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Contro i consigli della Ditta Bettini-Bersani

Gentile Direttore,

ormai noi elettori centristi ci siamo quasi abituati, ai membri della Ditta piace decidere cosa dovremmo votare e come ci dovremmo organizzare. 

Il primo a compiere per noi questa scelta fu Goffredo Bettini. Intervistato su vari giornali decise che nel futuro centro sinistra c’era spazio solo per una forza centrista di liberaldemocratici ma non di cattolici. Il secondo a confermare la svolta bettiniana è stato invece Pierluigi Bersani.  

È abbastanza spiacevole quando personalità esterne ad aree politiche si mettono a dire come queste si dovrebbero organizzare. Va anche riconosciuto che finora Elly Schlein, saggiamente, non ha intrapreso questa strada. Per evitare allora che le imposizioni della Ditta diventino realtà, vale la pena spendere alcune parole per criticarle. 

Bettini non è nuovo a proposte politiche molto discutibili per noi centristi. Fu lui a tirare fuori dal cappello la candidatura a sindaco di Ignazio Marino. Sempre lui, contribuì a consacrare come fortissimo punto di riferimento dei progressisti Giuseppe Conte, che fino a pochi secondi prima camminava a braccetto con Salvini. 

All’ex segretario del Pd invece bisogna riconoscere il coraggio politico e la bontà delle scelte compiute da ministro nei vari esecutivi, in primis le famose lenzuolate di liberalizzazioni che rimangono un esempio di riformismo, tra i pochi in Italia.

Tuttavia, Bersani non esitò a lasciare i democratici, quando si sentì a disagio durante gli anni renziani. Ora, mi chiedo, se gli ex comunisti erano legittimati ad uscire dal partito quando non erano rappresentate le loro idee, perché oggi gli elettori cattolici delusi dai democratici non potrebbero voler guardare e cercare una casa fuori dal Pd?

Inoltre, vorrei ricordare ai membri della Ditta che, sin dalle scorse elezioni, il Pd era già alleato con un partito che rappresenta a pieno titolo gli elettori liberaldemocratici laici e non provenienti dall’area cattolica: ci riferiamo ovviamente a +Europa. 

Nonostante questa presenza di incredibile spessore e di valore (dovuta in primis alla bravura e alla tempra di Emma Bonino), non tutti gli elettori centristi si riconoscono nell’attuale offerta politica del centro sinistra, anche se si oppongono alle politiche meloniane. Se, per essere competitivo contro il centro destra, il centro sinistra vuole allargare veramente la sua base elettorale, i consigli che provengono dalla Ditta è meglio che non vengano ascoltati.  Altrimenti, il vero rischio è che gli elettori centristi, non riconoscendosi negli attuali partiti del campo largo, o non andranno a votare o voteranno per il centro destra, dove tra Forza Italia e Noi moderati l’offerta non scarseggia.

Affinché il centro sinistra possa essere attrattivo per questi elettori serve agire sull’offerta sia partitica sia programmatica. Sull’offerta partitica, perché serve un nuovo contenitore capace di attrarre gli elettori che si riconoscono in un centrismo riformista di governo. 

Un contenitore ispirato agli esecutivi degasperiani del dopoguerra, con personalità di differenti estrazioni: democristiana, liberaldemocratica, repubblicana e socialdemocratica.

Ma ciò non basta, il programma elettorale della futura coalizione dovrebbe accogliere anche le nostre istanze e le nostre idee, altrimenti l’operazione solamente partitica sarebbe un mero specchietto per le allodole. Allora, piuttosto che non veder riconosciute le proprie idee, sarebbe meglio correre in autonomia.

Jimmy Carter, il presidente buono e sfortunato.

Jimmy Carter, 39º presidente degli Stati Uniti, è ricordato come un leader morale, un uomo animato da una visione idealista del ruolo dell’America nel mondo. Nato nel 1924 a Plains, in Georgia, Carter crebbe in una famiglia di agricoltori e, dopo una carriera nella Marina, tornò alle sue radici per dedicarsi alla politica. Governatore progressista della Georgia, divenne presidente nel 1977, portando alla Casa Bianca una promessa di rinnovamento morale dopo gli scandali dell’era Nixon.

Carter incarnava una visione wilsoniana della missione americana, fondata sulla promozione dei diritti umani e della democrazia nel mondo. Questo approccio segnò la sua politica estera, ma gli attirò anche critiche per eccessivo idealismo. I suoi successi, come gli Accordi di Camp David tra Egitto e Israele, dimostrarono la sua abilità come mediatore. Tuttavia, il suo mandato fu segnato da eventi che ne oscurarono l’eredità politica.

Il caso dell’Iran, con la rivoluzione khomeinista e la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, fu il colpo più duro. Carter si trovò intrappolato tra una posizione di fermezza e la necessità di negoziare, ma ogni mossa sembrava destinata al fallimento. La rottura con il suo segretario di Stato, Cyrus Vance, simbolo del pragmatismo diplomatico, evidenziò le tensioni interne alla sua amministrazione.

A livello domestico, Carter fu penalizzato dall’economia stagnante e dall’inflazione crescente. La sua onestà e la sua integrità personale non bastarono a contrastare l’immagine di un presidente indeciso, lontano dalla realtà quotidiana degli americani. Nel 1980, fu travolto dalla carismatica candidatura di Ronald Reagan, che rappresentava una visione opposta: pragmatismo e ottimismo senza compromessi.

Dopo la presidenza, Carter risorse come un esempio di dedizione al bene comune. Con il Carter Center, si dedicò alla mediazione internazionale, alla lotta alle malattie e alla promozione delle elezioni libere, guadagnandosi il Premio Nobel per la Pace nel 2002.

Ferragni e il caso pandoro: un assegno da 200.000 euro per la pace.

Alla fine della fiera, per come si comprende, Chiara Ferragni si è accordata con i Codacons e con l’Associazione Utenti Servizi Televisivi che ritireranno la querela per truffa per la nota vicenda legata al pandoro Balocco. In cambio l’influencer, oltre a risarcire i consumatori che avrebbero mosso azione legale, farà una donazione di 200.000 euro destinati d iniziative a tutela a tutela delle donne vittime di violenza. 

Oltre al gesto munifico verso il sesso debole, 300 consumatori verranno quindi risarciti con 150 euro a testa, il costo di una lauta cena consumata ad un ristorante di livello. L’intesa raggiunta potrebbe commuovere il cuore della Procura di Milano che potrebbe ora rivedere con luce diversa i fatti che sono stati al tempo contestati. 

La faccenda puzza di operazione di comunicazione per rilanciare un marchio che ha perso colpi. Non si saprà mai se poi ci sarà un ravvedimento sincero ed un autentico desiderio di riabilitarsi a se stessi. La Ferragni fa il suo mestiere e non può pretendersi diversamente.

Meno comprensibile un accordo che per una manciata di euro soddisfa Consumatori di poche pretese e di scarsissimi appetiti. Almeno per buona immagine, meglio sarebbe stato non rivendicare nulla, se non il sostegno sostanzioso alla lotta contro la violenza alle donne.

I Consumatori, per qualche verso, danno idea di essersi mossi troppo modestamente “non per soldi ma per denaro”, troppo poco per speculatori di mestiere. 

Eppure, ci sono vicende che per principio dovrebbero essere comunque impermeabili al profumo dei soldi che non dovrebbero mai avere il potere di consolare l’irritazione per l’accaduto.  

Forse si sono consumati dal dolore per la truffa contestata. Stremati, hanno ceduto all’intesa o meglio sarebbe dire hanno preso tutto il possibile dalla situazione data e si sono consunti il cervello per la migliore strategia da seguire.

Secondo il vocabolario la querela indica un lamento. “A te che i preghi ascolti e le querele Non come suole il mondo” scriveva Manzoni in un verso a Maria Santissima. 

La stessa invocazione è corsa, sulla terra e non al piano celeste, nella mente e nel cuore dei protagonisti della vicenda. Ciascuno si sente ferito ed ha ferito il prossimo, confondendosi in un miscuglio che non piace di azioni e reazioni che non rende distinguibili le une dalle altre. C’è nell’aria un alone di ipocrisia che rende le acque senza un chiaro senso di marcia. C’è una morale che si aggiusta secondo convenienza. 

È un po’ come in passato. Nel “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli furono girate scene di nudo con minorenni a cui fu proibita, in ragione dell’età, la visione del film che avevano interpretato.

Ora che la pace è fatta, è tempo di festeggiare e di prendersi una vacanza, magari tutti insieme, vincitori e vinti, lì dove la neve abbonda in quantità. È ora saggiamente di abbandonare l’insidioso Pandoro per una sciata a Plan de Corones, la montagna a forma di Panettone nella zona del Sud Tirolo.

È solo questione di dolci.

Cecilia Sala, una battaglia per la libertà e la democrazia.

La giornalista Cecilia Sala, è stata arrestata a Teheran il 19 dicembre mentre si trovava in Iran per realizzare servizi giornalistici. Attualmente è detenuta in isolamento nel carcere di Evin, tristemente noto per ospitare prigionieri e dissidenti politici. L’Italia guidata da Giorgia Meloni, anche  come prima donna a capo del governo, ha nuovamente l’opportunità di confermare una leadership forte e autorevole su scala internazionale. Il ministero degli Affari Esteri italiano sotto la guida di Antonio Tajani, sta monitorando la vicenda che, purtroppo, sta diventando progressivamente, e sempre di più, un caso internazionale. L’ambasciata e il Consolato italiano a Teheran sono in contatto con le autorità iraniane per chiarire la situazione legale della giornalista e verificare le condizioni della sua detenzione. Il 27 dicembre l’ambasciatrice d’Italia, Paola Amadei, ha effettuato una visita consolare per accertarsi delle condizioni di salute della Sala. 

In Italia l’arresto di Cecilia ha suscitato una reazione unanime da parte di tutti i gruppi parlamentari. Questa immotivata detenzione rappresenta una grave violazione della libertà di stampa e dei diritti umani. Il suo lavoro, improntato a coraggio e dedizione, è il simbolo di un giornalismo che cerca la verità anche nelle situazioni più compromesse e pericolose. Questo caso ci ricorda quanto sia importante continuare a difendere il diritto all’informazione e tutelare chi, come Cecilia, rischia la propria vita per raccontare le vicende più drammatiche e sconvolgenti che caratterizzano il mondo contemporaneo. Questa storia non riguarda una singola persona, bensì la lotta per la difesa di principi universali, come il diritto di raccontare la realtà senza paura accompagnato da un raro coraggio. La comunità internazionale deve far sentire una voce unitaria per denunciare non solo la detenzione di Cecilia, ma anche la sistematica violazione dei diritti umani in Iran e in tutte le dittature teocratiche, per altro sempre più intolleranti e disumane. Non possiamo accettare che il silenzio diventi complicità. In un mondo in cui le libertà fondamentali sono sotto attacco, la risposta dell’Italia può e deve essere esemplare. È una sfida che ci ricorda l’importanza di difendere, sempre e comunque, i valori che ci definiscono come società libera e democratica.

Per Bersani il Centro non esiste: i cattolici stanno bene nel Pd.

Tutto si può dire di quel simpaticone di Bersani – ormai le sue numerosissime gag sono diventate patrimonio comune del costume civile e politico italiano – ma non gli manca certamente la chiarezza sulla prospettiva politica della sinistra e del cartello progressista. E lo ha ribadito con rara chiarezza su uno dei quotidiani che si riconosce nell’attuale opposizione di sinistra, cioè il giornale torinese La Stampa. Una intervista chiara, netta e precisa. Ovviamente dalla sua visuale di gioco.

Innanzitutto, dice il Nostro, il “centro in politica” semplicemente “non esiste”. E quello che esiste, sempre secondo la sua versione, è già presente nel Pd. Ovviamente si riferisce a quei cattolici che hanno scelto la sinistra e che votano a sinistra. E, aggiunge sempre l’ex segretario del Pd, quello che oggi manca alla coalizione progressista e di sinistra è una componente liberal/democratica – tradotto per i non addetti ai lavori, una presenza politica che nella prima repubblica si riconosceva nel PLI o nel PRI – che si aggiunga al pallottoliere progressista, contro e in alternativa all’attuale maggioranza di governo.

Ora, senza farla troppo lunga, i punti chiari ed inequivocabili che emergono dalla riflessione di Bersani sono molti semplici e anche precisi, nonchè coerenti.

In ordine, il Pd è il partito – ed ha ragione – che è nato dalla convergenza dei centristi cattolici e riformisti della Margherita con la sinistra post ed ex comunista dei Ds. Quello è il partito di centrosinistra, senza il trattino per dirla in gergo. Anche quando la guida politica è accompagnata, come quella di oggi con la Schlein, da una chiara cifra radicale, massimalista e libertaria.

A seguire, non c’è “alcuno spazio per un centro di matrice cattolica”. E come dargli torto? I cattolici che votano a sinistra sono nel Pd. Anche se, com’è evidente a quasi tutti, il loro ruolo è sempre più simile a quello che esercitavano, con intelligenza e capacità, i “cattolici indipendenti di sinistra” nel vecchio Pci.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, c’è solo da ricoprire – sempre secondo Bersani – una piccola area, quella liberal/democratica appunto, che nell’attuale coalizione progressista e di sinistra non si è ancora riusciti ad intercettare. E questo al di là e al di fuori delle gloriose 13 sigle centriste che affollano l’ex campo largo. Sigle che, come dicono quasi tutti i sondaggisti, se vengono sommate producono un consenso che va dal 5 al 7% dei consensi.

Insomma, la tesi di Bersani, come quella della quasi totalità della sinistra che si riconosce nel Pd, è sempre la stessa. C’è un partito, ieri il Pci poi il PDS e i Ds e oggi, e a maggior ragione, il Pd, che rappresenta il perno centrale e quasi esclusivo della coalizione progressista. A cui vanno aggiunti una serie di sigle – ieri si definivano cespugli e nel lontano passato “partiti contadini” – utili ed indispensabili per battere il nemico giurato. Tutto il resto è puro esercizio politologico, astrattismo e virtualità.

Ecco perché chi cerca, seppur faticosamente e con molte difficoltà, di riscoprire e rilanciare un progetto centrista e una vera e propria ‘politica di centro’ oggi non può che guardare altrove. Perché le riflessioni di Bersani, al riguardo, non sono soltanto le solite e simpatiche gag che distribuisce ormai quotidianamente nei talk televisivi guidati dai soliti amici, ma evidenziano in modo chiaro, e anche coerente, qual è la vera concezione politica e culturale che circola a sinistra sul ruolo, la funzione e la ‘mission’ del Centro riformista, democratico e di governo.

È sempre possibile una rivolta dei buoni, cristiani e non.

[…] A sua volta, Elon Musk ha rilanciato affermando che solo il partito neonazista può salvare la Germania, postando su X fake news in tema.

Naturalmente, né Afd né Musk hanno giustificato la strage. Ma la fretta della politica produce effetti pericolosi. In mezzo a tante con-traddizioni, infatti, una cosa è certa: la mano di Al Abdulmohsen è stata armata proprio dall’odio. Per lo stragista saudita si parla di personalità disturbata e instabile, ma la sua violenza è anche il segno di una società malata. Ci sono patologie che non colpiscono solo gli individui, ma anche le collettività.

L’odio è la più grave del nostro tempo. Genera posizioni contraddittorie e irrazionali che non restano nella sfera privata ma invadono quella pubblica. Se la politica se ne lascia contagiare, ne diventa un tramite che lo diffonde sempre di più. Elon Musk e Afd non sono casi isolati. Anche colpire pesantemente civili ucraini proprio il giorno di Natale conferma che oggi prevale una politica tanto priva di empatia da compiere con naturalezza molte atrocità. Avviene anche in Medio Oriente, in Sudan, in Sud Sudan e altrove.

