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Oggetto di attenzione e critiche, il centro ora fa notizia.

C’è un fatto politico di straordinaria importanza che caratterizza la politica italiana in questa fase convulsa e singolare: si riparla, cioè, del Centro e della necessità di declinare una altrettanto necessaria ed indispensabile “politica di centro”. E questo è un dato importante perché evidenzia, forse, che si può battere o almeno ridimensionare quella radicalizzazione del conflitto politico che ormai da troppo tempo domina in modo persin incontrastato l’intera politica italiana. Tanto sul versante del centro destra quanto e, soprattutto, su quello del centro sinistra. Della necessità, cioè, di riavere come protagonista una ‘politica di centro’ nel nostro paese.

Certo, nei due campi politici la situazione è profondamente diversa. Nel campo della attuale maggioranza di governo c’è un partito – Forza Italia – che è dichiaratamente ed esplicitamente centrista e che cerca di declinare, di conseguenza, quella che comunemente viene definita come

‘politica di centro’. E, accanto a Forza Italia, c’è la piccola ‘zattera’ di Lupi che cerca di riproporre una cultura politica di centro.

Più complessa e articolata la situazione nel campo della coalizione progressista. Più complessa perché ci sono più soggetti politici – partiti, movimenti, leader e potenziali ‘federatori’ – che contribuiscono a declinare un progetto e una cultura centrista. Di vario genere. Dai partiti personali di Matteo Renzi e Carlo Calenda al neo partito di Marattin, Marcucci, Giannino e Cottarelli; dai radicali di +Europa ai cattolici centristi e moderati del Pd; dal potenziale federatore di centro nonchè sindaco di Milano Sala all’ex Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini. E questo, per dirla con Donat-Cattin, “allo stato dei fatti”.

Ora, però, al di là della geografia che attualmente caratterizza l’area centrista nel nostro paese, è indubbio che c’è un dato politico e culturale che non si può non evidenziare e che va salutato positivamente e con incoraggiamento. E cioè, la crescita esponenziale e un rinnovato protagonismo politico, culturale, valoriale delle forze centriste può segnare una progressiva ed irreversibile inversione di tendenza. E cioè, contribuire a battere quella radicalizzazione della lotta politica che era e resta il vero nemico per la stessa conservazione della qualità della democrazia italiana. Una cultura, questa, che potrebbe anche cambiare gli stessi equilibri politici e nei relativi schieramenti. Perché un fatto è abbastanza oggettivo. Se sono le forze di centro ad imporsi nelle rispettive coalizioni o, perlomeno, a condizionarne pesantemente il progetto politico, è altrettanto evidente che l’attuale radicalizzazione è destinata ad entrare progressivamente in crisi. E, sotto questo aspetto, c’è una cultura che può giocare sino in fondo questa scommessa. E la cultura è quella riconducibile alla tradizione, alla storia, al pensiero e alla stessa prassi del cattolicesimo democratico, popolare e sociale.

Ecco perché, forse, siamo alla vigilia di un nuovo e profondo cambiamento della politica italiana contemporanea. Dipende prevalentemente, se non esclusivamente, anche da noi, seppur con

accenti, approcci e modalità diversi.

Nirvana se ne è andata senza disturbare la felicità del Natale

A 57 anni Nirvana se n’è andata all’altro mondo senza colpo ferire. Non ha atteso il giorno esatto della nascita del Figlio di Dio per fare notizia, come sempre si legge di qualche barbone morto di freddo e di stenti per strada mentre il mondo è impegnato a fare regali.

È inutile dire il suo cognome, resterebbe comunque anonima così come ha vissuto. Come in altre occasioni, si sono accorti di lei dal puzzo del suo cadavere dopo mesi dalla sua morte.

Non si è messa in mostra facendosi trovare congelata su una panchina o in un sottopassaggio per un riparo di fortuna. Non ha dato schiaffi in faccia ad un mondo che le passava accanto scartandone l’incontro per evitare un’’elemosina. È bene essere avveduti: gli scarti dell’umanità corrono il rischio di farti inciampare.

Sembra che vivesse in un palazzo del centro di Como ma non era evidentemente al centro dell’interesse di nessuno. Ci sarà qualche polemica su chi dovesse fare che cosa nel tempo, assistenti sociali, religiosi o chi altro potesse avere cura di una donna dimenticata. Eppure mai nome fu più indovinato per la povera persona su cui non ci si è soffermati in vita e meno ancora si perderà tempo in morte.

Nirvana designa una condizione di felicità che si ottiene con la estinzione dei desideri ed è appunto quello che è accaduto a lei, distaccata da tutto, a cui bastava solo aggrapparsi al crocefisso che portava al collo e pregare incessantemente. Era quello il suo tesoro che nessuno, peraltro, era interessato a sottrarle.

Da mesi era morosa di un affitto che non poteva pagare. Ciò malgrado non c’è chi si sia preoccupato di riscuotere la pigione e nel contempo che abbia avuto modo di incontrare l’inquilina inadempiente così scoprendone le precarie condizioni di salute.

A dispetto della riservatezza della donna, solo il tanfo del suo cadavere si è imposto ad un mondo che non voleva accorgersi di lei. I funerali sono stati celebrati in un’altra zona della città, nel quartiere di Rebbio. Con rebbi acuminati hanno infilzato quella vita destinandola ad un anonimato che non merita menzione, una pietanza banale che una forchetta ha trattato con disprezzo, lasciandola come un avanzo nel piatto del giorno che scorre.

Hanno celebrato il suo funerale facendolo coincidere con la Messa del mattino per garantire un minimo di partecipazione alle esequie. Erano presenti 33 persone, in singolare coincidenza con gli anni di Cristo. Quello è un numero che non porta fortuna, di chi è predestinato alla tragedia.

Del resto, anche sotto la croce si era in assai pochi e Nirvana alla solitudine era più che abituata. Resterà al Comune il conto da pagare per il funerale, una spesa che andrà a finire sulle voci in passivo del bilancio. Quella di Nirvana, anche in morte, è un report in negativo.

Don Giusto, il sacerdote, ha rimbrottato contro il menefreghismo della società, rimarcando ciò che è sbagliato nel cuore degli uomini che batte tranquillo in un ventre di vacca, come fosse nell’antro di una grotta in cui si svolge una storia diversa da quella di Betlemme.

Si tratta della stessa indifferenza che si è avuta a Castiglion del Lago dove alla festa di compleanno di una bambina non si è presentato nessuno dei suoi 35 compagni, i loro genitori evidentemente tutti troppo impegnati a non fare comunità. C’è ben altro da fare in quel paese di 15.000 anime per poter pensare a festeggiare una bimbetta di 5 anni. Sarà l’imprinting del posto, ma hanno eretto un muraglione tra loro e il cuore in attesa di un giovanissimo prossimo.

Siamo a Natale ma più che al tempo di Avvento si continua imperterriti a procedere contro vento. Troppi uomini danno scandalo. Lo fanno naturalmente, senza sforzo, non c’è bisogno di sudare e di impegnarsi per riuscire nell’impresa.

La loro nullità gli suggerisce che solo così potranno lasciare segno del loro passaggio sulla terra. Per un recupero di dignità occorrerebbe passare subito ad altri mesi del calendario, dalle parti della Pasqua, verso una ipotesi di resurrezione che al piano di sopra si spera vada finalmente a vuoto.

Il Levante tra guerra e realpolitik

Il 7 ottobre 2023 è una data spartiacque nella ultradecennale vicenda mediorientale. L’eccidio perpetrato da Hamas e in un qualche modo (anche se non sappiamo esattamente come) condiviso con l’Iran degli ayatollah ha determinato nello stato aggredito, Israele, una ferrea volontà distruttiva dei propri nemici. Che era già insita in esso, e che quindi va oltre il desiderio di vendetta, ma che in buona parte era tenuta compressa.

Israele non accetta la solita affermazione “due popoli, due stati” declamata in occidente con riferimento al territorio palestinese. Perché non vuole uno stato palestinese ai propri confini. Al tempo stesso non può dimenticare – e quindi si attrezza di conseguenza, in una logica solo guerresca – che i suoi nemici dichiarati (l’Iran, appunto, e i suoi cosiddetti proxy, movimenti terroristici islamici di varia dislocazione) ne auspicano attivamente niente meno che l’estinzione.

È accaduto così che il dipanarsi degli avvenimenti seguiti a quella nera mattinata di morte avvenisse nella progressività degli stessi e con un obiettivo finale, ben chiaro ai governanti di Tel Aviv, ma in una certa misura a tutti gli israeliani, inclusi quanti al governo di Benjamin Netanyahu sono ostili: la rottura permanente del “Fronte della Resistenza” costruito negli anni da Teheran con la conseguente ipotesi di una successiva caduta del regime sciita. In questo disegno, naturalmente, non è previsto in alcun modo che il nemico iraniano possa dotarsi dell’arma nucleare. A costo di trasformare l’attuale guerra a intermittenza in guerra totale.

Quindi Israele ha certo immediatamente invaso Gaza, con le orripilanti conseguenze che il popolo di quella disgraziata terra ha dovuto subire e sta tuttora subendo. Ha certo, in una fase ulteriore, attaccato le postazioni di Hezbollah in Libano e ha pure, con indubbio successo, intrapreso una campagna mirata di eliminazione individuale dei capi di Hamas e Hezbollah. Ma non ha per nulla intaccato il rapporto costruito negli anni con i paesi arabi sunniti, per parte loro alle prese con le proteste rabbiose dei propri cittadini a fronte delle sconvolgenti immagini provenienti – con fatica – da Gaza e però attenti alle ragioni della realpolitik.

E pertanto, mentre Gaza veniva distrutta nessuno in Egitto e Giordania ha posto in discussione l’ormai consolidato accordo con lo stato ebraico, né gli Emirati o il Marocco hanno rigettato gli “Accordi di Abramo” ai quali L’Arabia Saudita non si è ancora associata senza però rinunciare all’idea di farlo, nel primo momento favorevole per condurre in porto la cosa. Insomma, Israele non è stato isolato diplomaticamente. Anche se l’empatia nei suoi confronti, che avrebbe potuto aumentare dopo il 7 ottobre se la sua reazione fosse stata diversa, è pressoché scomparsa ovunque, anche presso paesi tradizionalmente amici.

Il 13 aprile, però, si è registrato un nuovo passo nella direzione poco fa accennata: per la prima volta l’Iran ha attaccato direttamente Israele. Certo, con una azione blanda e preavvertita, ma comunque simbolicamente importante. A cui la Stella di David ha risposto in maniera conforme. Al di là della misura quantitativa, il segno inequivocabile dell’apertura di una fase nuova, ancor più pericolosa. Lo scambio diretto di droni armati e di missili si è ripetuto una seconda volta, qualche mese più tardi e con qualche potenza maggiore. Ulteriore passaggio verso un rischioso momento di non ritorno. Che però, ecco il punto, è realmente immaginato da Israele, con tutto quello che ne consegue in termini di preparazione.

In attesa fra l’altro del cambio di amministrazione a Washington, auspicato e puntualmente avvenuto: dal 20 gennaio alla Casa Bianca torna un signore che valuta possibile un’operazione di “regime change” a Teheran. Dove invece gli ayatollah e i politici da loro dipendenti sono – al di là dei proclami buoni per le masse – molto preoccupati e molto indecisi sul da farsi. Consapevoli dei propri punti deboli. Crisi economica, latente protesta sociale pronta a esplodere se non controllata con ferrea applicazione costrittiva, oggettiva inferiorità militare rispetto all’IDF, consapevolezza di avere puntati contro i missili statunitensi presenti sulle portaerei e sui sommergibili dislocati nel Mediterraneo.

Questa incertezza ha determinato il precipitare degli eventi in senso negativo per Teheran. In natura e anche in politica non esistono spazi vuoti, e così qualcuno ha approfittato di questa incertezza. Nella fattispecie, oltre a Israele, il sultano turco. Recep Tayyip Erdogan ha colto l’attimo incoraggiando e aiutando i jihadisti siriani ad affondare Assad, il cui regime ormai si teneva in piedi solo se e in quanto sostenuto da russi e iraniani, che però improvvisamente avevano realizzato di non poterlo più garantire come fatto sin lì. E così ora potrà far rimpatriare buona parte dei 4 milioni di rifugiati siriani oggi ammassati nei campi profughi, e allargare oltre Idlib la zona-cuscinetto che lo separa dai curdi siriani, in attesa magari di poterli colpire duramente.

Il Levante è ora in una fase di trasformazione. Una transizione verso un futuro ancora indefinito che potrebbe anche essere assai lunga. Ma anche più breve del previsto, se il potere di ayatollah e pasdaran dovesse subire un tracollo a fronte della cruda volontà israeliana di liberarsi una volta per tutte di un nemico che ne contesta l’esistenza. Tutto è possibile, il domino regionale è in piena evoluzione.

Fuori dal talent show: Ruffini sceglie la via più difficile.

Qualcosa, anzi più di qualcosa, era emerso già lunedì scorso alla Lumsa al convegno sui cattolici dopo la Settimana Sociale di Trieste. Secondo Stefano Cappellini di Repubblica, Ruffini non avrebbe dovuto parteciparvi perché organizzato “dall’ex ministro Beppe Fioroni”. Ohibò! Come che sia, adesso si entra nel vivo. Ernesto Ruffini compie un passo significativo, ufficializzando in un’intervista, pubblicata ieri sul Corriere della Sera, le sue dimissioni da direttore dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia non si tratta di un preludio a un ingresso in politica. “Non scendo in campo, ma rivendico il diritto di parlare” ha affermato, spiegando altresì che le dimissioni rappresentano “l’unico modo per rimanere me stesso” dopo gli attacchi subiti.

 

Un messaggio forte al governo
Ruffini non le manda a dire: respinge con fermezza le accuse rivolte all’Agenzia delle Entrate, tacciata di essere una sorta di “estorsore di un pizzo di Stato” o di tenere “in ostaggio” le famiglie. Parole pesanti, che secondo lui hanno contribuito a creare un clima di delegittimazione del lavoro svolto dall’amministrazione fiscale. Una posizione che, per molti, suona inevitabilmente come politica, spingendo a interrogarsi sul suo futuro.

 

Un profilo rispettato, ma…
Cattolico, stimato trasversalmente per integrità e competenza, Ruffini è stato subito evocato come possibile federatore di una coalizione neo ulivista o come leader di una nuova forza democratica e popolare. Romano Prodi, considerato uno dei suoi grandi sostenitori, ha commentato con una punta di apprensione: “Ruffini è retto, capace, conosce il Paese. Ma bisogna vedere se infiamma la gente. Il problema è questo”. Un nodo cruciale, in astratto, per chiunque ambisca a guidare una nuova stagione politica.

Occorre notare che nel Pd le reazioni sono state tiepide, se non decisamente fredde. Anzi ostili, in taluni casi, visto il rilancio su Sala del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. E Graziano Delrio, preoccupato per la piega assunta dagli eventi, si è limitato a ribadire che “è meglio partire dal progetto che dai nomi”. Insomma, si cerca di non perdere la comunicazione.

Il fatto è che lo schema di Elly Schlein è saltato: la sua pretesa di rappresentare, già ora e senza contendenti, l’alternativa alla Meloni, cede alla novità di un quadro in rapida evoluzione, con un convitato di pietra – per un attimo non tiriamo Ruffini per la giacchetta – che può puntare alla guida di un nuovo centro-snistra.

 

Uomo di dialogo e sfide
Indubbiamente, il percorso si presenta in salita. Ciò nondimeno la reputazione di cui gode Ruffini potrebbe rappresentare un punto di ripartenza per un mondo che cerca una guida lontano dalle polarizzazioni artificiali.  Ed è proprio questo il momento di incoraggiarne se non l’azione immediata, quanto meno la testimonianza attiva e di lunga durata. Certo, non per rimaneggiare una stemperata politica senz’anima e passione, all’ombra del moderatismo. Il cattolicesimo democratico può dare molto di più, con generosità. E l’Italia, mai come oggi, sembra avere bisogno di voci nuove, capaci di conciliare competenza, integrità e capacità di dialogo.

Putin nella rete di guerre concatenate

La Storia non finisce e non si ferma. Mai. Le due decadi del nuovo secolo e addirittura del nuovo millennio lo hanno ampiamente dimostrato, dall’11 settembre in avanti. Ma nella terza decade, quella che stiamo vivendo, stiamo assistendo ad un’accelerazione impressionante, e purtroppo segnata dalla cifra della guerra. Due nuove date hanno segnato indelebilmente il nuovo passaggio di fase e gli sviluppi che esse hanno determinato intersecano Europa e Oriente Medio in misura assai maggiore di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. 24 febbraio e 7 ottobre hanno provocato uno tsunami i cui effetti si stanno avvertendo in tutta la loro potenza solo ora, a molti mesi da quelle due date che entreranno nei libri di storia.

Prendiamo la Russia. La Russia neo imperiale di Vladimir Putin. Quando impegnò la propria aviazione per bombardare, era il settembre 2015, i ribelli antigovernativi siriani, imprimendo così una svolta decisiva alla guerra civile a tutto favore di Bashar al-Assad, aveva ben chiaro il proprio obiettivo primario, oltre al consolidamento di una sostanziale alleanza che datava sin dai tempi dell’Unione Sovietica: rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo, trasformando in attrezzate basi militari gli insediamenti portuali e aeroportuali di Tartus e Hmeimim nei pressi di Latakia.

Una presenza che sarebbe stata ampliata poco dopo con il sostegno al maresciallo Khalifa Haftar, dominus della Cirenaica, l’oriente libico, e il conseguente irrobustimento della propria diretta presenza militare: innanzitutto il porto di Tobruk (altra strategica presenza mediterranea) e la base interna ma non troppo distante da Bengasi di al-Khadim, e successivamente anche due altre postazioni nella Libia centrale, utili a veicolare armi e militari/mercenari verso il Sahel, area pure essa di massimo investimento geopolitico da parte di Mosca. Prima attraverso la compagnia Wagner di Evgenij Prigozhin e dopo la morte di quest’ultimo in controllo diretto sotto la sigla Africa Corps, la Russia ha così ampliato la propria penetrazione logistica nel Fezzan libico, ovvero nel Sahara confinante col Sahel, e quindi agevolando i collegamenti logistici verso il Sudan, il Ciad e il Niger. Allargando pertanto la propria influenza nell’area, che non per caso è stata immediatamente dopo interessata da una serie di colpi di stato militari (appunto Ciad e Niger e poi anche Mali, Burkina Faso, Guinea, Gabon) che hanno assunto caratteri anti-occidentali e orientato questi paesi in direzione di Mosca (ancorché senza tratti di definitività).

Un investimento nel continente volto non solo a conquistare spazio geopolitico ma anche, e forse soprattutto, a reperire nuove fonti di entrata economica dopo le sanzioni occidentali subìte in seguito all’annessione della Crimea nel 2014. Ricche miniere d’oro e d’altri minerali da sfruttare pagandole mediante accordi di sicurezza militare, propaganda e disinformazione locale a vantaggio dei generali golpisti, transazioni finanziarie opache e quant’altro. Una forma aggiornata di colonialismo da utilizzare anche in chiave ONU, posto il rilievo numerico che, insieme, questi stati africani hanno in quella sede. Come si è visto in occasione delle votazioni sulle risoluzioni di condanna dell’invasione dell’Ucraina.

Ma proprio l’impegno contro Kijv, prolungatosi nel tempo e aggravatosi nei costi oltre ogni più pessimistica previsione, ha progressivamente distolto energie, risorse e da ultimo anche uomini dal quadrante africano sino alla resa siriana: quando avrebbe dovuto, di nuovo, proteggere il governo di al-Assad Mosca si è resa conto di non essere più in grado di farlo e così Putin ha dovuto limitare il proprio sostegno alla salvezza della vita del deposto dittatore e della sua famiglia nonché di un numero ristretto di dignitari del regime. Non solo. Ha dovuto acconciarsi ad una umiliante trattativa per salvaguardare l’integrità dei suoi tanto agognati e importanti sbocchi infrastrutturali sul Mar Mediterraneo, con esiti tuttora non definitivi peraltro.

Ecco così che dal punto di vista russo le scelte operate il 24 febbraio 2022 hanno inciso direttamente sugli avvenimenti successivi al 7 ottobre 2023 in un modo affatto prevedibile al tempo nel quale vennero definite. È un mondo sempre più integrato. Anche nello sviluppo delle guerre. Anzi, soprattutto nello sviluppo delle guerre.

I gesuiti indonesiani e il cammino verso una democrazia…più democratica.

Hanno scelto la Giornata mondiale dei diritti umani, il 10 dicembre, per lanciare PRAKSIS (Pusat Riset dan Advokasi Serikat Jesus o “Centro gesuita di ricerca e advocacy”). L’obiettivo della Compagnia di Gesù è chiaro e ambizioso: studiare e promuovere una democrazia capace di rispondere alle esigenze del bene comune.

Lo slogan del centro, Cercare la democrazia per promuovere il bene comune”, evidenzia la visione di un percorso ancora aperto. L’Indonesia, come nazione giovane e dinamica, sta cercando il proprio modello democratico, un processo che non è privo di ostacoli. A ispirare l’iniziativa è stata una riflessione condivisa durante i dialoghi preparatori al lancio di PRAKSIS: la democrazia indonesiana appare ancora lontana dal suo pieno compimento, minacciata da problemi strutturali come la limitazione delle libertà civili, le disuguaglianze socioeconomiche e la fragilità dei diritti politici.

Secondo p. Maswan Susinto, direttore del centro, PRAKSIS si propone di offrire una lettura critica dell’attuale panorama politico ed economico del paese, con un focus sul periodo 2014-2024. L’approccio sarà interdisciplinare, coniugando analisi scientifiche con una riflessione etico-teologica radicata nella dottrina sociale della Chiesa.

La sfida è duplice: da un lato, documentare il regresso democratico del decennio in esame – caratterizzato da un restringimento della classe media e da una crescente polarizzazione populista – e dall’altro, proporre nuovi modelli di governance capaci di restituire centralità al bene comune. I gesuiti, storicamente impegnati nell’educazione, nella giustizia sociale e nella promozione dei diritti umani, vedono nella democrazia un mezzo fondamentale per garantire dignità e uguaglianza a tutti i cittadini.

Questo impegno riflette il più ampio carisma della Compagnia di Gesù, che da sempre coniuga fede e giustizia, mirando non solo a denunciare le ingiustizie, ma anche a proporre soluzioni concrete per il progresso delle società in cui opera. Con PRAKSIS, i gesuiti indonesiani non solo documentano il presente, ma tracciano un percorso di speranza per un futuro democratico più equo e inclusivo.

 

[Fonte: Asianews]

Sequeri e la forma ecclesiale: la parrocchia come archetipo della comunità cristiana.

