario

Il tema della conoscenza risulta dunque fondamentale in una società complessa, attraversata da una pluralità di interpretazioni, specialmente se rapportato all’esigenza della politica di definire modelli istituzionali e sociali in cui posizionare e ricomporre le molteplici contraddizioni del presente, in una deriva di transizione che richiede chiarezza di intenti e lungimiranza progettuale.

Dalla mutevolezza e dalle incertezze dell’hic et nunc (che il Prof. De Rita liquida tout court come “presentismo asfissiante”) emerge una duplice esigenza per qualsivoglia ipotesi di gestione della società del futuro e – al suo interno – degli stili di vita e dei comportamenti individuali: quella della competenza e quella della responsabilità.

Senza questa coesistenza intrinseca potremmo avere demiurghi caricati di responsabilità ma privi delle necessarie competenze originate dalla conoscenza o – viceversa – esperti saturi di competenze ma deprivati del saper fare, del saper agire, del saper gestire.

Una tassonomia da recuperare

Alla politica del nostro tempo, spesso ricca di parole, frasi a effetto, promesse ed effetti speciali ma orfana di ‘competenze utili’ spendibili in ‘responsabilità necessarie’, sarebbe utile ripercorrere l’intera tassonomia di Benjamin Bloom, solitamente applicata nell’ambito degli apprendimenti: conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi e valutazione.

I professionisti della politica dovrebbero farlo per imparare ed utilizzare un metodo collaudato che riesca a sostanziare di senso un progetto di governance e un modello di società: obiettivi che vanno spiegati con chiarezza per non cadere nell’improvvisazione dannosa o nel limbo incerto dell’indefinito sistematicamente emendabile o rinviabile.

Calenda e il ruolo trasformativo del sapere

Carlo Calenda, persona di spessore culturale e politico di rango, sembra aver compreso questa necessità, che diventa compito e impegno da realizzare.

Idee chiare, formulate in modo sintetico e riassuntivo, comprensive delle esigenze colte dalla lettura della realtà e possibili basi di partenza per un riposizionamento politico che si ponga come alternativa concreta ed esperibile ai populismi e ai sovranismi emergenti, pena l’inazione lungo un lasso di tempo insostenibile per un radicale cambiamento nella direzione della ripresa e dello sviluppo.

Calenda ha ben compreso, infatti, che l’alternativa al presente può realizzarsi solo attraverso un deciso ricambio della classe dirigente: per questo sostiene da tempo che la conoscenza debba essere utilizzata come principale agente di cambiamento. Sostiene Calenda:

“Serve un piano contro analfabetismo funzionale. Partendo dalla definizione di aree di crisi sociale complessa dove un’intera generazione rischia l’esclusione sociale. Estensione del tempo pieno a tutte le scuole. Programmi di avvio alla lettura, lingue, educazione civica, sport per bambini e ragazzi. Utilizzo del patrimonio culturale per introdurre i bambini e i ragazzi all’idea, non solo estetica, di bellezza e cultura. E’ nostra ferma convinzione che una liberal democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza. L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al centro del progetto di rifondazione dei progressisti”.

Pensiero critico come metodo

Introdurre il tema della “conoscenza” in un progetto di crescita e sviluppo del Paese significa acquisire un metodo basato sull’uso del pensiero critico. Non è poco per un Paese abituato ai luoghi comuni, dove la politica da tempo gioca al ribasso culturale.

L’educazione nello spirito salesiano è la prima forma di giustizia sociale

 Un incontro che cambia la storia

L’8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, è una delle festività più importanti della Chiesa cattolica. Una data significativa nel calendario liturgico ma anche un momento simbolico per la storia dell’impegno dei cattolici nella società italiana.

Proprio l’8 dicembre 1841, Don Giovanni Bosco incontrò il giovane muratore Bartolomeo Garelli nella sacrestia di San Francesco d’Assisi, a Torino. Da quel dialogo — semplice ma rivoluzionario nella sua umanità — nacque l’Oratorio Salesiano, destinato a incidere profondamente sulla cultura dell’educazione.

Torino e la questione sociale dei giovani

Tutto avviene in una Torino che viveva gli effetti più duri della prima industrializzazione: migliaia di adolescenti lavoravano nelle fabbriche senza tutela, istruzione né prospettive. Povertà urbana e migrazioni interne alimentavano tensioni sociali che né lo Stato né il  mondo produttivo erano in grado di affrontare.

 

Il Sistema Preventivo: educazione come giustizia

In questo contesto Don Bosco mise in atto un modello innovativo di intervento sociale: accoglienza dei giovani lavoratori e dei minori soli; alfabetizzazione e istruzione di base; formazione professionale; attività ludico-ricreative; costruzione di una comunità educativa stabile.

Un approccio integrato, vicino a ciò che oggi gli studiosi definiscono “educazione di comunità” e “welfare generativo”: un sistema capace di far crescere risorse, non solo di assistere bisogni.