Una politica che insegue l’odio ne assorbe la carica distruttiva e ne mutua l’irrazionalità.

Solo apparentemente offre soluzioni, in realtà moltiplica i problemi, con inevitabili effetti boomerang. Non accade solo in modo eclatante quando la politica conduce al terrorismo o alla guerra. È possibile inseguire l’odio anche in forme meno vistose e più sofistica-te, come fanno molti protagonisti apparentemente contrapposti ma uniti dalla stessa logica. Assumendo pure i panni della legalità e nascondendosi dietro procedure demo-cratiche: “È il popolo che lo vuole”. 

Si va dall’intolleranza per il diverso al “cattivismo verbale” (disconoscimento della comune dignità umana), dalle urla della piazza (per spaventare o allontanare gli indesiderati) alla crudeltà legislativa (norme discriminatorie) o amministrativa (trattamenti disumani), dalla violenza poliziesca (immotivata e sui più deboli) a misure contro la solidarietà (come quelle che ostacolano il soccorso in mare).

«La menzogna è più veloce della verità – ha ammonito il vicecancelliere tedesco Habeck, alludendo anche al ruolo dei social -. Prendetevi il tempo per la verità. Prendetevi il tempo per il dubbio, per la riflessione e per fare domande. Non lasciatevi contagiare dall’odio». C’è chi non lo ha fatto. Contemporaneamente alle manifestazioni di Afd, nel mercatino di Natale luogo della strage, in tanti hanno formato una catena umana per lanciare il messaggio: “Non diamo una possibilità all’odio”. Ma chi vorrebbe fermare l’odio appare spesso sulla difensiva. Opporsi apertamente a idee, slogan, azioni correnti – che non vuol dire condivise da tutti e neanche dalla maggioranza – fa sentire a disagio. Condannare l’odio suona anacronistico, un po’ ridicolo e forse inutile. È possibile invertire la rotta? La speranza che non delude è quella che non accetta la realtà ma la cambia, ha spiegato Papa Francesco. Il quale, dopo aver aperto la porta Santa in San Pietro, l’ha aperta a Rebibbia, un gesto che parla da solo. Nel secolo scorso si è parlato molto di rivoluzione cristiana, oggi il termine non va più di moda ma è sempre possibile una rivolta dei buoni, cristiani e non.

La centralità dello stile, anche in politica.

C’è un aspetto, forse di natura pre politica ma non solo, che continua ad essere fortemente e spiccatamente evocato ed invocato. Si tratta dello “stile” della classe dirigente politica. O, come direbbe qualcuno con un pizzico di moralismo, del “comportamento”. Ormai non c’è riflessione da parte dei soliti e collaudati opinionisti della carta stampata e dei talk televisivi – che poi le due categorie coincidono quasi sempre – che non sottolineino la necessità di recuperare uno stile adeguato, corretto e serio da parte della classe dirigente del nostro paese. E qui emerge la curiosità e la singolarità del richiamo. E cioè, gli storici ed implacabili detrattori della storia, dell’esperienza e della presenza della Democrazia Cristiana e dei suoi principali leader e statisti, adesso paradossalmente ne rimpiangono le gesta. E soprattutto lo “stile” e lo stesso comportamento politico ed istituzionale. 

Da Mieli a Giannini, da Cazzullo alla Gruber, da Formigli a Floris – cioè gli avversari storici della Dc – è quasi un peana per il ritorno dello stile di un tempo. Certo, il tutto viene teorizzato e sostenuto solo in virtù dell’odio altrettanto implacabile e pregiudiziale nei confronti dell’attuale maggioranza di governo. Ma, al di là di questo elemento che non è, comunque sia, un dettaglio, è indubbio che anche di fronte a palesi comportamenti inadeguati di parte dell’attuale classe dirigente, cresce il rimpianto dell’antica ma mai del tutto archiviata classe dirigente democratico cristiana. Un ceto che, al di là delle capacità e della stessa cultura di governo, ha sempre conservato anche, e soprattutto, una dignità nel declinare concretamente l’attività politica e pubblica. E questo è, oggi, uno degli elementi più gettonati e più richiesti per rinnovare la politica e ridare prestigio ed autorevolezza alla stessa classe dirigente.

Ora, però, per non ridurre il tutto ad un fatto puramente estetico e di ‘bon ton’, non possiamo non rilevare che la dignità, l’autorevolezza e il prestigio di una classe dirigente è anche il prodotto concreto di una politica, di una visione, di un progetto e della credibilità di una cultura di governo. Perché se è solo questione di stile anche i populisti o gli estremisti o i massimalisti o i sovranisti – cosa difficile ma non impossibile – possono avere un soprassalto di orgoglio e darsi “un tono”. 

Ma questo, appunto, è un fatto quasi impossibile da verificarsi. Perché una classe dirigente è autorevole se è politicamente autorevole e di qualità. E, al di là del giudizio postumo dei detrattori storici della Dc, delle sue politiche e della sua classe dirigente, non si può ritagliare e circoscrivere il tutto allo ‘stile’ che prescinde radicalmente dalla politica e dal suo progetto. Sarebbe una operazione che conferma solo l’ostilità atavica e dogmatica della cosiddetta intelligenthia di sinistra nei confronti della Dc e del ruolo che ha avuto nella società italiana per svariati decenni. Insomma, “cultura del comportamento e cultura del progetto” procedono sempre di pari passo come ci ricordava sempre Pietro Scoppola. Perché lo stile non è solo metodo e regola ma è, soprattutto, merito politico.

La polarizzazione minaccia la democrazia: Serve un cambio di rotta.

Gentile Direttore,

sembra che anche il Natale sia stato corrotto dalla conflittualità politica. Ho trovato surreale come differenti movimenti politici, di maggioranza e di opposizione, abbiano fornito delle linee guida ai propri simpatizzanti su come comportarsi in caso di discussioni politiche durante i pranzi e le cene natalizie.

Sembra ormai che l’individuo non sia più in grado di parlare con parenti e amici di politica in maniera autonoma, seguendo il proprio libero arbitrio e il proprio intelletto, senza che dal comitato centrale non gli arrivi una strategia precisa.

Sembra che la discussione politica sia talmente polarizzata ed estremizzata che forse si ha paura di incidenti domestici, se non viene seguito un preciso ordine di scuderia nell’affrontare le differenti idee di un parente o di un amico. È possibile che non si riesca a costruire un clima di dialogo e confronto, rispettoso delle idee altrui nemmeno in famiglia? Possibile che nemmeno tra amici si possano individuare soluzioni condivise o almeno un sentire comune? Questo sfilacciamento della società civile è preoccupante perché comporta una maggior fragilità della democrazia. 

Se chi ha opinioni diverse dalle mie è semplicemente un mio nemico e non può presentare utili spunti di riflessione, se l’altro non merita rispetto, se non è consentito di coltivare il dubbio di fronte ai quesiti della civiltà, se la violenza diventa un cappio che strozza la ragione nel dibattito pubblico, ci perdiamo tutti, a prescindere dal ruolo che ricopriamo, perché ci perde il nostro Paese, la nostra Comunità, la nostra Patria.

Lo scorso 8 Dicembre, sul Corriere della Sera, un editoriale ricordava come la propaganda putiniana non favorisse solo i post dei suoi sostenitori nei paesi Occidentali, ma anche di coloro i quali si posizionavano all’estremo opposto dello scacchiere politico. Lo scopo era quello di favorire una polarizzazione della politica e la distruzione del sistema democratico che si basa sul sacrosanto principio del rispetto reciproco.

Le immagini di questi mesi, con fotografie di leader politici bruciate, siano essi di destra o di sinistra, o i continui insulti che si lanciano da una parte all’altra, sembrano evidenziare come questa polarizzazione sia talmente critica da esser vicina al punto di non ritorno.

Forse è arrivato il momento di abbassare i toni, di assumersi la responsabilità che all’altro sia garantito sempre il diritto di opinione e di parola, senza che ci sia un insulto dietro l’angolo. 

Capita ormai troppo spesso che anche di fronte ai propri errori invece di chiedere scusa, si dica: chiedo scusa, ho/hanno sbagliato, ma cosa vogliamo dire di quegli altri che hanno fatto questo e quello?

Una pratica del genere, invece di distendere i toni come dovrebbe fare una qualunque attestazione di questo tipo, favorisce la polarizzazione e fomenta la violenza politica. Bisognerebbe smetterla di aggiungere sempre un ma alla fine delle prese di distanza da certi comportamenti.

La violenza politica va rinnegata sempre, senza se e senza ma. Così come la polarizzazione andrebbe frenata quando, oltre a favorire un accrescimento di taluni consensi, porta alla perdita del rispetto reciproco tra avversari. 

P.S. In questo senso, il sistema elettorale proporzionale da sempre è il modello che consente una polarizzazione limitata e favorisce il dialogo tra differenti forze politiche, senza l’edificazione di muri tra due blocchi. Forse di fronte alle ingerenze straniere che vogliono fomentare la violenza e le divisioni, adottare un sistema come il proporzionale potrebbe rappresentare una prima difesa della Democrazia e della Libertà nella nostra Italia.

Medio Oriente, cosa faranno gli alleati regionali di Israele?

L’oggettivo indebolimento dell’Iran, la cui famosa “mezzaluna sciita” (che pareva sino a prima del 7 ottobre sul punto di concretizzarsi effettivamente controllando così un largo corridoio che dall’oriente iracheno raggiungeva le sponde libanesi e siriane del Mar Mediterraneo) è ora tramontata in seguito alla caduta di Assad e ai duri colpi patiti da Hezbollah ad opera di Israele, consente all’Arabia di rioccupare il centro della scena mediorientale con la ragionevole certezza di non doverlo condividere con gli ayatollah, avversari politici e nemici nella fede.

Il problema di Mohammad bin Salman, detto MBS, ancora in attesa di divenire sovrano ma ormai da anni vero dominus del regno saudita, è ora quello di trovare il modo (nei tempi giusti, che non possono essere immediati ma neppure troppo dilatati) per aderire agli Accordi di Abramo e dunque alla pacificazione definitiva con Israele senza al contempo subire una sorda contestazione interna, che il regime dovrebbe tacitare con la forza per poi dover affrontare le inevitabili ripercussioni negative con gli alleati e con i clienti occidentali e americani in particolare.

Dunque da un lato MBS avrà Trump che degli Accordi è stato il garante e che promette di continuare ad essere un solido alleato ma non più ricattabile sul fronte dell’approvvigionamento energetico, posta l’acquisita autosufficienza petrolifera americana; dall’altro ha una popolazione ostile a Israele, coltivata nel tradizionalismo wahabita ma proprio per questo ancor più legata alla causa palestinese. Conciliare tutte le esigenze non sarà facile, ma diverrà imperativo.

Un altro attore regionale, per quanto di importanza minore, è il Regno di Giordania, riuscito a rimanere ai margini dei sommovimenti avviati dalle Primavere arabe di oltre un decennio fa e anche alle possibili contestazioni popolari interne che pur esistono ma non sono esplose in vera rivolta a fronte della politica di sostanziale alleanza con Israele. 

Davanti alla distruzione perpetrata a Gaza dall’esercito israeliano il sentimento d’odio verso gli ebrei si è rinvigorito e il governo reale deve gestirlo con prudenza, senza eccedere nella repressione del dissenso, anche in considerazione del fatto che fra i suoi 12 milioni di cittadini è assai elevata la quota di quelli con origini palestinesi.

Infine, gli Emirati, ovvero i promotori degli Accordi di Abramo. Terreno d’elezione per multimilionari planetari e affaristi di varia natura, i loro regnanti non hanno, di fatto, una vera e propria opinione pubblica da gestire, una popolazione cui dover in qualche modo rispondere. Per essi la linea è tracciata, ed il ritorno di Trump è un ulteriore ragione per non modificarla. 

Ma anche lì qualche derivata della situazione di estrema tensione nella quale vive la regione si avverte: ad esempio, lo scorso novembre un importante rabbino è stato assassinato. L’omicidio probabilmente è stato eseguito da un gruppo uzbeko collegato con l’Iran, e ciò significa che i legami spesso sotterranei fra i vari movimenti territoriali dell’islamismo radicale travalicano il Levante e all’occorrenza possono colpire, inaspettatamente, anche in luoghi considerati “sicuri” dagli occidentali e dallo stesso stato israeliano. Ma niente è più sicuro, in quella martoriata area del globo.

La preghiera di Sila: un Natale senza risposte nella striscia di Gaza.

Sembra che il numero 3 abbia portato fortuna solo una volta. “…il terzo giorno risuscitò da morte” recita l’orazione del Symbolum. Per il resto, ha testimoniato tradimenti o morte in compagnia di altri. Per non smentirsi ci ha detto qualcosa anche in questi giorni, richiamando la nostra attenzione piuttosto impegnata in libagioni e festeggiamenti.

E’ accaduto che nel campo profughi di Muwasi, nei pressi di Kahn Younis, una neonata sia morte di freddo. Non poteva che accadere da quelle parti, un luogo con una certa predestinazione. 

Secoli addietro un emiro turco che portava appunto quel nome, vi costruì un centro di accoglienza per pellegrini e viaggiatori, un luogo di protezione e di inevitabile confusione. Fece una brutta fine morendo ammazzato in battaglia. La guerra è da sempre in agguato in certe aree del mondo.

Qua la damnatio memoriae non funziona, il tempo non cancella i segni del passato, del sangue sparso del bravo fondatore di quella città e del disordine proprio di quando si dà ingresso e ospitalità a viandanti di ogni tipo alla ricerca di ristoro e di un riparo.

Sila è il nome della bimba che è andata a fare compagnia agli angeli. Aveva soltanto 3 settimane e chiude il cerchio con altre due creature che giorni prima hanno fatto la stessa fine sempre per mano del gelo che in totale conta 3 sue vittime mettendo in campo una temperatura di 9 gradi, di nuovo un multiplo di 3.

“SIla” par che voglia dire “di ferro”, quindi una creatura temprata alle avversità e pertanto forte da resistervi. Ciò malgrado la sua pelle si è dimostrata del tutto fragile, incapace di far scudo ad una guerra che non ammette rifornimenti adeguati a chi è costretto in quella terra. Un’aria di ghiaccio non l’ha presa di striscio, anzi avvolgendola per l’intero, cristallizzandone il respiro.

Non ci sono abbastanza coperte per riscaldare i corpi dei piccoli o legna per stemperare il freddo pungente del giorno e della notte, non c’è verso di mettere sotto coperta la morte di un innocente o di bloccare il tremore per un destino tremendo che sta compiendo la sua impassibile missione.

In quelle zone c’è la miglior sala di ingresso per la morte che può scapricciarsi senza darsi troppi pensieri, libera di agire con successo anche senza proiettili e sparatorie.  

Ora se ne parla, la notizia ha fatto un certo clamore. Per stare sulla cronaca si richiede un fatto tragico ed anche inconsueto. Gli altri bimbi finiti in tombe di fortuna a causa di fame, malattie o di bombe sono da mettere invece nel normale conto di una guerra che porta in dote la sua merce di un dolore che non deve dare scandalo.

Il solo modo di darsi pace, avrà avvedutamente pensato di chi ha causato stenti a quel campo di derelitti, è quello di far gelare il cuore dei bimbi in modo che possano scongelarsi quando i tempi saranno migliori, quando insomma il sale della terra tornerà ad avere un senso positivo, quando Sala e i suoi amici avranno un luogo per sorridere senza strapparsi di conseguenza la faccia per una fiducia mal riposta per la vita.