Questo volume raccoglie e collega due momenti fondamentali nella riflessione teologica sulla forma ecclesiale: un saggio del 1974 e uno del 2024, separati da cinquant’anni esatti di studi, ma uniti da un unico filo conduttore. Al centro di entrambi vi è la volontà di esplorare come la Chiesa debba adattarsi alle sfide della contemporaneità per rimanere fedele alla sua missione evangelizzatrice. L’elemento centrale di questa riflessione è la parrocchia, intesa non semplicemente come struttura organizzativa, ma come archetipo della comunità cristiana, il contesto privilegiato in cui si manifesta il regno di Dio.

L’autore, attraverso una ricerca che abbraccia decenni, scopre nella parrocchia un elemento teologico di grande forza e rilevanza, capace di definire non solo l’immaginazione ecclesiale, ma anche la prassi comunitaria. Sorprendentemente, è proprio in un’epoca caratterizzata da cambiamenti sociali e culturali profondi che la parrocchia emerge come una “categoria istituente”, un elemento fondativo della Chiesa, in grado di rispondere alla complessità del presente. Tuttavia, l’attuale situazione presenta una parrocchia spesso inadeguata – sia come passione che come istituzione – a incarnare la forma necessaria per abitare la “città secolare” del XXI secolo.

In questo contesto, l’autore si interroga su come riformare la parrocchia affinché possa rispondere al suo ruolo di prossimità, tanto concettuale quanto pratica, all’essenza stessa della Chiesa. La sfida non è solo teologica, ma anche pastorale: come costruire una comunità che, seguendo l’esempio di Gesù, sia capace di abbattere pacificamente e con ironia i muri delle differenze religiose e delle diffidenze irreligiose?

Questa riflessione si rivela di estrema attualità, poiché in un mondo sempre più secolarizzato, le comunità cristiane devono trovare nuove modalità per testimoniare la fede e per attrarre persone alla vita della Chiesa. L’autore ci invita a guardare con fiducia al futuro, certi che il rinnovamento della parrocchia – nella sua dimensione istituzionale e spirituale – sia una via imprescindibile per riscoprire la forza generativa della missione cristiana.

 

Per leggere la scheda del libro

https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/pierangelo-sequeri/missione-e-comunita-9788834354858-399419.html

La Voce del Popolo | Tempi difficili per le volpi democratiche.

Il premier turco Erdogan, vincitore della rivolta siriana, ci ha tenuto a far sapere che lui e Putin sono ormai i due uomini di Stato più longevi al mondo: 22 anni di potere l’uno, quasi

altrettanti l’altro. Come a voler rivendicare il primato di quelle modalità estreme di governo che al momento si rivelano più capaci di conciliare la stabilità dei regimi e la loro apparente (molto apparente) legittimità elettorale.

Gli si potrebbe obiettare che anche Assad, rintanato ora in una dacia nei pressi di Mosca, fino a qualche giorno fa godeva della stessa longevità di governo. E che nel nostro passato recente abbondano una gran quantità di dittatori che hanno governato con la forza per molti, troppi anni. Lasciando dietro di sé le macerie dei loro stessi Paesi. I governi autoritari infatti appaiono più solidi e duraturi, ma solo perché barano al gioco della democrazia. E non è un caso che la loro caduta avvenga infine il più delle volte nei modi tumultuosi che abbiamo appena visto a Damasco.

È la metafora del riccio e della volpe evocata da Isaiah Berlin. La volpe è versatile, sa fare molte cose, ha imparato ad adattarsi. Il riccio ne sa fare una sola, riesce a farla molto bene, ma fa sempre e solo quella. È il conflitto tra la duttilità e la specializzazione.

Laddove la democrazia è volpe, e l’autoritarismo è riccio. Negli ultimi tempi, a quanto pare, noi volpi democratiche occidentali non ce la stiamo passando troppo bene. Ma la flessibilità tipica dei regimi liberal-democratici resta sempre un valore. E non sarebbe saggio barattarla per diventare ricci anche noi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 12 dicembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Oltre i confini: costruire una politica migratoria sostenibile.

Il tema della gestione delle migrazioni, una sfida per le élite intese come governance, rappresenta uno dei grandi test che l’Europa deve affrontare, ma di cui sembra non aver ancora preso piena consapevolezza.

Infatti, a ogni rotta migratoria chiusa se ne apre un’altra, e contrastare da soli l’immigrazione irregolare non è un’impresa possibile. Serve una politica multilaterale che preveda l’apertura di vie legali di accesso e corridoi umanitari, insieme a misure integrate con le necessità dei paesi di origine.

Questo approccio rappresenta anche l’unico modo efficace per contrastare gli affari dei trafficanti e garantire i diritti dei migranti, le cui condizioni, dopo la pandemia, sono peggiorate, con un aumento generalizzato dell’incidenza della povertà.

Una direzione è stata indicata dal Parlamento Europeo: l’emissione di visti umanitari direttamente nelle ambasciate e nei consolati dei paesi europei localizzati nei paesi d’origine dei migranti.

Anche il nostro Paese, negli ultimi due anni, ha adottato numerosi provvedimenti normativi su questo tema. Sono molti, infatti, gli interventi emanati dall’autunno del 2022 a oggi. In questo panorama si inserisce anche il capitolo relativo all’Albania, un esempio di narrazione fantasiosa e bizzarra di una possibile soluzione del problema, senza gloria.

Tra le novità normative, ricordiamo alcune delle principali, per comprendere in che direzione sono andati i cambiamenti apportati, spesso non in linea con i principi indicati dalla Costituzione.
Abbiamo assistito, infatti, all’introduzione di nuove procedure e regole per l’esame delle domande di protezione internazionale, alle nuove norme sul trattenimento, anche per i richiedenti asilo, all’inserimento di una cauzione, all’abrogazione della protezione speciale al di fuori della protezione internazionale, al divieto di conversione in permessi di lavoro per protezione speciale, cure mediche o calamità naturali. Inoltre, si è registrata una riduzione delle garanzie per i minori non accompagnati, così come una diminuzione delle cure per le persone straniere, con un conseguente restringimento del diritto di difesa, prevalentemente per i richiedenti asilo, ma non solo. Queste misure hanno ridotto la possibilità di far valere i diritti sostanziali di cui queste persone sono portatrici.

Nella corsa verso il nostro esclusivo benessere, abbiamo perso il senso dell’altro e del valore intrinseco di ogni essere umano, che rappresenta un bene primario in una democrazia che voglia definirsi ed essere realmente tale. Viviamo un’epoca in cui la dignità della persona umana viene ridotta a mero prodotto finale di un processo economico irrazionale.

In questo contesto, l’essere umano è diventato un mezzo per il consumo. Lo spazio per l’affermazione dei suoi diritti si è ridotto, e la dignità della persona non è più considerata un valore supremo dell’ordinamento europeo, fonte di tutti i diritti.

La politica ha perso umanità, e l’immigrazione è diventata uno dei principali terreni di scontro culturale e politico. Non riusciamo a coglierne le potenzialità né ad avviare una politica seria che affronti il problema trasformandolo in opportunità.

Siamo immersi in un grande vuoto che non riconosciamo: quello delle vaste terre abbandonate, sempre più fragili; delle corsie degli ospedali, con sempre meno personale; dei nostri anziani, bisognosi di cure e assistenza, spesso soli nelle loro esistenze fragili. Le aule scolastiche delle periferie del nostro Paese, e ora anche delle metropoli, vivono grazie alla presenza dei ragazzi immigrati.

Siamo alla vigilia del Giubileo, e la grande richiesta di partecipazione metterà ancora più in crisi il settore dei servizi.

Ma questa potrebbe essere anche l’occasione per tutti di riflettere sul patrimonio umano che abbiamo già qui, composto da persone che, inserite da tempo nell’economia del nostro Paese, rappresentano ormai una risorsa produttiva riconosciuta in intere filiere.

Lavoro, la Cisl chiede attenzione a giovani e donne.

I dati pubblicati da Inps e Istat continuano a fotografare un mercato del lavoro in evoluzione positiva. Rispetto a un anno fa, si registrano 517mila occupati in più, con un incremento del 2,2%. La crescita riguarda soprattutto i lavoratori stabili e gli indipendenti, che riescono a compensare la forte contrazione degli occupati a termine. A fare da cornice a questi numeri incoraggianti, il tasso di disoccupazione, sceso di ulteriori 2 punti percentuali in un anno, ha raggiunto il livello più basso mai registrato. Una situazione così favorevole non è sfuggita neanche all’Ocse, che ieri ha definito l’Italia un caso da segnalare.

Ad evidenziare questi dati è Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl, che commenta: “Sono senza dubbio segnali positivi che testimoniano un dinamismo crescente del nostro mercato del lavoro”. Tuttavia, Pirulli mette in guardia sulle criticità che persistono: “Resta ancora molto da fare per ridurre i tassi di inattività, soprattutto tra i giovani e le donne, in un contesto in cui permane una forte domanda di competenze inevasa”.

Secondo Pirulli, per affrontare queste sfide, è necessario agire su due fronti complementari: “Da un lato, bisogna rendere più attrattivi i posti di lavoro per le persone, migliorandone qualità e condizioni; dall’altro, è indispensabile rendere i lavoratori più attrattivi per le imprese, puntando su formazione e sviluppo delle competenze”.

Per raggiungere questi obiettivi, il segretario della Cisl propone interventi mirati: “Servono investimenti consistenti nelle politiche attive del lavoro, programmi di formazione professionale e una maggiore integrazione tra i servizi pubblici per l’impiego, le agenzie di lavoro private e gli enti bilaterali”.

Un mercato del lavoro realmente inclusivo e dinamico, sottolinea Pirulli, non può prescindere da queste misure strutturali, necessarie non solo per rispondere alle esigenze attuali ma anche per preparare il Paese alle sfide future.

Il monito di De Pascale: “L’unità d’Italia è una conquista, fermiamoci”.

La pronuncia della Corte di Cassazione, che ha giudicato legittimo il referendum proposto dal Comitato per l’Unità Repubblicana sul disegno di legge Calderoli relativo all’autonomia differenziata, segna un punto di svolta nel dibattito politico su uno dei temi più divisivi dell’agenda del governo Meloni. Sebbene la decisione definitiva spetti alla Corte Costituzionale, l’apertura al referendum rappresenta un nuovo capitolo che potrebbe incidere profondamente sulle scelte future riguardo alla riforma.

In questo contesto, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, intervenendo ad Atreju, ha lanciato un appello a rivedere l’intero progetto dell’autonomia differenziata. “Tutti i governi degli ultimi anni hanno lavorato sull’autonomia, diverse regioni del centrosinistra l’hanno richiesta. Ora però c’è la sentenza della Consulta, c’è una serie di criticità: ha senso andare avanti e sbattere la testa contro il muro o ha senso fermarsi tutti? Non deve essere un fallimento di Meloni, ma una presa d’atto di tutti che questa è una strada sbagliata e tutti insieme se ne percorre un’altra”.

De Pascale ha riconosciuto che anche la sua regione, sotto la guida del precedente presidente Stefano Bonaccini, aveva richiesto competenze aggiuntive, ma ha dichiarato di aver cambiato idea: “Nessuno chiede a Meloni di fare un mea culpa o di prendersi la colpa della strada che ha percorso però la mia regione, ad esempio, ha cambiato idea. Secondo me può farlo anche lei”.

Ribadendo la necessità di preservare l’unità nazionale, De Pascale ha avvertito: “Se questo paese diventa un paese Arlecchino con venti regioni-stato dove ognuna si fa le sue regole, è un paese che perde di senso. L’unità d’Italia è stata una conquista”. Ha poi sottolineato che nemmeno in Fratelli d’Italia c’è unanimità sul tema: “Pensano non serva devolvere ulteriori competenze alle regioni, ne hanno già fin troppe. Il progetto dell’autonomia andrebbe completamente abbandonato. Si dovrebbe riprendere il Titolo V e in maniera condivisa cambiare ciò che di quella riforma non ha funzionato”.

Il futuro dell’Europa: numeri che contano, riforme che mancano.

Come nelle migliori famiglie, a fine anno è tempo di bilanci anche per l’Unione europea. Ma questa volta, nessun’analisi politica. Andiamo alla realtà nuda e cruda rappresentata dai numeri, che poi alla fine “contano”, appunto, molto più delle parole.

Detto che l’Unione europea ha una programmazione settennale di bilancio, una roba che avrebbe invidiato anche Lenin, che si era modestamente fermato a 5 anni per la sua Nuova politica economica nel 1921. Per 7 anni e 27 Stati membri, il bilancio in corso (fino al 2027) prevede 1,27 miliardi di euro. A questi si sono sommati interventi straordinari come il Next Generation EU, che valeva 723, 8 miliardi di euro. E il sostegno all’Ucraina, in gran parte finanziato non dall’Ue ma dai singoli Stati membri, per cui è difficile avere un quadro preciso ad oggi.

Più nel dettaglio, quest’anno, sono previsti 189,4 miliardi di euro per impegni di spesa e 142,7 miliardi di euro per stanziamenti di pagamento. Gli impegni di spesa sono giuridicamente vincolanti a destinare denaro ad attività realizzate nel corso di diversi anni e i pagamenti sono spese derivanti da impegni assunti nel corso degli anni correnti o precedenti, immaginiamo per progetti pluriennali. Si tratta di 332,1 miliardi di euro.

Ora, per avere dei termini di paragone: Google nel primo trimestre ha registrato un fatturato di 88,3 miliardi di euro. In pratica, quest’anno la sola Google fattura quanto l’Unione europea spende. Il Pil italiano vale 2.218 miliardi di euro. Quello europeo 17mila miliardi.

Basti questo a capire quanto i 332 miliardi di euro di bilancio europeo per il 2024 siano una goccia nell’Oceano. Come lo è l’1,27 miliardi di euro nei sette anni.

Per questo, la prima e più urgente riforma che servirebbe sarebbe proprio quella di avere un bilancio più corposo, più politico che sappia mettere l’Ue in condizioni di agire con la forza adeguata. Da anni, si dice che è necessario. Ma non è più rinviabile. Lo stesso rapporto steso da Mario Draghi si basa su 800 miliardi di investimenti all’anno da aggiungere a quelli attuali. Una cifra che, in realtà, sarebbe il minimo indispensabile per raggiungere le priorità fissate. Tuttavia, i primi negoziati per il prossimo bilancio pluriennale 2028-2034 non promettono nulla di bene. Gli Stati membri, come da tradizione, tengono il freno tirato e i cordoni della borsa chiusi. La Commissione neo insediata sarà in grado di stendere una proposta subito dopo l’estate 2025.

Ma continuano a mancare visione globale, coraggio e senso della realtà. Il processo di adesione sta accelerando, sulla scia della guerra russa in Ucraina, con un numero crescente e cresciuto di candidati. Andrebbe ripensata la Politica agricola comune, aperta una riflessione sulla prossima politica di coesione. È sempre più evidente la necessità di una nuova politica industriale che dia sostegno alle imprese e crei ricchezza e posti di lavoro.

Ma, di nuovo, Bruxelles non riesce a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Sembra paradossale ma ancora non sembra esserci la piena consapevolezza della serietà della situazione.

Nel mondo di oggi, le aziende del settore tecnologico, informatico e di servizi connessi sono le vere padrone del mercato globale. Si è fatto l’esempio di Google, e tutti conosciamo il potere economico di Apple, Amazon, Microsoft. Tra le prime 10 aziende di successo, c’è una sola europea, la svedese Spotify. Ma il clima per aziende e imprenditori in Europa è tale che anche Spotify ha traslocato andando a spostare la base operativa a New York. Ingegneri, medici, architetti, startup di vari settori trovano sempre più spesso migliori opportunità e condizioni di vita fuori Europa. Per frenare questo fenomeno che drena i talenti europei l’unica soluzione è investire di più e meglio.

Il rischio, se l’Ue non inverte la rotta è che l’esodo di talenti continui, lasciando un continente stanco e vecchio che non è in grado di garantire un futuro neanche ai propri cervelli migliori. Siamo già in ritardo.

La Margherita e il mito del suo ritorno: una riflessione critica.

È bastato un convegno pubblico organizzato a Roma alla Lumsa con il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini per ritornare a parlare della Margherita. O meglio, di un partito simil Margherita.

Ora, per non continuare a suscitare illusioni o ripetere gli errori di tutti coloro che pensano che il futuro non è nient’altro che la ripetizione meccanica del passato, parlando proprio della esperienza concreta della Margherita è necessario fare almeno tre considerazioni. Tra le molte che si potrebbero fare. E questo al di là e al di fuori delle ambizioni personali di Ruffini e del suo futuro politico ed istituzionale.

Innanzitutto la Margherita è stata la prima esperienza di “partito plurale” nel nostro paese. Dove, cioè, più culture politiche convergevano nello stesso partito accomunate da un progetto politico preciso, condiviso e ben definito. Ovvero, e principalmente, la tradizione e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale che si riconosceva prevalentemente nella leadership di Franco Marini e quella liberal -democratica, ambientalista e riformista che aveva in Francesco Rutelli un riferimento indiscusso. Oltre ad altri apporti, altrettanto importanti, come quello di Clemente Mastella, Lamberto Dini e del sempreverde Romano Prodi. Un esperimento, riuscito e vincente, che oggi, per ragioni oggettive e quasi indiscutibili, è semplicemente impraticabile perché, appunto, storicizzato.

In secondo luogo il tema della presenza politica e pubblica dei cattolici. Argomento complesso e di straordinaria importanza nella vita politica italiana. Ma anche su questo versante serve un minimo di chiarezza quando, su alcuni organi di informazione, si parla qualunquisticamente di “ritorno della Margherita”. E cioè, pure senza soffermarsi eccessivamente, anche i più lontani e distratti dalle vicende della politica italiana, sanno che i cattolici democratici, popolari e sociali che avevano scommesso sul progetto della Margherita sono approdati tutti nel Partito democratico. Certo, il Pd della Schlein non è più il partito di Veltroni. Ma, al di là delle singole leadership, frutto del tempo che scorre, è di tutta evidenza che all’orizzonte è difficile intravedere una fuga di massa dei cattolici dal Pd per approdare in un altro partito o soggetto politico. E questo perché ciò significherebbe la sconfitta plateale del progetto originario del Pd da un lato ed innescherebbe, dall’altro, una conflittualità permanente e strutturale all’interno della coalizione progressista e di sinistra.

Infine, e non per ordine di importanza, il pianeta centrista italiano nel campo progressista – nella coalizione di governo un partito di centro c’è già e si chiama Forza Italia – è molto variegato e non è più riconducibile agli schemi del passato. Per intenderci, con i tempi che hanno registrato la presenza di un partito come la Margherita. E cioè, oltre ai partiti personali di Renzi e Calenda si deve aggiungere il neo partito liberal di Marattin nonchè il ruolo del ‘federatore’ centrista in pectore, il sindaco di Milano Sala. Partiti e capi partito che sono, come è stato detto recentemente, tendenzialmente “infederabili”.

Ecco perché è, appena sufficiente ricordare questi tre piccoli dettagli – peraltro decisivi – per portare ad una altrettanto banale conclusione. Ovvero, l’esperienza di quella Margherita è definitivamente ed irreversibilmente archiviata. Dopodiché, e come ovvio e persino auspicabile, è decisamente positivo, nonchè incoraggiante, che nascano altri partiti o soggetti politici con una chiara impronta centrista, riformista e moderatau nel campo progressista e di sinistra. Anche perché, come ci dice la concreta vicenda politica italiana seppur in un tempo caratterizzato da un profondo e quasi strutturale bipolarismo, si continua “a vincere al centro” e, soprattutto, si  continua a “governare dal centro”.

Documento per la pace della segreteria nazionale di Insieme

Le distruzioni della guerra si fanno sempre più devastanti in Ucraina e nel Medio Oriente e in molte altre parti del mondo.
INSIEME, che nel suo simbolo fa direttamente riferimento alla pace, pone a base della sua riflessione:
1) le parole della Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro il totalitarismo nazifascista (art.11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle contese internazionali”);

2) l’ininterrotto insegnamento della Chiesa Cattolica, dal “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra” di Pio XII nel 1939 fino ai pressanti richiami di papa Francesco;

3) la tradizione politica di ispirazione cristiana da don Sturzo a Mattarella.

 

AFFERMA il proprio impegno morale e politico a difendere ovunque la pace e a lavorare per ricostruirla dove è stata distrutta dalla guerra.

 

Nella convinzione che non basti invocare la pace ma occorra creare le condizioni che la rendono possibile:

 

CHIEDE che siano rafforzate le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, per ristabilire i principi del diritto internazionale che, violati, aprono le porte a ulteriori conflitti, per generare efficaci processi di mediazione, iniziare percorsi di pace e giungere ad accordi in grado di interrompere le guerre in corso e garantirne l’attuazione.

 

CHIEDE che nel quadro della riforma dell’ONU l’Unione Europea abbia un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e che sia abolito il diritto di veto.

 

RITIENE che l’Unione Europea, esempio importante di integrazione sovranazionale in grado di garantire la stabilità della pace tra Stati, debba impegnarsi concretamente per favorire e consolidare i processi di uscita della guerra e di ricostruzione della pace.

 

SOTTOLINEA l’urgenza che nell’odierno contesto internazionale l’Unione Europea si assuma pienamente le sue responsabilità di costruttrice di pace a cominciare da un ruolo attivo nella prevenzione dei conflitti imparando anche dagli errori compiuti e dalle omissioni del passato. Affinchè la sua azione per promuovere e difendere la pace sia efficace l’Unione Europea deve compiere seri passi avanti nella costruzione di una vera politica estera comune, ma anche di una capacità militare unitaria in funzione difensiva e di sostegno ad azioni di pace della comunità internazionale.

 

AUSPICA che, di fronte alla invasione dell’Ucraina, l’UE continui ad impegnarsi a difendere i diritti del Paese aggredito, lo sostenga nel respingere l’aggressione e collabori all’avvio di un equo processo di pace, impegnandosi anche a dare garanzie solide atte ad impedire, una volta raggiunta un’intesa, una ripresa dell’aggressione.

 

RIBADISCE, in riferimento al complesso e drammatico quadrante del Medio Oriente, la condanna della efferata azione terroristica di Hamas, il pieno sostegno al diritto di Israele di esistere in pace, ma anche quello del popolo palestinese ad avere un ambito territoriale stabile e sicuro.

 

CONDANNA fermamente le azioni di guerra “senza limiti” e le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele che hanno portato all’uccisione di decine di migliaia di civili, così come il mancato rispetto della sovranità degli Stati limitrofi.

 

CHIEDE che l’UE contribuisca fortemente a garantire (sotto l’egida dell’ONU) la separazione tra i contendenti e accresca (anche sostenendo l’azione coraggiosa delle ONG) l’aiuto umanitario per le popolazioni duramente provate da anni di guerra.

 

CHIEDE infine, mentre condanna ogni forma di antisemitismo, che l’Italia si faccia promotrice di una più esplicita e vigorosa difesa da parte della UE della libertà religiosa in tutti i Paesi del mondo e dei cristiani troppo spesso oggetto di violenze.