Il suo “Sistema Preventivo” — fondato su ragione, religione e amorevolezza — è un modello educativo orientato a generare autostima, disciplina non autoritaria, cooperazione e cittadinanza attiva.

Radici cristiane, frutti sociali

L’esperienza salesiana dimostra che l’educazione è la prima forma di giustizia sociale. Un cristianesimo vissuto sul terreno dei diritti, dell’inclusione, del protagonismo civico delle giovani generazioni: capace di incidere nelle strutture sociali e di anticipare molte delle istanze che ritroveremo nella Rerum Novarum e poi nella Quadragesimo Anno.

Una presenza attiva nella democrazia italiana

Nel cammino della giovane democrazia del nostro Paese, gli oratori e i centri di formazione professionale salesiani hanno sostenuto le comunità nei loro bisogni essenziali: contrastando la dispersione scolastica, accompagnando i giovani al lavoro qualificato, creando spazi di aggregazione, promuovendo integrazione, collaborando con le istituzioni nel contrasto alla povertà educativa.

Un modello per l’oggi: non una bandiera, ma una scelta di bene comune

In un’Italia dove i giovani vivono precarietà, disuguaglianze territoriali e nuove fragilità, la prassi salesiana — letta nel solco del cattolicesimo democratico e sociale — offre un riferimento credibile per una coesione sociale rinnovata.

Un invito alle Istituzioni a ripensare le politiche giovanili come politiche di comunità e alla società civile a riscoprire il valore delle reti educative territoriali.

Non si tratta di attribuire agli eredi di Don Bosco un’appartenenza politica. La loro storia, cultura e prassi educativa hanno contribuito — e contribuiscono ancora — alla costruzione di una democrazia sostanziale, fondata sul rispetto della persona e sulla promozione del bene comune.

Nicola Barone: fidarsi del futuro viaggiando dentro la modernità

La Sala Marconi della Palazzina che ospita gli uffici di Radio Vaticana, mercoledì 3 dicembre ha accolto un incontro dedicato al libro di Nicola Barone, Una vita da Presidente, scritto con Santo Strati. Un’occasione che ha superato gli schemi della semplice presentazione editoriale, trasformandosi in dialogo vivo sulle sfide che la modernità consegna alla società e alla politica. Platea attenta, partecipazione ampia: studiosi, rappresentanti istituzionali e un pubblico incuriosito dal percorso dell’autore.

Il confronto si è aperto con una citazione di Papa Leone XIV, sul valore umano della tecnologia: non basta innovare, se non si rafforza l’evangelizzazione dello sviluppo integrale della persona. Strati ha ricordato che la visione, senza radici, resta fragile; la fede — per chi la vive — aiuta a cercare il bene di chi è più vulnerabile, senza slogan e senza scorciatoie.

Al centro del dibattito, senza nulla togliere agli altri relatori, l’intervento del Vescovo Donato Oliverio, Eparca di Lungro, che ha firmato l’introduzione al volume. Di Barone lo colpisce la postura civile:

«Mi colpisce la dimensione del mettersi a servizio… i talenti non sono da sotterrare ma da far fruttare per il bene comune».

Il Vescovo ha richiamato due frasi poste in apertura del libro, una di Marconi e l’altra di Olivetti, per raccontare una vita che ha trasformato sogni in responsabilità: l’impegno costante come dono, lo sguardo lungo che prova a «cambiare il mondo, migliorarlo per come si può e con chi si può».

Non meno significative, nel corso della presentazione, le riflessioni sulla tecnologia e sul suo lato oscuro. Molto apprezzati, al riguardo, sono stati gli interventi del generale Luciano Carta e del giornalista Pino Nano, che hanno portato uno sguardo concreto sui rischi di una innovazione senza regole: dall’iperconnessione che isola, alle forme di disinformazione che minano la democrazia, fino all’intelligenza artificiale priva di anima. La soluzione? Mantenere saldo il riferimento all’etica e alla dignità della persona.

Nel suo saluto, il prefetto di Roma, Lamberto Giannini, ha inteso soffermarsi giustamente sugli aspetti problematici di una nuova avventura tecnologica. E così ha messo a segno il suo richiamo: «Questo è un libro importante e secondo me è molto importante che lo leggano anche i ragazzi per sapere che esistono anche delle ancore di riflessione, delle persone a cui rivolgersi perché tante volte questa tecnologia che tanto bene ci fa, però rischia anche di travolgerci e questa lettura etica della tecnologia per me è un passo importante».