Intanto, in Paradiso c’è un traffico da caravanserraglio che non si ricorda dai tempi di Hitler e compagni. Ingressi a più non posso: c’è persino chi è contento di essere morto, felice della pace finalmente conquistata.

San Pietro non fa domande di amissione a chi ha appena imparato a respirare, apre le porte di ingresso della casa tentando di ricordare le ninna nanna di quando era piccolo.

Non può dire al Sole di essere più generoso perché resterebbero comunque gli uomini con i loro strumenti a percussione a rovinare la festa.

Ripete più volte una nenia per fanciulli così che gli angeli la imparino a memoria e si diano da fare.

Questo è un Natale eccezionale, diverso dagli altri. Corre voce che sia morto di freddo Gesù Bambino. Per l’anno prossimo poi si vedrà.

Democrazia e partecipazione: i partiti esistono ancora?

La domanda, a volte, è quasi d’obbligo. E cioè, ma i partiti esistono ancora? A livello formale la risposta è persino scontata: certo che esistono. Ma è sul terreno sostanziale che si registrano risposte molto diverse. E ciò per almeno tre ragioni di fondo.

Innanzitutto i cosiddetti ‘partiti personali’ sono semplicemente la negazione di ciò che dovrebbero essere i partiti politici costituzionalmente previsti e garantiti. E questo per la semplice ragione che i partiti dovrebbero rappresentare un modello democratico per eccellenza e non, al contrario, essere dei docili strumenti nelle mani dei rispettivi capi di cui ne possono disporre a piacimento.

Come capita, puntualmente, in tutti i partiti personali presenti in modo trasversale nella politica italiana. E gli esempi sono talmente evidenti che non vale neanche la pena di essere citati.

In secondo luogo, e storicamente, nel nostro paese i partiti erano noti e conosciuti perché rappresentavano concretamente pezzi di società. Definiti e precisi. Certo, tutto ciò, era reso possibile anche perché esisteva una spiccata contrapposizione ideologica nella società che ricadeva, di conseguenza, anche nella vita politica e quindi tra i vari partiti. Ma, al riguardo, persiste una domanda insidiosa e quantomai attuale. Ovvero, ma i partiti di oggi quale pezzo di società rappresentano e, soprattutto, di quali interessi sociali si fanno carico nella società contemporanea? Lo sottolineo e lo evidenzio perché quando un partito non sa bene a chi si rivolge difficilmente può elaborare un progetto politico e una visione della società – termine ormai scomparso nel dibattito politico e culturale contemporaneo – che siano in grado di qualificare e nobilitare la stessa dialettica politica.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, e secondo la miglior tradizione del cattolicesimo popolare e sociale, “il partito è lo strumento democratico per eccellenza capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese”. Un concetto ripetuto quasi ossessivamente non solo dai leader della sinistra Dc e dai cattolici democratici ma da quasi tutti i partiti popolari. Ed è proprio su questo versante che il ruolo dei partiti nel nostro paese è cambiato radicalmente. Non più strumento democratico per far crescere e promuovere nuova classe dirigente ma, semmai, un escamotage politico per premiare la fedeltà al capo, la mediocrità di chi viene selezionato e, soprattutto, un luogo che brilla per l’assenza di qualsiasi elaborazione politico e culturale che possa mettere in discussione il cosiddetto “verbo” del capo o del guru.

Ecco perché è sufficiente citare questi tre elementi per arrivare ad una banale conclusione.

Ovvero, se si vuole riavvicinare i cittadini alla politica, se si vuole contribuire a battere il crescente astensionismo elettorale e se, soprattutto, si vuole ridare freschezza e credibilità allo stesso impegno politico, non si può non partire dalla riscoperta e dalla valorizzazione del ruolo e della ‘mission’ dei partiti. Che non è quella di occupare il potere e il sottogoverno alle strette dipendenze di una manciata di capi ma, al contrario, di saper rendere nobile e significativo il ruolo della politica nella società. E questo passa ancora e prevalentemente attraverso il ruolo concreto dei partiti. Democratici, collegiali, partecipativi e con una cultura politica che sia in grado di costruire un progetto politico e di governo. Perché senza una “democrazia dei partiti e nei partiti” semplicemente non c’è una politica democratica e costituzionale.

Il Primo Vagito dell’Infinito

Quella sera tirava un’aria fresca che sembrava trattenersi a fatica dalla sua smania di spiegare l’intera sua forza per mutarsi in freddo pungente. Era a chiedersi cosa fosse meglio perché la scena fosse perfetta per poi essere tramandata nei millenni a venire. 

Aleggiava poi la trepidazione tipica di quando un pargolo sta per venire al mondo ed i genitori sono lì a sostenersi, conferendosi reciprocamente una capacità che ancora non sanno di avere, un inedito che sorprenderà l’altro per confermare l’amore che già sopprime ogni resto.

Maria era colma di una bellezza che può avere solo una madre. Per mesi ha cresciuto nella sua carne il suo gioiello ed è forse combattuta se trattenerlo ancora per qualche minuto, come un segreto gelosamente da custodire, o se renderlo finalmente al mondo, mostrandone il volto. 

Il timore è quello che possa scalfirsi una complicità allattata intensamente, senza interruzioni, durante i giorni in cui solo loro potevano regalarsi l’intimità di una mamma con un figlio in grembo. La gioia sarà di svelare un tesoro che tra un po’ brillerà in piena luce. 

Non sarà lei a rallentare il corso dei fatti; li fece scorrere, malgrado una predizione che ha cacciato nell’angolo più buio e confuso del proprio cuore. Avvertirà forse l’errore di un sì detto all’angelo e di cui sentirà la colpa quando sarà sotto la croce, il sospetto di un rimprovero che il Figlio non gli muoverà mai per non ferirla e che tanto meno Lui avvertirà nel cuore. 

Per lei sopporterà il supplizio lamentandosi il meno possibile, per lei ha parlato prima della morte per dirle che nulla poteva spezzare la loro intesa, dando disposizioni come se il dolore non lo riguardasse, camuffandone gli affondi. 

Adesso è il tempo della felicità. Le doglie avvertono che si deve girare pagina e ci si deve predisporre alla novità della storia. Il primo vagito sgombra il campo da ogni timore passato e futuro. 

Giuseppe è lì a vegliare per dire a Maria che è pronto per ogni evenienza non solo quel giorno ma finché lui avrà respiro. La guarda fissa negli occhi prima di mettersi da parte e lasciar fare a chi sa di nascite e parti, in tempo però per dirle che ogni goccia di sangue della sua sposa porta ormai il suo marchio e che non le darà tregua fino alla fine dei giorni umani e nel dopo divino. Dio ha imparato da Giuseppe cosa sia l’inestinguibilità dell’amore e l’ha assunta come modello.

È nato! Di una bellezza che sconvolge la previsione dei due sposi! È sempre così per ogni genitore. Maria e Giuseppe non trovano parole per esprimersi, forse perché non ce ne sono di adatte o perché già devono dedicarsi a Gesù che gli sottrae da subito il fiato per dirsi dell’emozione che provano e che contengono per come possibile.

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Racconto di Benino, pastore in preghiera nel presepe napoletano.

Ormai che mi avete fatto aprire gli occhi, con il chiasso dei vostri commenti, vi dirò finalmente come stanno le cose e come la penso. Come dite? Mi chiedete se ce l’ho con voi? Certamente! Mai che si possa dormire in pace per il tempo che si vuole. Ogni anno a Natale è sempre la stessa storia, vi ricordate del sottoscritto, il pastore Benino e ci ricamate sopra storie di fantasia non sapendo cosa altro inventarvi. 

Mi rispolverate dalle vostre scatole riposte con cura nello sgabuzzino di casa, quelle dove si conservano i personaggi del presepe, mettendomi in mostra senza chiedermi alcun permesso, soprattutto ridendo di me e del mio sonno. Non vi curate del fatto che io possa svegliarmi od essere contrariato di essere messo nuovamente in ridicola esposizione. 

Vi affannate ad indagare sulla mia storia; così vi fa fatica pensare che io sia stato presente alla nascita di Gesù in mezzo ad una confusione di vita tra lavandaie, zingare, donne in cinta, oltre la Madonna, ed una umanità che continua nei suoi affari mentre viene al mondo il Figlio di Dio.

Sono gli stessi uomini e donne che per i vicoli di Gerusalemme continuavano a provvedere al quotidiano mentre il figlio di Dio in una strada appena in salita, adiacente ad altre intrise di traffici e di incombenze quotidiane, provvedeva a raggiungere il Calvario sotto il peso della croce.

Il mondo non si ferma in nessun modo e che sia naturale o di scandalo, di bene o di male, è così che stanno le cose. Quanto a me ed al mio amico Cicci Bacco, oste e compagno di bevute, siamo tra i protagonisti del presepe napoletano, assai più vivace delle belle statuine degli altri presepi. Da noi anche gli angeli diventano di carne e sangue e contribuiscono ad una animazione che rende vera la natività che cambia la sorte di tutto il creato.

Ogni anno rischiate di svegliarmi dal mio sonno ben riuscito, a causa della mia pancia piena di cibarie e di vino in abbondanza, perché siete invidiosi del mio abbandono. O forse il vostro è un atto di pietà, il desiderio che anche io possa mancare alla festa e non perdermi nulla della scena divina. Pensate con preoccupazione che il mio russamento possa svegliare Gesù o forse che invece sia stato utile al suo addormentamento, come fosse una ninna nanna a cu affidarsi per il riposo.

Alcuni di voi credono che il presepe sia semplicemente un mio sogno e che se mi destassi tutto scomparirebbe, in tutte le case non ci sarebbe d’un tratto più ombra della rappresentazione di Giuseppe, Maria e dl loro pargoletto con contorno di Re Magi ed altro ancora. Quindi mi ingozzate di vino in eterno perché nulla possa spezzare l’incantesimo costituito.

Sono talmente zuppo di vino e di cibo che anche Morfeo si è ubriacato ed ha dimenticato di darsi un tempo per finire il suo lavoro. Ho scoperto che mi invidia per quanto io stia bene e mi ha preso a modello, con il pericolo che il mondo non abbia più ore di sveglia e di sonno.

Altri pensano che io sia stato presente proprio al momento in cui Gesù è venuto al mondo. Problemi vostri e non miei. Avete l’ansia di collocarmi e di darmi a tutti i costi un’epoca. Vorrei soltanto che non mi destaste, che mi lasciaste in pace. 

Non mi piace la vostra agitazione e tanto meno i vostri mercanteggiamenti per ogni cosa che fate. Tenetevela pure la vostra vita a cui non voglio partecipare. 

Io non mi ubriaco per tristezza, per dolori che mi affliggono o per fallimenti di denaro o d’amore. Io bevo per non vedervi, per non puzzare dell’aroma del vostro modo che non voglio mi appartenga.

Il mio non è il sonno di Gasperino, l’ubriaco del Marchese del Grillo e neppure quello insistito, cocciuto, di Lucarié, il giovane protagonista di Natale in casa Cupiello.

Io, Benino, pastore di prima fila, voglio essere lasciato in preghiera. Nel mio eterno torpore riesco a distrarmi da voi che schiamazzate in continuazione per fare onore alle vostre vite. Dal miglior vitigno trovo la forza del mio sonno e solo così mi raccolgo in adorazione davanti a Gesù, finalmente il silenzio nel cuore, ed a lui parlo e racconto favole per bimbi e da lui ascolto il vagito per cui ogni volta rinasco.

La scommessa di Bayrou: una nuova via per la democrazia francese.

La principale novità del nuovo governo francese, il quarto nel 2024, presieduto da François Bayrou, sembra consistere proprio nel profilo politico del nuovo primo ministro. Il settantatreenne Bayrou, un grande sostenitore di Macron, ma con una propria specifica  fisionomia centrista e democristiana, forgiata da una lunga esperienza politica, ministeriale e amministrativa (è sindaco di Pau una cittadina nei pressi di Bordeaux) si è  ritagliato, sin dalla sua nomina a sorpresa, margini di autonomia prima impensabili per un premier dello stesso colore politico del presidente della repubblica.  

Macron si avvia a chiudere  il suo secondo mandato nel 2027 in forte calo di consenso e con un Paese in profonda crisi sociale, economica e politica. Un governo guidato da una personalità autonoma come Bayrou potrebbe trarne vantaggio sia dal punto di vista del sostegno parlamentare, in quanto governo di minoranza, che da quello dell’efficacia e della durata dell’esecutivo, non potendo in ogni caso il capo dello stato Macron sciogliere nuovamente l’Assemblea Nazionale prima che sia trascorso un anno dall’ultimo voto anticipato, svoltosi in due turni il 30 giugno e il 7 luglio scorsi, e deciso dal presidente Macron la sera stessa delle elezioni europee che sancirono una débâcle delle forze di governo e una forte avanzata dell’estrema destra del  Rassemblement National (RN) di Jordan Bardella e Marine Le Pen, che ottenne il 31%.

Con Bayrou, in una situazione assai singolare per una democrazia, dove governa la minoranza e le forze che dispongono della maggioranza dei voti e dei seggi, ma che sono incompatibili politicamente, stanno all’opposizione, la Francia riscopre una essenziale virtù politica, quella della mediazione, in una nazione che invece di carattere è portata allo scontro frontale e che nella quinta repubblica pare aver istituzionalizzato la semplificazione politica e soffocato la rappresentanza sull’altare di una governabilità solo teorica, visto che nell’anno che si sta per concludere si sono susseguiti ben quattro governi (quello di Elisabeth Borne, dimessasi a gennaio 2024, sostituita da Gabriel Attal, a cui il 5 settembre 2024 è succeduto Michel Barnier, predecessore di Bayrou). In Francia si torna a parlare di legge elettorale proporzionale e addirittura di sesta repubblica. 

Molto dipenderà da cosa riuscirà a fare questo nuovo governo che, in caso di riuscita nel ricomporre i troppi conflitti che agitano la società francese potrebbe avere proprio nel nuovo primo ministro Bayrou un naturale candidato alla presidenza dell’area di centro in una corsa ormai tripolare, caratterizzata dalla competizione di tre blocchi, l’estrema destra del RN, il centro post-macroniano e Nuovo Fronte Popolare (il cui nome fa riferimento al Fronte Popolare, l’alleanza fra socialisti, comunisti e radicali che vinse le elezioni politiche del 1936, un altro tempo, come il nostro, in cui si addensavano nubi minacciose di grandi guerre), composta da Partito Socialista, La France Insoumise, Europa Ecologia i Verdi, Partito Comunista Francese, che alle legislative dell’estate scorsa ha ottenuto oltre un terzo, 188  su 577, dei seggi di cui è composta l’Assemblea Nazionale.

Più in generale la crisi politica del sistema francese ripropone, vista l’importanza che riveste la Francia in Europa e nel mondo, la necessità di andare oltre una concezione della democrazia solo formale, ma di fatto basata inizialmente sul censo e gradualmente divenuta di fatto dominata dalle oligarchie, per rilanciare, anche attraverso lo strumento dei partiti a composizione popolare pur diversi da quelli di massa novecenteschi, una democrazia popolare, capace anche di formare politicamente e coinvolgere la classe media nelle decisioni che contano nella vita di una nazione. Chissà che, anche con il contributo del nuovo premier democristiano Bayrou, questa rinascita della democrazia possa iniziare proprio dalla Francia.

Guerra, parola dell’anno 2024.