 

Fonte: https://a5i6d2.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fhk=utqw/e&x=pv&gf=n/fi0=owu40a29a=ek60.5e0ge9d&x=pp&y/a6/7hc_04h=v/tNCLM

De Gasperi e Paronetto: come Baietti ricostruisce il loro connubio intellettuale.

Stefano Baietti ci conduce con occhi nuovi a riconsiderare il contributo dei grandi ricostruttori, a cominciare da De Gasperi e Paronetto, alla rinascita dell’Italia. Secondo Baietti è a Paronetto – con La Pira e Vanoni – che si deve il riconoscimento del primato del ‘sociale’ (rapporti sociali, rapporti economici, rapporti politici, secondo l’ordine costituzionale); e sempre a lui  – con Montini e Pacelli – è da ricondurre l’allargamento della Dottrina sociale della Chiesa a una dimensione propriamente universale, fraternamente rivolta a tutti.

 

Premessa: la democrazia economica, ieri e oggi.

Rileggendo questo contributo chi scrive si è reso conto dell’assenza di una fondamentale premessa. Eccola: per tutti i pensatori prepolitici – il cui pensiero getta i presupposti della democrazia (Croce, De Gasperi, Einaudi, La Malfa, La Pira, Nitti, Paronetto etc.) – l’ottenimento di un certo grado di “democrazia economica” è decisivo per la tenuta e lo sviluppo della democrazia politica. Si vadano a rileggere I principi di economia politica (1848) di J.S. Mill, Libro quarto (Influenza del progresso della società sulla produzione e sulla distribuzione), capitolo VI (Dello stato stazionario) e lì si leggerà, a proposito di una società libera, economicamente ben ordinata: “la società mostrerebbe queste caratteristiche principali: una classe di lavoratori ben pagata e abbondante; non fortune enormi, salvo quelle guadagnate e accumulate nel corso di una sola vita; e una categoria di persone molto più numerose che attualmente, non soltanto esente dalle fatiche più pesanti, ma con un tempo libero sufficiente per potersi dedicare alle cose belle della vita”.

 

Che cos’è questo libro? Chi ne è l’Autore? Questo libro è il concentrato (pare un paradosso vista la dimensione, ma è così), il frutto, di circa 15 anni di ricerca e di circa 10 anni di scrittura da parte di Stefano Baietti, ingegnere, manager e cultore di lungo corso della storia economica e sociale del Paese: 2141 pagine, 40 pagine di indice dei nomi, oltre un migliaio di personalità citate. Nitidamente chi scrive ricorda che il 26 dicembre del 2009, l’Autore annunciò – nel giorno del suo onomastico (S. Stefano protomartire) – di aver messo la testa su un personaggio straordinario: Sergio Paronetto. Ne nacque, nel 2011, un convegno alla LUISS, che organizzammo insieme e, nel 2012 un libro, che curammo insieme, che ne raccoglieva gli Atti. Fu in certo senso la riscoperta di Paronetto. Da allora numerose iniziative e libri ne hanno approfondito e ripreso l’insegnamento.

 

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Patriottismo comunale, la destra meloniana gioca con l’ossimoro.

La destra di derivazione missina, giunta con la Meloni al vertice del potere, escogita un formulario di buone intenzioni per mascherare lo statalismo che ne connota la storia. È un tentativo di revisione, in nome dell’autonomismo territoriale, che si nutre di molta enfasi e poca linearità di pensiero. Basta misurare con attenzione l’approccio di Andrea Volpi, deputato e vice coordinatore del dipartimento enti locali di Fratelli d`Italia, così come risulta dal suo intervento di ieri alla festa di partito al Circo Massimo (Atreju 2024).

“Gran parte della bellezza e della particolarità dell`Italia – ha spiegato nel dibattito su Unità e coesione, il partito che rafforza campanili, borghi e identità – si deve ai suoi 7901 comuni, ognuno con le proprie peculiarità, il proprio paesaggio, la propria storia e i propri genius loci. Grazie ai fondi Pnrr abbiamo avuto la possibilità di sviluppare un vero e proprio progetto di rilancio dei borghi d`Italia partendo dalla valorizzazione del patrimonio culturale sparso per tutta la penisola ma anche da un processo di transizione informatica che renda i comuni sempre più competitivi e connessi tra di loro e con i cittadini”.

Da questa premessa Volpi ricava lo spunto per mettere insieme una rivendicazione (per la sua parte) e un’accusa (alla sinistra): “Fratelli d`Italia si sta dimostrando sempre di più il partito degli amministratori locali. Non accettiamo lezioni da chi negli ultimi 15 anni ha tagliato miliardi agli enti locali e bombardato l`architettura dello Stato con una finta abolizione delle province. Ora è compito di noi eletti impegnarci nel coltivare un nostro modello di città del dopodomani per avversare i modelli effimeri e senza anima, come la città dei 15minuti, la città generica, la città dei 30kmh, le città della paura, che la sinistra vorrebbe imporre”.

Ed ecco la sua conclusione: “Per farlo è necessario rimettere al centro la pianificazione urbanistica, coniugare l`identità territoriale con quella nazionale, rafforzare le autonomie locali diminuendo il centralismo ma aumentando la sussidiarietà dando così vita ad un nuovo municipalismo che potremmo definire “patriottismo comunale”.

Ora, sarebbe interessante capire in che senso Fratelli d’Italia possa rivendicare un merito speciale per una politica di spesa garantita dai fondi del Pnrr. Non può essere l’eccezionale contributo europeo, utilizzato per sostenere anche gli investimenti locali, un motivo di vanto. Lo sarebbe invece se il piano degli interventi comunali fosse stato ordinato e promosso secondo una direttiva strategica. La destra, invece, ha solo accompagnato un processo che trova largamente origine nelle scelte del governo Draghi.

Quel che più stona, tuttavia, è la retorica del “patriottismo comunale”, come se l’autonomia differenziata delle Regioni non si configurasse come una intelaiatura istituzionale in tendenziale contrasto con la valorizzazione dell’Italia dei Municipi. Non si ha il coraggio di esplicitare il dissenso dal disegno leghista e si ricorre alla gonfiezza di formule astratte, senza effettive ricadute sul piano poltico e amministrativo. In questo modo si alimenta la confusione perché invece di frenare Salvini, dando un profilo corretto alla politica autonomistica, si preferisce giocare con un ossimoro bell’e buono, immaginando di collegare – ma come? – nazionalismo e municipalismo. Forse non è una novità. Qualcosa di analogo provò a farlo il marchese Di Rudinì a fine ‘800 e non andò per niente bene: il “decentramento conservatore”, come fu prospettato in corrispondenza di un disegno restauratore di “stato forte”, cadde sotto i colpi di una grave crisi del regime liberale. La storia insegna che la politica esige sempre un quid di chiarezza e rigore: non si riforma lo stato a colpi di ossimori. Bisogna tenerne conto nel dibattito politico attuale. In sostanza, anche per quanto riguarda le autonomie locali, la destra deve trovare la forza di rigenerarsi nella necessaria coerenza di un “pensiero lungo”, specialmente a motivo della funzione centrale che oggi esercita nel governo del Paese.

L’attualità della Nato nella nuova dimensione della sicurezza globale

Questo 2024 in cui si è celebrato il 75° della Nato, si sta chiudendo nell’incertezza riguardo alla pace. Proprio per questo risulta ancora più importante riflettere sul ruolo dell’Alleanza atlantica alla luce dell’urgenza di un impegno per invertire la piega che rischiano di prendere gli eventi, per gettare invece le basi per la ridefinizione di una architettura di sicurezza e di cooperazione globale, adeguata al multilateralismo che si sta affermando.

Uno strumento assai utile a questo tipo di riflessione è costituito dal libro “Nato, ieri, oggi e domani” a cura di Riccardo Sessa per la collana Sioi di Armando editore.

Il volume, suddiviso in tre parti, riunisce interventi e documenti sul tema. Nella prima parte sono presentati i lavori della Conferenza internazionale organizzata dalla S.I.O.I. (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) ad aprile del 2024, in collaborazione con la Divisione di Diplomazia Pubblica del Segretariato della Nato, diretta da Nicola de Santis, per celebrare il 75° anniversario della costituzione della Nato. La seconda parte fornisce contributi di esperti, con esperienze personali nella vita dell’Alleanza. Infine, nella terza parte si trovano alcuni fra i principali documenti dell’Organizzazione.

Anche alla luce del repentino cambio di regime appena avvenuto in un paese-chiave del Mediterraneo, la Siria, risulta quanto mai opportuno l’invito formulato alla suddetta conferenza dal capo dello stato a rivolgere maggiore attenzione all’area mediterranea e medio-orientale, perché, ha affermato Sergio Mattarella, “Non ci può essere separazione tra sicurezza del fianco nord e sicurezza del fianco sud dell’Alleanza”.

Per la Nato significa continuare il dialogo già intrapreso con i Paesi delle suddette aree. Quest’anno, infatti, ricorrono anche gli anniversari di due partenariati della Nato con Paesi dell’area MENA (Middle East and  North Africa). Il Dialogo Mediterraneo, creato nel 1994, con sette Paesi della regione del Mediterraneo meridionale (Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Mauritania, Tunisia e Algeria). E l’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul avviata nel 2004, rivolta a quattro Paesi della regione del Golfo Persico (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar).

Uno fra gli aspetti che rendono la Nato di attualità in un mondo molto diverso da quello in cui è stata costituita, consiste nel fatto che il Patto atlantico è un’alleanza politica, dotata di un’organizzazione militare per scopi difensivi, nella quale il ruolo centrale è svolto dal Consiglio Atlantico, composto dai governi dei Paesi membri, con pari dignità e con il metodo del consenso per decisioni sempre all’unanimità. Un meccanismo di governance che non potrebbe che venire rafforzato dalla costituzione di una autentica difesa europea.

Per l’Italia, come ricorda nell’introduzione l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, l’adesione alla Nato da Paese fondatore nel 1949 «fornì anche l’occasione a De Gasperi e a Sforza di adoperarsi, come rileva Giulio Andreotti nel suo “De Gasperi visto da vicino”, “per entrare nel grande giuoco internazionale”».

Nel nostro tempo la dimensione della sicurezza è diventata globale, e questo ha indotto la Nato ad allargare la sua area di interesse sempre con l’obiettivo di costituire un ombrello protettivo per la democrazia, la libertà e la pace.

Fondazione De Gasperi, un suo cortometraggio celebra lo statista trentino.

Il 10 dicembre 1945 segnava una data fondamentale nella storia italiana: Alcide De Gasperi assumeva per la prima volta la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Da quel momento e fino all’agosto 1953, avrebbe guidato ben otto governi, affrontando le sfide immense della ricostruzione di un Paese devastato dalle macerie morali e materiali lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale. La sua opera non si limitò a risollevare l’Italia sul piano economico e sociale, ma si concentrò soprattutto nel porre le basi per una nazione rinnovata, fondata sui principi di libertà, democrazia e giustizia sociale.

Oggi, a 79 anni da quel giorno e nel pieno dell’Anno Degasperiano, celebriamo questa ricorrenza attraverso il cortometraggio “Alcide De Gasperi, Visionario & Costruttore”. Presentato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 25 ottobre nell’Aula della Camera dei Deputati, il filmato ripercorre i momenti salienti della vita di De Gasperi, offrendo un ritratto vivido dello statista e degli ideali che ne hanno guidato l’azione politica.

Realizzato da WIP Italia e curato da Emmanuel Exitu in occasione del 70° anniversario della sua scomparsa, il documentario rappresenta una sintesi poetica e potente della straordinaria eredità lasciata da De Gasperi. In pochi minuti, il racconto riesce a evidenziare il suo ruolo chiave nel traghettare l’Italia fuori dalle difficoltà del dopoguerra, dalla scrittura della Costituzione repubblicana al consolidamento della posizione del Paese nel contesto internazionale, anche attraverso l’adesione al progetto europeo.

Questo lavoro non è solo un omaggio alla figura di De Gasperi, ma anche un invito a riflettere sulla necessità di una politica ispirata a visioni lungimiranti e al bene comune. La figura dello statista trentino emerge come un simbolo di integrità e dedizione, capace di unire visione e pragmatismo, qualità oggi più che mai attuali per affrontare le sfide del nostro tempo.

Il cortometraggio accompagna una serie di eventi ufficiali organizzati nell’ambito dell’Anno Degasperiano, sottolineando ancora una volta l’importanza di ricordare e celebrare personalità che, come De Gasperi, hanno saputo interpretare i valori fondanti della Repubblica e trasformarli in azioni concrete per il bene dell’Italia.

 

Il video

https://youtu.be/fAkFt_4kqWM?si=P8LkHOilOhwkWdAy

VaticanNews | 80 anni dopo: l’attualità del messaggio natalizio di Pio XII.

Ottant’anni fa, il 24 dicembre 1944, Pio xii pronunciava un radiomessaggio natalizio «ai popoli del mondo intero» riflettendo sul tema della democrazia, che è stato oggetto di un convegno organizzato dal Comitato Papa Pacelli e presieduto dal cardinale Dominique Mamberti. Tra i relatori, anche Luca Carboni, dell’Archivio Apostolico Vaticano. Quel radiomessaggio, diffuso in un mondo ancora squassato dalla tragedia della guerra, rappresenta la prima ufficializzazione del personalismo cristiano di Jacques Maritain applicato alla politica, postulando la centralità della responsabilità e della partecipazione di ogni cittadino alla conduzione della cosa pubblica.

Tanti gli spunti di attualità di quel testo magisteriale considerato una forma di “battesimo” della democrazia: dal principio fondante della dignità dell’uomo all’unità di tutto il genere umano; dal fermo e deciso “no” alla guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali (Papa Pacelli gridò in quella occasione: “Guerra alla guerra!”), all’auspicio che si formi “un organo per il mantenimento della pace”, investito “per comune consenso di suprema autorità” (le Nazioni Unite).

Tra i passaggi profetici del testo di Pio XII, che aveva ben presenti gli esiti nefasti del totalitarismo, c’è sicuramente la distinzione tra popolo e “massa”: “Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. La massa… aspetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera”. Il Papa osservava che della massa “abilmente maneggiata ed usata” può servirsi pure lo Stato. La massa manipolata diventa “nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza”.

Il rischio della manipolazione del consenso è in effetti quantomai attuale. Oggi, più che in passato, sembra talvolta che a prevalere nelle decisioni politiche non sia la forza degli argomenti migliori e dei programmi, ma siano piuttosto i rancori, i risentimenti, l’istinto. L’obiettivo principale non è più quello di migliorare le condizioni sociali di tutti ma piuttosto quello di rendere le società competitive, presentando le riforme come necessarie per non «rimanere indietro».

Le applicazioni dell’ingegneria genetica, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la corsa al riarmo – per fare soltanto alcuni esempi – incombono come una necessità strutturale per rimanere competitivi. Eppure, come notava Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus, «una democrazia senza valori si converte facilmente al totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

Come non pensare, guardando alla situazione odierna, ai rischi legati alla manipolazione delle informazioni in rete, alle fake news, alla profilazione per fini commerciali degli “individui consumatori”? Come non pensare al venir meno nel loro radicamento popolare di quelli che la Dottrina sociale della Chiesa definisce “corpi intermedi”, cioè alle associazioni, ai partiti, a tutto ciò che nasce dal basso perché le persone si organizzano per rispondere ai bisogni della società? Perché la democrazia si realizzi, oltre alla promozione dei singoli, è fondamentale il ruolo della società e dunque sono indispensabili luoghi e strutture di partecipazione e corresponsabilità. È necessario ascoltare, dialogare, confrontarsi. È necessario aprire gli occhi per evitare che le democrazie si trasformino in oligarchie, con il potere esercitato a chi detiene immensi capitali.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-12/democrazia-e-manipolazione-delle-masse-parole-profetiche-pio-xii.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Il Paese appartiene a tutti e tutti siamo chiamati a occuparcene

Per prima cosa voglio ringraziare per l’invito a questa occasione di dialogo e di confronto. Allo stesso tempo lasciatemi sgombrare da subito il campo da un equivoco di fondo.

 

Non è la prima volta che partecipo a occasioni di questo genere. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo, senza togliere nulla al lavoro che sto svolgendo in Agenzia.

 

 

 

Nel leggere i giornali mi accorgo che siamo ormai troppo abituati ai talent show e alle nomination. Quasi ormai rassegnati all’idea di un Paese o di una democrazia che possa essere salvata da una persona o da un nome. Senza neanche aver chiara quale sia l’idea di Paese che abbiamo in mente.

Ecco, questo modo di vedere e affrontare la realtà non appartiene alla mia cultura e nemmeno direi alla cultura e all’esperienza cattolica di cui oggi parliamo.

In realtà, il Paese appartiene a tutti e tutti siamo chiamati a occuparcene. Ognuno nel tempo e nel luogo in cui si trova.

In questi anni – in cui ho avuto l’onore di servire il Paese in un luogo particolare –, sono due le parole che mi hanno sempre interessato. Due parole fin troppo utilizzate, eppure non conosciute davvero. Due parole che ci restituiscono l’idea che la politica riguarda tutti. Queste due parole sono “Bene”: che parla del bene come qualcosa di possibile, e bello oltre che giusto.  E “Comune”, che ci parla di più di ciò che ci unisce, di ciò che abbiamo in comune invece che di ciò che ci divide.

La politica non è un gioco di potere e nemmeno un gioco di società.  Il bene comune è troppo importante per ridurlo a una sfida tra persone per trovare chi meglio incarna (magari per lo spazio di un mattino) il ruolo di salvatore della Patria o di uno schieramento.

Perché non c’è salvezza senza corresponsabilità. Sono anni che mi ostino a parlarne, ricordando le splendide parole della nostra Costituzione. Prima tra tutte la parola che riguarda tutti. Uguaglianza.

Possibile che nemmeno questo si possa più dire? Detto questo, parliamone invece a partire da quel che è successo a Trieste… È il migliore servizio che possiamo fare gli uni agli altri. Parliamone provando a dare il giusto significato alle parole.

La questione sociale e le risposte della politica.

È indubbio che esiste nel nostro paese, purtroppo, una nuova ed inedita ‘questione sociale’. I numeri ce lo dicono apertamente, e anche senza fare inutili e demagogici allarmismi. La crescita della povertà, l’aumento delle disuguaglianze sociali, la difficoltà del cosiddetto ascensore sociale e il consolidarsi del disagio e dell’esclusione in molte aree metropolitane sono la conferma della irruzione, appunto, di una moderna ed inaspettata ‘questione sociale’. A fronte, e non si può affatto dimenticare o sottovalutare, di una crescita esponenziale dell’occupazione, dell’aumento significativo del Pil, di un incremento dell’export e di uno scenario economico a breve/medio termine che non va nella direzione della recessione e della decrescita. E questo, va pur detto, è anche e soprattutto merito delle scelte politiche concrete del Governo Meloni.

Detto questo, per essere onesti intellettualmente, ci sono però due strade concrete per cercare di affrontare una ‘questione sociale’ che presenta, come sempre capita, aspetti preoccupanti se non addirittura inquietanti anche sotto il versante politico, culturale e, a volte, della stessa tenuta dell’ordine pubblico.

La prima strada è quella di trarre da una risorgente ‘questione sociale’ l’occasione per innescare una sorta di guerra totale contro il Governo in carica, contro gli avversari/nemici politici e, in ultima  analisi, contro tutto ciò che contrasta contro la propria visione e il conseguente progetto politico. È la strada, del tutto legittima, che sta perseguendo concretamente lo storico sindacato rosso, la Cgil, e in particolare il suo segretario generale Landini. Una strategia che non può che radicalizzare le posizioni, che trasforma la stessa ‘questione sociale’ in uno strumento attorno a cui costruire un progetto politico. Al di là del giudizio di merito su questa strategia, è indubbio che la ‘questione sociale’ diventa solo un aspetto, peraltro importante, finalizzato a delineare una prospettiva tutta ed esclusivamente politica con il rischio di non affrontare concretamente le singole questioni sul tappeto. Posizione, questa, a cui si accodano tutti coloro che concepiscono la politica all’insegna di una permanente e strutturale radicalizzazione.

La seconda strada, seppur altrettanto opinabile, è quella di privilegiare la via della concertazione, della condivisione e della contrattazione. È la via praticata dalla Cisl nel mondo sindacale e da quei soggetti politici che privilegiano la cultura della mediazione, dell’approccio riformista, della ricerca della sintesi e delle soluzioni condivise. Cioè di trovare soluzioni concrete, al di là della sola polemica politica frontale con la controparte. Sia essa politica, sindacale o governativa.

Comunque sia, la ‘questione sociale’ non è una variabile indipendente ai fini della stessa politica di sviluppo e di crescita nel nostro paese. E sullo stesso piano, non si può non affrontare e perseguire, con la dovuta attenzione e sensibilità, anche quella giustizia sociale che era, è e resta la vera priorità per le forze politiche che fanno del riformismo e di una seria e credibile cultura di governo la loro cifra essenziale di comportamento. Perché proprio attorno alla ‘questione sociale’ si misura la credibilità e la stessa maturità dei partiti che si definiscono democratici, riformisti e di governo.

Il De Gasperi di Antonio Polito è un libro prezioso

I nostri anni sono quelli in cui siamo giunti alla fine di qualsiasi efficacia delle vecchie eredità politiche di destra e sinistra, di Democrazia Cristiana e Partito Comunista, delle varie classifiche dei gruppi tradizionalmente contrapposti, di una contrapposizione che sempre meno interessa l’elettorato. Trascorsi ottanta anni dall’inizio del dopoguerra e della nuova vita democratica e pluralista della comunità nazionale, oggi si fa la storia finalmente non guardando più alle appartenenze cui ascrivere l’apporto di questo o quel personaggio, ma descrivendo la fattualità dell’apporto specifico di questo o quel personaggio, senza sottolinearne il particolare segno vuoi ideologico vuoi politico vuoi filosofico vuoi in generale di appartenenza: quello che oggi preme è soprattutto cogliere le responsabilità personali, quelle assunte e onorate e quelle rifiutate o declinate con maggiore o minore abilità.

 

Nessuno scrivendo un libro su Cavour si preoccupa di esaltare i meriti del partito di appartenenza – i liberali – del primo capo del governo italiano; piuttosto l’osservatore entra nel merito delle innovazioni apportate e casomai di quelle che non fece in tempo per la morte precoce a tradurre in realtà. La storia è fatta dalle responsabilità dell’uomo singolo in sé. Ora, ed era tempo che ciò avvenisse, scrivendo un libro sull’altro grande capo di governo italiano, De Gasperi, si usa lo stesso metro: si potrebbe al limite tralasciare di ricordare il fatto che è il fondatore della Democrazia Cristiana; e anche trascurare il fatto che ha portato al potere tanti personaggi attraverso il partito, chi più meritevole, chi meno; il fatto è che l’assunzione del peso delle responsabilità ‘a tutti azimut’ per le sorti d’Italia è una caratteristica di molto pochi rispetto al gran numero di personaggi che assumono il potere come ministri, presidenti di ramo parlamentare, presidenti di istituzioni dello Stato, capi di aziende pubbliche, responsabili di rappresentanze imprenditoriali e sindacali e così via; tutta gente che assume i poteri chiarendo di essere membri di una parte precisa in senso politico.