L’ingegner Barone, parlando in conclusione, è stato volutamente sobrio. Nessuna autocelebrazione, ha solo ricordato la sua autodefinizione: «Nato analogico, oggi 100% digitale», dentro cinquant’anni di trasformazioni italiane. Dalla Calabria delle origini alle grandi aziende delle telecomunicazioni, la sua storia attraversa cambiamenti epocali — Internet, reti mobili, formazione professionale — senza perdere il legame con una terra amata e con l’educazione salesiana, che gli ha insegnato a unire competenza e umanità. Oggi, dopo una lunga carriera in Tim, Barone è orgogliosamente il Presidente di Tim San Marino.

Tra le righe del volume emerge un appello ai giovani: niente timori davanti al futuro, ma nessuna ingenuità. Innovare richiede curiosità, disciplina e soprattutto responsabilità sociale. Il suo ottimismo” non nasce da un’idea astratta di progresso, ma dalla convinzione che solo la comunità — famiglia, scuola, territori — possa rendere la tecnologia motore di bene comune.

Netto, in chiusura, il senso dell’operazione:

«Questo libro vuole lasciare un solco… indicare uno stile di vita cui ispirarsi».

Più che una storia di successo, Una vita da Presidente è un invito a non smarrire l’uomo nella modernità. Proprio ciò che, in fondo, Barone ha provato a fare: tenere insieme fede, visione e innovazione — rispettando la realtà, e chi la abita.

Di seguito il link dell’articolo di presentazione (29 novembre 2025)

https://ildomaniditalia.eu/barone-dalla-calabria-a-san-marino-il-filo-umano-dellinnovazione/

Ucraina, Meloni sente Zelensky: sostegno a negoziato per pace

Roma, 7 dic. (askanews) – Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto oggi una conversazione telefonica con il Presidente ucraino Zelensky in vista di una serie di visite di lavoro che quest’ultimo compirà in questi giorni a Londra, Bruxelles e Roma, nell’ambito dei suoi contatti sul processo di pace in Ucraina con i principali leader europei.

Nel corso del colloquio, spiega una nota di Palazzo Chigi, “il Presidente Meloni ha innanzitutto voluto rinnovare la solidarietà italiana a seguito di una nuova serie di attacchi indiscriminati russi contro obiettivi civili ucraini e ha annunciato al Presidente Zelensky l’invio di forniture di emergenza a sostegno delle infrastrutture energetiche e della popolazione. I generatori forniti da aziende italiane verranno inviati in Ucraina già nelle prossime settimane.

Il Presidente Meloni ha inoltre nuovamente espresso sostegno al processo negoziale in corso e all’impegno degli Stati Uniti per individuare un percorso che possa condurre a una pace giusta e duratura. Funzionale a tale percorso è la reiterata disponibilità dell’Ucraina a sedere in buona fede al tavolo negoziale. È stato pertanto nuovamente ribadito l’auspicio che da parte russa si manifesti analoga apertura.

Proteste prima della prima della Scala a Milano

Milano, 7 dic. (askanews) – Come da diversi anni a questa parte è stata la Cub Informazione e Spettacolo ad indire per oggi il presidio di protesta sotto Palazzo Marino in occasione della Prima della stagione lirica 2025-2026 del Teatro alla Scala. I lavoratori della Fondazione del Piermarini sono infatti in stato di agitazione dal maggio scorso per questioni interne, per denunciare “i tagli allo spettacolo e al settore cinematografico e audiovisivo previsti dalla Finanziaria” e “l’economia di guerra” che danneggia quella reale del Paese. Con loro ci sono attivisti della Cgil, il Centro Sociale Cantiere, alcuni collettivi studenteschi e realtà antagoniste che hanno iniziato a ritrovarsi sotto la sede del Comune in piazza Scala a partire dalle 14, ben prima dunque che in teatro prenda il via, alle 18, la Prima di “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmitrij Sostakovich.

Inaugurazione della stagione “in sordina”, con il governo presente con il solo ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e le massime Istituzioni del Paese rappresentate dal presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso. Siederanno nel Palco Reale con la senatrice a vita Liliana Segre e i vicepresidenti di Senato e Camera, Gian Marco Centinaio e Anna Ascani. Tutte presenti le autorità civili e militari locali così come al completo sarà il Cda della Fondazione scaligera, mentre per il primo anno non ci saranno due amatissimi ospiti fissi come Giorgio Armani e Ornella Vanoni, recentemente scomparsi. Certo in sala ci sarà qualche bel nome della cultura e dello spettacolo, dai sovrintendenti dei Teatri d’opera di mezza Europa a Roberto Bolle, da Stefano Boeri a Pierfrancesco Favino, ma l’eterogeneo tutto esaurito e il record di incassi (2,8 mln di euro) non toglie un certo senso di delusione per l’assenza di nomi di spicco che la presenza di Mahmood e di Achille Lauro non colma. L’assenza più che la presenza di vip, forse aiuterà a concentrare più attenzione sull’opera scritta da un grande compositore allora 24enne e affidata ad un regista 40enne, Vasily Barkhatov, russo come l’autore.