Guerra. È questa la parola che meglio di tutte fotografa l’anno che si chiude. Guerra. Con tutto il corollario di vocaboli associati, esiti inevitabili di quella terribile parola. Orrore, tragedia, disperazione…

Il tempo trascorre inesorabile e sempre troppo veloce; se possibile ora, nell’epoca della tecnologia digitale che tende a trasformare ogni cosa in un continuo presente senza passato e senza futuro, ancor più rapido e tumultuoso. Ragion per cui i classici esercizi di scrittura intorno ai quali si esercitano giornalisti e politologi tesi a commentare gli avvenimenti trascorsi nell’anno che va a finire e poi a illustrare lo scenario nel quale si apre quelloche va a incominciare appaiono sempre più inutili, travolti appunto dallo scorrere frenetico del tempo. “E’ già Natale. Mi sembra sia appena trascorso quello di un anno fa”, quante volte ci siamo trovati di fronte a questa espressione! E allora forse può tornare più utile ridurre il commento a una sola parola, che tutte le possa racchiudere. Come la rivista americana Time celebra nella sua copertina prenatalizia l’uomo o la donna dell’anno, qualche altra testata può indicare – magari meno pomposamente – la parola dell’anno. Che, per quanto mi riguarda, è proprio la peggiore di tutte: guerra.

Guerra dimenticata, nel Sudan devastato dallo scontro che oppone il Sudan Armed Forces, ovvero l’esercito nazionale, al gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces. Un conflitto cheha già causato una orrenda carneficina (vengono stimate fra le 100 e le 150.000 vittime) nonché una tragedia quotidiana che affligge i circa 45 milioni di sudanesi, metà dei quali patisce la fame, generando, inevitabilmente, immensi spostamenti di esseri umani disperati: sono oltre 10 milioni gli sfollati, e oltre 2 milioni i profughi.

Guerra crudele, a Gaza, come con indignazione espressa e non celata Papa Francesco ha voluto definire la distruzione quasi totale delle infrastrutture e delle abitazioni e degli ospedali della Striscia e ancor più l’uccisione senza pietà di tanti bimbi: crudeltà, ancor peggio di guerra. 

Un’azione militare che Israele ha condotto con ferocia e con piena consapevolezza di cosa essa avrebbe prodotto, di quante sofferenze avrebbe causato alla popolazione palestinese di quella disgraziata terra. Una vendetta per lo stupro subìto il 7 ottobre da parte di una organizzazione criminale che odia lo stato ebraico e che ha imprigionata un’intera cittadinanza, appunto quella di Gaza, entro la propria efferata ideologia, condannandola alla distruzione. 

Un’azione militare che, però, ha isolato Israele nel mondo, alienandole la simpatia e la solidarietà di molti popoli e di molti governi, perché l’entità della devastazione è stata tale da non poter far finta di non averla percepita.

Guerra senza soluzione, in Ucraina, dove la popolazione è ormai stremata psicologicamente e l’esercito composto per lo più da cittadini non militari professionisti è ormai oltre il limite dell’usura fisica e mentale dopo quasi tre anni di combattimenti. Il presidente Zelenskij sa che non potrà riconquistare il Donbass perduto e tanto meno la Crimea ma sa pure che il congelamento della situazione oggi presente sul territorio potrebbe anticipare unulteriore sviluppo negativo se alla Russia non si anteporrà un fronte difensivo davvero deterrente per Mosca. E questo si chiama NATO. Che però nessuno è oggi in grado di sapere se essa sarà ancora quella che è stata sino ad ora, posto che il ritorno di Trump a Washington reca con sé una serie di interrogativi inquietanti sul futuro dell’Alleanza. Putin, sornione, attende di vedere cosa accadrà e nel frattempo irride Zelenskij dicendosi disposto ad incontrarlo solo se indirà le elezioni e le vincerà. Atteggiandosi a controllore dell’Ucraina senza ancora averla conquistata.

Guerra finita, forse, in Siria. Ma il “forse” è da scrivere in caratteri cubitali. Tante sono le insidie che si nascondono dietro la facciata del nuovo assetto determinatosi a Damasco. La fine del regime dittatoriale di Assad, macchiatosi dei crimini più efferati contro il suo stesso popolo, è stato senz’altro un evento positivo. Per il resto, tutto è incerto. Sospeso tra speranza e timore. 

Non si può, al momento, dimenticare la provenienza materiale e ideologica di Havat Tahr al-Sham, il movimento di matrice islamica ultraradicale che si sarebbe convertito ad un islamismo moderato e tranquillizzante per i siriani non musulmani, oltre che per la comunità internazionale. Non si può, ancora, dimenticare che la Siria nord orientale è in mano ai curdi-siriani, che detengono nelle loro prigioni oltre 40.000 militanti dell’ISIS dopo essere stati protagonisti decisivi della lotta a Daesh a fianco degli americani ma ora minacciati dalla Turchia, grande regista dell’operazione che ha eliminato Assad, e dal rischio che Trump li abbandoni a sé stessi in nome del disimpegno USA dalla regione e della necessaria alleanza con Ankara, capitale sempre più ambigua ma pur sempre  geopoliticamente allocata in un quadrante confinante con le mire espansioniste russe, per quanto ora incrinate dall’esito degli eventi siriani.

Guerra diffusa: nel mondo ci sono attualmente 56 conflitti secondo i dati del Global Peace Index, della maggioranza dei quali pochi sanno e meno ancora parlano e scrivono. Ma esistono, e provocano morti, distruzioni, sofferenze, migrazioni. Perché questo sono, le guerre.

Come salvare la democrazia? Servono culture politiche per governare.

La politica è autorevole, credibile e nobile quando esistono almeno, e soprattutto, tre condizioni che erano e restano decisive ed essenziali. E cioè, culture politiche di riferimento, classi dirigenti di qualità e partiti democratici, rappresentativi ed espressione di pezzi di società. Ma, senza la presenza delle culture politiche, non può esserci nè buona politica e nè programmi credibili e di governo. Non a caso, la crisi peggiore della politica coincide sempre con la presenza dei partiti populisti, cioè con soggetti politici che sono del tutto privi di qualsiasi riferimento culturale, ideale e programmatico specifici se non quello di aizzare la pubblica opinione all’insegna dell’anti politica, della demagogia e di programmi che prescindono radicalmente da qualsiasi cultura di governo. Come è puntualmente avvenuto anche nel nostro paese con l’avvento al potere dei partiti populisti. 

Ora, al di là delle vicende contingenti della politica contemporanea e pur senza coltivare alcuna tentazione nostalgica, è di tutta evidenza che le culture politiche certificano la solidità e la credibilità dei rispettivi progetti politici. Oltre, come ovvio, alla personalità dei partiti stessi. Del resto, cosa ci si può attendere dai partiti personali o dai cartelli elettorali se non una mera ed esclusiva logica di potere oltretutto legata esclusivamente alle fortune del capo partito? È noto a tutti, del resto, che i partiti personali – oggi presenti tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra – non sono caratterizzati da dibattiti e confronti politici interni se non come esercizio concreto per declinare quella “democrazia dell’applauso” che Norberto Bobbio già denunciava verso la fine degli anni ‘80 quando parlava del rischio del “progressivo inaridimento culturale ed ideale dei partiti politici italiani”. 

Ed è per questi motivi, semplici ma essenziali, che se si vuole far ridecollare la politica si deve ripartire dalla riscoperta delle culture politiche, che vanno certamente aggiornate e riviste ma che non possono e non debbono essere qualunquisticamente archiviate. Pena, appunto, la caduta verticale della credibilità dei partiti e la loro trasformazione in banali ed aridi contenitori elettorali. E questo anche perchè quando le culture politiche cedono il passo alla sola esaltazione del capo, si corre il serio rischio di fare trionfare il trasformismo e l’opportunismo che restano le più concrete degenerazioni dopo la cancellazione delle culture politiche di riferimento. Ma c’è un’altra, ed ultima ragione, che spinge verso il ritorno delle tradizionali correnti di pensiero. E cioè, se è vero – com’è vero – che deve essere salutato positivamente il ritorno delle antiche categorie della destra, della sinistra e del centro, è altrettanto evidente che queste categorie hanno un senso e un ruolo solo se sono accompagnate e supportate dalle rispettive culture politiche di riferimento. 

Del resto, per fare un solo esempio concreto, che senso avrebbe continuare a parlare della necessità di rilanciare un Centro politico e, soprattutto, una “politica di centro” nel nostro paese senza riscoprire la storia, la tradizione, il pensiero e la stessa prassi del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese?. E così vale per la destra e la sinistra. Ecco perchè è arrivato il momento, dopo il voto del 2022 e il ritorno della politica, di farla accompagnare anche dalla riscoperta delle tradizionali culture politiche. Solo così sarà possibile sostenere che la stagione del populismo demagogico e anti politico è ormai alle nostre spalle.

MetAIpunk: umanesimo e tecnologia nel metaverso.

L’utilizzo di strumenti tecnologici come gli AI Music Generator e l’approfondimento degli “attraversamenti algoritmici” nella società del metaverso – attraverso realtà come Horizon Central, CitAdel o Decentraland – pone le basi per un movimento che potrebbe essere definito “neo-cyberpunk” o, in modo più specifico, “metAIpunk”. Al centro di questa visione c’è lo “sviluppo umano integrale della persona”: un’ecologia integrale che si avventura nei mondi paralleli, promuovendo un umanesimo sociale digitale.

Il neo-cyberpunk, o metAIpunk, si caratterizza per una visione evocativa, in linea con le tematiche tipiche del conflitto tra umano e tecnologico, la perdita di identità in un mondo digitale e la riflessione sulla società futura. Questo movimento simbolizza l’attrazione magnetica della tecnologia, che brilla come un faro nel buio dell’esistenza, ma che, al contempo, sembra generare un vuoto esistenziale. Il progresso tecnologico, pur affascinante, rischia di allontanarci dalla realtà fisica e dalla nostra vera essenza.

Gli AI Music Generators, ad esempio, immaginano “persone digitali” o identità virtuali che abitano il metaverso senza una vera “casa”. Questo tema ricorrente, caratteristico del neocyberpunk, riflette la frammentazione dell’individuo, diviso tra il mondo fisico e quello virtuale, fino a perdere il senso di appartenenza e ad entrare in una dimensione di “dividualità”.

Nel metAIpunk emergono immagini potenti, come le città futuristiche: spazi caotici, aumentati, veri e propri “labirinti di segnali” immersi in un flusso incessante di informazioni. Questi mondi interconnessi sono comprensibili, ma spesso privi di direzione chiara o di uno scopo significativo. Ogni strada che conduce alle “backrooms” può essere interpretata come una metafora della disillusione, caratteristica della società cyberpunk, dove i cittadini virtuali restano intrappolati in reti neurali artificiali.

Un altro tema centrale è la “disconnessione emotiva” che deriva dall’interazione predominante con la tecnologia. L’intelligenza artificiale e il machine learning, pur programmati per “parlare”, diventano nuove fonti di speranza, ma trasmettono sogni “artificiali”, privi di autenticità umana. Le connessioni virtuali, sebbene più numerose e accessibili che mai, non riescono a colmare il vuoto umano e, anzi, sembrano spezzare ulteriormente il rapporto tra il virtuale e l’umano.

Questo modello sociale introduce la dimensione “agetech”, una multigenerazionalità senza tempo, età o confini, dove tutte le generazioni sono connesse e unite. L’utopia diventa il superamento delle disuguaglianze sociali e culturali. Tuttavia, il metAIpunk esprime anche il conflitto tra tecnologia e umano, la disconnessione che provoca e la ricerca di verità in un mondo digitale sempre più distante dalla realtà.

Se il metAIpunk rappresenta solo l’inizio, potrebbe davvero delineare una nuova corrente di pensiero, capace di esplorare la relazione tra persona, intelligenza artificiale e metaverso, così come il cyberpunk aveva esplorato il rapporto tra umanità e tecnologia negli anni ’80 e ’90, declinando queste riflessioni nella musica e nelle arti.

Declino Cisl: quando il sindacato diventa una questione di famiglia.

La politica è criticata per nomine spesso influenzate non dalla qualità dei candidati, ma da rapporti di amicizia o  parentela. Diversi sono stati e sono i casi che hanno suscitato scandalo per effetto di queste pratiche deplorevoli. Le polemiche conseguenti sono state poi all’ordine del giorno della recente agenda politica: cognati, sorelle, cugini, amici d’infanzia sono state le nuove “categorie privilegiate” rispetto ai curriculum e all’esperienza maturata in incarichi professionali. Un metodo sbagliato che ha generato e genera giuste rimostranze da parte della pubblica opinione; insomma, uno dei vizi capitali riscontrabili nell’attuale stagione politica.

Da qualche tempo però questo approccio discutibile è stato anche esportato nel sindacato, anzi per l’esattezza nella Cisl.

Ebbene, sì. Gli “eredi” della grande tradizione sindacale  che fu di Pastore, Storti, Macario, Carniti, Marini, D’Antoni, Pezzotta, Bonanni…sono stati investititi da questo vento di “familiarità”. 

Ma cosa sarebbe accaduto? Due i fatti recenti e tutt’e due nella regione Calabria: in pochi giorni una sorella e un nipote sono andati a ricoprire cariche di responsabilità apicale (confederali e di categoria). Sono critiche precostituite? No, basta andare a verificare le esperienze sindacali e di contrattazione maturate (o forse sarebbe meglio dire…non maturate) dai due protagonisti e quanto accaduto sul piano politico (se così lo vogliamo chiamare….) a coloro che nel recente passato ricoprirono lo stesso incarico – oggi nelle competenze…..dei parenti.

Ci limitiamo ad osservare queste degenerazioni e soprattutto prendiamo atto come tali nomine avvengano per volontà di organismi non in grado, apparentemente, di fare e di porsi domande…nonostante la libertà di espressione sia ancora tutelata dalla nostra Costituzione e, se non andiamo errati, anche dallo Statuto della Cisl.

In conclusione, ci piacerebbe sapere cosa avrebbero pensato di questi fenomeni, e quindi dell’appannamento del “codice morale” interno all’organizzazione, alcune delle figure storiche che con il loro impegno generoso e il loro prestigio hanno reso grande la Cisl.

Tony Effe e le crepe nella Giunta Gualtieri. Onorato non dovrebbe dimettersi?

La vicenda legata all’invito di Tony Effe al concerto di Capodanno al Circo Massimo ha scatenato polemiche che dietro le quinte non accennano a spegnersi. Tra chi ha saputo cogliere tempestivamente i motivi di inopportunità nella scelta del rapper, merita un posto d’onore Silvia Costa. L’ex europarlamentare si è distinta per lucidità e senso istituzionale, dando voce alle perplessità, anche interne al Pd, per lo spazio offerto ad un artista “irregolare”, noto per i suoi testi duri e scabrosi.

Roberto Gualtieri conosce e apprezza Silvia Costa, tanto che in campagna elettorale era ben disposto a designarla come sua vice sindaca. La proposta fu avanzata con discrezione dell’allora presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Tuttavia, non ci fu verso di convincere l’interessata, per la quale giocava, all’epoca, il desiderio di proseguire nel suo impegno di commissario governativo per il rilancio dell’ex carcere di Ventotene.

Fatta questa premessa, lo scivolone della Giunta Gualtieri resta evidente: non era possibile valutare con più cura la scelta di Tony Effe? Una domanda che in molti continuano a porsi, anche a dispetto dei silenzi distribuiti a piene mani dai vertici capitolini .

Intervistato ieri dal Domani, l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio ha risposto diplomaticamente alla domanda di Daniela Preziosi sulle possibili crepe nella Giunta, con possibili dimissioni: “Su un tema così –  precisa Smeriglio – non sono verosimili crepe politiche. È una situazione di difficoltà che affrontiamo tutti insieme. Il sindaco in prima persona, io con Onorato, che ha lavorato bene sui grandi eventi”.