L’operazione di trarre delle lezioni per il presente e per il futuro dall’approfondimento della biografia di ciascuno di questi pochi personaggi – in particolare dal leader trentino, il principale e più meritevole di essi – è resa possibile proprio dal fatto che come primo e più pertinente ingrediente non entrano più nel discorso appartenenze, identità, idiosincrasie. Il mondo delle preferenze (presunte) dell’oggetto di studio e quello delle preferenze dell’osservatore non hanno più rilevanza di fronte al riscontro dei fatti condotto dall’osservatore medesimo. La storia dialoga con noi costruttivamente e ci regala, a una attenta osservazione, lezioni utilizzabili. Tutto sta nel coglierle. Antonio Polito con il suo libro “Il costruttore” (Mondadori) lo ha fatto. È proprio con il proposito di contenere le cinque lezioni che Alcide De Gasperi con la sua biografia, con i suoi fatti, con le sue responsabilità offre – gratuitamente – agli italiani (e agli europei) a settant’anni dalla sua scomparsa che nasce questo libro. I nostri giorni sembrano caratterizzati proprio dal filone di risposte e di spunti che ci offre la biografia di De Gasperi.

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I cristiani come tutti i siriani sono ormai sfiniti

[L’altro ieri] ci siamo svegliati con la notizia che era caduto il regime di Bashar al-Assad. Dalla mattina vi è un clima di festa in tutte le città siriane, non si fermano le macchine per le strade, i canti di gioia e tutte le espressioni possibili di gioia.

Le forze dell’opposizione sono entrate nelle città siriane e hanno liberato i prigionieri politici. Per questo vi è quindi un grande clima di speranza nel Paese.

Molti mi chiedono che fine faranno i cristiani, dato che il regime di Assad era noto per proteggere le minoranze. A dire la verità la comunità cristiana, così come molti siriani in tutti questi anni di guerra e di regime sanguinario, è diminuita in modo drastico. Ecco perché oggi davvero i cristiani hanno grande speranza di tornare nel loro Paese per essere parte integrante nella costruzione del futuro della Siria.

Ovviamente le forze dell’opposizione e il governo che si andrà a formare dovranno dare conferme concrete di tutte le rassicurazioni fornite in merito al fatto che i cristiani, come tutte le altre minoranze in Siria, saranno trattate in modo eguale a tutti i cittadini.

Quindi i giorni a venire serviranno a valutare la veridicità di queste rassicurazioni. È chiaro che poi noi, come cristiani, dalla nostra parte non vogliamo essere trattati come minoranza, ma come cittadini che hanno diritti e doveri uguali a tutti gli altri.

 

I cristiani, Assad e la nuova Siria

Molti mi chiedono come mai i cristiani gioiscono per questo rovesciamento del regime e del sopravvento di forze armate estremiste. In realtà ci sarebbe molto da dire su questo, ma mi limito ad una semplice osservazione: anzitutto i cristiani sono, come tutti i siriani, ormai sfiniti e molto stanchi dalla situazione che vivono da molti anni sotto il regime. Ormai non vi è sviluppo, l’economia ristagna, e si sopravvive davvero con moltissima difficoltà.

Dall’altra parte questi gruppi negli ultimi due o tre anni nella provincia di Idlib hanno mostrato una tolleranza riguardo ai cristiani e hanno cominciato a restituire i beni confiscati in precedenza alla comunità. Quindi possiamo dire che vi sia stata una svolta, anche nel loro modo di approcciarsi ai cristiani. Poi, da quando sono entrati ad Aleppo e hanno cominciato ad avanzare verso il sud, essi stanno mandando di continuo messaggi molto forti di tolleranza rispetto a tutte le minoranze, tra cui anche i cristiani.

Quindi tutto questo approccio è stato in parte rassicurante. E anche il fatto che il capo militare di Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) non abbia voluto lui guidare il Paese, ma abbia lasciato il primo ministro precedente e il governo precedente continuare il loro lavoro, questo significa che vi è una seria volontà di non stravolgere il Paese. E di non indirizzarlo verso una mentalità estremista. Lui stesso, questo capo, ha dichiarato che il loro movimento è solo una parte di un progetto più grande, quindi non sono un fine per se stessi ma uno strumento di cambiamento.

Ecco, noi speriamo che quanto successo sblocchi la situazione politica in Siria, e ormai tutta la comunità internazionale faccia la sua parte per stabilizzare il Paese, aiutare i siriani al dialogo e trovare e creare una nuova Costituzione che rispetti tutti i siriani. Questa è la nostra speranza, che andrà ovviamente valutata alla prova dei fatti.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Parroco-di-Aleppo:-una-Costituzione-‘per-tutti-i-siriani-sfiniti’-dal-regime–62075.html#google_vignette

De Toni: “I cattolici rilancino il messaggio del personalismo comunitario”.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

Alberto Felice De Toni

Trasmetto queste righe che vogliono essere non soltanto un messaggio di saluto e un augurio di buona riuscita dei vostri lavori, ma vogliono anche rappresentare una mia particolare vicinanza al tema dell’incontro.

“Dopo Trieste. Il cammino per andare dove”, è un titolo evocativo che parte dalla 50a Settimana Sociale dei cattolici svoltasi a Trieste a luglio di quest’anno sul tema “Al cuore della democrazia, partecipare tra storia e futuro”. Una tappa di un cammino caratterizzato dal lungo impegno dei cattolici per il bene comune. In un tempo, come sottolineato da Monsignor Luigi Renna presidente del comitato organizzatore, “in cui notiamo una più timida partecipazione, mentre abbiamo il desiderio di far emergere il meglio di quanto già presente nel nostro Paese”.

Nell’aprile del 2023 sono diventato Sindaco di Udine aggregando intorno al programma diverse esperienze culturali e di civismo ed alleandoci con alcune forze politiche di area progressista, riformista e autonomista. Nel novembre dello stesso anno, insieme alle diverse esperienze civiche che mi avevano sostenuto, abbiamo dato vita a “Quadrifoglio”, una federazione di forze di ispirazione pluralista ed europeista, che ha al suo interno sensibilità del mondo cattolico e laico, impegnate a lavorare insieme.

Abbiamo scelto “Quadrifoglio” come nome e simbolo del movimento civico, perché nella tradizione popolare, ogni foglia rappresenta una dimensione chiave: la prima simboleggia la Fortuna; la seconda la Speranza; la terza la Fede (religiosa e/o politica); la quarta l’Amore. Ci sembrano dimensioni fondamentali per l’azione di qualsiasi forza politica. Inoltre le quattro foglie sono il simbolo di quattro declinazioni della sostenibilità, il filo rosso del nostro programma: sostenibilità ambientale, sociale, economica e politica. Infine il quadrifoglio può essere inteso come simbolo di multi-appartenenza, ovvero essere contemporaneamente cittadini di Città, Regione, Paese ed Europa.

Oggi – immersi in una dilagante e rabbiosa cultura sovranista e populista – dobbiamo guardare al riformismo democratico comunitario, non violento, sociale, riformista ed europeista. La risposta al processo in essere di “individualizzazione sociale”, capace di separare il destino dei singoli individui da quello dei propri gruppi di appartenenza, può essere il “personalismo comunitario” di Mounier, che mette al centro non l’individuo slegato dalla comunità, dai problemi e dagli interessi degli altri come è nel liberismo, e nemmeno il collettivo che prevarica l’individuo, come nelle ideologie totalitarie del nazifascismo e del comunismo. La persona non può fare a meno – per affermarsi – di farlo insieme agli altri; perché tutti possano affermarsi concretamente, la comunità deve unirsi con l’obbiettivo di aiutare ogni persona a realizzarsi pienamente nelle sue aspirazioni materiali e spirituali.

Bene comune, solidarietà, sussidiarietà e personalismo comunitario possono essere di ispirazione per una politica alta e di programmi amministrativi delle municipalità dei territori.

A conclusione di questo mio breve saluto, voglio sottolineare la nostra vicinanza e il nostro interesse ad essere parte di questo cammino in un mondo che ogni giorno rivela nuove fragilità, ma anche nuove speranze, ad iniziare dalle piccole e grandi esperienze che crescono dal territorio.

Rapporto Censis: una nuova volontà di futuro per l’Italia.

Rapporto Censis: una nuova volontà di futuro per l’Italia.

Stefano Baietti

Il professor Renato Brunetta, presidente del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, può essere soddisfatto: anche quest’anno è stato presentato all’inizio di dicembre l’annuale Rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal CENSIS, il 58esimo; e, come tutti gli anni precedenti, si tratta di un prodotto di alto livello, vero e proprio punto di forza per il suo committente, che è appunto il CNEL. Quanto ai contenuti di quest’anno, costante appare la tensione verso l’acquisizione di valutazioni e di interpretazioni che restituiscono in un quadro esauriente la fissione in corso nel profilo sociale della società civile italiana. (Si avvicina dunque il fatidico traguardo di 60 Rapporti per altrettanti anni che sono stati magistralmente qualificati dal punto di vista sociale: significa una attenzione munita di sapienza al dato sociale che non ha riscontri in Europa; l’Europa è la patria dell’approfondimento dei fatti sociali con categorie concettuali apposite e autonome). Si parla di una società in cui netta è la sensazione di essere giunti a un bivio.

Teniamo presente che in Europa il Rapporto Censis è un unicum. In Germania, l’IFO Institut, Istituto di ricerca economica, pubblica regolarmente rapporti sulla situazione economica tedesca, analizzando indicatori come il PIL, l’occupazione e il clima di fiducia delle imprese; mentre il DIW Berlin, Istituto tedesco per la ricerca economica conduce ricerche su una vasta gamma di temi economici e sociali, pubblicando rapporti annuali e studi specifici. Insomma manca una monografia di interpretazione del cambiamento come quella italiana.

In Francia, l’INSEE, Istituto nazionale di statistica e studi economici, produce una vasta gamma di dati e analisi sulla società francese. Inoltre, l’OFCE, Osservatorio francese delle congiunture economiche, pubblica regolarmente previsioni economiche e analisi di politiche pubbliche. Anche qui manca il compendio in cui fa da padrone il punto di vista del sociale.

In Spagna, è un organismo privato, la Fundación BBVA, organismo di emanazione bancaria, a promuovere la ricerca e l’innovazione in diversi settori, tra cui primari sono l’economia e la società, pubblicando regolarmente rapporti sull’economia spagnola e sulle tendenze sociali. I risultati sono un po’ più vicini a quelli del Censis, ma niente di davvero ragguagliabile.

Nel Regno Unito, l’Office for National Statistics ONS, Ufficio nazionale di statistica, produce una vasta gamma di dati e analisi sulla società britannica; mentre è il National Institute of Economic and Social Research NIESR, Istituto nazionale di ricerca economica e sociale, a condurre studi su una vasta gamma di temi economici e sociali, pubblicando rapporti annuali e studi specifici. Stessa storia: siamo lontani dalla adattatività contenutistica del Rapporto Censis, che ogni anno indovina qual è la cifra interpretativa cui attenersi.

Nessuno degli enti citati nei quattro paesi ha un incarico da un ente pubblico come l’italiano CNEL, organo conoscitivo, consultivo e dotato di potestà legislativa, per fissare un quadro annuale sulla dinamica sociale atto a chiarire verso dove complessivamente si stia incamminando l’organismo sociale italiano.

Una riforma per la Chiesa cattolica: la fine del confessionalismo.

“Per una frazione di modernità che, a grandi linee, va dal Cinquecento ai nostri giorni, in una parte d’Europa il cristianesimo ha assunto prevalentemente una forma confessionale. Ciò ha suscitato strutture sociali e organizzazioni che amministrano i mezzi di salvezza, consentendo alla religione di fungere da «infrastruttura statale»”. Così Luca Diotallevi (Sociologia, Roma Tre) nell’abstract di “Fine corsa – La crisi del cristianesimo come religione confessionale” (EDB, 2017). E sempre Diotallevi nella prolusione per l’inaugurazione dell’Anno Accademico della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, su «La fine del cristianesimo, religione degli italiani»:  “…Esattamente, cos’è che sta finendo? Finisce l’equazione tra cristianesimo e religione, la riduzione del cristianesimo a solo-religione. Finisce l’epoca della religione di forma confessionale, architrave (anche nella forma estrema della laicità) delle State societies, delle società in forma di Stato. È non è forse questa una buona notizia per chi non abbia smarrito anche solo qualche elementare nozione del magistero sociale della Chiesa, e più ancora del Vangelo in generale?…”.  (Cagliari, 14 Ottobre 2024).

La situazione

Ancor più severamente Don Pierangelo Sequeri, teologo e compositore, su “Avvenire” del 5 Febbraio di quest’anno (“Uscire dalla nevrosi ecclesiogena: raccontiamo la Chiesa com’è”): “… [la Chiesa] dall’esterno ha importato prestiti: spesso troppo spensieratamente apprezzati come valuta pregiata, forme di riconoscimento estemporaneo a sostegno di un’economia sostanzialmente autarchica. Del tesoro della fede non c’è rendita però: e pochissimo scambio. In ogni caso la fede nel riscatto dell’anima dal nichilismo che se la divora senza troppa fatica, e nella destinazione della vita che deve risorgere da qualche parte, per sempre, rimangono in fondo alla lista. Molta morale, poca comunità, zero cultura…”.  La fede? – dice Sequeri – “in fondo alla lista”. Il paesaggio? “Molta morale, poca comunità, zero cultura”.  Sic stantibus rebus.

Dalle domande sulla Chiesa alla Domanda sulla Fede

La domanda non è il gradiente di posizionamento culturale e politico della Chiesa cattolica, né la quotazione di questo o quel documento del magistero, né l’accampare l’acume della DSC, e ancor meno i successi mediatici dei Pontefici. (A Trieste chi è venuto Domenica 7 Luglio è venuto apposta per il Papa, non per la Settimana Sociale; democrazia o autocrazia, politica o impolitica, cosa vuoi lo riguardi…).

Su “Cuore” dei primi Anni Novanta, in pieno protagonismo wojtyliano, assunto da molto mondo cattolico come una sorta di riscatto rispetto a presunte marginalizzazioni, Michele Serra scrisse un articolo che diceva: “Noi non siamo contro il Papa, noi siamo senza Papa”. Dissacrante? Forse. Sicuramente anticipatorio che ogni liaison ha una sua eclisse.

Allora, qual è la domanda che ci serve? La domanda è: al di là dell’ombrello chiesastico, l’uomo Gesù Cristo e il cristianesimo hanno ancora qualcosa da dire e soprattutto da dare alle confuse e impaurite persone di oggi?

Jullien, Guardini, e il cristianesimo come Rivelazione.

In questo senso un bel lavoro di François Jullien uscito nel 2017 per Ponte alle Grazie, “Risorse del cristianesimo”, dice come non mai quello che bisognerebbe saper tradurre. ‘Tradurre’. E non tanto ammansire la domenica. Perché le persone mancano di traduttori, di compagni, non c’è chi fa Virgilio.

Il cristianesimo è ancora – anzi oggi più di sempre, e indipendentemente dal professare un fede – una ineguagliata risorsa. Quindi la risposta è sì, il cristianesimo ha ancora qualcosa di vitale da dare alla gente di oggi. Se prima è però possibile un’altra domanda attorno a “che cosa significa essere vivi” (dice l’ateo Jullien).

È il Natale secondo Romano Guardini: una Rivelazione. Il Nuovo, che la vita non ha più, appare. “Che cosa significa dunque Natale?”, si domanda Guardini. Bisogna prendere congedo da alcune concezioni, perché “sull’essenza del cristianesimo esistono definizioni annacquate e corrotte”.

Bisogna purificare le parole. “Il cristianesimo non è la religione dell’amore del prossimo, dell’interiorità, o della personalità o di quant’altro di questo genere si possa ancora dire. Naturalmente, in tutto ciò v’è qualcosa di esatto, ma come un secondo aspetto, che acquisisce il suo senso solo quando è chiaro invece ciò che viene prima ed è autentico.”.

E quello che viene prima di tutto nel Natale, e che solo e soltanto ne giustifica il celebrarlo, è che “all’umanità succede una Rivelazione vitale, che lei non potrebbe mai creare”. Succede (= realtà) un evento (= avvenimento) che si genera ‘fuori’ da essa. “Viene – dice Guardini – dall’altro lato del confine. Venuto al di qua del confine ora è presso di noi, con noi”.  E questo “in un senso inaudito”. Solo e soltanto questo è il Bambino e il fatto carnale di Natale. Tutto il resto ma proprio tutto, comprese fedi, devozioni, riti, ecc., la “gioia per i doni, l’affetto della famiglia, il rinvigorirsi della luce, la guarigione dall’angustia della vita” riceve Senso solo da questo. Perché l’umanità non può produrre da sola ciò che la fa vivere.

Vincitori e sconfitti dopo la caduta di Assad

Il Medio Oriente è scosso dalla instabilità. La Siria ha vissuto ieri una giornata storica, con la fine dell’ultracinquantennale dittatura degli Assad. Cosa accadrà nei prossimi mesi resta naturalmente un’incognita.

È davvero un periodo di assoluta instabilità quello che sta vivendo il mondo. L’epicentro è sito nel Medio Oriente, e la cosa riguarda tutti ma soprattutto noi europei affacciati sul Mar Mediterraneo. Gli Stati Uniti neoisolazionisti di Donald Trump hanno già fatto sapere che non se ne occuperanno, del nuovo caos siriano. Bisognerà vedere se sarà davvero così, perché in questo caso dovranno abbandonare le postazioni ubicate nei territori sotto controllo curdo e sulla frontiera siro-giordana dove vi sono al momento 900 militari a stelle e strisce.

In pochi avrebbero immaginato una così rapida caduta del regime di Assad. Col sostegno iraniano e ancor più russo il dittatore aveva vinto una lunga e tragica guerra civile riuscendo così, unico fra i despoti dell’area deposti in seguito alle Primavere Arabe del 2010/2011, a rimanere al potere sia pure senza avere un controllo totale del proprio territorio nazionale.

Sono dunque molti gli interrogativi che si aprono all’indomani di questi eventi straordinari. Come è stata possibile la così rapida avanzata da nord dei ribelli insorti, guidati dal gruppo jihadista Hayat Tahnr al-Sham (HTS)? Ben armati e ben addestrati, è davvero difficile immaginare che abbiano fatto tutto da soli, senza un qualche aiuto esterno.

Desta una certa impressione anche la tempistica, ovvero un momento nel quale gli alleati del tiranno attraversano forti difficoltà in seguito al violento attacco israeliano in Libano (Hezbollah); alla paura di dover davvero affrontare militarmente l’odiato ma temuto nemico sionista (l’Iran); al notevole impegno bellico in Ucraina nello sforzo finale per arrivare alla trattativa di pace in una posizione di maggior forza (la Russia).

Il dubbio, dunque, è che non solo la Turchia abbia voluto e saputo cogliere il momentum. Perché – sino a quando non si vedrà quali sono gli indirizzi politici che prenderanno i probabili nuovi governanti di un paese distrutto e comunque, non lo si dimentichi, estremamente variegato sotto il profilo religioso e non solo – è evidente quali sono gli attori regionali che potrebbero godere di un vantaggio strategico dalla nuova situazione generatasi a Damasco: Turchia e Israele. E quali sono gli sconfitti: Iran e Russia.

Molto però può ancora accadere ed è dunque presto per avere certezze circa il futuro. Ma alcuni elementi di immediata osservazione si possono quanto meno elencare, salvo una futura analisi più specifica e puntuale.

La Turchia mostra una volta di più d’essere pronta a sostenere e anche, se possibile, a guidare nell’area del Levante una rinascita sunnita diffusa e quindi conferma la propria volontà competitiva con l’Arabia Saudita all’interno del mondo sunnita. Oltre a ciò una sua certa vicinanza ai nuovi probabili governanti siriani sarà finalizzata da un lato a far rientrare nel paese la più parte dei quattro milioni di profughi da anni accampati entro i propri confini e dall’altro a comprimere ulteriormente lo spazio vitale del popolo curdo, una cui parte – sotto l’egida dell’SDF (Forze Democratiche Siriane) – occupa oggi una larga porzione del territorio nord-orientale siriano, ai confini turchi e iracheni.

Israele ovviamente non può che gioire, in quanto la caduta del regime sciita di fede alawita degli Assad è una sconfitta per l’Iran ed una batosta per Hezbollah. D’altro canto, Gerusalemme nutre anche comprensibile inquietudine a fronte di un vicino che si presenta con credenziali jihadiste. E infatti l’IDF (le Forze Armate israeliane) ha subito collocato rinforzi presso le alture occupate del Golan, nella zona demilitarizzata. Per ora.

L’Iran perde un importante alleato e soprattutto perde il territorio che conduceva al mare il famoso “corridoio sciita”. E il proprio movimento proxy, Hezbollah, perde profondità logistica. Ma soprattutto dimostra la propria attuale debolezza, non avendo neppure potuto abbozzare una difesa del regime amico e fratello di fede.

E infine la Russia. Che aveva puntato molto sulla Siria, suo punto di presenza strategica nel Mediterraneo. E che rischia ora di perdere i suoi terminali logistici di Tartus (porto) e Latakia (aeroporto). Eventualità che il Cremlino non può accettare, e infatti pare che nel corso dei colloqui in corso a Doha fra Iran, Turchia e la stessa Russia il ministro degli Esteri Lavrov ha posto quale termine principale della trattativa (ammesso che sia realmente tale, e che serva a qualcosa, nel nuovo contesto politico) proprio la salvaguardia di quelle infrastrutture.

La Siria ha vissuto ieri una giornata storica, con la fine dell’ultracinquantennale dittatura degli Assad. Cosa accadrà nei prossimi mesi resta naturalmente un’incognita, anche se l’avanzata dei ribelli non è stata contrastata e quindi le perdite di vite umane e le violenze sono state ridotte al minimo. Abu Mohammed al-Jolain, il cui vero nome (con il quale da ieri ha cominciato a farsi chiamare) è Ahmed al-Sharaa, sta mostrando un volto presentabile agli occhi del mondo, cercando di temperare l’estremismo jihadista-sunnita che ha connotato sin qui la sua vita e il suo movimento. Non bisogna sottostimare, in effetti, una storia iniziata con l’ISIS, proseguita con al-Qaeda e infine approdata al meno radicale HTS, il movimento che congiuntamente all’Esercito Nazionale Siriano alleato della Turchia ha condotto la vittoriosa offensiva di questi ultimi dieci giorni.