A vigilare (fin dai giorni scorsi) sulla sicurezza del teatro e degli ospiti che arriveranno alla spicciolata a partire dalle 17, il collaudato e imponente dispositivo messo a punto dalla Questura, che vede impegnati agenti e militari di tutte le forze dell’ordine. In piazza, sotto la sede del Comune separata dalla Scala da un nugolo di transenne, non mancano le bandiere palestines e gli slogan per la liberazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin, ora recluso nel Cpr di Caltanissetta e la solidarietà per la giovane maschera licenziata dalla Scala dopo che il 4 maggio scorso aveva gridato dalla galleria “Palestina libera” prima dell’inizio del concerto organizzato dall’Asian Development Bank alla presenza della premier Giorgia Meloni. Licenziamento giudicato poi illegittimo dal Tribunale del lavoro di Milano che ha condannato il Teatro a versare alla lavoratrice il compenso che avrebbe percepito per ciascun mese tra l’estromissione e la scadenza del contratto, oltre agli interessi e alle spese legali.

Donald Trump Jr: mio padre potrebbe fermare il sostegno all’Ucraina

Roma, 7 dic. (askanews) – Gli Stati Uniti pottrebero mettere fine al sostegno all’Ucraina. Lo ha affermato il figlio maggiore del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump Jr, in un commento espresso nel corso di una conferenza sul Medio Oriente. Lo riporta il Guardian.

Dopo una lunga invettiva contro la corruzione in Ucraina e contro il presidente Volodymyr Zelensky, ed essersi scagliato contro l’Unione europea, sostenendo che le sanzioni contro la Russia non stanno funzionando, Trump Jr, alla domanda se fosse possibile che suo padre, che si era candidato alle presidenziali Usa sostenendo di poter portare la pace in Ucraina, possa abbandonare l’Ucraina al suo destino, ha risposto che “forse sì”, aggiungendo che suo padre è una delle persone più imprevedibili della politica. Per Trump Jr gli Stati Uniti non devono più essere “l’idiota con il libretto degli assegni”.

Trump Jr – ricorda il Guardian – non ha un ruolo formale all’interno dell’amministrazione del padre, ma è una figura chiave del movimento Maga. Il suo intervento riflette l’antipatia di alcuni membri del team di Trump nei confronti del governo ucraino, e arriva mentre il team negoziale incaricato dal presidente Usa sta facendo pressione su Kiev affinché ceda i territori occupati dalla Russia.

Formula1, Norris: "È una sensazione fantastica"

Roma, 7 dic. (askanews) – “Non piangevo da un po’ e non pensavo che avrei pianto, ma l’ho fatto. È un lungo viaggio e prima di tutto voglio ringraziare di cuore i miei ragazzi, tutti alla McLaren, i miei genitori. Sono loro che mi hanno supportato fin dall’inizio”. Lando Norris piange dopo il successo del mondiale, il primo della sua carriera. “Voglio dire, è una sensazione fantastica – continua – ora so cosa prova Max [Verstappen]. Voglio congratularmi con Max e Oscar [Piastri], i miei due più grandi avversari per tutta la stagione. È stato un piacere e un onore gareggiare contro entrambi, ho imparato molto anche da entrambi. Mi sono divertito ed è stato un anno lungo, ma ce l’abbiamo fatta e sono così orgoglioso di tutti.”

Sulla gara dice: “Non puoi non pensarci, ma sapevo che sarebbe stata una gara lunga fino alla fine. Abbiamo visto molte volte che in Formula Uno può succedere di tutto e ho continuato a spingere fino agli ultimi due o tre giri, quando ho potuto rallentare un po’. Volevo comunque lottare fino alla fine ed è quello che abbiamo fatto. È quello che abbiamo dovuto fare questa stagione, con Max [Verstappen] che ci ha inseguito per tutto il percorso, e Oscar [Piastri] che ci ha raggiunto di nuovo alla fine. Di certo non mi hanno reso la vita facile quest’anno.”

Sull’essere sotto inchiesta durante la gara: “Non ne avevo idea, non mi importava, sapevo che quello che avevo fatto andava bene e non avevo nulla di cui preoccuparmi. Cercavo solo di godermi il momento, non molte persone al mondo e non molte persone in Formula Uno riescono a vivere quello che ho vissuto io in questa stagione e in quest’anno. Sono felice per tutti più che per me, ma sono semplicemente follemente felice.”

Sull’essere campione del mondo: “Voglio dire, guarda, è stato un lungo viaggio con la McLaren, sono con loro da nove anni e abbiamo attraversato molti momenti difficili e molti momenti belli. Per me è stato un grande successo riportare loro qualcosa, ed è il loro primo titolo piloti in molti, molti anni, quindi sento di aver fatto la mia parte per la squadra quest’anno e sono molto orgoglioso di me stesso per questo. Sono ancora più orgoglioso per tutti coloro che spero di aver fatto piangere.”