Ma è proprio Alessandro Onorato, assessore al Turismo e ai Grandi Eventi, a trovarsi sotto attacco. Non gli è sufficiente la stima di Bettini e Caltagirone. Da tempo il suo operato è oggetto di attenzioni non sempre benevole, ad esempio per il crescente ruolo di società milanesi nell’organizzazione e promozione degli eventi della Capitale. Una dinamica che, per ragioni facilmente intuibili, desta malumori tra gli operatori romani. 

Comunque, l’errore sul concerto di Capodanno non è cosa da poco, visto il danno d’immagine procurato alla Città a pochi giorni ormai dall’apertura dell’Anno Giubilare. Buon senso vorrebbe che Onorato rimettesse il suo mandato nelle mani del sindaco, consentendo alla Giunta di ripartire con slancio e maggiore serenità. O forse è preferibile l’onda lunga del mugugno?

Mutui e credito al consumo: i segnali di ripresa del mercato

Nei primi nove mesi del 2024, le erogazioni di credito alle famiglie hanno registrato una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, trainate dalla ripresa del potere d’acquisto, da una politica monetaria più favorevole e da un mercato del lavoro in complessivo miglioramento. Questo è quanto emerge dall’ultima edizione dell’Osservatorio sul credito al dettaglio, curato da Assofin, Crif e Prometeia.

Il credito al consumo complessivo è cresciuto del 7,2% rispetto ai primi nove mesi del 2023, evidenziando un’accelerazione progressiva nel corso dell’anno. A guidare questa dinamica, sia in Italia sia in Europa, sono stati i prestiti personali (+11,2%), che proseguono il recupero avviato a fine 2023. Un contributo significativo è arrivato anche dai finanziamenti destinati all’acquisto di autoveicoli e motocicli (+7,8%), erogati presso concessionari da operatori specializzati, in linea con la ripresa del mercato delle auto usate e delle immatricolazioni di auto e moto nuove.

I finanziamenti finalizzati all’acquisto di altri beni e servizi (arredamento, elettronica, elettrodomestici, beni per l’efficientamento energetico, ciclomotori e altri beni) hanno mantenuto i volumi dello scorso anno. Questo risultato è stato possibile nonostante le difficoltà nel settore dell’elettronica e degli elettrodomestici, grazie anche al supporto dei finanziamenti “small ticket” destinati al commercio online. Nel contesto di crescente integrazione tra credito al consumo e settore dei pagamenti, le operazioni “instalment” – che consentono di rateizzare spese tramite piani predefiniti – hanno favorito un lieve aumento delle rateizzazioni via carte di credito (+2,2%). Inoltre, il miglioramento nei prestiti ai pensionati e ai dipendenti privati ha stabilizzato le erogazioni della cessione del quinto dello stipendio o della pensione, portandole vicino alla parità (-0,2%).

Nel comparto dei mutui immobiliari, i primi nove mesi del 2024 hanno segnato un ritorno alla crescita (+4,1%), sostenuto dalla ripresa dei mutui per acquisto di abitazioni e dalla continua espansione delle operazioni di surroga.

I mutui per l’acquisto di abitazioni, in particolare, hanno registrato un incremento del 14,2% nel terzo trimestre, portando la crescita complessiva dei primi nove mesi al +1,2%. Un ruolo importante è stato svolto dall’offerta di mutui green, che ha contribuito anche al miglioramento delle compravendite residenziali, in crescita a partire dal secondo trimestre 2024.

Parallelamente, le famiglie hanno continuato a orientarsi verso le operazioni di surroga, volte a ridurre il peso delle rate sui mutui stipulati a tasso variabile durante i periodi di rialzo dei tassi. Nei primi nove mesi del 2024, il valore dei mutui surrogati ha segnato un incremento significativo (+59,1%), consolidando un trend positivo.

Pregiudizi d’autore: la Chiesa cattolica nel mirino di “Conclave”.

Un famoso aneddoto, ricordato anche da Papa Francesco qualche anno fa, racconta che quando un interlocutore (forse un giornalista) chiese a Papa Giovanni XXIII “Santità, quante persone lavorano in Vaticano?” egli rispose con aria argutamente riflessiva: “…Direi circa la metà”.

Ricordiamo questa ironia del “Papa buono” per dire che nessuno si illudeva allora o si illude oggi che il Vaticano o la curia romana sia fatta tutta da santi canonizzabili, ma il ritratto del corpo cardinalizio che ne fa la scrittura di Peter Straughan (sceneggiatore anche di La talpa, da Le Carré) e la regia di Edward Berger (Niente di nuovo sul fronte occidentale) nel film Conclave, in uscita sugli schermi italiani il 19 dicembre, sembra uscito da uno di quei pamphlet anticlericali di fine Ottocento… Certo, c’è alla base un romanzo dell’inglese Robert Harris, abituato a fare i conti con i what if della storia e della politica (Fatherland, Pompei, Il Ghostwriter), ma sembra proprio che chi ha scritto e chi ha diretto il film abbiano voluto raccontare una Chiesa cattolica seguendo i loro pregiudizi e cancellando un elemento con il quale o senza il quale cambia tutto: la presenza della Grazia, e almeno un minimo di carità (frutto anche della fede) da parte dei cardinali. Se si vuole raccontare l’elezione di un Papa solo come un thriller politico, e il Papato solo come una posizione di potere da conquistare, questa è sicuramente una chiave possibile.

Intendiamoci, il film ha una certa intelligenza e ha stile, soprattutto nella recitazione e nella regia, e sta cominciando a raccogliere premi… Il protagonista è il cardinale Thomas Lawrence (non a caso inglese, interpretato da un intenso Ralph Fiennes, che qualcuno dichiara in odore di Oscar), il cardinale decano che deve condurre il conclave dopo la morte del Papa regnante. È un uomo serio, ma iper-razionale e affetto da seri dubbi di fede, che vede come candidato ideale il “progressista” card. Bellini, interpretato da Stanley Tucci, che però è un debole che non ha voglia di esporsi, e che scopriremo essere non così integro come Lawrence pensava. Ma questa candidatura è ostacolata da quella di un cardinale conservatore moderato, il canadese Tremblay, che si rivelerà non solo carrierista e doppio, ma anche corruttore di membri del collegio cardinalizio, che Tremblay pagherà per ottenere il loro voto. 

C’è poi l’ala “iper-conservatrice” guidata dall’italiano cardinal Tedesco (il nome suggerisce qualcosa?), interpretato da un efficace e gigionesco Sergio Castellitto. Ma anche la componente femminile avrà un suo ruolo: non a caso Isabella Rossellini interpreta suor Agnes, che è a capo delle suore che si occupano dei servizi di vitto e alloggio dei cardinali. Fra menzogne, viltà, tangenti, un cardinale che non rispetta il segreto della confessione, un altro che si scopre aver avuto un figlio con una suora, e altre sorprese che via via fanno progredire la storia, si arriverà ad eleggere un Papa buono e umile che però il nostro Lawrence scoprirà essere un “intersessuale”, cioè una persona nata con caratteristiche femminili (utero e ovaie), oltre a più evidenti caratteristiche maschili…

 

(Armando Fumagalli)  

 

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La pace non coincide con l’ideologia del banale pacifismo

La guerra, dal punto di vista antropologico, può essere considerata un’infezione. Infetta tutto ciò che tocca, compresi i sostenitori della pace. Sì, anche loro possono trasformarsi in bellicosi pacifisti, figure paradossali che, pur proclamando la pace, si scontrano ferocemente tra loro su come raggiungerla.

Basta osservare il linguaggio usato in certi contesti per notare come la parola “pace” venga talvolta espressa in modo così conflittuale da degenerare in un ossimoro. Questa “militarizzazione” dei pacifisti nasce da un problema di fondo: l’assolutizzazione del valore. Ogni volta che un valore viene posto su un piedistallo, isolato dagli altri e reso assoluto, si creano divisioni e conflitti. Questo è accaduto con la libertà, l’uguaglianza, e ora accade con la pace, dimenticando che essa non può esistere senza essere integrata con giustizia, sicurezza, dignità, libertà e autodeterminazione.

 

La contraddizione del valore assoluto della pace

Spesso si sente dire che un vero cattolico dovrebbe rifiutare l’uso delle armi. Ma allora figure come Sant’Agostino, San Tommaso, Giovanna d’Arco o San Giovanni Paolo II sarebbero principianti nella fede? La tradizione cattolica, nella sua complessità, ha sempre riconosciuto che la pace non è un concetto astratto, ma un problema politico e storico, determinato dalle circostanze. Se la pace è storicamente determinata, non può essere assoluta.

Da qui emerge l’esigenza di individuare le determinanti politiche della pace. Queste non possono ridursi al fatalismo di certe scuole geopolitiche, come quella dei realisti (Kenneth Waltz, John Mearsheimer), che vedono i conflitti come inevitabili. Non è la geografia a dettare legge, ma la politica, che ha il compito di progettare una convivenza tra i diversi valori, cercando di integrarli: pace, giustizia, sicurezza, ordine.

 

Problemi globali e politiche multilaterali

Oggi, questioni globali come migrazioni, terrorismo, ambiente e conflitti richiedono risposte politiche capaci di superare i limiti del determinismo. La soluzione non può essere affidata né a un mercato guidato da individui come Musk, né a un sistema unicamente multipolare, ma a un approccio multilaterale e inclusivo, capace di tenere insieme interessi e valori comuni.

Eppure, nella nostra stessa Europa, i diritti dei popoli sono stati spesso sacrificati in nome di politiche di sopraffazione. L’esempio della Russia di Putin lo dimostra chiaramente: l’operazione contro l’Ucraina è stata giustificata con la pretesa che il popolo ucraino non avesse diritto di esistere come entità autonoma, ma solo come manifestazione secondaria di quello russo. Putin, paradossalmente, ha ribadito la centralità del concetto di “popolo” sancito nel 1917 da Wilson e Lenin e poi dalle Nazioni Unite, per poi svuotarlo dall’interno. Ha mostrato che i popoli, lungi dall’essere entità naturali, esistono solo in relazione alla forza che riescono a esprimere, e che anche i diritti, senza forza a sostenerli, restano fragili.

 

I diritti e la forza: una relazione conflittuale

Le azioni di Putin ci ricordano che i diritti, compresi quelli individuali, non sono garantiti per natura, ma dipendono dalle condizioni politiche e dalla forza. La Modernità, fondata sui diritti, si rivela così vulnerabile: ciò che è moralmente giusto può esistere solo in modo conflittuale e provvisorio, perché è sempre legato alla capacità di difenderlo.

In questo scenario, il compito della politica non è inseguire ideali assoluti, ma costruire un equilibrio dinamico tra i valori, evitando che la pace, o qualsiasi altro principio, si trasformi in un’arma per nuove divisioni e conflitti. La vera sfida non è rendere la pace un valore isolato, ma integrarla in una visione che tenga insieme giustizia, sicurezza e dignità per tutti.

La sentenza di Palermo non equivale a una vittoria politica del salvinismo

L’assoluzione di Matteo Salvini nel processo di primo grado è stata accolta da molti come una vittoria, ma a mio avviso si tratta di una sentenza che non è esente da considerazioni politiche più generali. L’ex ministro dell’Interno ha spesso adottato atteggiamenti che possono essere letti come una sfida verso i giudici, sostenendo posizioni che sembrano aderire all’idea che il potere esecutivo debba essere svincolato dai controlli e dai bilanciamenti propri delle istituzioni democratiche. Questo approccio, alla lunga, rappresenta una messa in discussione degli equilibri costituzionali.

Non si tratta di un atteggiamento isolato, ma di un contesto politico più ampio in cui si discute di riforme come il premierato forte, che mira a concentrare il potere decisionale in una sola figura, sotto lo slogan “Non disturbare il guidatore”. È lecito allira interrogarsi se la sentenza sia stata dettata anche da ragioni di opportunità politica: destabilizzare un partito – la Lega –  che sostiene l’attuale governo, senza tuttavia conoscere quali possano essere le alternative praticabili, avrebbe potuto generare conseguenze difficili da gestire.

È comunque importante ricordare i punti centrali delle accuse mosse a Salvini: decisioni prese unilateralmente e non in collegialità con il governo, sequestro di persone, trattamento disumano riservato a migranti già in condizioni critiche. Era ed è, a tutti gli effetti, un quadro di “allarme civile” destinato a rimanere inciso nella memoria collettiva.  Da tutto questo il salvinismo ne esce comunque indebolito perché l’ideologia di supporto, sbandierata con grande enfasi, rammenta i pericoli ad essa soggiacenti.

Anche se l’assoluzione – “perché il fatto non sussiste”- consente a Salvini di gridare vittoria, rimane cruciale la necessaria riflessione, al di là della sentenza, sull’importanza del rispetto per i più deboli. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 ci ricorda l’obbligo di agire nel rispetto della dignità e dell’uguaglianza della “famiglia umana”. Più che dividerci sul giudizio di un tribunale, avremmo necessità di attenerci alla lezione che promana dalla vicenda nel suo complesso, per riuscire a preservare non solo la fiducia nel nostro ordinamento giuridico, ma anche i valori fondamentali della nostra società.

Cleopatra/Meloni e Cesare: i dilemmi dell’impero.

Dall’aula magna della Curia Iulia giungono le urla della regina d’Egitto, che non la manda a dire. È scomposta nella voce e nei modi; l’eloquio vira decisamente verso il popolar-nazional-plebeo. I senatori storcono il naso, abituati all’oratoria di Cicerone.

Nella piccola stanza attigua si trovano Cesare e pochi senatori di lungo corso, intenti a intrattenere l’imperatore sul possibile discorso al popolo romano che la regina egiziana Cleopatra/Meloni intende pronunciare per la festa del solis invictus (Natale per i non romani).

È tradizione che chi governa l’impero, per dote propria o per incarico dell’imperatore, offra ogni anno un po’ di beneficenza al popolo e un breve discorso di auguri per un anno prospero e felice.

Quest’anno, però, i senatori presentano a Cesare una lista di ciò che il popolo non gradirebbe sentire.

Il senatore librarius, incaricato di leggere la lista, inizia.

Punto uno: Cleopatra salirà sul carro – o forse no, su una familiare da casa sua – e, bella per l’occasione, dirà che ha lavorato sodo, ha dato il sangue e versato sudore come pochi. Tuttavia, dopo due anni di navigazione, la situazione è ancora un disastro, e ha bisogno di tempo – almeno un annetto – per completare il mandato di Cesare. Chiederà una proroga… e sesterzi.

A sentire ciò, Cesare alza gli occhi al cielo, allarga le braccia ed esplode in un “Quirine!”. Poi lascia cadere rumorosamente le braccia sulle gambe e si adagia sul trono.

Il librarius continua.

Punto due: Il funzionario dell’erario si è dimesso come un novello Cincinnato, lasciando l’incarico. Bisogna trovarne un altro. “Quirine!”, esclama Cesare, ma questa volta non basta. Invoca tutto il pantheon degli dèi.

La cassa dell’impero non è colma, ma per fortuna il fondo non si vede ancora. Tuttavia, sull’erario Cleopatra cosa dirà? I romani, da sempre, pagano le tasse controvoglia, ma le pagano; e l’impero si regge anche sui loro sesterzi, non solo sui bottini di guerra.

Se il capo dell’erario se ne va senza portarsi via nemmeno un sesterzo, i romani, sospettosi per natura, mormorano che forse gli egiziani vogliono portarsi la cassa dell’impero a casa loro, in Egitto!

Cesare si incupisce, accartocciandosi nella sua toga bianca. La regina porta guai, altro che festa per il solis invictus e rinascita dell’impero.

Punto tre: L’assetto dell’impero. Cleopatra/Meloni lo vuole federato, con tante province e un capo solo. Cesare, invece, lo vuole come lo ha trovato e lasciato: una Repubblica. Di federati vede solo gli alleati.