La composizione variegata della realtà siriana, nonché le disastrate condizioni dell’economia, richiederebbe uno spirito di concordia auspicabile ma tutto da verificare: il pluralismo religioso ed etnico del paese (alawiti sciiti, sunniti, drusi, cristiani, drusi) è componibile in un quadro d’insieme solo in un clima di pacificazione nazionale, unica alternativa al rischio di frammentazione incombente o, per converso, ad una nuova dittatura questa volta meno laica e più integralista ma egualmente spietata. Le prossime settimane ci diranno quale piega prenderanno gli avvenimenti, quali decisioni assumeranno i “liberatori” del popolo siriano dal giogo di Assad.

La terra stanca: invito alla responsabilità nelle parole di Mons. Delpini.

Non si può dire che lungo la traiettoria tracciata dalla “Settimana Sociale” di Trieste non s’incontrino testimonianze e suggestioni importanti, tali da rendere l’universo cattolico sempre più aperto alla comprensione delle attese e delle speranze del nostro tempo.

Nel suo recente discorso alla città, Mons. Mario Delpini offre l’invito a riflettere su un mondo che troppo spesso dimentica il proprio legame con la terra. “Lasciate riposare la terra” non è solo un monito ecologico, ma un appello spirituale a ritrovare il rispetto per i cicli naturali, il valore della sobrietà e il senso del limite.

Delpini intreccia osservazioni acute sulla crisi ambientale e sociale con riferimenti scritturali e teologici: il riposo della terra non è solo una pratica di sostenibilità, ma una scelta etica e spirituale. Non si può sempre pretendere dalla terra e dagli altri il massimo rendimento”, ammonisce, richiamando tutti a un senso di giustizia verso il creato e verso i più fragili.

Parlando a una Milano frenetica, simbolo di un modello economico che spesso consuma più di quanto rigenera, il vescovo non si limita a un richiamo generico, ma entra nel cuore delle contraddizioni politiche e sociali. “Che cosa risponderanno coloro che governano alle domande dei giovani, alle invocazioni dei poveri, al grido della terra?”, chiede senza mezzi termini, scuotendo le coscienze. È una provocazione scomoda, un vero pugno nello stomaco per chi gestisce il potere e per chi ne subisce passivamente le conseguenze.

Il suo intervento va ben oltre l’ambientalismo di maniera: è un appello alla responsabilità collettiva, una diretta sollecitazione a ripensare l’economia, oggi dominata dall’iperefficenza, per conciliare sviluppo e giustizia sociale. Non è retorica, ma un’esortazione a fare scelte coraggiose e a invertire la rotta di un sistema che calpesta i deboli. La terra stanca e sfruttata è un’immagine potente di una società che si è smarrita.

Il linguaggio di Delpini è delicato nella forma ma incisivo nella sostanza, capace di ispirare riflessioni approfondite. Il suo elogio alla terra, però, non si ferma alla denuncia dello sfruttamento perpetrato ai suoi danni: piuttosto propone a ciascuno di noi, nel quadro della ricerca del bene comune, di ritrovare il senso del limite e dell’essenziale, custodendo il creato come luogo di incontro e di armonia.

 

 

Per cogliere tutta la ricchezza di queste riflessioni, consiglio vivamente la lettura integrale del testo, disponibile sul sito della Diocesi di Milano (qui in allegato)

 

https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/mario-delpini-documenti-del-vescovo/discorsi-alla-citta-mario-delpini-documenti-del-vescovo/lasciate-riposare-la-terra-2822543.html

Salus sine macula

L’Immacolata Concezione è un dogma cattolico, proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 con l’enciclica Ineffabilis Deus. Il dogma di fede sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria. Il dogma dell’Immacolata Concezione riguarda il peccato originale: per la chiesa Cattolica ogni essere umano nasce con il peccato originale, solo la Madre di Cristo ne fu esente.

  1. Tommaso d’Aquino, all’inizio del suo insegnamento a Parigi, con dedizione verso la Beata Vergine Maria, afferma esplicitamente il privilegio della santificazione o immacolata concezione di Maria: “La purezza di Maria fu talmente grande da essere immune dalla macchia del peccato originale e attuale” (In Ium Sent., dist. 44, q. 1, a. 3, ad 3). Sullo stesso concetto ritornerà alla fine della sua vita.

In seguito al fatto che alcuni teologi affermavano che la Beata Vergine Maria era Immacolata in sé e, indipendentemente dai meriti di Gesù, sottraendo così Maria alla Redenzione universale di Cristo, che è divinamente e formalmente rivelata (Rom., V, 18; 1 Tim., II, 5), l’Aquinate ha rivisto la sua posizione iniziale, insistendo soprattutto sulla Redenzione universale di Cristo (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 2). S. Tommaso afferma con chiarezza che anche Maria è stata riscattata dai meriti di Cristo: ella aveva bisogno di Redenzione preventiva o preservativa dal debitum culpae originalis e non per opera dello Spirito Santo come fu per il corpo in se stesso immacolato di Gesù. Maria non fu santificata prima dell’infusione dell’anima razionale nel suo corpo, proprio perché il corpo umano è la causa strumentale della trasmissione del peccato originale da Adamo a tutti i suoi figli. Inoltre, il corpo non è il soggetto in cui risiede la grazia, infatti essa si trova solo nell’anima razionale.

Ora, per s. Tommaso l’infusione dell’anima razionale nel corpo avviene, come insegnava Aristotele, dai 40 giorni agli 80 giorni dopo la concezione del corpo o la fecondazione del feto, e si è in presenza di una persona umana solo quando il corpo è animato da un’anima razionale (S. Th., III, q. 33, a. 2, ad 3). Ai tempi dell’Angelico la medicina non aveva ancora l’esatta nozione dei feti umani. Gli scolastici posteriori a s. Tommaso, valendosi delle scoperte mediche più recenti, hanno constatato che il feto è già una materia atta e proporzionata a ricevere un’anima razionale, avendo tutte le caratteristiche di un uomo in miniatura. Quindi hanno corretto, in base alle scoperte mediche che erano ignote nel XIII secolo, l’opinione “biologica” e non metafisica di s. Tommaso ed hanno sostenuto – a ragione – che il feto sin dal primo istante del suo concepimento è un essere umano vivente, e quindi riceve da Dio per infusione nel corpicino l’anima creata dal nulla.

Quando, perciò, si trova negli scritti di Tommaso che “Maria fu concepita nel peccato originale/Contraxit originale peccatum” (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 2) bisogna sempre ricordarsi che per l’Aquinate il concepimento del corpo ha una priorità cronologica e non ontologica di 40/80 giorni sull’animazione o infusione dell’anima razionale nel corpo umano. Perciò la frase potrebbe essere intesa nel senso che quando il corpo di Maria fu concepito era ancora strumento di trasmissione del peccato originale e che solo con l’infusione successiva dopo 40/80 giorni dell’anima nel corpo, essa fu preservata dal debito di colpa, che avrebbe dovuto contrarre in quanto figlia di Adamo. Ma l’Angelico non ha esplicitato questa distinzione nel periodo intermedio del suo pensiero teologico sulla immacolata concezione. Occorre prendere atto che egli abbia voluto evitare di pronunciarsi, in questo periodo intermedio. Prima di allora il Dottore Comune aveva soltanto affermato che la santificazione di Maria era seguita subito dopo l’animazione (Quodlib., VI, a. 7), ma aveva anche dichiarato di non sapere dire con certezza in quale istante esatto (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 3). Egli sino ad allora ha lasciato la questione aperta, non si è pronunziato a favore dell’immacolata concezione di Maria nel medesimo istante dell’animazione, né l’ha negata esplicitamente, dato l’atteggiamento non ancora espresso della Chiesa universale, che si pronunziò solo nel 1483.

Nella terza parte della Somma Teologica (q. 27, aa. 1-2), nell’ultimo periodo della sua vita, l’Angelico scrive nuovamente che “Maria ha contratto il peccato originale, ma è stata mondata da esso prima di nascere” (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 2). L’Angelico scrisse, senza fare alcuna distinzione: “Subito dopo la concezione e l’infusione dell’anima, la Beata Vergine Maria fu santificata” (Quodl., VI, q. 5, a. 1).

Alla fine della sua vita, ritorna sulla questione riprendendo il suo primo insegnamento tenuto a Parigi e si può notare una certa evoluzione nel suo pensiero riguardo al secondo periodo, per esempio nel Compendio di Teologia (c. 224), scrive: “La Beata Vergine Maria fu immune non solo dal peccato attuale, ma per un privilegio speciale fu mondata anche da quello originale”. Certo non dice quando fu mondata, se nel medesimo istante dell’animazione o dopo, ma parlando di “privilegio speciale” si può arguire che quello di Maria fu diverso da quelli comuni. Tuttavia non specifica esplicitamente neppure che sia stata mondata nell’istante stesso dell’infusione dell’anima.

Nel Commento sull’Ave Maria (Expositio super salutationem angelicam) l’Angelico scrive: “Maria è stata concepita nel peccato originale, ma non è nata in esso. […]. Maria non è incorsa né nel peccato originale, né mortale e neppure veniale”. Perciò quando s. Tommaso ha scritto che Maria “ha contratto il peccato originale” voleva intendere che in potenza Maria avrebbe contratto il peccato originale, distinguendo il debito della colpa – avrebbe dovuto contrarre il peccato originale in sé o in atto -, ma non lo ha contratto in atto perché ne è stata preservata. Maria nello stesso istante cronologico fu formata quanto al corpo, fu informata dall’infusione dell’anima razionale e fu santificata; tuttavia si può fare la distinzione tra ordine cronologico o di tempo e ordine ontologico o di natura e valore. Allora si può dire che Maria prima – cronologicamente – fu concepita e animata e poi – ontologicamente – fu santificata.

Un tema, certo, assai complesso che Tommaso d’Aquino aiuta a comprendere, a partire dall’entrare, con umiltà, nella profondità del possibile scibile umano.

 

 

Maria Francesca Carnea, Filosofa, Consulente Strategie di Comunicazione. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.

L’Italia al tempo della medietà: uno sguardo sul Rapporto Censis 2024.

Anno critico il 2024: ne tratta il 58° Rapporto del Censis, che riesce ogni volta ad offrire appropriate chiavi di lettura e di interpretazione sullo stato della società italiana. L’appuntamento annuale con l’Istituto di piazza di Novella a Roma, fondato dal Prof. Giuseppe De Rita, è sempre convincente nella sua disamina dettagliata e nell’uso di metafore descrittive che esplicitano stilemi comunicativi originali e sorprendenti, perché l’analisi conosce ma la sintesi crea: ne hanno parlato Giorgio De Rita e Massimiliano Valerii nel corso della presentazione che ha avuto luogo presso la sede del Cnel.

Fragilità, come evidenza palpabile pur in un contesto in cui si ricomincia a parlare di crescita (esplode il turismo con 447 milioni di visite nel 2023): questo è l’incipit del rapporto, considerato il quadro delle incertezze internazionali ma anche le discontinuità presenti nella società italiana, perché siamo bravi nelle crisi ma meno nelle ripartenze. Lo stesso concetto di ‘fine’, un tempo usato a rappresentare lo scopo di una progettualità poi rivelatasi effimera viene adesso ribaltato perché ricorrente nell’immaginario collettivo piuttosto per descrivere un arresto, la stasi di un Paese in attesa, in cui il ceto medio si sta sfibrando e sgretolando per la contrazione del potere d’acquisto, diminuito del 7% così come risulta erosa la ricchezza pro-capite del 5% rispetto a 20 anni fa, oltre ad una politica salariale incerta e ferma al palo. Tutti sembrano convinti che è molto difficile risalire nella crescita. In un contesto in cui non si sale e non si scende allo stesso modo, si deteriorano le speranze collettive e una nuova sindrome italiana prende forma: quella della continuità nella “medietà”, perchè tutti si trovano ad annaspare in una linea di galleggiamento, avviluppati dalla stessa ‘marea’, attenti a non andare sotto per non affogare ma privi di motivazioni e di spinte a risalire e uscire dal guado.

Ci rialziamo ogni volta senza ammutinamenti, la spinta propulsiva si è fermata. In realtà questa deriva sembra essere condivisa oltre i confini nazionali: perché se è vero che tutto quello che conta accade fuori dall’Italia (guerre, conflitti etnico-religiosi, elezioni americane ecc.) nessuno è contento di come va il mondo…non l’Europa, non la Russia, non la Cina, non i Paesi arabi, non il sud del mondo, non l’Africa.

Viviamo dunque la stagione dello scontento planetario: dopo le illusioni della globalizzazione come volano del cambiamento, prendiamo ora atto con rassegnazione della criticità dei processi storici tra distruzioni, desolazione, marginalizzazione delle speranze di fronte ad una realtà autopropulsiva sempre esterna a noi a cui non si riesce a tener testa.

Ma un’altra evidenza prende corpo: quella che accende e porta ad infiammare la guerra delle identità.

Si comincia ad ingaggiare una guerra sociale per valorizzare le singole identità individuali, innescando una logica amico-nemico. In assenza di un progetto sociale condiviso cresce la frammentazione e si alimenta una sorta di distacco dai miti della partecipazione e della crescita identitaria, della nazione e dei soggetti che ne fanno parte. Si tratta della sequela del disincanto, del senso di impotenza e del pessimismo ma non sfocia in esplosioni, quanto invece resta latente in quella linea di galleggiamento che sembra essere la chiave interpretativa più convincente di questo 58° Rapporto.

Siamo dunque in presenza di una crisi della partecipazione, dell’europeismo e dell’atlantismo. La crescita dell’astensionismo elettorale esprime un distacco tra cittadini e istituzioni, siamo arrivati al 51% alle recenti votazioni regionali in Umbria ed Emilia Romagna. Anche la fascinazione per le democrazie illiberali è un volto nuovo dell’italiano medio fotografato nel 2024: solo il 31 % è d’accordo sulle spese militari al 2% del PIL come richiesto dalla Nato mentre il 66% attribuisce le colpe della guerra in Ucraina agli Usa e all’Occidente, l’antisemitismo va oltre la difesa delle ragioni del popolo palestinese ed evoca foschi presagi e desolanti ricordi. Il vessillo dell’anti-occidentalismo sventola oggi nella maggior parte delle case italiane: per come si possa leggere esso è una miscela di relativismo, nichilismo, negazionismo, deprivazione della consapevolezza che nasce dalla distorsione della realtà e dalla superficiale lettura delle evidenze, condizionata da una sottile e sottesa politica della disinformazione tesa a creare le premesse per un nuovo ordine mondiale. “L’Europa può morire” (Macron alla Sorbona) e l’Italia ne fa parte: è la sintesi efficace di uno scoramento condiviso che descrive una sorta di impotenza di fronte ai fenomeni globali.

La nostra società è molto più meticcia di quanto si dica, avvezza a mescolare valori e significati, persone e comportamenti. Un pooccidentale e un pomediterranea, levantina e mediorientale, contadina e cibernetica, poliglotta e dialettale, mondana e plebea”. Iconografia pittoresca e tutto sommato indulgente di una collettività inconsapevole ed effimera, tra relativismo etico e indifferenza verso i cambiamenti intorno a noi di cui senza troppa cognizione facciamo parte: così il Rapporto descrive quella sorta di mutazione morfologica della Nazione, oltre che antropologica: l’Italia si colloca in UE al primo posto per le cittadinanze concesse: il 21, 6 % di tutte le acquisizioni nell’intera Europa. Nell’ultimo decennio si conta il 112% delle cittadinanze concesse.

Ma siamo culturalmente preparati a questo salto d’epoca? Contiamo 8, 4 milioni di laureati ma c’è mancanza di conoscenze di base. Il sistema scolastico pur in un quadro di millantate innovazioni – specie in direzione della digitalizzazione pervasiva- segna il passo: il 43, 5% dei ragazzi all’uscita dalle secondarie (l’80% negli istituti professionali) non raggiunge gli obiettivi formativi.

La nostra società è attraversata da una ignoranza diffusa: il 30% non sa chi era Mazzini (“un politico della prima repubblica?), per il 6% Dante non viene conosciuto come autore della Divina Commedia, la Cappella Sistina era stata affrescata da Giotto o da Leonardo, nessuno ricorda la data della Rivoluzione francese.

Intanto riaffiorano i pregiudizi come espressione di una distanza esistenziale di diverse identità: immigrazione, famiglia, religione, etnie, colore della pelle, orientamento sessuale: sono questi i nuovi nemici, ignorando le evidenze che crescono intorno a noi. Il Rapporto ci ricorda che nel 2070 (ma credo anche prima) la Nigeria conterà una popolazione superiore a quella dell’intera Europa, fino a diventare la 5° economia del mondo mentre non sarà annoverato nessun Paese europeo tra le prime potenze del pianeta. Sembra che le opinioni in circolazione siano supportante più da intuizioni approssimative che da ragionamenti basati su conoscenze certe, anche se l’immaginario collettivo ha una sua morfologia riconoscibile: per il 49,6% degli italiani il nostro futuro sarà condizionato dal cambiamento climatico e dai ricorrenti eventi atmosferici catastrofici, per il 46,0% dalla piega che prenderà la guerra in Medio Oriente, per il 45,7% dal rischio di crisi economiche e finanziarie globali, per il 45,2% dalle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina, per il 35,7% dalle migrazioni internazionali, per il 31,0% dalla guerra commerciale e dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, per il 26,1% dagli stravolgimenti prodotti dalle innovazioni tecnologiche.

Il “sentire” del Paese appare sempre più come un “sentito dire” ma il Rapporto chiude – com’è consuetudine- con una indicazione che alimenta la fiammella della speranza: se il tipico modello italiano del galleggiamento non funziona e non riusciamo a immaginare il futuro, ciò significa che in una società chiusa non si cresce. Bisogna aprirsi al nuovo, è questa la sfida. Restare chiusi e non crescere non ce lo possiamo più permettere, la società italiana deve fare un passo avanti.

 

L’ultima barzelletta? Conte può anche diventare centrista.

“Capace, capacissimo, capace di tutto”. Questa vecchia battuta pronunciata da Carlo Donat-Cattin a metà degli anni ‘80 per descrivere, in chiave sarcastica ed ironica, il comportamento di qualche esponente della Dc che non era particolarmente gradito al leader della sinistra sociale di Forze Nuove, è quanto mai calzante per l’attuale capo del partito populista per eccellenza, cioè Giuseppe Conte. Un alleato, peraltro fondamentale, per la coalizione di sinistra e progressista guidata dalla Schlein ma, al contempo, un capo politico da cui, appunto, ti puoi aspettare di tutto.

E questo ancora al di là della disputa, virulenta e al tempo stesso comica, con il fondatore di 5 Stelle Beppe Grillo.“Capace, capacissimo, capace di tutto” proprio perché Conte può essere politicamente di tutto. È progressista – ma “indipendente” – e non di sinistra; è europeista ma non atlantista; è contro la destra e addirittura alternativo alla destra ma condivide molte politiche di quel campo politico;

pare sia anche un “cattolico democratico” come disse ad un convegno ad Avellino ricordando Fiorentino Sullo; qualcuno dice che potrebbe diventare anche un “centrista” – l’ex direttore della Stampa Marcello Sorgi – senza però dimenticare, almeno così dice, le ragioni specifiche del movimento 5 Stelle; si sente sempre di più un uomo di partito senza, al contempo, rinnegare le ragioni storiche del movimentismo; e, infine, vuole declinare una cultura di governo con il suo nuovo partito ma vive la costruzione delle alleanze all’insegna della casualità, dell’improvvisazione e del pressappochismo.

Insomma, per farla breve, Conte è tutto e il contrario di tutto, come si suol dire. Ma, dovendo competere con la sinistra radicale e massimalista della Schlein e con quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis, non c’è affatto da stupirsi se la futura collocazione di Conte e del suo partito possa anche essere quella di centro. Di un centro cattolico come, del resto, già anticipò in un passato neanche troppo lontano.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, ci si trova di fronte ad un partito e, soprattutto, ad un capo partito che può declinare mille versioni nella sua concreta attività politica. Ma, per non rincorrere la deriva trasformista ed opportunistica del capo dei 5 Stelle, quello che mi preme sottolineare è che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono e non devono essere declinati da chi è, sotto il profilo politico, antropologicamente estraneo ed esterno a quella cultura, a quella sensibilità, a quella storia e anche a quella prassi. Non lo sono, e coerentemente, la Schlein, Fratoianni o Bonelli o la Salis ma non lo è, tantomeno, neanche il movimento o il partito dei 5 Stelle. Forse è arrivato il momento, per onestà intellettuale e anche per serietà politica e culturale, che ognuno declini il suo progetto politico nella società contemporanea con un minimo di lungimiranza e di credibilità. Sempreché si voglia rilanciare la credibilità e la trasparenza della politica e, soprattutto, riavvicinare i cittadini alle istituzioni e alle urne. Di politici “capaci, capacissimi e capaci di tutto” francamente non ne abbiamo più bisogno. Come, appunto, denunciava già nello scorso secolo lo statista democristiano Carlo Donat-Cattin.

Il dono dell’Avvento: tempo per riflettere e rinascere.

Foto di G.C. da Pixabay
Foto di G.C. da Pixabay

Pare che si sia entrati liturgicamente nel tempo di Avvento: non più di sei settimane, giorni che dovrebbero mettere gli uomini in tensione per un viaggio da fare e per il quale nessuna agenzia può aiutare a organizzare le tappe e la meta finale.
Occorre sapersela cavare da soli, quindi fermarsi per riflettere su come sia meglio procedere, scegliere cosa mettere in valigia e soprattutto con che animo disporsi alla partenza. Non c’è mai cura per questo; c’è sempre altro da fare e priorità da rispettare, che mettono urgenza, in modo che, smaltite alcune, altre immediatamente si propongono.
Eppure la lettura dei giornali può tornare utile per mettere a fuoco la consistenza del nostro quotidiano e per sapere del rimpianto che si dovrebbe misuratamente avere quando si intraprendono passi per cui devi abbandonare per qualche giorno la consuetudine umana.

La politica non riesce a suscitare sorprese, non una nota che sia in grado di fermare l’attenzione del lettore. Partiti litigiosi che sbraitano non per il bene del popolo, ma per giustificare la loro esistenza e sopravvivere per come possibile. La compostezza non è più di quel mondo.
In televisione, la consueta formula per tenere un popolo addormentato: dosi massicce di cronaca nera, che fa di ogni spettatore un detective di lusso; quiz a più non posso, per far sognare la vincita che cambia una vita; sport a tutto spiano, per non far pensare ad altro; e talk show, dove si riesce con arte sopraffina a parlare per ore del nulla.
In cronaca, delitti su donne vittime di violenza, accoltellamenti tra giovani appena svezzati o notizie di guerra in questa e quella parte del mondo, e così via nel solito campionario di notizie sempre uguali.