E’ morto il grande fotografo inglese Marin Parr

Roma, 7 dic. (askanews) – E’ morto il grande fotografo britannico Martin Parr. L’annuncio è sul suo profilo ufficiale Instagram: “E’ con grande tristezza che annunciamo che Martin Parr (1952-2025) è morto ieri in casa a Bristol”. Nella sua profonda originalità è stato spesso associato alla corrente della fotografia sociale.

Sulla scomparsa di Martin Parr si legge nel sito della Bbc: “Il fotografo documentarista raggiunse la notorietà a metà degli anni ’80 con “The Last Resort”: il suo studio sulla classe operaia in vacanza a New Brighton, nel Merseyside. Le opere di Parr erano note per la capacità di catturare i più piccoli dettagli della vita quotidiana. Le sue fotografie erano giocose e piene di umorismo, ma suscitavano anche dibattiti e discussioni. “Faccio fotografie serie mascherate da intrattenimento”, ha dichiarato a The Architectural Review nel 2020. “Cerco di sottolineare quando trovo verità universali. La verità è soggettiva, ma è il mondo come l’ho trovato.” Per oltre 50 anni, le fotografie di Parr hanno osservato con uno sguardo apparentemente piatto, ma divertito e compassionevole, i rituali silenziosi e le assurdità del suo Paese natale, dalle desolate città costiere alle feste di paese e ai moderni centri commerciali”. Era noto per l’utilizzo di una tavolozza di colori saturi che imitava le cartoline degli anni ’50 e ’60.

Contraddizioni, potere, decolonizzazione: il Power 100 di Art Review

Milano, 7 dic. (askanews) – L’arte contemporanea, quando è di valore, è capace di canalizzare in opere, installazioni o film un’analisi reale della società, uno sguardo critico che si suppone libero ed è anche uno spazio dove le contraddizioni vengono accolte, come parte dello stesso modo di pensare il lavoro artistico. Del resto i grandi protagonisti del contemporaneo spesso portano avanti con il loro lavoro una denuncia sociale forte e, al medesimo tempo, sono parte di un Sistema dell’arte che garantisce loro notorietà e guadagno, un sistema che diventa più potente e più ricco grazie anche alle opere che mostrano tutte le sue storture e le sue follie. In questo senso è emblematica la classifica dei Power 100 che ogni anno viene stilata su scala globale dalla rivista Art Review: al vertice dei più influenti personaggi dell’arte oggi c’è un artista ghanese, Ibrahim Mahama, che da sempre lavora su temi del colonialismo, dello sfruttamento del lavoro, della violenza insita nei grandi commerci e, per estensione, in tutto il sistema capitalistico.Una figura importante, quella di Mahama, che rappresenta un modo di essere artista particolarmente in linea con la sensibilità di oggi e con il discorso globale e decolonizzato che la stessa Art Review da anni porta avanti.

Al secondo e al terzo posto della classifica, però, ci sono due donne che vengono dal mondo arabo, la nuova e straordinariamente ricca frontiera dell’arte contemporanea che, come ha tentato di fare nel calcio l’Arabia Saudita, sta continuando a allargare la propria influenza e ad attrarre artisti, manifestazioni e capitali. Seconda nel Power 100 si posiziona la sceicca Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, alla guida dei musei del Qatar, Paese che a lei e allo sconfinato potere economico ha affidato la missione di soft-power culturale e che si propone come nuova sede per Art Basel. Subito dietro a lei ecco Hoor Al Qasimi, sceicca degli Emirati Arabi Uniti e direttrice della Biennale di Sharjah nonché fondatrice della Sharjah Art Foundation nella terza città più importante degli EAU. Due figure che stanno certamente ampliando lo spazio dell’arte e che possono rappresentare anche il discorso sui diritti delle donne, ma che sono contemporaneamente espressioni di un mondo che trae la propria rilevanza dall’economia del petrolio e rappresenta oggi una delle forme extra europee che sta assumendo il potere, con la p maiuscola. È ovvio che la relazione tra i potenti e l’arte è vecchia come l’umanità, dalla Grecia Classica fino al Rinascimento italiano e all’età della Rivoluzione industriale, ma è altrettanto ovvio che un osservatore esterno non può non notare questi elementi, che alimentano il senso delle contraddizioni come motore di ogni ragionamento sull’arte contemporanea. Che Art Review, con la sua postura me-too e post-ideologica, porta avanti al massimo grado, anche accogliendo gli elementi di frizione.