I iudices maximi hanno detto che sentire il popolo si può fare, e forse si deve. Cesare, però, sa come andrà a finire: il popolo romano, se lo fai parlare, o ti accarezza o ti dà un ceffone. Non conosce mezze misure.

Il librarius prosegue.

Punto quattro: gli stranieri. Punto cinque: il lavoro e le pensioni. Punto sei: la salute. Punto sette: la scuola. Punto otto: i trasporti. Punto nove:

La voce del librarius si perde nella stanza. Cesare si alza al punto quattro, con la bile in circolo. Stringe la toga, esce senza un cenno o una parola.

Il librarius tace. In lontananza si sentono i passi di Cesare. Quest’anno niente discorso di festa per il solis invictus. Sarà bene chiarire con la regina Cleopatra che anche l’amore per un vecchio dux ha il suo termine.

N.B. “Quirine” è un vocativo in latino che si riferisce a Quirino, un epiteto del dio Romolo, il leggendario fondatore di Roma. Quirino è una divinità associata alla protezione della città e spesso invocata nei contesti religiosi o solenni. Nel testo, l’esclamazione “Quirine!” è usata in modo enfatico e ironico per esprimere il senso di esasperazione o invocare un aiuto divino davanti a situazioni difficili o paradossali. [Ndr]

Russia come “Terza Roma”: ambizioni imperiali tra passato e presente.

Stefano Caprio

[…] A questo proposito riflettono anche gli storici Jaroslav Šimov e Nikita Sokolov, nel programma di Radio Svoboda su “Vita e morte dei grandi imperi”, chiedendosi se l’impero russo sia definitivamente scomparso o stia piuttosto risorgendo. Si ricordano le parole del ministro per l’economia degli ultimi zar, Sergej Witte, forse il miglior amministratore che la Russia abbia mai avuto, che affermava: “Io non conosco la parola Russia, per me esiste soltanto l’Impero Russo”. Per secoli l’impero è stato il senso e la forma prevalente dell’esistenza della Russia, a cui si destinavano i sacrifici delle persone, l’intero sistema economico, il benessere dei cittadini.

L’impero russo si è disgregato almeno tre volte, nella Smuta seicentesca e più di recente con la rivoluzione del 1917 e la fine dell’Urss nel 1991, e ogni volta si è riformato sotto nuove vesti. La “sovranità” putiniana è il tentativo attuale di ripristinare la struttura e soprattutto la mentalità imperiale, come afferma anche lo storico scozzese Geoffrey Alan Hosking, uno dei patriarchi della russistica britannica, che paragona l’impero britannico all’impero russo, affermando che “da Mosca a Washington, siamo ancora in queste dimensioni”, risalendo al primo zar Ivan IV il Terribile e a Elisabetta I d’Inghilterra, la “regina vergine” alla metà del Cinquecento, fino ai giorni nostri.

Šimov ricorda peraltro la differenza tra gli imperi marittimi, come quello britannico che ha sempre avuto possedimenti lontani dalla patria, e quelli come la Russia, o anche la Cina, gli Asburgo e l’impero Ottomano, che si allargano “a morsi” sullo spazio terrestre. Questi imperi “continentali” si basano sullo stretto legame con la metropoli capitale, il nucleo da cui parte l’espansione, e a cui si riferiscono tutte le provincie; questo tipo di impero è rivolto sempre verso sé stesso, non si integra con altri popoli e altri culture, ma li sottomette e li adegua alla propria stessa identità, ed è proprio questo il senso del “sovranismo” che impone una gerarchia verticale di valori e di espressioni, altrimenti rischia di perdere sé stesso.

La culla di tutti gli imperi, la Roma antica, riassumeva entrambe le dimensioni, quella verticale e quella orizzontale, abbracciando l’intero mare Mediterraneo ed estendendosi nei diversi continenti, concedendo la cittadinanza anche a chi non aveva mai visto né la capitale, né il territorio originario dell’Italia, come accadde anche all’apostolo Paolo, fornendogli la giustificazione giuridica per evangelizzare la Roma pagana. La Russia ambisce a rinascere sempre come “Terza Roma”, russificando popoli e culture via terra e via mare, e nel mondo contemporaneo anche attraverso gli spazi virtuali dell’informazione e dell’attrazione artificiale.

Nella struttura attuale della Federazione Russa ci sono molti “relitti imperiali”, come afferma Sokolov, con incertezze nella definizione delle unità “sovranazionali” che s’intrecciano nelle oltre cento regioni russe, che si riferiscono spesso ai principi dinastici delle famiglie dei potenti, come in Siberia e in Asia centrale, o ai principi religiosi dell’Ortodossia e dell’Islam, con il retrogusto dell’ideologia sovietica “inversamente religiosa”, di cui rimangono tracce evidenti nei vertici dello Stato e nell’anima dei cittadini. In questo senso il principio imperiale è l’opposto di quello nazionale, e nella Russia di oggi questo appare evidente: Putin parla di “sovranismo” in senso imperiale, quando il “nazionalismo” si riferisce principalmente alle spinte separatiste dei popoli minori, o alla xenofobia dei movimenti russi della destra radicale.

La guerra per l’Ucraina è la guerra per l’impero, per quello che ne costituisce il “morso originario”, e Mosca non può staccare i suoi denti da Kiev, a prescindere dalle possibili trattative di pace che probabilmente cominceranno a svilupparsi nell’anno nuovo. La sovranità dell’Ucraina è la fine dell’impero russo, e l’identità ucraina sarà la vera scommessa per il futuro, non essendosi mai veramente definita nelle lotte passate tra gli imperi europei e la guerra fredda sovietica. I grandi imperi europei sono tutti scomparsi nel XX secolo, e con l’attuale svolta antiglobalista dell’America si ritira anche quello statunitense, che simbolicamente aveva messo fine alle sue pretese mondiali fin dall’abbandono dell’Afghanistan nel 2021. Rimane solo l’impero anacronistico della Russia, il sovranismo degli zombie che si aggirano per il pianeta, in cerca di qualche Paese da conquistare per poter trovare sé stessi.

 

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Il giustizialismo mediatico e politico mette a dura prova la democrazia

Autorevolezza della politica e confronto nel merito delle questioni centrali della società, dovrebbero essere considerazioni ordinarienelle modalità di ingaggio proprie di una democrazia liberale. 

Da anni però nel nostro Paese questa evidenza è purtroppo venuta meno; il contrasto politico si è sempre più spostato dai contenuti programmatici al costante ricorso alla demonizzazione dell’avversario. Un metodo dirompente e spesso prevaricante degli equilibri propri dei poteri dello Stato determinati dalla nostra Costituzione.

Il clamore mediatico sull’inchiesta giudiziaria conclusasi con il proscioglimento di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e altri loro collaboratori, è l’ultimo episodio dell’alterazione di questi equilibri. Anche le modalità utilizzate nelle determinazioni dell’inchiesta Open non possono non alimentare dubbi su un utilizzo distorto di questa come di altre inchieste giudiziarie. Troppo forte è il legame tra i tempi di alcune indagini e gli scenari politici in corso. Limitandoci alle ultime sentenze, possiamo esportare questa conclusione oltre che all’inchiesta Open anche ai casi riferiti all’ex Sen. Stefano Esposito e all’ex Sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti.

Teoremi con conseguenze dirette nella competizione politica e con strumentalizzazioni fatte proprie da diverse aree della sinistra, dal Movimento 5 Stelle e dall’attuale destra di governo, che hanno oggettivamente lucrato sulle gogne mediatiche a cui sono stati sottoposti gli accusati.

La stagione riformista aperta nel centrosinistra da Matteo Renzi, anche con alcuni limiti oggettivi, ha comunque introdotto novità significative sul piano dell’innovazione tecnologica (industria4.0), della solidarietà sociale (erogazione degli 80€, legge sul “dopo di noi”, Riforma del Terzo Settore, norme di contrasto al caporalato) e dei diritti (unioni civili); il pur discusso “jobs act”, se da una parte ha compiuto l’ultimo atto di superamento dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, nel contempo eliminava le “dimissioni in bianco”. Una serie di provvedimenti, al di là delle nostre convinzioni personali, che hanno comunque creato discontinuità con le tradizioni di potere della sinistra storica, che si è sentita depauperata di un ruolo guida della coalizione di centrosinistra, e che ha messo in difficoltà il centrodestra sul piano della visibilità e della popolarità.

La risposta a tutto ciò è stata quella di superare i contenuti del confronto su questi temi, concentrando invece sulle inchieste giudiziarie, rivelatesi poi penalmente inconsistenti, la “battaglia” politica. Un limite clamoroso per la qualità della propostaculturale e della stessa autonomia delle forze politiche, che si sono affidate a queste conclusioni.

C’è pertanto la necessità di recuperare l’autorevolezza della politica e l’equilibrio del confronto democratico per superare queste contraddizioni e queste distorsioni.

Un compito delicato che potrà e dovrà essere preso in carico da una rinnovata iniziativa del riformismo ispirato al cattolicesimo democratico. Si stanno creando le condizioni storiche per ripartire verso una formazione che valorizzi il bene comune e la politica come servizio e baricentro delle previsioni della nostra Costituzione.

Siamo pronti per questa sfida entusiasmante.

Dibattito | Ai progressisti manca un Centro liberale: parola di Bettini.

Goffredo Bettini è una personalità politica che, di norma, non dice mai cose banali o scontate. Detto con altre parole, è un vero interlocutore politico. Certo, e come ovvio, Bettini continua ad essere un perfetto distillato del comunismo nella sua versione italiana. In lui si rintracciano e si rivedono tutti i paradigmi essenziali del Pci, nessuno escluso. Perché anche se la ‘casa madre’ si è esaurita per conclamato e manifesto fallimento politico ed ideologico, è del tutto naturale che restano intatte la cultura, la prassi e la concezione politica che deriva da quei postulati. E la sua lettura della politica contemporanea conferma entrambi gli elementi: e cioè, la sua intelligenza politica da un lato e la sua fedeltà all’antico impianto comunista dall’altro. E, per fermarsi alla riflessione su come ricostruire un Centro nella coalizione di sinistra e progressista, le tesi di Bettini non solo sono interessanti ma sono anche azzeccate perché quasi oggettive. 

Per farla breve, Bettini sostiene che nella coalizione di sinistra e progressista è necessaria una presenza centrista. Ed ha perfettamente ragione. Ma non un vago ed indistinto centro cattolico e riformista. Quello già esiste ed è presente nel Pd che era, e resta, un partito di centrosinistra. Senza trattino. Perché il Pd è nato, appunto, come un partito di centrosinistra per la fattiva e costruttiva collaborazione tra gli ex comunisti e la sinistra democristiana. Con altri approcci culturali, politici, sociali e programmatici come ovvio e quasi scontato. 

Dopodiché è di tutta evidenza che il Pd di Marini, Veltroni, Rutelli e D’Alema non è più quello della Schlein. L’attuale guida politica del Pd, espressione di una sinistra radicale, massimalista e libertaria è lontana anni luce da quel partito. Ma questo è anche, e soprattutto, il frutto della evoluzione dei tempi e del cambiamento repentino delle classi dirigenti. Il dato di fondo, però, e per tornare a Bettini, è che la presenza centrista che oggi serve – ed è quantomai necessaria – alla coalizione progressista è quella di avere un polo liberale, repubblicano, liberista, libertario e modernizzante che abbia la forza d’incidere in una alleanza fortemente sbilanciata a sinistra. 

Nulla a che vedere, quindi, con un centro cattolico. Anche perché, ed è una riflessione nota anche ai sassi, il Ppi prima e poi la Margherita sono confluiti quasi per intero nel Partito democratico. Quasi 20 anni fa, tra l’altro. Ed è del tutto naturale che il Pd non imploda al suo interno per dar vita ad un altro polo centrista. Nè è prevista, almeno ad oggi, una fuga di massa dal Pd dei cattolici e dei centristi presenti in quel partito – che, tra l’altro, è anche in crescita elettorale – per approdare in un indistinto raggruppamento centrista. Per questi motivi, semplici ma chiari ed essenziali, la riflessione di Bettini coglie nel segno. Insomma, per dirla con altre parole, alla coalizione progressista serve una presenza simile a quella che nella prima repubblica ricoprivano partiti come il PLI e il PRI. Cioè partiti con una forte connotazione laicista, moderata e liberal/liberista che l’attuale Pd non riesce ad intercettare. 

Per non parlare, come ovvio e persin naturale, della sinistra fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis o dei populisti dei 5 Stelle. Questa è, oggi, la vera priorità e la vera emergenza per la coalizione che la segretaria del Pd sta lentamente e “testardamente” costruendo e consolidando in alternativa al centrodestra dove, com’è altrettanto ovvio, per quanto riguarda il Centro la situazione è molto più semplice perché esiste un solo partito centrista che è Forza Italia. Oltretutto, come ci dicono quasi tutti i sondaggisti, lo spazio elettorale del Centro non è affatto illimitato. Il 7,6% ottenuto alle elezioni del 2022 con l’ormai famoso ‘Terzo polo’ poi miseramente fallito, fu possibile perché, come ripete sempre la Ghisleri, si trattava di un Centro che si è presentato in autonomia rispetto ai due schieramenti maggioritari.

Un’eventuale alleanza, nel caso specifico con la coalizione di sinistra, avrebbe un risultato molto diverso proprio perché non si tratterebbe più di un progetto politico autonomo ma semplicemente parte di una coalizione. Comunque sia, e come sempre, la riflessione di Bettini è del tutto calzante e pertinente. E fa discutere.

L’eredità invisibile: ciò che impariamo dai nostri genitori

Ho un lontano ricordo di quando – in una pausa lavorativa (il mio ufficio era a due passi dal Duomo di Milano) – aggirandomi tra tavoli e scaffali al primo piano della libreria Rizzoli in Galleria, ebbi la fortuna di incrociare Enzo Biagi, che, a pochi metri da quella esposizione, aveva un suo ufficio (che chiamava “la bottega”). Grazie all’intercessione della sua segretaria, la signora Pierangela, riuscii a farmi ricevere e a intrattenermi con lui per una mezz’ora, conversando sui temi dei suoi articoli e dei suoi libri. Ero sorpreso io stesso dalla sua ospitalità e, “molti anni dopo” (come scriverebbe García Márquez), ricordando quel primo incontro con il famoso giornalista e intervistando poi Rita Levi Montalcini, Ettore Scola, Pupi Avati, Giulio Andreotti, Milva Biolcati, Alda Merini, il card. Carlo M. Martini, il suo “amico speciale” card. Ersilio Tonini e altri testimoni del nostro tempo, mi radicai in un convincimento che non ho più abbandonato: i veri “grandi” sono persone semplici, perché ti mettono a tuo agio e si fanno capire, fino a scambiarsi le reciproche inadeguatezze, come mi ha insegnato Pupi.

 

Durante quella piacevole conversazione, chiedendo a Biagi che cosa aveva conservato tra i suoi ricordi degli incontri con i potenti della Terra, ricevetti una risposta disarmante (che avrei letto poi, un giorno, più articolata nella prefazione del libro di Susanna Tamaro Va’ dove ti porta il cuore):
“Di tutto ciò che ho conosciuto e imparato nella mia vita, ciò che considero veramente importante sono quei tre o quattro insegnamenti ricevuti dai miei genitori”.

Tante cose sono accadute intorno a me da allora. Alcune mi hanno forgiato, altre solo illuso. Ho conosciuto molte persone e ho sempre cercato le spiegazioni della vita negli altri e nelle relazioni umane. Se uno riannoda il gomitolo della propria esistenza, ci sono impressioni, suggestioni, emozioni, insegnamenti, esperienze che restano impresse, anche se lontane e a volte casuali. Episodi che si appalesano come presenti, mettono a fuoco dettagli che fanno parte della nostra riservata intimità, perché è sempre utile rivisitare il passato.