Insomma, mai un balenio che possa accendere davvero l’attenzione di qualcuno oltre la lettura dei titoli del giornale. La fatale ricorrenza dei fatti segna la banalità delle normali esistenze degli uomini. Forse è inevitabile che sia così, che non possano che esserci episodi ripetitivi che indicano come la storia degli uomini non possa avere lampi di fantasia, al pari delle giornate che scorrono prive di un’improvvisazione.
La vita è, per definizione, un’occasione che non va trascurata o sottovalutata e che invece si consuma perlopiù in modo scialbo: è un tempo che andrebbe speso sempre al meglio delle sue possibilità.
La realtà dice che l’effervescenza è appunto nella rarità dei momenti da conservare tra i ricordi. La morte porrà termine a una serie di fatti per la maggior parte privi di sorprese, che non muovono particolari nostalgie e che non meriterebbero menzione se non per la mancanza di carattere.

È così che stanno le cose ed è fatale che non possano essere diversamente. Se non fosse per il naturale timore della morte e si fosse onesti nella valutazione, non sarebbe un’eresia dire che l’esistenza di per sé, così come consumata dagli uomini, non ha nulla di esaltante ed è anzi piuttosto incline alla noia.
Eppure c’è un segreto che ciascuno in origine possiede e che è lasciato malamente nel dimenticatoio: la possibilità di pensare ai propri giorni perennemente come un tempo di Avvento, di darsi un respiro diverso, di regalarsi ingredienti di sostanza in grado di dare sapore persino a ciò che è inevitabilmente rituale.
Si tratta di una rivoluzione da farsi scoppiare dentro, senza esibizioni e ancor più consenso degli altri. È l’impegno a considerare ogni relazione come un dono da non trascurare, prendendone piuttosto il meglio che possa offrire, alimentandola di rimando.
È la capacità di considerare ogni giorno come un’opportunità irripetibile di riflessione, scambio e conoscenza. È ritrovare la straordinarietà in ciò che diamo per scontato. Soprattutto, è l’attenzione a sprecare il meno possibile di quanto ci è dato.
Più di tutto, per buona sintesi, è vivere con amore, con la “A” maiuscola: roba non da poco, la sola impresa su cui cimentarsi e che ci riesce sempre naturalmente all’inverso. Sarà colpa della nostra paura di scardinare il prossimo e di esserne scardinati.

Abbiamo solo sei settimane per allenarci a tutto questo. Il doppio delle “tre settimane da raccontare” di Bongusto, che descrivono l’esplosione di una passione.
Il tempo comunque è breve; occorre approfittarne per non appigliarsi in estremo a un tempo magari più lungo, che ci chiede già da troppi anni di essere ascoltato ed essere messo a frutto. Il Natale è alle porte. A noi il potere di aprirle o di rinunciare.

Dopo Trieste, appunti sulla presenza dei cristiani nella società.

Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay
Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay

L’interessante convegno sul “Dopo Trieste”, in programma lunedì 9 dicembre presso l’Università Lumsa, non deve rimanere un appuntamento isolato. Come sottolineato nella presentazione de “”Il Domani d’Italia”, il convegno “…non ha un carattere politico, in senso stretto, semmai costituisce un’occasione per indagare gli sviluppi, diretti o indiretti, della Settimana Sociale dei cattolici”. Ebbene sì, Trieste non deve essere trascurata perché richiama anzitutto il valore di un impegno che muove dal contesto civile e culturale, per coglierne tutta intera la forza dell’innovazione. Non si tratta di lanciarsi perciò nella formazione dell’ennesimo partito, magari etichettandolo cristiano, ma di riprendere un discorso sull’evoluzione – giusta ed umana – della società, come si ricava dalla tradizione dei cattolicesimo popolare e democratico.

“…Oggi non rimpiangiamo il passato… c’è qualcosa che è caduto e che doveva cadere, c’è qualcosa che è rimasto, e che è bene sia rimasto: ma soprattutto ci sono esperienze di vita, forze allenate, vitalità nuove, realtà più sentite, difficoltà superate, pensiero più maturo…”. Un metodo di indagine sociologica, questo, di matrice fenomenologica  che il lungimirante e sapiente autore, ivvero Luigi Sfurzo, ha sempre adoperato..

Se questo lessico suona attuale è perché riguarda proprio il “Dopo Trieste”. Giova, per questo, osservare attentamente la realtà per non ignorare il frammentato e plurale cattolicesimo politico, sociale e culturale italiano dei giorni nostri, alla ricerca di un’identità smarrita – non per colpa sua, ma per colpa della storia e della secolarizzazione. Il pensiero democratico dei cristiani, sebbene in apparenza disarticolato, è sostanzialmente ancora vivo, anche se va alla ricerca di un modo nuovo per tradurre la Dottrina sociale della Chiesa nella dimensione della vita pubblica contemporanea. Bisogna far tesoro dell’esperienza che annovera al suo interno figure come Dossetti, La Pira, Moro, fino a Mattarella; un’esperienza – vale la pena ricordarlo – che ha visto germogliare nel dopoguerra l’intuizione fattiva di De Gasperi per l’Europa unita.

Alcune parole che rimbalzano oggi con assoluta freschezza non sono recenti, visto che provengono dal lontano 1905. Le pronunciò a Caltagirone Luigi Sturzo – ancora lui – in un discorso che già allora mirava a fare entrare i cattolici italiani nell’agone politico, posto che fino ad allora erano rimasti all’opposizione dello Stato liberale. Egli divideva il mondo cattolico in due: i “cattolici democratici” (progressisti) e i “cattolici clerico-moderati” (conservatori). Questa divisione tuttora si riflette nel mondo cattolico e persino nell’ambito dello stesso Vaticano, stante il dissidio più che strisciante tra bergogliani e anti-bergogliani.

Riflettere su queste parole significa ripercorrere la lunga storia dell’impegno politico dei cattolici italiani nel Novecento, un impegno che si è confrontato – e ancora lo fa – con guerre, nazionalismi, emigrazione, capitalismo finanziario, intelligenza artificiale e suggestioni autocratiche di uomini forti. Al riguardo, Papa Francesco si esprime con la formula di “cambiamenti d’epoca”. Comunque, in questo contesto persino tumultuoso, il fluttuante voto dei cattolici italiani si orienta a maggioranza verso FdI e FI. Ed è un problema!

Non ci sono scorciatoie. E difatti, sull’attuale presenza di “…forze allenate, vitalità nuove, realtà più avvertite…”, nutro dubbi, specie se penso alla suggestione di un nuovo partito politico – ipotesi che troppo spesso ha oscurato l’importanza di un lavoro di analisi e approfondimento. Piuttosto, l’invito di Sturzo a superare il passato senza rimpiangerlo, pur conservando ciò che di buono è rimasto, ci sollecita a un pensiero più maturo.

Dunque, ritornare alla “Settimana di Trieste” e riscoprire il protagonismo che essa sollecita non è velleitario. È un’occasione per riprendere il dialogo, a partire dalle dimensioni locali e diocesane, facendo leva sul prepolitico, e quindi sull’associazionismo e sui movimenti civici. La sfida è coordinare le molteplici iniziative per non rimanere in silenzio e defilati, cercando piuttosto di essere protagonisti nella costruzione di una società sempre più a “dimensione umana”.

Ecco, bisogna ritornare alla “Settimana di Trieste”, come fa Lucio Dubaldo; rispolverare la partecipazione invocata in quella sede; sollecitare al protagonismo da testimoniare partendo dalle dimensioni  locali e diocesane facendo leva sul prepolitico culturale attraverso l’associazionismo comunitario sparso e i movimenti civici di volontariato;  ritornare  insomma  al farsi vedere e sentire senza rimanere in silenzio e defilati, messi da parte e scartati, non è questa volta e “Dopo Trieste” velleitario  o una perdita di tempo. Con una sola raccomandazione: quella di mettere insieme ogni tanto tutte le sparse iniziative e coordinarsi.

Una proposta di rinnovamento contro le ambiguità grilline

Non è mai carino commentare gli eventi legati ad un partito politico della cui comunità non si fa parte; tuttavia, il dibattito all’interno del Movimento 5 Stelle rischia di paralizzare la costruzione di una seria alternativa all’attuale coalizione di governo. Di questo stallo è ovviamente complice anche il PD che ha scelto questo movimento come partner privilegiato.

In queste settimane il movimento ha vissuto un’esperienza assembleare che sembrava ricordare i modi delle convention della prima Forza Italia, in cui si urlava lo slogan “C’è solo un Presidente”, testimoniando come sia diventato un partito personalistico portato al culto del proprio leader, seppur mantenendo i temi di un congresso di Rifondazione Comunista: no alla Nato, lascia da sola l’Ucraina, ri-aboliamo la povertà.

In seguito a questo evento mediatico, dopo le polemiche aperte da Grillo, Giuseppe Conte, intervistato al quotidiano “La Stampa”, ha fornito un chiaro messaggio propagandistico riuscendo a stravolgere la realtà e la verità.

Alla domanda se definire il Movimento 5 stelle una forza di sinistra, l’ex Presidente del Consiglio ha risposto di no, eppure proprio sotto la sua guida il movimento ha aderito al gruppo del parlamento europeo che si chiama The Left. Forse il leader grillino non sa che tale parola si traduce dall’inglese in un solo modo: La sinistra.

Di fronte a questa risposta allora mi chiedo, il Movimento 5 Stelle non sentendosi di sinistra lascerà il gruppo di The Left oppure il suo leader negherà di aver risposto in quel modo al giornalista? Temo che Conte non farà né l’una né l’altra cosa, perché per varie ragioni non gli conviene.

Questa strategia ricalca l’ambiguità di comportamento che i 5Stelle hanno portato avanti sin dalla loro origine, nonostante le possibili scissioni all’orizzonte, il succo non cambia: vanno un po’ a destra, un po’ a sinistra, purché ottengano voti.

Alcuni osservatori pensano che questa sia la strategia di un partito centrista ma  sbagliano gravemente. Una politica centrista, infatti, non è ondivaga e non sceglie la direzione politica da intraprendere in base agli umori di pancia.

Pensiamo all’esempio della scelta di Angela Merkel nel 2015 sull’accoglienza dei migranti siriani. L’allora cancelliera tedesca, nonostante il parere contrario del suo elettorato, scelse di accogliere i migranti siriani, compiendo una scelta di grande responsabilità, dimostrando come dovrebbe agire un politico di centro e uno statista in generale.

Inoltre, un centrista non percorre mai strategie politiche estremiste poiché, al contrario dei fondamentalisti del populismo, ritiene che nel mondo non sia tutto bianco o nero ma è sempre possibile trovare una strada di dialogo e compromesso.

Questa strategia però è ben lontana dagli auspici del leader grillino, infatti nella medesima intervista, accusa la leader del PD di aver votato un compromesso sulla commissione Von Der Leyen insieme ad alcuni partiti di centrodestra.

Peccato che il voto dei 5Stelle, alla fine, sia stato lo stesso della Lega. Conte, mentre vota insieme ai gruppi sovranisti di estrema destra, accusa il PD di aver votato come la Meloni. Si potrebbe dire da che pulpito viene la predica!

Nella stessa intervista, l’ex premier va oltre e sostiene come, ad oggi, nonostante il continuo corteggiamento portato avanti dal PD, andrebbe alle elezioni da solo perché il PD non condivide la posizione contiana di resa dell’Ucraina.

Questa risposta dovrebbe far riflettere seriamente i democratici i quali, di fronte ai veti contiani, dovrebbero finalmente alzare la testa e dire: non ci sto! Se i grillini vogliono andare per conto loro, si accomodino pure, i riformisti non possono rinunciare ai propri valori.

A questo punto, Elly Schlein dovrebbe investire tutte le sue energie nel costruire un vero centro sinistra a guida PD, con alla sua destra una federazione di partiti centristi, di ispirazione cattolica e liberaldemocratica e alla sua sinistra Avs. La quale, nonostante abbia in comune alcune istanze grilline, non ha sposato la linea indipendentista contiana.

Sono sicuro che un centro sinistra forte, depurato delle tendenze populiste, sarebbe in grado di attrarre, in una logica purtroppo maggioritaria, anche il voto grillino attraverso il così detto voto utile ed essere competitivo contro la destra meloniana. La scelta di intraprendere questa strategia è nelle mani dei dirigenti del PD, forza e coraggio!

Un governo ombra per battere le politiche populiste

A scoperchiare le disinvolture propagandistiche di questo governo si aggiungono, alle recenti previsioni Ocse, i dati dell’Istat.
Nel fare il periodico punto sulla situazione reale e sulle prospettive del paese, l’Istituto di Statistica ha dimezzato le stime di crescita della nostra economia, correggendo al ribasso la previsione governativa che indicava una crescita dell’1% del Pil, mentre si è appena registrato uno 0,5%.

Inoltre, nel 2024 è stata la domanda estera a sostenere l’economia, mentre quella interna ha fatto registrare un calo. Per il prossimo anno le stime non sono rosee: l’Istat prevede una crescita dello 0,8% rispetto all’1,2% stimato dal governo. Tanto che l’economista Carlo Cottarelli intravede per il prossimo anno l’Italia tornare a essere nuovo fanalino di coda in Europa.

Un trend economico così deprimente, aggravato dalla forte crisi industriale nel settore dell’automotive – per il quale non vediamo un piano industriale di rigenerazione – sta frustrando la quotidianità di tante famiglie e di moltissimi giovani. Anche sul fronte dell’occupazione, i contratti a termine rappresentano l’emblema di un laissez-faire contrattuale che ha quasi liberalizzato il rapporto di lavoro, rendendolo strutturalmente precario. Questa situazione ha trovato terreno fertile nelle politiche del lavoro da parte dei governi dell’ultimo decennio.

In questo scenario, non è più tempo di inerpicarsi con sterili dissertazioni a discutere di metodo, ma occorre concentrarsi sul merito. Bisogna entrare nel concreto, per smascherare tutte le menzogne con cui vengono esaltati, spudoratamente, risultati inesistenti.

Occorre dar vita a un laboratorio che favorisca l’incontro tra le culture cattolico-democratiche e riformiste, individuando le tematiche cruciali che toccano quotidianamente i sentimenti di tanti italiani e che propizino credibili prospettive future. Si tratta di ridare speranza a progetti di crescita personale, soprattutto per i giovani, che ormai hanno smesso persino di pensare a un futuro migliore.

Un primo programma di massima permetterebbe, poi, a un tavolo multilaterale, sul modello di un “governo ombra”, di confrontarsi su un progetto comune da proporre al paese. Sarebbe una valida alternativa alla propaganda ingannevole dell’attuale maggioranza populista.

 

La debolezza strutturale dellalleanza governativa
In questo scenario, la linea del governo mostra ondeggiamenti sempre più evidenti e una crescente incapacità di compromesso efficace tra le diverse posizioni, soprattutto in materia fiscale e bancaria. Questo si aggiunge alle differenze nell’approccio verso l’Europa, nonostante le visioni comuni di destra, accentuate da carichi di estremismo anti-europeo e anti-Nato.

A ciò si somma il gioco strumentale sugli equilibri politici della Von der Leyen e della sua altalenante maggioranza, che non lasciano intravedere una rassicurante stabilità per l’intero quinquennio. Non si può non cogliere la strutturale debolezza di un’alleanza governativa che procede nel suo percorso parlamentare a colpi di fiducia.

Già qualche mese fa avevo sottolineato la necessità di ricorrere alla formazione di un “Shadow Cabinet”, un governo ombra nello stile del parlamento britannico. Peraltro, non sarebbe una novità: basti pensare all’effimero governo ombra di Veltroni, dopo la formazione del IV governo Berlusconi. Si tratta di un organismo da non sottovalutare per la sua valenza giuridico-istituzionale.

Sebbene possa incidere poco sulle scelte di governo, potrebbe avere un peso politico significativo, fungendo da alternativa progettuale concreta alle politiche dell’esecutivo. Il suo scopo sarebbe quello di contrastare quotidianamente l’azione del governo e proporre una prospettiva programmatica per un futuro governo.

 

La crisi del paese e lurgenza di unalternativa
A far da sfondo sono le disastrose realtà socio-economiche del paese, sempre più vulnerabile a causa della crescita esponenziale di divari e iniquità tra i ceti sociali. La povertà, ormai insinuatasi anche nel ceto medio, è un problema strutturale.

Colpisce l’inadeguatezza di una visione e di una classe dirigente incapace di formulare un piano industriale credibile. Al suo posto, vengono proposti obiettivi vaghi, come il “Piano Mattei”, o progetti irrealizzabili, come il Ponte sullo Stretto. Sul piano sanitario, la situazione è al collasso: tra carenza di medici e strutture, quasi metà dei cittadini, secondo dati Gimbe, rinuncia alle cure o si rivolge al settore privato.

Sul fronte del lavoro, le attuali politiche non stimolano l’occupazione e comprimono i salari, mentre le politiche infrastrutturali, nonostante il Pnrr, appaiono inadeguate per arginare la desertificazione industriale causata dalle tante crisi aziendali. Il settore dell’automotive, in particolare, è esposto a una concorrenza insostenibile con i competitor asiatici, a causa di scelte prese in sede europea, come lo stop ravvicinato all’utilizzo dei motori termici, considerate poco sostenibili da molti osservatori.

 

Un messaggio di speranza e rigenerazione
Ciò che rende questa iniziativa auspicabile è il suo potenziale impatto positivo: un messaggio che restituisca speranza e fiducia nel futuro a quella parte del paese che ha perso ogni fede nel sistema politico, offrendo un progetto alternativo e credibile per affrontare la rigenerazione del tessuto economico italiano.

Un governo ombra potrebbe inoltre offrire una mediazione credibile per rispondere a istanze che, non trovando soluzioni, rischiano di sfociare in derive di incontrollabile ribellismo sociale.

La Voce del Popolo | L’arroganza del potere favorisce il populismo.

In un mondo che sta, quasi letteralmente, andando in pezzi possono sembrare minuscoli dettagli. Ma dettagli non sono, affatto. Tantomeno minuscoli. Alludo al provvedimento con cui il presidente americano Biden ha graziato il figlio facendogli scudo nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca. E alla liquidazione da 100 milioni di euro, suppergiù, con cui Stellantis ha generosamente accompagnato alla porta il suo amministratore delegato Tavares.

In apparenza, le due cose non c’entrano molto l’una con l’altra. Ma solo in apparenza. In realtà esse rivelano, tutte e due, quella sorta di arroganza del potere che sembra fatta apposto per restituire al populismo tutta quella benzina che le sue non brillanti prove di questi anni avevano finito per consumare. È come se la classe dirigente – quella politica e quella manageriale – avesse perso ogni traccia di quel senso della misura e di quella capacità di ascolto che fanno parte del corredo di un potere minimamente sensibile allo spirito del tempo e perfino alle ragioni della sua stessa convenienza.

Naturalmente si possono citare molti altri casi in cui quella stessa classe dirigente riesce, invece, a dar prova di virtù e costumi assai più apprezzabili. Ma resta pur sempre l’amaro in bocca di fronte ai molti casi nei quali, invece, la guida “morale” di questi nostri tempi così turbolenti finisce per essere il celebrato marchese del Grillo. Troppi dei suoi imitatori sono all’opera. Sarà il caso di farli rientrare nei ranghi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 5 dicembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’enigma di un nuovo Partito Popolare Italiano.

Si moltiplicano, e per fortuna, le iniziative sulla presenza politica e pubblica dei cattolici. O meglio, per essere più precisi, sulla presenza e sul ruolo dei cattolici nella politica del passato. Si tratta, prevalentemente, del ricordo dei leader democristiani attraverso la pubblicazione di libri o pamphlet o della rilettura di esperienze politiche quasi sempre riconducibili ad una stagione storica che ha visto e registrato il protagonismo politico indiscusso dei cattolici italiani sulla scena pubblica.

Ora, per non continuare a rifugiarsi nel passato, è di tutta evidenza che a fronte di quella straordinaria stagione che si è snodata per vari decenni, fa da contraltare una fase – quella attuale – dove si registrano, purtroppo e forse anche inspiegabilmente, atteggiamenti caratterizzati dalla testimonianza, dal ricordo e dal rimpianto. Categorie decisamente importanti ma che, al contempo, denunciano una sostanziale impotenza dei cattolici nei confronti della politica contemporanea. Una impotenza che campeggia nei molti convegni che vengono organizzati nella vasta periferia del nostro paese e che stenta, per ragioni complesse e molto articolate, a trasformarsi in una concreta iniziativa politica. Certo, si tratta di un tema che non può essere affrontato con criteri banali e superficiali, ma è indubbio che non possiamo non dire che, dopo la decisione di chiudere l’esperienza – scelta forse troppo affrettata e non sufficientemente meditata – del Partito Popolare Italiano, la presenza organizzata dei cattolici si è andata progressivamente disperdendosi sino al punto di diventare del tutto irrilevante. Almeno sotto il profilo politico, culturale e anche programmatico.

Certo, la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale continua ad esserci in alcuni partiti attraverso la presenza attiva di esponenti che, seppure con molte difficoltà e contraddizioni, si rifanno a quel filone di pensiero. Ma è di tutta evidenza che si tratta di apporti che, nella migliore delle ipotesi, si riducono ad essere delle vere e proprie foglie di fico rispetto al progetto politico e culturale complessivo del partito di riferimento. Ed è anche per questa ragione, semplice ma essenziale, che la presenza di questa tradizione e di questa definita e precisa cultura politica fanno notizia solo quando vengono ricordate le gesta, le iniziative e il magistero dei grandi leader e statisti democratico cristiani del passato. Certo, oggi non ci sono più i partiti identitari e con l’avvento dei partiti plurali – anche se, il più delle volte, si riducono ad essere partiti personali o del capo – sono molte le culture e le sensibilità politiche che contribuiscono a costruire e a definire l’identità e il progetto stesso dei partiti. E sono anche queste le ragioni che portano ad attenuare una presenza politica autonoma ed organizzata dei cattolici italiani, malgrado le decine e decine di esperimenti locali e nazionali – tutti puntualmente falliti a livello politico ed elettorale – che si sono succeduti i questi ultimi anni.

Ecco perché, e senza alcuna presunzione, al di là di continuare ad escogitare strumenti organizzativi che siano in grado di rappresentare e ricomporre la maggioranza dei cattolici che hanno una comune e spiccata sensibilità politica, la vera scommessa oggi è quella di saper contribuire a ricostruire un progetto politico e di governo che non sia eccessivamente lontano da ciò che ci hanno trasmesso i leader e gli statisti del cattolicesimo politico del passato. Sarebbe, questo, già uno straordinario e qualificato passo in avanti sulla strada di un rinnovato protagonismo politico e culturale dei cattolici popolari e sociali. Senza illusioni e senza velleitarismi.