Scendendo dal podio si conferma tutta la prospettiva globalista che oggi permea la scena: quarto l’artista egiziano Wael Shawky, quinto l’artista di Singapore Tzu Nyen Ho, sesta l’artista statunitense Amy Sherald, che con il connazionale Kerry James Marshall (settimo) rappresenta il movimento della Blackness. Ottavo posto per la filosofa Saidiya Hartman, che studia i temi razziali, nono per il collettivo Forensic Architecture, che da anni indaga la relazione tra la cultura e i diritti umani e infine, al decimo posto, Wolfgang Tillmans, il fotografo che ha cambiato il modo di pensare la stessa rappresentazione fotografica contemporanea nel senso di un recupero dell’idea di comunità informale. Con l’eccezione di Tillmans, l’Europa è assente, ma, anche qui, leggendo poi le biografie dei vari personaggi in classifica, si vede come le istituzioni culturali europee, e occidentali più in generale, siano spesso i luoghi di lavoro degli artisti, a testimonianza di un potere che cambia e si muove e perde il pelo colonialista, ma non perde mai del tutto, se così si può dire, il vizio.

Del resto l’apertura inevitabile a tutte le culture che per secoli abbiamo considerato “altre” è un discorso che negli ultimi anni è stato portato avanti, oltre che dai più importanti musei del mondo, anche da istituzioni come la Biennale di Venezia, che continua a spalancare il proprio sguardo lontano dall’occidente, come la Biennale Arte di Adriano Pedrosa nel 2024 ha certificato in maniera evidente a tutti, ma lo stesso tipo di lavoro era già in corso nelle Biennali di Architettura ormai almeno dal 2016. Certo, un conto è se questo discorso lo porta avanti la più importante istituzione al mondo sul contemporaneo, un altro è se il mercato dell’arte lo fa proprio e se lo sussume perfino il Sistema. Cosa che, ormai da diverse edizioni, Art Review ci dice che sta effettivamente avvenendo. Con tutte le contraddizioni che inevitabilmente accadono e che è tipico della postura artistica abbracciare, talvolta anche utilitaristicamente.

La classifica prosegue con altri grossi nomi che si sposano bene con i ragionamenti fatti finora: Rirkrit Tiravanija, Mark Bradford, Julie Merhetu, Yinka Shonibare e poi ancora, saltando lungo le posizioni, si trovano Theaster Gates (16), Nan Goldin (22) e Hito Steyerl (25), ma anche il ministro della Cultura dell’Arabia Saudita (21) e, notevole e un po’ sorprendente ritorno, Marina Abramovic (28). Prima italiana è Miuccia Prada, 32esima, l’anno scorso era scesa al 79esimo posto, poco più indietro, 36esima, Patrizia Sandretto Re Redaudegno, anche lei in risalita dodici mesi dopo dalla 44esima posizione. Entra in classifica poi, 96esimo, Eugenio Viola, curatore italiano, tra l’altro del Padiglione Italia di Gian Maria Tosatti alla Biennale 2022, che dal 2019 dirige però il Museo Mambo di Bogotà. Anche qui, una volta di più, si tratta di pensare le geografie, ma anche i corpi e le idee, in modo diverso. (Leonardo Merlini)

Formula1, Norris gestisce ad Abu Dhabi ed è campione del mondo

Roma, 7 dic. (askanews) – Ci sono Mondiali che si vincono con un sorpasso all’ultima curva, e altri che si conquistano con una gestione mentale perfetta. Quello di Lando Norris appartiene alla seconda categoria: sofferto, ragionato. Indimenticabile. Ad Abu Dhabi, mentre Max Verstappen vince la gara, il terzo posto dell’inglese della McLaren basta per coronare il suo primo titolo iridato.

Una gara che è stata un lungo countdown anche per la McLaren che torna a prendersi un campione del mondo. La partenza è di quelle che gelano il sangue. Alla prima curva in testa c’è Verstappen, alle sue spalle Norris e Piastri. Poi Leclerc e Alonso. È subito chiaro che sarà una gara di resistenza psicologica. Verstappen scappa, Piastri pressa, Leclerc non molla la presa su Norris. Lo scenario peggiore per Lando. Nei primi giri la McLaren comunica prudenza, ma la pressione è altissima: “Abbiamo chiesto a Piastri di aumentare il ritmo”, arriva via radio. Lando capisce che oggi non potrà sbagliare nulla. Leclerc lo incalza, “Leclerc molto vicino, mezzo secondo, a Norris”, ma il britannico tiene la posizione. Dopo i primi pit stop Verstappen sembra ingiocabile. Norris però non molla mai il terzo posto, quello che vale un Mondiale. A metà gara lo scenario si fa più chiaro: Max in testa con 21″ su Piastri, Lando è terzo a 4″ da Oscar e con 4″ su Leclerc. Così Norris sarebbe campione.