Tutto concorre a formare convincimenti: l’esperienza è fatta di corse, di soste, di bivi di fronte ai quali si deve scegliere. Ed è proprio vero, verissimo, che, anche se fisicamente non si torna indietro, il ricordo e la memoria sono gli scrigni preziosi a cui, consapevolmente o meno, attingiamo. Sono la sedimentazione del passato che si materializza come in un flash e ci fa capire che la vita è breve e imponderabile, e che aveva ragione Biagi a ricordare gli insegnamenti appresi in famiglia come fonte di verità per la vita.

Viene da chiedersi, guardandosi attorno, come il mondo cambi in fretta, troppo velocemente, e come, in famiglia, a scuola, nella vita sociale, i sentimenti prevalenti non siano più quelle pallide rappresentazioni che riaffiorano dalla nostra infanzia e adolescenza. Quando la cronaca si supera in efferatezza e ci sorprende con fatti nuovi che occultano il bene, la solidarietà, la buona educazione ricevuta, il rispetto, vuol dire che si materializzano mutamenti oggettivi che suscitano e radicano convinzioni ed emozioni personali e soggettive che non sempre riusciamo a realizzare.

Eppure hanno ragione Andreoli, Crepet, Morelli quando, con lungimirante insistenza, ci spiegano che le emozioni e i sentimenti sono il sale della vita, l’ancora a cui ci aggrappiamo per consolidare in noi stessi la consapevolezza della nostra identità. Sono le “farfalle dell’anima”, come le chiama Giulio Maira, ricordi che si trasformano in sogni e speranze o semplicemente in nostalgie che spesso ci consolano e ci danno la forza di vivere.

È fortunato chi ha avuto un’infanzia felice: questo devono impararlo le famiglie e la scuola di oggi, per immedesimarsi nel realizzare una buona educazione, con coscienza e motivazione. Serbando gratitudine e riconoscenza per gli insegnamenti ricevuti da chi ci ha preceduti. I miei genitori sono stati certamente migliori di me, e anche io – come mi disse Biagi – sono convinto di aver appreso da loro ciò che conta davvero nella vita, quelli che un tempo venivano chiamati valori.

Ciò che oggi mi sorprende è che vengano rimossi, cancellati, messi in discussione per far posto all’effimero e al breve. La “casa” era il posto in cui ci si ritrovava, “tornando la sera delusi piano piano”, come aveva scritto Luigi Tenco nel testo della canzone Un giorno dopo l’altro. Solo molto tempo dopo ci si rende conto – assaliti dagli inganni e dalle sorprese della vita – che davvero gli insegnamenti più veri e gratuiti, affettuosi e disinteressati, erano le parole, i consigli, le raccomandazioni, i segreti, perfino i “sì” e i “no” che ascoltavamo in famiglia.

De Gasperi, la sconfitta del 1953 e il risveglio delle nuove generazioni.

Giovanni Tassani

Il risultato sfavorevole del 7 giugno è sentito come una sconfitta generazionale dai giovani Dc. Ed il clima che prevale dopo quella data approfondisce in loro l’incertezza. I partiti laici minori, da sempre oggetto delle migliori attenzioni di De Gasperi, a causa diciò più volte oggetto degli strali dossettiani, gli volgono ora le spalle. In primis Saragat, che avrebbe voluto stabilire in legge un premio di maggioranza anche più alto per contrattare poi da posizioni più forti con i socialisti nenniani una futura riunificazione. Lo spirito democratico e liberale di De Gasperi vorrà cancellare la legge maggioritaria, pur non passata per un pugno di voti, e su cui neppure chiederà una verifica. Restano gli echi delle propagande, a sinistra, a destra e tra i dissidenti di centro, circa una “legge truffa” con cui la Dc avrebbe voluto ridurre gli spazi di democrazia nel Paese: l’esatto contrario di quanto sostenuto da De Gasperi e dai gruppi giovanili del suo partito. De Gasperi non otterrà la fiducia, il 28 luglio, su un suo VIII governo, monocolore, grazie proprio all’astensione dei partiti centristi minori, suoi ex alleati. Piccioni, incaricato da Einaudi, rinuncerà per contrasti sui dicasteri con gli stessi minori. Passerà infine, quasi a fine agosto, un monocolore Pella, votato anche dai monarchici e con astensione del Msi e del Psdi. Fanfani sostituisce Scelba agli Interni, deludendo molti, anche tra quelli che avevano compreso il suo precedente ingresso all’Agricoltura, motivato come sostegno alla riforma agraria iniziata da Segni. Un quadro dunque molto diverso da quello auspicato da De Gasperi e dai gruppi giovanili.

 

Il primo sintomo di crisi tra i giovani è l’incerto procedere di “Per l’Azione”, che nel corso dell’anno si arenerà. Nonostante l’acquisizione di molti nuovi elementi nel quadro nazionale, comincerà a porsi il problema dell’inserimento nel partito adultodei cosiddetti “senatori”: l’inserimento come – davvero – “terza generazione” della Dc, che non poteva non presupporre un’integrazione positiva con la seconda generazione, ormai destinata a subentrare alla prima nella conduzione del partito e della politica italiana. Ma che non avverrà senza resistenze della seconda generazione.

Dal punto di vista culturale le acquisizioni della cultura giovanile: un’attenzione non ideologica alla storia nazionale, la curiosità sociologica per le specificità regionali e di periferia, le riflessioni sulle “strutture” politiche, economiche e giuridiche necessarie a una rivoluzione democratica, nel nuovo incerto contesto non verranno abbandonate, ma la prospettiva sarà necessariamente estesa oltre il limitato perimetro di un centro democratico che non ha dimostrato consistenza. 

Maggior attenzione verrà dedicata dalla nuova leva giovanile, ai temi che compaiono su “Lo Spettatore italiano” che dal 1951 mirava a un confronto tra eredità liberale e opposizione anche comunista e interpretava le insufficienze e le crisi del “partito cattolico”.  Lo stesso Malfatti, e Baget Bozzo, sono dapprima influenzati da quello che, con stile crociano, scrive, non firmandosi, su quella rivista, diretta da Elena Croce e Raimondo Craveri, Franco Rodano con alcuni suoi sodali restati nel Pci, ma con originalità e molta indipendenza intellettuale.

Felice Balbo ed il suo gruppo continueranno a influenzare invece, alcuni altri giovani, in primis lo stesso Baget Bozzo e Bartolo Ciccardini, ma anche di formazione Fuci, come Claudio Leonardi e Paolo Trionfi, o non Dc come Gino Giugni, con la nuova rivista “Terza generazione”, che intende riferirsi ora ad una nuova generazione italiana, oltre o accanto ai partiti, ma in un senso più ampio, quasi meta-politica e nazionale. 

Una terza esperienza, interna al partito Dc, sarà invece la fondazione articolata nel paese, ma a spinta inizialmente lombardaed emiliana, di una corrente che, staccandosi dagli adulti di Iniziativa democratica, giudicati come esperti di operazioni “di vertice”, vorrà chiamarsi “La Base”.

Tra estate e autunno 1953, dopo il colpo subito il 7 giugno, partiranno dunque nuove esperienze di giovani che conservano tutte una prossimità con l’esperienza degasperiana, che ha consentito loro un approccio alto, ispirato e in definitiva laico – nel senso di una autonomia di giudizio rispetto a Chiesa e Azione cattolica – ai problemi italiani e internazionali.

Del resto De Gasperi non appartiene al passato, è vivo e deciso a giocare un nuovo ruolo nella politica italiana: il giorno prima della fondazione a Belgirate, 28 settembre, della corrente di Base, a Roma De Gasperi è eletto segretario politico della Dc. Ottiene in CN 49 voti a favore, ma anche lo smacco di 25 schede bianche, di scontenti della sua ex maggioranza che ora gli imputanotacitamente di essersi consegnato a Iniziativa democratica.

Un De Gasperi preoccupato per il difficile cammino europeo in tema di difesa comune, e di salute indebolita, condurrà la Dc al suo V Congresso, Napoli, 26-29 giugno 1954, ove la corrente di Iniziativa democratica, con Amintore Fanfani, ormai da mesi suo leader incontrastato, e prossimo segretario politico, cambierà per molti aspetti volto e funzione alla Dc. 

De Gasperi, che aveva previsto alla ripresa di settembre incontri con i più giovani consiglieri nazionali eletti al Congresso di Napoli, muore a Sella il 19 agosto.

È già iniziata un’altra storia, ben diversa dalla precedente, anche per i giovani Dc .

 

[Si ringrazia l’autore per aver dato il consenso alla riproduzione del testo].

La Voce del Popolo | Attenersi alla sobrietà e alla misura dei padri.

L’eclissi del centro è stata un dramma per i suoi adepti e una liberazione per i suoi avversari. Sarebbe il caso dunque di rimanere per quanto possibile allineati a questo doppio registro, a seconda che si faccia il tifo per il ritorno o per la scomparsa. 

Quello che suona ingiusto, piuttosto, è quella sorta di chiacchiericcio caricaturale che accompagna puntualmente ogni dibattito su queste vicissitudini. Il centro è stata una storia, ma non una moda. Come storia conserva una sua paradossale attualità, e chiunque ne abbia fatto parte sa che alcuni di quegli argomenti e di quei costumi prima o poi ritorneranno come sempre è accaduto nelle vicissitudini del nostro paese. 

Ma appunto per questo occorre sempre mantenersi a prudente distanza dal culto dell’attualità. Che è il terreno più insidioso per quanti si sforzano di ragionare per quanto possibile sulla lunghezza d’onda della storia. Anche per questo si vorrebbe suggerire ai protagonisti futuri di questa vicenda di attenersi alla sobrietà e alla misura che è stata propria dei loro (e nostri) padri. 

Un registro che non sembra aver appassionato più di tanto gli eroi eponimi del terzo polo appena dismesso. Ma che fatica a suggestionare anche gli ipotetici successori di cui si parla in questi giorni. 

A tutti loro viene spontaneo rivolgere un augurio di buon lavoro. E insieme l’affettuoso consiglio di non farsi troppo abbagliare dalle luci della ribalta. Quelle luci che ora brillano sul capo dei protagonisti dedicati alla reciproca radicalizzazione. E che diventeranno più soffuse non appena cambierà l’ordine del giorno della nostra contesa politica.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 19 dicembre 2024.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

A destra preoccupa la formazione di una nuova Margherita

Quanto potrebbe essere decisiva la nascita di un partito capace di riconquistare lo spazio politico che fu occupato, prima della costituzione del PD, dalla Margherita, il partito guidato da Francesco Rutelli una ventina d’anni fa, lo testimonia il duro attacco mosso a Romano Prodi dalla Presidente del Consiglio nel corso del suo sguaiato comizio a chiusura della festa di Atreju.

Lo ha riconosciuto su il Giornale Augusto Minzolini, osservatore di lungo corso della politica nazionale, non certo imputabile d’essere un amico del centrosinistra. “L’obiettivo della Meloni – ha scritto – è semplice: evitare che il campo largo si doti di un’area moderata, di un centro alla destra del PD”. Prodi infatti da qualche tempo si è reso conto, e ha con onestà intellettuale cominciato a dirlo in chiaro, che il PD nella versione Schlein se da un lato ha riconquistato uno spazio elettorale a sinistra frenando l’emorragia di voti verso i 5 Stelle, dall’altro ha lasciato completamente scoperto lo spazio del centro, posta l’oggettiva emarginazione nel partito della sua componente riformista e in particolare di quella di provenienza popolare. E dunque quello spazio deve essere riempito.

La Premier è un politico a tutto tondo e ha colto subito la pericolosità dell’idea, decidendo così immediatamente di picconarla. Molto meglio per lei uno scontro diretto con Schlein impostato sull’identitarismo che un rischioso confronto con qualcuno in grado di parlare anche ad un elettorato non ideologico, non radicale, avulso dagli eccessi verbali e dalle troppo esibite manifestazioni di parte. Un elettorato che in una qualche misura (non ancora facilmente quantificabile, ma certamente non irrisoria) si è rifugiato nell’astensionismo e che in altra misura, pure essa da definire meglio ma non minuscola, sta guardando a Forza Italia e quindi a destra e non a sinistra.

Secondo il suo stile prudente e nei suoi modi felpati anche Paolo Gentiloni, in una lunga intervista concessa al direttore de il Foglio, ha proposto il tema, valutando “fondamentale” il contributo che potrebbe apportare l’area politica associabile a quell’esperienza “che per alcuni anni facemmo e che si chiamava Margherita”.

Una qualche soddisfazione per chi, come lo scrivente, ritiene ormai da tempo una necessità inderogabile la ricostruzione di un nuovo centro-sinistra dopo la vittoria del destra-centro alle politiche del 2022 e dopo il cambiamento strutturale intervenuto nel PD a partire dalle primarie del febbraio 2023. “Al centrosinistra manca il centro. Uno spazio da occupare”, scrivevo qui lo scorso giugno. Ma, al di là della soddisfazione, che a ben poco serve, la questione è reale e fa piacere che inizi ad essere considerata con attenzione.

Ma non è di facile soluzione. Occorre esserne consapevoli. Soprattutto se prima ancora di cominciare il lavoro ci si divide sui nomi, come se la disastrosa e negativa esperienza del duo Calenda-Renzi non avesse insegnato alcunché. Ho trovato da questo punto di vista, ad esempio, assai sgradevoli le affermazioni del sindaco di Milano circa la presunta scarsa popolarità di Ernesto Maria Ruffini: a fronte di un progetto politico serio e di enorme importanza, e proprio per questo di assai complicata attuazione, deve prevalere la solidarietà fra le persone che si propongono di interpretarlo. Di più: che dovrebbero costruire le condizioni per la sua realizzazione concreta sul territorio e fra la gente comune, impegnandosi dunque – piuttosto che in sterili diatribe sul possibile leader – nella definizione del progetto, delle sue derivazioni programmatiche e, soprattutto e prima di tutto, del suo perché. Un perché ambizioso nei suoi termini ideali, in quanto motivato da un impegno solidale per il bene collettivo; e pure nei suoi termini politici, in quanto determinato a divenire decisivo, con un dato quantitativo importante e non certo da “cespuglio” (altrimenti a ben poco servirebbe) per far tornare il centro-sinistra alla guida del Paese. Come lo fu con Prodi. Meloni lo ha capito bene, avendo fiuto politico. Chissà che, finalmente, lo comprendano anche quelli che dovrebbero esserne gli attori protagonisti.

Da Atreju al Parlamento: nervosismo e alterigia della Premier.

L’appuntamento di Atreju poteva anche essere un’occasione di incontro e di dibattito politico, se solo qualcuno avesse avvisato l’on. Meloni che da oltre due anni non è più all’opposizione. Ma evidentemente, presi da altri problemi, gli organizzatori hanno dimenticato di avvisarla. Peccato, perché le scene di isterismo allequali abbiamo assistito sono state davvero squallide; uno spettacolo messo in scena per giustificare le sue piroette politiche evitando accuratamente di parlare delle questioni che stanno mettendo in difficoltà tanti cittadini ed il sistema produttivo italiano.

Da due anni la produzione industriale è in continua diminuzione e diversi gruppi industriali stanno scappando dall’Italia a causa del progressivo deterioramento delle condizioni economiche e di mercato del nostro Paese.