Gli uomini che hanno fatto grande la Dc

L’incontro, svolto in una sala con molti presenti, è stato presieduto dall’On. Giuseppe Gargani che ha evidenziato il valore di questo contributo alla storia della Dc attraverso le biografie politiche di alcuni dei suoi principali esponenti, auspicando che si possa sviluppare il seme gettato, organizzando incontri su base territoriale nei quali ricostruire i diversi periodi storici della vicenda democratico Cristiana. Gargani ha annunciato la prossima pubblicazione di un suo libro in cui saranno meglio analizzati i rapporti tra politica e magistratura e le ragioni della fine della prima repubblica, con particolare riferimento a quelle della Dc.  Sono intervenuti, tra gli altri, l’On. Maria Pia Garavaglia, che ha firmato la prefazione al libro, ricordando come “per anni abbiamo dovuto subire una specie di sberleffo “non moriremo democristiani”; qualche altra volta registriamo che a fronte di una mediazione o di un dialogo complesso, qualcuno afferma “come i democristiani!”. E non sa che in realtà sta facendo un complimento, perché lo stile della politica è il confronto, con pazienza e umiltà. Da qualche tempo capita però – addirittura! – “era meglio la Democrazia Cristiana!”. Garavaglia ha sottolineato in chiusura il ruolo storico politico del partito come scuola di democrazia che continua a offrire elementi importanti di riflessione e di studio per le nuove generazioni.

Contributi importanti al dibattito sono stati offerti dall’On. Mario Tassone e dal prof. Nino Galloni e dall’editorialista Luciano Lincetto, che sul tema dei rapporti tra politica e magistratura ha ricordato l’insegnamento di due suoi maestri dc veneti: gli Onn. Giuseppe Bettiol e Guido Gonella. Sono intervenuti anche gli autori: Tommaso Stenico, che ha ricordato ciò che è stato scritto in premessa del libro, tratto dal Siracide (44.1-2,7-8): “Facciamo l’elogio di uomini illustri, dei padri nostri nelle loro generazioni. Tutti costoro furono onorati dai loro contemporanei, furono un vanto ai loro tempi. Di loro, alcuni lasciarono un nome, perché se ne celebrasse la lode”.  Un dovere che rimane per tutti noi, ha concluso, nella volontà di ricomporre l’unità politica secondo i valori indicati da Alcide De Gasperi di cui si sta discutendo il processo di beatificazione.

Ettore Bonalberti, intervenendo a conclusione, rinnovando i ringraziamenti agli amici che hanno collaborato per questa pubblicazione, ha ricordato come dalle diverse biografie politiche delle donne e degli uomini della Dc emergano i tratti essenziali che caratterizzano la Democrazia Cristiana come scuola di democrazia, ovvero:

l’origine repubblicana e antifascista, che contraddistingue la biografia di molte donne e uomini del partito, alcuni dei quali furono protagonisti diretti della Resistenza e della lotta di liberazione dal nazifascismo; un partito che, da De Gasperi a Moro, sino a Zaccagnini, De Mita e Martinazzoli, si è sempre dichiarato: democratico, popolare e antifascista;

il Cristianesimo sociale: La Dc ha sempre posto al centro della sua azione politica i valori cristiani, interpretati in chiave sociale e politica; l’attenzione alla dignità umana, la promozione della giustizia sociale e la difesa dei più deboli sono stati principi cardine della sua azione;

il Popolarismo: la Dc ha sempre cercato di rappresentare le istanze delle classi popolari, promuovendo politiche di sviluppo economico e sociale che migliorassero le condizioni di vita dei cittadini;

il Centrismo: La Dc si è sempre posizionata al centro dello spettro politico, cercando di mediare tra le diverse forze politiche e sociali; questa posizione le ha permesso di costruire ampie maggioranze e di garantire la stabilità del sistema politico;

l’atlantismo e l’ europeismo: La Dc ha sempre sostenuto l’integrazione europea e l’alleanza con gli Stati Uniti, considerandoli elementi fondamentali per la sicurezza e la prosperità dell’Italia.

E accanto a questi pilastri il ruolo volto dalla DC nella storia della Repubblica italiana vale a dire:

la fondazione della Repubblica: La DC è stata uno dei partiti fondatori della Repubblica Italiana e ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di ricostruzione del Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale;

i Governi di centro: per decenni, la DC ha guidato governi di centro, caratterizzati da una forte stabilità e da una politica di compromesso;

le trasformazioni sociali ed economiche: la Dc ha accompagnato l’Italia attraverso importanti trasformazioni sociali ed economiche, contribuendo alla crescita del Paese e al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini;

l’eredità della Dc: nonostante lo scioglimento nel 1994, l’eredità della Dc continua a influenzare la politica italiana. Molti dei suoi valori e dei suoi principi sono ancora oggi presenti nel dibattito pubblico. Tuttavia, la DC ha anche lasciato un’eredità controversa, legata a questioni come il clientelismo, la corruzione e la gestione del potere.

Veramente la Democrazia Cristiana (Dc) è stata più di un semplice partito politico italiano. Ha rappresentato una vera e propria scuola di democrazia, plasmando il panorama politico italiano per oltre mezzo secolo e lasciando un’impronta indelebile sulla cultura politica del Paese.

 

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La Polonia propone di sospendere Mosca dall’OSCE: una soluzione realistica?

Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha proposto la sospensione della Russia dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). La dichiarazione, pronunciata a Malta durante un vertice dell’organizzazione, riflette la crescente tensione tra Polonia e Russia, acuita dalla guerra in Ucraina e da accuse reciproche di sabotaggio e terrorismo.

Sikorski ha motivato la sua posizione con parole dure: “Fino a quando la Russia non porrà fine a questa guerra brutale, la sua adesione all’OSCE dovrebbe essere sospesa”. Un gesto simbolico ma significativo, dato il ruolo centrale dell’OSCE come piattaforma di dialogo multilaterale che include, tra i suoi membri, tanto gli Stati Uniti quanto la Russia.

 

Cos’è lOSCE?

L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa è un’istituzione internazionale nata nel 1975 con la firma dell’Atto Finale di Helsinki, un accordo tra 35 Stati per promuovere la pace e la sicurezza in Europa durante la Guerra Fredda. Con 57 membri attuali, tra cui sia nazioni europee che altri attori globali come Stati Uniti, Canada e le ex repubbliche sovietiche, l’OSCE si occupa di temi cruciali quali il controllo degli armamenti, la gestione dei conflitti, la promozione dei diritti umani e la supervisione elettorale.

Un aspetto peculiare dell’organizzazione è che le decisioni si basano sul consenso, il che conferisce a ogni Stato membro – inclusa la Russia – un potere di veto significativo. Questo principio, pensato per garantire un equilibrio tra gli interessi di tutti i membri, è spesso criticato per la sua inefficacia in situazioni di alta tensione politica come quella attuale.

 

La tensione tra Polonia e Russia

Le dichiarazioni di Sikorski arrivano in un contesto già fortemente teso. Recentemente, Varsavia ha chiuso il consolato russo a Poznan, accusando Mosca di “tentativi di sabotaggio”. La Russia ha risposto chiudendo il consolato polacco a San Pietroburgo. Sikorski ha aggiunto che, se le attività russe ritenute ostili continueranno, la Polonia non esiterà a chiudere tutti i consolati russi sul suo territorio.

Queste azioni riflettono una crescente diffidenza verso Mosca, aggravata dalla sua guerra contro l’Ucraina, che la Polonia considera una minaccia diretta alla stabilità della regione. Inoltre, la Polonia è tra i principali sostenitori dell’Ucraina, sia politicamente che militarmente, il che rende inevitabile uno scontro con il Cremlino.

 

Sospendere la Russia: unopzione realistica?

La proposta di Sikorski di sospendere la Russia dall’OSCE solleva una domanda fondamentale: è davvero possibile? Formalmente, l’organizzazione non prevede una procedura chiara per espellere o sospendere uno Stato membro. Per giunta, un’eventuale sospensione potrebbe ridurre ulteriormente lo spazio per il dialogo tra Mosca e l’Occidente, lasciando poco margine per soluzioni diplomatiche.

Sikorski, da parte sua, sembra convinto che non sia più tempo di compromessi: “Non possiamo permettere che un aggressore utilizzi l’OSCE come piattaforma per legittimare le sue azioni”. Resta però da vedere se la sua posizione troverà il sostegno necessario tra gli altri membri dell’organizzazione, molti dei quali preferiscono mantenere aperti i canali di comunicazione con la Russia.

 

Un momento cruciale

In un’Europa nuovamente divisa, queste tensioni possono implicare conseguenze assai negative. Se da un lato l’OSCE nasce come strumento di dialogo anche nei momenti più critici, dall’altro la situazione attuale rischia di metterne a dura prova la credibilità e l’efficacia. La proposta polacca di sospendere la Russia potrebbe rappresentare una svolta, ma rischia anche di accentuare le fratture già esistenti all’interno dell’organizzazione.

Casa Sangiorgi: di fronte al Vaticano, l’«officina» della nascente Democrazia Cristiana.

È un piacere e un onore per me parlare di questo libro, non solo perché sono amico dell’autore, ma anche perché la lettura di queste pagine mi ha arricchito di informazioni, suggestioni e riflessioni. Ringrazio perciò Beppe per l’invito e per questo prezioso dono rappresentato da Babbo Sangiorgi.

Iniziamo con un dato di fatto: Sangiorgi è uno dei due “cultori della materia” che meglio sanno raccontare la storia della Democrazia Cristiana nella sua complessità,  con tutte le luci e le ombre. L’altro è Marco Follini. Entrambi, di professione giornalisti, condividono una passione: tessere i fili della memoria storica di un’epoca che rischierebbe, senza un lavoro d’indagine e recupero, di passare inosservata sotto gli occhi delle  nuove generazioni.

Follini e Sangiorgi hanno stili differenti. Follini scrive in modo avvolgente, con un gusto per i dettagli che ricorda lo stile narrativo di Gabriel García Márquez in Cent’anni di solitudine. Si avverte la sapienza dell’armonia stilistica. Sangiorgi, invece, è un cronista alto e raffinato, direi un Montanelli di matrice cristiana – e più precisamente democristiana – che trascrive su carta considerazioni limpide e belle, senza il veleno del disincanto totale, fors’anche del cinismo, che animava la prosa di Montanelli. Lo vediamo in Babbo Sangiorgi: va dritto al cuore delle questioni, sviluppando il racconto in maniera lineare, anno per anno, episodio per episodio, con una struttura che accompagna il lettore dall’inizio alla fine, senza inciampare nello smarrimento di un filo narrativo.

Questo libro – bisogna dirlo con forza –  è una miniera di informazioni. Ogni pagina apre una finestra su momenti cruciali della nostra storia, riescendo a fornire preziosi dettagli o nuove piste di analisi, anche quando non sembra volerlo esplicitamente.

Un esempio significativo riguarda il ruolo della famiglia Sangiorgi durante l’occupazione di Roma.
È la fase del massimo sconforto, per le condizioni dell’Italia – e di Roma in particolare, con un bilancio finale di 51 incursioni aeree e 7.000 vittime – ma anche della speranza cui si orientano le coscienze più fervide e coraggiose. Dopo l’8 settembre si apre la fase della riorganizzazione delle forze politiche democratiche. Ora, noi siamo abituati a pensare che la preparazione del nuovo “partito cattolico”, la Democrazia Cristiana, abbia trovato svolgimento essenzialmente nello studio di Giuseppe Spataro, in via Cola di Rienzo. Beppe ci mostra invece come una febbrile attività politica si svolgesse anche nella casa della famiglia Sangiorgi, un luogo che divenne punto di incontro per i dirigenti più legati a De Gasperi.

Qui si ponevano le basi di un partito a larga base popolare, capace di corrispondere alle sofferenze e insieme alle attese che il tragico epilogo della guerra metteva allo scoperto. Prendeva forma un soggetto politico capace di parlare anche oltre i confini dell’appartenenza al mondo cattolico. Lo studio Spataro fungeva da ufficio di rappresentanza, per dirla in maniera simpatica, mentre casa Sangiorgi era l’officina in cui si componevano i pezzi della nuova iniziativa politica, con gesti di militanza coraggiosa (si pensi a come veniva preparato e diffuso Il Popolo clandestino).

 

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Cardiologia europea

“Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”: la celeberrima battuta viene erroneamente attribuita a Woody Allen, ma è, in realtà, una citazione di Eugene Ionesco, scrittore e drammaturgo francese di origini rumene famoso per il suo Teatro dell’Assurdo (termine quanto mai azzeccato), la dimostrazione della futilità dei gesti umani dinanzi alla fuggevolezza della vita e l’approssimarsi della morte. Descrive molto bene quello che sta accadendo nel triangolo Parigi- Berlino – Bruxelles. Insomma, parafrasando Ionesco, “Il governo tedesco è morto, quello francese pure e neanche la Commissione si sente molto bene”. Dopo le elezioni europee, la decisione del Presidente Macron di sciogliere il Parlamento francese aveva destato enorme preoccupazione, solo in parte mitigata dalla nomina come primo ministro di un democristiano aristocratico come Michel Barnier. Ma neanche lui è riuscito a creare stabilità e rasserenare il clima politico e l’esperienza al Matignon è ai titoli di coda.

A Berlino, le difficoltà economiche hanno messo fine alla coalizione rosso, verde e giallo, con i titoli di coda scritti a inizio novembre, dopo mesi di pesanti scontri tra il cancelliere Scholz e il leader del partito liberale Fdp, Christian Lindner.

E se la Germania è in campagna e la Francia in crisi, a Bruxelles suona l’allarme. Dal punto di vista legislativo, l’Unione europea è in letargo da mesi, prima per le elezioni, poi per il processo di nomina e conferma dei Commissari. Il rischio è di restare immobili ancora per molto. Dopo il voto di febbraio a Berlino, anche se l’arrivo di Friedrich Merz alla cancelleria è dato per scontato da tutti, serviranno almeno un paio di mesi per trovare un accordo per un nuovo governo. L’interrogativo è se la CDU dovrà governare con la Spd, con i Verdi o con i liberali. E questo avrà conseguenze anche a Bruxelles, con il serio rischio di non avere iniziative serie fino a maggio-giugno, anche su fronti caldi come la guerra in Ucraina e Medioriente, la crisi dell’auto, l’inflazione galoppante, tanto per citare i principali dossier aperti. Ci si limiterà all’ordinaria amministrazione, alla chiusura di procedimenti legislativi già iniziati nella precedente legislatura, magari in settori limitati come l’immigrazione.

Ed è legittimo chiedersi Eurodeputati, Commissari e funzionari cosa faranno oltre a scaldare le sedie e fare passeggiate nel parco, come domenica scorsa hanno postato su X all’unisono Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Roberta Metsola in tre messaggi accompagnati dalle loro immagini mentre camminano nel parco Leopold, dove si affaccia il Parlamento europeo. In realtà, è un momento cruciale se si ragiona in prospettiva. “Compass” (bussola), “libro bianco”, “vision”, “dialogo strategico”: sono tutte espressioni che in Euroburocratese indicano documenti contenenti idee, proposte, linee guida, opzioni da esplorare e percorrere. E sono la base politica per le proposte legislative future. Per questo, sarebbe necessario che gli Eurodeputati, specie quelli italiani notoriamente non attentissimi alla strategia, anche se maestri di tattica, si mettessero a studiare di buona lena, per non ritrovarsi come sempre a dover porre rimedio quando è troppo tardi. È fondamentale inserire in quei documenti le priorità nazionali e regionali, in modo da poter tradurre in atti concreti la visione politica italiana. È, insomma, il momento della semina, per poter raccogliere i frutti fino al 2029. Come diceva De Gasperi, “politica vuol dire realizzare”. Cosa che lo statista trentino sapeva fare bene, soprattutto perché’ prima di riorganizzare il Partito popolare con il nome di Democrazia cristiana, prima di diventare Presidente del Consiglio, aveva passato tanti anni nella Biblioteca Vaticana.

La spinta innovativa dei cattolici nel secondo dopoguerra

Siete interessati alla storia dell’apporto dato dai cattolici democratici all’Italia e alla sua civiltà nella fase peggiore della sua storia unitaria, i cinque anni della guerra mondiale e i primi anni del secondo dopoguerra? L’apporto fu essenziale, determinante, risolutivo. Il contributo dei cattolici democratici, anche successivamente, è stato comunque ricco di spunti e di direttrici operative, con alterne vicende. Questo clima è durato fino al 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro, che è anche l’assassinio della DC, per poi trascinarsi fino alla fine degli anni Ottanta del secolo XX, ossia fino alla fine ufficiale e definitiva del movimento politico organizzato e del brand “Democrazia Cristiana”. Con il 1978 ci sarà una specie di oblio definitivo dei concetti fondamentali e dei valori da porre alla base della convivenza civile originariamente espressi trentacinque anni prima, una sorta di improponibilità.

 

L’ultima delle ragioni d’essere del partito, il contrasto del comunismo, viene meno con il crollo del Muro. In realtà, il dato essenziale degli anni Quaranta è il dialogo degli esponenti laici con i protagonisti cattolici: in qualche misura, i laici non avrebbero potuto far rifulgere i tesori della loro mente senza il preventivo incontro con i pensatori cattolici. Così avviene in effetti per i due partiti del CLN più intrinseci al dato culturale e civile e allo sviluppo del pensiero, il Partito d’Azione (si pensi a Ugo La Malfa e a Raffaele Mattioli) e la Democrazia del Lavoro (si pensi a Meuccio Ruini). In breve tempo, i pensatori soprattutto cattolici ma anche laici tra il 1940 e il 1943 mettono a punto le loro formulazioni sotto il decisivo impulso di due personaggi essenziali: Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto.

I due si inoltrano solitari nel deserto, dove si sono disseccate le fonti della morale, del diritto e dello Stato di diritto, della convivenza civile regolata, dell’interesse pubblico, del bene comune. Cosa avviene in pratica? Dal 1940 De Gasperi si pone il problema a) di creare un nuovo partito dei cattolici democratici che non abbia, culturalmente parlando, nulla a che fare – se non per la tradizione della presenza dei cattolici in politica – con il precedente Partito Popolare di don Luigi Sturzo. De Gasperi percepisce che, tra l’altro, la Santa Sede non sarebbe felice di una riedizione sic et simpliciter del Partito Popolare; Luigi Sturzo su questo è pienamente d’accordo; b) di delineare un programma politico che sottolinei le differenze sostanziali rispetto alle grandi opzioni ideali in campo: liberali, liberal-socialisti, socialisti, comunisti; quelli cioè che hanno scelto di rifarsi alle vecchie militanze del 1922-1925 e di riprendere il discorso di proposta politica esattamente da lì dove si era interrotto.

De Gasperi pensa a un rinnovamento completo, pervasivo, radicale.

 

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Linking Italian (LiITA), nuova frontiera per lo studio della lingua italiana.

Foto di Trid India da Pixabay
Foto di Trid India da Pixabay

Una rete che collega dizionari, testi e risorse linguistiche italiane, capace di analizzare dati digitali, prevedere l’uso dei termini e sviluppare modelli di intelligenza artificiale per analisi avanzate: questo è LiITA (Linking Italian). Il progetto mira a creare una Knowledge Base (KB) interoperabile per la lingua italiana, integrando risorse antiche e moderne grazie ai principi del Web Semantico e dei Linked Data.

La presentazione di LiITA
LiITA sarà protagonista della conferenza “CLiC-it 2024 – Tenth Italian Conference on Computational Linguistics”, che si svolgerà a Pisa dal 4 al 6 dicembre. Qui sarà presentata anche la pubblicazione The Lemma Bank of the LiITA Knowledge Base of Interoperable Resources for Italian, che esplora i dettagli del progetto.

Sostenuto dal Ministero dell’Università e Ricerca con un finanziamento PRIN-2022 PNRR di 237.695 euro, il progetto è coordinato dalla dottoressa Eleonora Litta presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con l’Università di Torino.

Un grafo di conoscenza per la lingua italiana
“L’architettura di LiITA è semplice e adattabile a ogni lingua,” spiega il professor Marco Passarotti, ordinario di Linguistica Computazionale alla Cattolica. Al centro vi è una vasta raccolta di lemmi (forme base delle parole, come nei dizionari), collegati alle loro occorrenze nei corpora testuali e alle rispettive voci nei lessici. Questo crea un grafo di conoscenza in cui i lemmi e le loro relazioni sono processabili dalle macchine.

Grazie a questo sistema, LiITA può supportare lo sviluppo di applicazioni avanzate per settori come ricerca, editoria, medicina e analisi del web, oltre a migliorare i modelli di intelligenza artificiale con un fine-tuning specifico per la lingua italiana.

Dal latino all’italiano: l’eredità di LiLa
LiITA nasce dall’esperienza di LiLa (Linking Latin), un progetto simile per il latino, coordinato dal professor Passarotti e finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca con 2 milioni di euro. LiLa ha creato una Knowledge Base con oltre 200.000 lemmi, rendendo interoperabili decine di risorse linguistiche.

Come in LiLa, anche in LiITA ogni lemma e occorrenza è identificato da un codice univoco, consentendo l’interazione tra dati e relazioni elaborabili dalle macchine. “Questi progetti rappresentano una svolta nella linguistica, rendendo le basi di conoscenza utili per affinare i modelli di intelligenza artificiale,” conclude Passarotti.

LiITA non è solo un ponte tra parole e sapere, ma una piattaforma che posiziona l’italiano al centro delle innovazioni linguistiche e tecnologiche globali.

Francia: il governo Barnier a rischio sfiducia, Macron invoca stabilità.

In Francia si respira un clima di tensione politica e sociale, con il governo del Primo Ministro Michel Barnier sotto la minaccia di una mozione di sfiducia che potrebbe segnare la fine del suo mandato dopo soli tre mesi. Per le strade di Parigi, i cittadini esprimono sentimenti contrastanti: Bertrand Chenu, un pensionato di 65 anni, dichiara di essere “molto preoccupato e arrabbiato contro le forze di sinistra e quelle di estrema destra”, riflettendo il malcontento di una popolazione che teme nuove instabilità.

La mozione di sfiducia, promossa da una coalizione di sinistra ma sostenuta anche dal Rassemblement National, potrebbe rappresentare un duro colpo per il presidente Emmanuel Macron, che ha ribadito il suo sostegno a Barnier. “Non posso credere a un voto di sfiducia. La mia priorità è la stabilità”, ha dichiarato il capo dello Stato durante la visita in Arabia Saudita. Macron ha sottolineato che il governo, nonostante le difficoltà, sta portando avanti riforme essenziali e che la Francia rimane un paese “ricco e solido” con istituzioni e una costituzione stabili.

Il presidente ha criticato duramente le forze politiche che appoggiano la sfiducia, definendo “insopportabilmente cinico” l’atteggiamento del Rassemblement National e accusando il Partito Socialista – in particolare ha chiamato in causa l’ex presidente François Hollande – di essere scivolato verso una “totale perdita di orientamento”. In pratica, ha messo in guardia contro i rischi di una crisi finanziaria qualora il governo dovesse cadere, evidenziando che non si può “spaventare la gente con queste cose”.