Quando Verstappen passa Piastri e si prende la testa della corsa, l’olandese prova a completare la rimonta Mondiale più difficile della sua carriera. “Verstappen campione se… ecco cosa deve fare Max per battere le McLaren”, ripetono ai box. Semplice: deve vincere e sperare in un crollo di Norris. Norris gestisce, controlla, si difende nel traffico. Persino quando Tsunoda lo rallenta volutamente: “Norris deve stare molto attento nel superare il giapponese che ovviamente fa gioco di squadra per Max”. Lando rischia, lo supera ai limiti, finisce sotto investigazione: “Norris ha tratto vantaggio lasciando la pista ed è sotto investigazione”. Ma nessuna penalità. Sospiro di sollievo, e si va avanti. Gli ultimi dieci giri sono un esercizio di apnea. Le posizioni non cambiano più: “Posizioni invariate — Presto per dire che il Mondiale è di Norris, ma le posizioni sembrano ormai consolidate”. E poi l’avvicinamento finale, il conto alla rovescia. Max taglia il traguardo per primo. Festeggia, si concede una scena tutta sua: Pattinata e fa burnout sul traguardo prima di scendere dall’auto a braccia alzate. Un campione che ha dato tutto, e che sa di aver sfiorato l’impossibile. Ma la radio McLaren esplode: Lando è terzo. Lando è campione del mondo. Norris piange. Non ce la fa nemmeno a parlare: “Lando piange, non riesce a parlare. ‘Lando, sono Zach Brown della McLaren. È questa la hotline per il campione del mondo?'” Piastri lo abbraccia, poi la mamma, il team, e infine il padre. È il coronamento di un percorso lungo, spesso sofferto, sempre in crescita. Verstappen mostra la grandezza dei grandi: “Orgoglioso di tutti per non aver mai mollato, non sono deluso”, dice Max. Parole che pesano e che spiegano la statura del campione.

Formula1, Verstappen vince ad Abu Dhabi. Norris è mondiale

Roma, 7 dic. (askanews) – Max Verstappen vince il Gran Premio di Abu Dhabi ma non basta per il titolo: Lando Norris, terzo al traguardo alle spalle di Piastri, è campione del mondo F1 per la prima volta in carriera.

Ci sono Mondiali che si vincono con un sorpasso all’ultima curva, e altri che si conquistano con una gestione mentale perfetta. Quello di Lando Norris appartiene alla seconda categoria: sofferto, ragionato. Indimenticabile. Ad Abu Dhabi, mentre Max Verstappen vince la gara, il terzo posto dell’inglese della McLaren basta per coronare il suo primo titolo iridato.

Una gara che è stata un lungo countdown anche per la McLaren che torna a prendersi un campione del mondo. La partenza è di quelle che gelano il sangue. Alla prima curva in testa c’è Verstappen, alle sue spalle Norris e Piastri. Poi Leclerc e Alonso. È subito chiaro che sarà una gara di resistenza psicologica. Verstappen scappa, Piastri pressa, Leclerc non molla la presa su Norris. Lo scenario peggiore per Lando. Nei primi giri la McLaren comunica prudenza, ma la pressione è altissima: “Abbiamo chiesto a Piastri di aumentare il ritmo”, arriva via radio. Lando capisce che oggi non potrà sbagliare nulla. Leclerc lo incalza, “Leclerc molto vicino, mezzo secondo, a Norris”, ma il britannico tiene la posizione. Dopo i primi pit stop Verstappen sembra ingiocabile. Norris però non molla mai il terzo posto, quello che vale un Mondiale. A metà gara lo scenario si fa più chiaro: Max in testa con 21″ su Piastri, Lando è terzo a 4″ da Oscar e con 4″ su Leclerc. Così Norris sarebbe campione.

Quando Verstappen passa Piastri e si prende la testa della corsa, l’olandese prova a completare la rimonta Mondiale più difficile della sua carriera. “Verstappen campione se… ecco cosa deve fare Max per battere le McLaren”, ripetono ai box. Semplice: deve vincere e sperare in un crollo di Norris. Norris gestisce, controlla, si difende nel traffico. Persino quando Tsunoda lo rallenta volutamente: “Norris deve stare molto attento nel superare il giapponese che ovviamente fa gioco di squadra per Max”. Lando rischia, lo supera ai limiti, finisce sotto investigazione: “Norris ha tratto vantaggio lasciando la pista ed è sotto investigazione”. Ma nessuna penalità. Sospiro di sollievo, e si va avanti. Gli ultimi dieci giri sono un esercizio di apnea. Le posizioni non cambiano più: “Posizioni invariate Presto per dire che il Mondiale è di Norris, ma le posizioni
sembrano ormai consolidate”. E poi l’avvicinamento finale, il conto alla rovescia. Max taglia il traguardo per primo. Festeggia, si concede una scena tutta sua: Pattinata e fa burnout sul traguardo prima di scendere dall’auto a braccia alzate. Un campione che ha dato tutto, e che sa di aver sfiorato l’impossibile. Ma la radio McLaren esplode: Lando è terzo. Lando è campione del mondo. Norris piange. Non ce la fa nemmeno a parlare: “Lando piange, non riesce a parlare. ‘Lando, sono Zach Brown della McLaren. È questa la hotline per il campione del mondo?'” Piastri lo abbraccia, poi la mamma, il team, e infine il padre. È il coronamento di un percorso lungo, spesso sofferto, sempre in crescita. Verstappen mostra la grandezza dei grandi: “Orgoglioso di tutti per non aver mai mollato, non sono deluso”, dice Max. Parole che pesano e che spiegano la statura del campione.

Il Cremlino ha detto che la nuova Strategia Usa è in linea con la visione della Russia

Roma, 7 dic. (askanews) – Gli aggiustamenti apportati alla nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti sono in gran parte coerenti con la visione della Russia. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, così come riportano le agenzia di stampa russe. “Gli aggiustamenti a cui stiamo assistendo, direi, sono in gran parte coerenti con la nostra visione”, ha dichiarato Peskov al giornalista russo Pavel Zarubin. Venerdì scorso, la Casa Bianca ha pubblicato una nuova dottrina per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti che invita l’Europa ad assumersi la responsabilità della propria difesa. Nel documento la Casa Bianca scrive di essere in contrasto con i funzionari europei che hanno “prospettive irrealistiche” riguardo al conflitto in Ucraina.

Ramy, La Russa: convinta solidarietà ai Cc

Roma, 7 dic. (askanews) – “Esprimo piena e convinta solidarietà all’Arma dei Carabinieri e al Nucleo Radiomobile di Milano, che da sempre si contraddistingue per il suo impegno nel garantire la sicurezza e proteggere i cittadini. Accusare un intero reparto senza che la verità sia stata ancora accertata è un atto incomprensibile e ingiusto, che mina la reputazione di donne e uomini che ogni giorno affrontano seri rischi per difendere la nostra città”. Lo scrive su facebook il presidente del Senato Ignazio La Russa dopo le polemiche per il conferimento di uno degli “Ambrogini d’oro” della città di Milano al Nucleo radiomobile dei Carabinieri, a cui appartengono i militari indagati per la morte di Ramy Elgaml, il ragazzo deceduto il 24 novembre 2024 dopo una caduta in scooter nel corso di un’inseguimento condotto dai militari dell’Arma.

“La giustizia seguirà il suo corso – prosegue La Russa – ma ritengo fondamentale non dimenticare il valore e l’onore di chi lavora con dedizione e coraggio, senza mai arretrare di fronte al pericolo”.

Milano, manifesto per Ramy contro l’Ambrogino d’oro ai carabinieri

Roma, 7 dic. (askanews) – Nel giorno del conferimento di uno degli “Ambrogini d’oro” della città di Milano ai Carabinieri, è spuntato, nei pressi del Teatro Dal Verme, dove si è tenuta la cerimonia di consegna dei premi, un manifesto critico ad opera dell’artista Cristina Donati Meyer. Il manifesto raffigura Ramy Elgaml, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 dopo una caduta in scooter nel corso di un’inseguimento condotto dai militari dell’Arma, con un cartello con su scritto “Chiediamo pane e cultura, ci date polizia”.

“Stamattina – spiega la stessa artista su Instagram – c’è stata la cerimonia di consegna dell’Ambrogino d’Oro al reparto coinvolto nella notte dove Ramy ha perso la vita, notte ancora piena di contraddizioni e domande senza risposta. Premiare mentre le indagini sono ancora aperte è una scelta politica chiara: normalizzare, chiudere, spostare lo sguardo. Io, invece, lo sguardo lo tengo fisso. E lo tengo qui. Questa città non ha bisogno di medaglie: ha bisogno di verità, memoria e responsabilità. E se chi governa preferisce celebrare, allora l’arte deve diventare interruzione, disturbo, presenza”.

“Per Ramy. Per chi non accetta che tutto venga archiviato in fretta. Per chi sa che la strada parla più delle cerimonie”, conclude Donati Meyer.

Netanyahu: no a uno Stato Palestinese

Roma, 7 dic. (askanews) – Il primo ministro Benjamin Netanyahu ribadisce il suo No alla creazione di uno Stato Palestinese che sarebbe inevitabilmente “impegnato”, a suo dire, “nella nostra distruzione a due passi da casa”.

Riconoscendo il disaccordo su questo punto con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, insieme a in conferenza stampa dopo il loro incontro a Gerusalemme, Netanyahu ha spiegato che “abbiamo un punto di vista diverso, ovviamente, perché lo scopo di uno Stato palestinese è distruggere l’unico e solo Stato ebraico”.

“Avevano già uno Stato a Gaza, uno Stato di fatto, ed è stato usato per cercare di distruggere l’unico e solo Stato ebraico. Crediamo che ci sia una strada per promuovere una pace più ampia con gli Stati arabi, e una strada anche per stabilire una pace praticabile con i nostri vicini palestinesi, ma non creeremo uno Stato impegnato nella nostra distruzione a due passi da casa”, ha sottolineato Netanyahu.