Nel frattempo, il primo ministro Michel Barnier ha fatto appello al senso di responsabilità dei deputati, riconoscendo in un’intervista che la sua posizione è “fragile ed effimera” ma confidando in un voto contrario alla mozione. “Ognuno ha una parte di responsabilità davanti ai francesi e alla Francia. Spero in un riflesso di responsabilità al di là delle divergenze, in nome di un interesse superiore”, ha affermato. In ogni caso, se approvata nella seduta odierna dell’Assemblée Nationale, il voto di sfiducia potrebbe innescare un processo di forte incertezza politica. A Parigi nessuno scommette sul futuro del governo Barnier.

Luci di Natale su un pianeta in ombra: brevi riflessioni sul futuro.

Le festività natalizie recano normalmente, per la generalità delle persone, un periodo di grazia, un po’ rilassati, qualche giorno di ferie, scambio di doni: insomma un tempo lieto.

Le televisioni solitamente programmano spettacoli di sapore natalizio e notiziari di eventi positivi, con esempi di solidarietà e di impegno umanitario. Tuttavia i notiziari non potranno evitare di raccontare le guerre o altre catastrofi che devastano tante parti del pianeta…il rischio è che anche notizie e immagini tremende ci abbiano resi, se non indifferenti, certamente rassegnati: il sentimento meno natalizio, perché in una grotta di Betlemme è iniziata la nostra Storia. I nostri giorni sono contati a partire da quella nascita. Nostra, che ha condizionato anche le altre storie, quelle di tutte le vite sul pianeta: la umanità nella sua articolata e differente unità non si sta riconoscendo legata da vincoli da fraternità.

Ci sono fenomeni che si appalesano con tale novità e velocità che per i più sono causa di peggioramento delle condizioni di vita sul pianeta, mentre nella loro origine e dichiarate finalità dovrebbero agevolarla: riduzione della fame nel mondo, sconfitta di malattie, alfabetizzazione globale, ecc.

Invece il cambiamento climatico distrugge vite, città, raccolti. La cronicizzazione delle malattie e l’invecchiamento della popolazione modificano i sistemi sanitari. Le minori nascite diminuiscono la ricchezza di futuro… sotto molteplici, anche ‘mentite’ spoglie, tutto viene descritto e acclarato. Infatti la incertezza ci assedia con fake news e messaggi onnipotenti. Anche una certa paura – che io sento! – se può diventare ‘padrone’ del mondo chi possiede il potere di disconnettere l’umanità, o solo parti, in diverse zone del pianeta (un pezzo di Europa, o di Cina, di Russia…), membro del governo della nazione più potente del mondo?!

Il mondo si è ristretto. L’intelligenza umana invece potrebbe essersi dilatata con la intelligenza artificiale. Sono riflessioni da vertigini solo se continuiamo – se le nostre classi dirigenti continuano – a pensare al giorno dopo e alle prossime vicine elezioni.

 

[Estratto dall’ultima newsletter – dicembre 2024 – inviata dall’autrice]

Cultura Woke, la nuova sfida politica e culturale.

Un dibattito interessante e forse anche un po’ inedito quello che si organizza alla Camera dei Deputati domani 5 dicembre alle 17,30 dal titolo “Cultura Woke, il potere delle narrazioni identitarie”. Sono i cosiddetti ‘pomeriggi popolari’, cioè momenti di confronto politico e culturale attorno a temi fortemente divisivi ma che, comunque sia, vanno approfonditi e discussi.

L’iniziativa è promossa da Diego Antonio Nesci e da Dalila Nesci già parlamentare e sottosegretario del governo Draghi, ed è un confronto tra politici, esperti e persone comuni su problematiche che inesorabilmente sono destinare ad interpellare direttamente la politica e la sua organizzazione nella società. E, non a caso, il termine “woke” è una di quelle parole variamente interpretate.

 

Un termine che il più delle volte assume una valenza fortemente ideologica se non addirittura dogmatica. Certo, nel nostro paese è ancora un dibattito ristretto e forse ancora troppo autoreferenziale ma che non può non assumere, nel futuro, una dimensione più popolare e che coinvolgerà soprattutto le giovani generazioni.

Tra le opposte concezioni che si hanno di questo termine, s’impone la necessità di una lettura critica, politica e culturale, affinchè non prevalga la logica della contrapposizione frontale tra le rispettive interpretazioni. Perché proprio attorno alla parola “woke” si registra un doppio fondamentalismo ideologico che può essere battuto solo attraverso l’antico metodo del confronto laico e privo di pregiudiziali dogmatiche ed illiberali. E questo anche perché in una stagione fortemente spoliticizzata e sganciata dalle antiche e solide culture politiche, il ruolo delle narrazioni identitarie può avere un ruolo determinante se non addirittura decisivo nella formazione concreta delle giovani generazioni.

Il dibattito, che si svolgerà presso la Sala Regina della Camera dei Deputati, prevede il confronto tra Paola Concia, Marco Minniti, Giuseppe Fioroni e Antonio Di Bella. Apre il convegno l’intervento di Anna Ascani, Vice Presidente della Camera dei Deputati.

Sandro Fontana e l’identità cattolico popolare

Sandro Fontana, scomparso il 4 dicembre del 2013, è stato una persona poliedrica. Storico, intellettuale, amministratore locale, ministro e politico di rango. La sua vita pubblica è stata caratterizzata dall’impasto di questi tasselli accomunati, però, da un’unica stella polare. E cioè, la fedeltà creativa alla tradizione, al pensiero, alla cultura e alla stessa prassi del cattolicesimo  popolare e sociale. Perché se c’è un aspetto specifico, al di là delle vicende politiche e di partito, che ha contraddistinto l’iniziativa politica e culturale di Sandro Fontana è sempre stato quello di saper inverare nel contesto in cui operava i valori e l’esperienza di una tradizione che lo ha visto protagonista non solo come docente universitario e storico ma anche, e soprattutto, come dirigente politico e legislatore. Alla Regione Lombardia come al Senato, al Governo come nel Parlamento Europeo, Fontana non ha mai rinunciato a quella cultura politica che lo ha formato e per cui si è battuto sino alla fine della sua vita. Ed è proprio questo aspetto, peraltro costitutivo ed importante, che conserva una straordinaria attualità anche nella stagione politica contemporanea. E cioè, in una stagione che registra un pesante arretramento delle culture politiche e una regressione democratica e partecipativa degli stessi partiti, la “lezione” di Sandro Fontana – a livello politico come sul versante culturale – conserva una forte modernità. Anche perché, e ieri come oggi la questione non è cambiata, in politica si può giocare un ruolo solo se si è espressione di una cultura politica ed interpreti di un pezzo di società che poi, come ovvio e del tutto scontato, si confronta a tutto campo con altri interlocutori politici e culturali. E Sandro Fontana, al riguardo, è sempre stato coerente con questa regola, apparentemente semplice ma in realtà impegnativa sotto il profilo della lungimiranza politica. E così è stato per molti anni durante la sua stretta collaborazione con Carlo Donat-Cattin alla guida della sinistra sociale di ispirazione cristiana della Dc – la storica corrente di Forze Nuove – come il suo impegno alla Presidenza del CCD e alla vice Presidenza del Parlamento Europeo nel gruppo del PPE.

Insomma, Fontana è stato uno dei migliori interpreti, nonchè scrittore, del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese. Una posizione, questa, che gli ha permesso di mantenere una rara coerenza nella politica italiana senza esporsi ad atteggiamenti di natura trasformistica o, peggio  ancora, di marca opportunistica. Non a caso, abbiamo titolato un libro scritto alcuni anni fa e dedicato a Sandro Fontana come “l’anticonformista Popolare”. Cioè una figura che non ha mai rinunciato alla sua storica identità politica e culturale. E questa, forse, è la cifra più significativa e più rilevante che si possa ricavare dal ‘magistero’ politico di Fontana da un lato e di rilanciarla, in termini seppur aggiornati e rivisti, nel dibattito politico contemporaneo dall’altro. Anche perché non possiamo più permetterci il lusso di raccogliere, con umiltà e discrezione, il testamento politico dei grandi leader del cattolicesimo popolare e sociale se poi non abbiamo il coraggio, o la volontà, di saperlo tradurre anche nel contesto in cui concretamente siamo impegnati. Perché se così fosse il tutto si ridurrebbe ad una grigia ‘operazione nostalgia’ e ad un’azione meramente testimoniale. E proprio uomini come Sandro Fontana ci ricordano, ogni giorno, che senza una definita e precisa identità politica vissuta e praticata è la stessa politica ad andare irreversibilmente in crisi.

 

I cattolici dopo Trieste

Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay
Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay

Il convegno sul “Dopo Trieste” in programma a Roma il 9 dicembre non ha un carattere politico, in senso stretto, semmai costituisce un’occasione per indagare gli sviluppi, diretti o indiretti, della Settimana Sociale dei cattolici. Ciò che si è detto in quella sede a proposito dell’impegno dei cristiani nella società, ha messo in moto aspettative nuove. Senza fughe in avanti. Risuonano infatti le parole di Mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania: “Più che un nuovo partito dei cattolici italiani, serve uno spartito”. Ed è già un’impresa, perché ogni movimento o realtà di base vive da anni nel suo ambiente identitario, non avendo la percezione di cosa significhi lo sforzo della sinfonia: in realtà si suona a orecchio, liberamente e senza spartito.

Forse la novità sta nell’accento che si pone sul prepolitico, immaginando che sia il momento della rigenerazione di un pensiero che in fondo dovrebbe legarsi allo spirito della sinodalità. La Chiesa di Francesco propone questa regola e da essa promana l’esigenza di un approccio “a vocazione comunitaria”. Non è l’illusione di una scorciatoia, bensì la sfida alle abitudini di una prassi arruginita, spesso alimentata dal particolarismo. Bisogna uscire da questa gabbia di autolegittimazione per la quale è inibita la ricerca di convergenze più ampie e necessariamente più impegnative. Da Trieste viene questo messaggio semplice e potente.

Ora, se la cosiddetta “ecclesiosfera” ha bisogno dei suoi tempi, in un ambito di autonomia che nessuno può scalfire, nulla impedisce l’animazione di un analogo processo di fuoriuscita dal frammentarismo dell’azione pubblica. Preme una volontà, ancora generica, di aggregazione: colpisce infatti la capacità di “essere presenti” nel tessuto delle autonomie locali. In particolare, si riversa da tempo nello spazio delle liste civiche la spontanea mobilitazione di uomini e donne – tra loro i giovani sono tanti – che dalle parrocchie o dal volontariato sperimentano la possibilità di declinare un certo “verbo esortativo” implicante il servizio al bene comune. La ricchezza di questo movimento non deve andare dispersa.

Ecco il punto. Per tutto ciò conta ancora la politica, a patto che si faccia orizzonte di esperienze – e di esperienze dentro un orizzonte – così da cogliere un principio direttivo in vista di mete future. Benigno Zaccagnini, l’alfiere del rinnovamento della Dc in una fase tormentata della vita democratica, esprimeva questo concetto parlando del “salto” che la politica implica e rappresenta. In effetti, è di un vero e proprio “salto” che si avverte oggi la necessità, altrimenti ogni incentivo alla ripresa dell’iniziativa nel solco del cattolicesimo democratico è destinata ad accartocciarsi sotto il peso dell’astuzia o dell’improvvisazione. È innegabile che lo scenario sia ormai caratterizzato da scelte ineludibili e sempre più impellenti.

COP29: difficoltà, conflitti e prospettive per la finanza climatica globale.

L’edizione 29 della Conference of Parties (COP29), svoltasi a Baku dal’11 al 22 novembre è stata introdotta da un contesto fortemente segnato da un insieme di fattori, già vissuti nelle precedenti edizioni, ma ancora più segnati da condizionamenti geopolitici ed economici e da aspettative e obiettivi di contrasto al cambiamento climatico sempre più presenti nel dibattito globale.

Al di là degli eccessi ideologici dalle posizioni espresse da alcuni movimenti politici, gli eventi meteorologici estremi, (ondate di calore, incendi, inondazioni), hanno continuato a caratterizzare il nostro tempo, confermando il tema della resilienza climatica al vertice dell’agenda internazionale. Oltre alla pressione politica del mondo dell’ambientalismo, i governi espressione delle popolazioni maggiormente vulnerabili hanno reso evidenti la necessità di interventi più incisivi.

Nonostante gli impegni presi e gli obiettivi ambiziosi generatisi lo scorso anno nella COP28 a Dubai, erano stati stabiliti obiettivi ambiziosi, come l’accelerazione della transizione dalle fonti fossili e l’introduzione di finanziamenti climatici più consistenti. Tuttavia, molti degli impegni presi hanno subìto rallentamenti e difficoltà realizzative, lasciando un vuoto di fiducia nelle funzioni di questi vertici internazionali, fondamentali per la ricerca di soluzioni equilibrate necessarie alla gestione della difficile transizione energetica.

Argomento centrale della COP29 era il confronto sulla finanza climatica, un tema strutturale per la definizione di una prospettiva condivisa ed efficace. Il fondo annuale da 100 miliardi di dollari, concordato a Parigi nel 2015, si è rivelato insufficiente e spesso inaccessibile per i Paesi in via di sviluppo. Questa insoddisfazione ha generato richieste più forti per un riequilibrio delle responsabilità finanziarie tra Nord e Sud del mondo, riaprendo ulteriori divisioni già presenti nel contesto che preceduto la COP29. Infatti, Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo hanno mantenuto posizioni divergenti sulla finanza climatica. Mentre le nazioni sviluppate hanno promosso l’uso di meccanismi finanziari misti, inclusa la partecipazione del settore privato, i Paesi in via di sviluppo hanno chiesto maggiori contributi pubblici a fondo perduto. Lo sforzo compiuto nelle lunghe trattive e nei tavoli multilaterali di confronto fra governi durante le settimane di COP29, ha portato a sostituire le previsioni sulla finanza della COP di Parigi del 2015, con un doppio obiettivo che porta ad almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 la mobilitazione di risorse finanziarie, con i Paesi industrializzati nel ruolo di leader, nell’ambito di un più ampio incremento globale e multi-attore della finanza per il clima che punterà a mobilitare almeno 1300 miliardi all’anno entro il 2035. Quest’ultimo incremento entro il 2035 è stato accompagnato da uno scetticismo trasversale, in quanto i dettagli sul reperimento delle risorse rimangono vaghi.

Un accordo comunque che, senza interventi politici autorevoli e concordati dai principali protagonisti del dibattito internazionale, rimarrà un punto di riferimento per i prossimi dieci anni e dovrà essere gestito concordemente. Da quest’ultimo assunto, il protagonismo di alcuni interlocutori è e sarà essenziale per dare continuità agli interventi finalizzati agli impegni presi nelle conclusioni del vertice: dal ruolo della Repubblica Popolare Cinese (principale emettitore di gas serra), degli Stati Uniti e di altre potenze demografiche (India, Brasile, Indonesia…) alle debolezze dell’Unione Europea che, pur impegnandosi a triplicare i fondi per il clima, ha affrontato difficoltà nel negoziare compromessi tra le sue ambizioni climatiche e le pressioni geopolitiche, perdendo parte della leadership dimostrata in passato.

Insomma, un contesto difficile e complesso, nel quale sarà indispensabile sia una regìa attenta e “terza” e soprattutto il coinvolgimento pieno degli Stati determinanti negli equilibri geopolitici.

L’energia è uno dei fattori vitali dei poteri internazionali e la COP29 ha mostrato una crescente frammentazione nella cooperazione globale sul clima, riflettendo le tensioni geopolitiche esistenti.

Per provare a incrementare i livelli di fiducia tra poteri (Governi e multinazionali dell’energia) sarebbe utile ribadire con autorevolezza una regìa internazionale stabilmente al centro delle politiche di indirizzo.

Sarà l’unica strada per muovere gli interessi generali e indirizzare il lavoro per la COP30, appuntamento essenziale per il futuro del nostro pianeta e che si svolgerà in Amazzonia, territorio simbolo del contrasto al cambiamento climatico.

La salute negata: disuguaglianze e povertà sanitaria in Italia.

In una recente pubblicazione intitolata “Tra le crepe dell’universalismo – Disuguaglianze di salute, povertà sanitaria e Terzo settore in Italia”, edita da Il Mulino e presentata alla Camera dei Deputati, l’Osservatorio povertà della Fondazione Banco Farmaceutico ribalta lo stereotipo del malato immaginario di Molière, schizofrenico e diffidente di natura, sulla base dei dati raccolti in un’indagine che riguarda le cure mediche, quelle differite o a cui si rinuncia, e l’acquisto e il consumo dei farmaci. Le persone malate e bisognose di cure per davvero, in condizione di borderline economico o di vera e propria povertà, sono in difficoltà e alcune, per essere aiutate, si rivolgono ai 2011 enti e associazioni del Terzo settore convenzionati con Federfarma oppure gettano la spugna e rinunciano a curarsi, senza per questo essere negazioniste. L’evidenza dei dati – come ho imparato dal prof. Giancarlo Blangiardo, già presidente Istat e illustre demografo, nonché componente dell’Osservatorio insieme ad altri autorevoli esperti, come il prof. Silvio Garattini – è incontrovertibile e apre un versante di considerazione del fenomeno della povertà in Italia, recentemente evidenziato dalle ricerche Istat e Caritas, in attesa del 58° Rapporto del CENSIS, che sarà reso noto il 6/12 p.v. e che certamente considererà il tema: quello della povertà sanitaria. Anche il cotè sanitario-medicale concorre a rimarcare fratture e gap tra benestanti e indigenti. Anche qui, l’ascensore della crescita è frenato dal disagio sociale ed è fermo al piano terra, ponendo il problema delle carenze di sistema, che sono in parte sopperite da una diffusa solidarietà, un fattore compensativo che va rimarcato.

Sono 463.176 (pari a 7 su 1.000) le persone che si trovano in condizioni di povertà sanitaria, con un incremento dell’8,43% rispetto all’anno precedente. Questo fenomeno non solo segna una crescita considerevole, ma evidenzia una serie di questioni che riguardano l’accesso alle cure, oltre alla tenuta e all’efficienza del sistema sanitario nazionale. Se la spesa complessiva delle famiglie ha raggiunto 23,64 miliardi di euro nel 2023, con un incremento del 3% rispetto all’anno precedente, la quota a carico del Servizio Sanitario Nazionale si è ridotta, incrementando il peso finanziario supportato dalle famiglie al 45%. Questo aumento si traduce in un esborso di 731 milioni di euro in più rispetto all’anno scorso, che è pari a un incremento del 7,4% a carico dei cittadini. A conti fatti, negli ultimi 7 anni la spesa degli italiani per i medicinali è aumentata di 2,576 miliardi, pari a un incremento del 31,9%. Tuttavia, le difficoltà inglobano anche le famiglie non povere. Proprio i dati della ricerca Istat evidenziano che 4 milioni 422 mila famiglie (16,8% del totale, pari a circa 9 milioni 835 mila persone) hanno ultimamente cercato di contenere la spesa per visite mediche e accertamenti sanitari di carattere preventivo. Tra queste, 678 mila famiglie sono in condizioni di povertà assoluta (31% del totale, composte da circa 1 milione 765 mila persone), mentre 3 milioni 744 mila sono famiglie considerate ‘non povere’. Il contenimento della spesa sanitaria si persegue limitando il numero di visite e accertamenti, oppure rinviando e rinunciando a una parte delle cure necessarie. La scelta obtorto collo della rinuncia è intrapresa, complessivamente, da 3 milioni 369 mila famiglie, secondo i dati dell’Osservatorio di Federfarma. Ha rinunciato almeno una volta il 24,5% delle famiglie povere, contro il 12,8% di quelle non povere: ciò significa che 536 mila famiglie economicamente incapienti sono particolarmente esposte al rischio di compromettere o peggiorare la propria salute.

Ci sono vie da percorrere per invertire questo trend o compensare i macro dati negativi? Secondo Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico, “contrastare la povertà sanitaria significa praticare gesti di gratuità in grado di aiutare concretamente le persone che hanno bisogno; ma anche approfondire il fenomeno attraverso un lavoro culturale che contribuisca a far prendere sempre più coscienza dell’entità del fenomeno, e dell’importanza di quel sistema di realtà del Terzo settore che, insieme alla sanità pubblica e privata, sta garantendo la sostenibilità di un Servizio Sanitario Nazionale il cui universalismo è sempre più a rischio. I dati e le analisi del nostro Osservatorio sulla Povertà Sanitaria raccontano di un Paese in cui le persone fragili faticano a prendersi cura della propria salute, ma indicano anche nella collaborazione ampia e consapevole tra tanti soggetti (realtà nonprofit, farmacisti, medici, aziende, cittadini e istituzioni) il metodo per rispondere alla loro esigenza di benessere integrale, fatto di esigenze fisiche, ma anche spirituali, di cure mediche e farmacologiche, ma anche di accoglienza e comprensione”.

Il SSN e il tema della salute, in generale, sono considerati prioritari in questo momento storico da tutta la politica, ma va sottolineato come le carenze che generano discrepanze, ritardi, rinvii o rinunce alle cure non sono assolutamente addebitabili al personale sanitario. Peraltro, purtroppo, medici e infermieri sono fatti segno, in modo incrementale, di vere e proprie azioni di violenza da parte di un’utenza sempre più intollerante e intrusiva, anche nel merito delle cure e delle terapie, delle diagnosi e delle prognosi, delle degenze e dei ricoveri. Ci sono all’estero realtà migliori sotto il profilo dell’efficienza e dell’efficacia, ma anche di gran lunga peggiori sotto quello degli oneri a carico dei cittadini.

Negli USA, chi non ha un’assicurazione che copra le spese non si cura. I nostri ospedali dispensano cure molto costose a favore dei malati fragili o chemioterapici: una sola flebo può anche costare al SSN oltre ventimila euro, le terapie domiciliari per gli immunodepressi prevedono che vengano prescritti farmaci molto costosi a carico del SSN. Tuttavia, resta in tutta la sua evidenza il macro dato rilevato dall’Osservatorio circa i costi per le cure mediche e gli accertamenti sanitari: quello già citato del 2023, quando la spesa complessiva delle famiglie è stata di 23,64 miliardi di euro, 1,11 miliardi in più (+3%) rispetto al 2022 (quando la spesa era di 22,535 miliardi). Di questa cifra imponente, solo 12,99 miliardi di euro (il 55%) sono a carico del SSN (erano 12,61 nel 2022, pari al 56%). Restano 10,650 miliardi (45%) pagati interamente dalle famiglie (erano 9,91 nel 2022, pari al 44%). Ciò significa che la spesa sanitaria va compensata e ottimizzata: ci sono voraci consumatori di farmaci, non prescritti dai medici, che vanno informati e corretti. Ma ci sono anche cittadini che rinunciano alle cure o all’acquisto di prodotti sanitari per l’incremento dei costi o per le lunghe liste di attesa che tolgono fiducia e speranza. Su questo aspetto occorrerebbe davvero semplificare le procedure burocratiche e accorciare i tempi tra prescrizione e prove strumentali o terapie: purtroppo, questa strada appare al momento in salita.