Bisogna aver chiaro che se oggi l’Italia non è ancora ufficialmente in recessione con un PIL che si mantiene di poco sopra lo zero (tra lo 0,4 e lo 0,5) è solo grazie al trascinamento degli investimenti generati dal fondo Next Generation UE (PNRR) messo in campo dall’Unione Europea all’indomani della pandemia; grazie quindi a quel fondo di sostegno contro il quale – irresponsabilmente – votarono gli esponenti di Fratelli d’Italia nel Parlamento europeo.Senza gli investimenti generati dal PNRR oggi il nostro PIL sarebbe sicuramente inferiore allo zero, con un numero preceduto dal segno negativo.

Ma quel fondo non è eterno, deve comunque essere utilizzato in modo efficiente e soprattutto non può risolvere tutti i problemi che derivano da scelte sbagliate di politica economica e industriale.

La Legge di bilancio che sta per essere varata dal governo è un palese atto di iniquità sociale e politica, soprattutto perché viene calata nella cornice di un paese che si sta di fatto avviando verso una fase di recessione economica dagli esiti imprevedibili.Bisogna svegliare “Giorgia” dal sogno nel quale vede un’Italia senza problemi. Qualcuno gli dovrebbe spiegare che se governi è assolutamente inutile (oltre che di pessimo gusto e di scarsaeducazione) attaccare e urlare contro avversari politici, giornalisti e uomini di cultura; perché se le cose vanno male l’onore e l’onere di intervenire è in capo a chi governa. Gettare continuamente del fumo negli occhi degli italiani non è un modo per rispettarne la loro intelligenza. Ma di fronte ai fallimenti dell’azione di governo (pasticcio dell’Albania con sperpero di risorse pubbliche, assenza di politiche culturali, aumento della povertà, perdita di potere d’acquisto, tagli alla sanità pubblica, aumento degli stipendi ai ministri camuffato da rimborsi-spese) la Presidente del Consiglio sceglie la strada dell’arroganza e delle manganellate virtuali (almeno speriamo!) e con gli occhi fuori dalle orbite accusa di isterismo persone miti e riflessive come Romano Prodi e Mario Monti (colpevoli per aver osato criticarla), che a tutto lasciano pensare fuorché ad isterismi. La situazione del Paese sta diventando sempre più critica e il crescente nervosismo della Meloni segnala il fatto che questa condizione sia ormai abbastanza chiara anche a lei stessa.

Lavoro: 890 vite spezzate nel 2024, un’emergenza che grida giustizia.

In tema di sicurezza non va trascurato quanto essa sia importante – oltre che nella vita sociale in generale – anche sui posti di lavoro: è un aspetto del più ampio contenitore della sicurezza individuale e collettiva, come principio di civiltà giuridica per il quale esistono previsioni normative di tutela ma del quale ci si ricorda in occasione di fatti di cronaca purtroppo ricorrenti e in crescita. Nei primi dieci mesi del 2024 sono stati ben 890 i morti sul lavoro, 22 persone in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con un aumento del 2,5 %.

La recentissima tragedia di Calenzano e altri episodi successivi a questa rilevazione dell’INAIL ci mettono di fronte ad una evidenza che non è più possibile ignorare: è lo stesso Presidente della Repubblica a ricordarlo con autorevolezza e intensità, usando toni che richiamano una sorta di piaga sociale a cui occorre porre rimedio.

Il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell‘articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” definisce e regolamenta in Italia tutta la normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Questo decreto è comunemente conosciuto come Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro” e – oltre a statuire una regolamentazione nazionale in materia – recepisce altresì le direttive della Comunità Europea. Il testo normativo, in particolare, prevede un modello partecipativo della valutazione dei rischi finalizzato a programmare la prevenzione contro gli infortuni e altri danni alla salute del lavoratore. Successivamente il decreto è stato oggetto di integrazioni e modifiche legislative: a questo testo si fa costante riferimento perché contiene la disciplina vigente in materia di salute e sicurezza, da intendersi come quell’insieme di interventi che devono essere adottati per tutelare l’incolumità e la salute dei lavoratori durante lo svolgimento della loro attività. Il decreto legislativo n. 81 del 2008 si rivolge ad imprese, enti e pubbliche amministrazioni. Il suo campo di applicazione investe tutti quei settori –  pubblici o privati, non esiste differenza – in cui sono impiegati lavoratori dipendenti e subordinati.

Si può dire – sulla base dei dati statistici – che ogni giorno si verificano incidenti gravi o mortali: questi fatti accadono in tutto il mondo nonostante le previsioni normative di tutela generalmente estese ma sono tuttavia decisamente rilevanti e frequenti in Italia, vuoi per circostanze dovute a disattenzione o incuria, negligenza o mancata attuazione di misure preventive, raramente anche per fatalità: è significativo però che le Procure aprano ogni volta un fascicolo per accertare eventuali responsabilità dolose o colpose. 

Non esiste luogo di lavoro che sia immune da questa amara constatazione anche se vi sono contesti a più alto tasso di sovraesposizione al rischio: in genere si riferiscono ad attività manuali o all’uso di macchinari o alla manipolazione di prodotti di potenziale tossicità: leggendo i dati pubblicati sul portale dell’INAIL risulta che il settore più colpito sia quello delle costruzioni (141 vittime nel periodo di rilevazione) seguito dall’industria manifatturiera con 122 morti e i trasporti e la logistica con 103 decessi. Inoltre per 216 degli 890 lavoratori morti da inizio anno non è reso noto il settore in cui operavano mentre la fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 51 ed i 60 anni (sono 294 le persone di questo target sociale morte sul lavoro da gennaio a ottobre 2024), in genere si tratta dunque di soggetti alla soglia della pensione. Va inoltre evidenziato come buona parte di queste vittime sia riconducibile al lavoro nero come pure a cittadini extracomunitari non regolarizzati o sottopagati: la natura ‘occultata’ di questa tipologia di lavoratori non consente stime accertabili.

Emblematico il caso di quel bracciante di origini indiane operante in un’azienda agricola della provincia di Latina che era stato abbandonato morente davanti a casa nel giugno u.s. e il cui braccio amputato era stato messo in una cassetta di verdure: una vicenda che aveva scosso e commosso l’opinione pubblica.

Ma anche il dato delle denunce di infortuni nel periodo considerato dall’INAIL è rilevante: se ne sono contate 491.439 (+0,4% rispetto allo stesso periodo del 2023), con un aumento degli incidenti in itinere, nel tragitto casa- posto di lavoro (da 196 a 233). Quanto alle patologie professionali rilevate il loro numero è considerevole, pari a 73.922 con un aumento del 22,3% rispetto all’anno precedente.

Viviamo in un’epoca in cui si fa largo uso di dati e statistiche, anche per accertare le condizioni esistenziali ricorrenti, siano esse riferite a situazioni di marginalità, povertà, deprivazione di tutele sanitarie, sulle quali si elaborano rapporti ed indagini sociali: quanto rilevato dall’INAIL ha una sua specificità sulla base delle evidenze accertate, basti riflettere sull’incipit Costituzionale per cui la Repubblica italiana è fondata sul lavoro.

Esso dovrebbe essere un motivo di realizzazione personale concorrendo al perseguimento di un bene collettivo, inoltre – sul piano generazionale e sociale – un’occasione di riscatto, il volano della crescita economica del Paese, l’ascensore che permette di elevare le condizioni di vita. Molto spesso si rivela purtroppo una trappola micidiale: uno esce al mattino di casa per recarsi al lavoro senza più farvi ritorno, lasciando nel dolore famiglia e affetti. E’ una spirale perversa e atroce che occorrerebbe spezzare perché la tutela del lavoro come fondamento dell’interesse individuale e sociale è un principio giuridico di civiltà a cui non si può derogare.

Pagellone di fine anno: i voti ai protagonisti del 2024 in Europa.

Ursula 10

Ha demandato a Draghi, Letta e Niinistö la stesura di tre pilastri programmatici su competitività, mercato unico e difesa. Entrata Papessa nel conclave di luglio ne è uscita straconfermata, grazie al successo elettorale dei Popolari. Ha ampliato la maggioranza politica che la sostiene in Parlamento: ora va da Fratelli d’Italia ai Verdi. Come questa maggioranza lavorerà nei prossimi anni è tutto da dimostrare, ma serviva vincere. Ha piazzato tedeschi di sua fiducia in ruoli chiave nei Gabinetti dei commissari strategici. Insomma, dopo aver toccato il punto più critico prima sui vaccini poi quando schierò, dopo il 7 ottobre, l’Ue a fianco di Israele, senza sentire i Governi nazionali, ha ribaltato le aspettative di chi la vedeva ai giardinetti magari immaginando una soluzione alla Draghi. Concreta.

Rutte 9

Vox clamantis in deserto. Da quando si è insediato al vertice della Nato, non ha fatto passare un giorno senza fare appelli per un più forte sostegno all’Ucraina. Biden sta inviando agli ucraini tante più armi e munizioni possibili, ma, a poche settimane dall’insediamento di Trump, l’Europa deve fare la propria parte, specie dopo che Trump ha confermato il No all’ingresso di Kyiv nella Nato. Non più tardi di ieri sera, Rutte ha promosso presso la sua residenza a Bruxelles un incontro ristretto con Zelensky e vari leader europei. Ma Macron non ci sarà, saltando anche il Consiglio, per andare a Mayotte, l’arcipelago in Oceano Indiano devastato da un ciclone. Anche il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dato forfait. In ballo, non ci sono solo i 6,6 miliardi del Fondo europeo di pace bloccati da Orban (l’unanimità…) ma soprattutto le prospettive per il futuro. Rutte (ex frugale) è stato chiaro: è tempo di finanziare una vera difesa europea, allargando i cordoni della borsa. Essenziale.

Metsola e Tusk 8

Lei, a 46 anni, è la presidente del Parlamento europeo più giovane della storia -e terza donna- riconfermata a luglio, era l’unica casella certa nel risiko delle nomine. Il secondo, più esperto, 67 anni, guida il Paese che più di ogni altro ha una chiara bussola geopolitica per i prossimi anni. La prima ha davanti a sé grandi prospettive: circola l’ipotesi di una candidatura a Presidente del PPE in primavera. Da lì potrebbe poi candidarsi alla guida della Commissione, o decidere di tornare come premier a Malta. Il secondo ha la presidenza di turno dell’Unione mentre la nuova legislatura inizia a carburare. Lei di un piccolo Paese del Sud, lui leader dell’Europa centrorientale. Credibili e stimati, sono la vecchia e nuova generazione dei Popolari alla guida dell’Europa. Vincenti.

 

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Mattarella come garante attivo della Costituzione

Nel suo discorso rivolto alle alte cariche dello Stato, il Presidente Sergio Mattarella ha lanciato un messaggio chiaro e inequivocabile, sintetizzando ciò che per lui rappresenta non solo un auspicio, ma una necessità: “Armonia e massima convergenza!” Questa esortazione non è casuale, ma nasce dall’analisi di una realtà politica in cui l’armonia appare sempre più compromessa. Le tensioni tra maggioranza e opposizione, infatti, si manifestano con un’evidenza crescente, non soltanto per l’esasperata contrapposizione dialettica, ma anche per l’indirizzo di alcune riforme promosse dall’attuale governo.

Un esempio emblematico è rappresentato dalla riforma del premierato, definita dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni “la madre di tutte le riforme”. Si tratta di un progetto che mira a concentrare il potere decisionale nelle mani di una sola persona, senza adeguati contrappesi istituzionali, sollevando così legittime preoccupazioni sulla tenuta del sistema democratico delineato dalla nostra Costituzione.

Questa tensione non si limita al confronto tra schieramenti politici, ma investe anche la figura della stessa Meloni, che sembra divisa tra il ruolo di partito, dove rivendica ed esercita un’indiscussa leadership derivante dal successo elettorale, e quello di capo di governo, che cerca di accreditare come figura istituzionale rispettabile tanto in Italia quanto in Europa. Tuttavia, questa doppia veste non è priva di contraddizioni. Basti osservare che all’interno del suo partito, la spinta a realizzare un radicale spoil system sembra premiare più la fedeltà personale che il merito, in netto contrasto con i principi fondanti della nostra Carta costituzionale.

Mattarella, consapevole di queste dinamiche, ha assunto un ruolo attivo e determinato per riaffermare il valore della Costituzione come “casa comune” di tutti i cittadini. Non si tratta di un Presidente della Repubblica “super partes” in senso puramente formale, né di una figura pilatesca limitata alla moral suasion. Al contrario, Mattarella ha dimostrato di voler mettere in campo tutti i poteri a sua disposizione per garantire il rispetto della Carta costituzionale, dal rinvio motivato delle leggi alle Camere fino al ricorso alla Corte Costituzionale.

L’invito del Presidente alla “massima convergenza” non implica un’utopica omologazione tra maggioranza e opposizione, ma piuttosto la necessità di un dialogo costruttivo su temi fondamentali, come la salvaguardia dei principi costituzionali. Solo attraverso un impegno condiviso sarà possibile superare le attuali disarmonie e preservare l’equilibrio democratico del nostro sistema istituzionale.

In un momento storico in cui il rischio di derive autoritarie non può essere sottovalutato, il ruolo di Mattarella emerge con forza come quello di un garante autorevole, capace di ridisegnare il significato stesso della Presidenza della Repubblica: non più un osservatore distante, ma un custode vigile e attivo della democrazia italiana.

Veneto 2025: costruire l’alternativa oltre il modello Zaia.

Nel 2025 si dovrebbe votare per il rinnovo della Regione in Veneto. Si dovrebbe, perché scartata l’idea di rendere possibile un quarto mandato a Zaia si parla comunque di una proroga per consentirgli di inaugurare le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Così è il senso delle istituzioni.

Diventa il Veneto una Regione contendibile per l’opposizione? Certo i litigi per la successione sono molto accesi nella destra. Tanto per una rinfrescata sul quadro politico possiamo ricordare che nel 2020 Zaia fu eletto con il 76,8%, la sua lista prese il 44,6, la Lega si fermò al 16,9% e Fratelli d’Italia il 9,5%. Tuttavia alle ultime europee i rapporti di forza si sono rivoluzionati: Fratelli d’Italia al 37,6%, Lega al 13,1, Forza Italia all’8,2. Si comprende la discussione per la successione.

Può approfittarne il campo largo o come si chiamerà lo schieramento progressista? Si parte da un dato molto debole, il candidato alla presidenza Arturo Lorenzoni prese nel 2020 solo il 15,7%; però era un candidato improvvisato, scelto qualche settimana prima del voto, nell’illusione che un civico potesse allargare il consenso.

Questa volta occorre dire che il campo progressista si sta muovendo per tempo, cercando di costruire una piattaforma programmatica ed un processo che porti alla scelta del candidato in tempo utile per consentirgli di condurre una vigorosa campagna elettorale. Il segretario del Pd Andrea Martella è uomo di esperienza e capacità.

Si tratta tuttavia di una scalata (siamo in terra dolomitica) assai impegnativa. Prima della politica c’è una debolezza che riguarda il radicamento sociale e questo è un fattore che non si improvvisa. Pur tenendo conto della crisi generale della rappresentanza che riguarda non solo i partiti, ma anche il mondo dell’associazionismo economico e sociale resta il fatto che il radicamento sociale è molto debole: le associazioni produttive guardano comunque a destra, non è che siano contro il Pd e alleati, li considerano sostanzialmente ininfluenti se non inutili. Per il sindacato ci si limita ad un rapporto con la Cgil come ai tempi del fu Pci, mentre superficiale è il rapporto con la Cisl, che pure nel Veneto ha una fortissima capacità rappresentativa. Il mondo del terzo settore per sensibilità è certamente vicino al centrosinistra, e tuttavia dipende molto dalle scelte della Regione per i finanziamenti ed è naturale che si siano consolidati rapporti di reciproca vicinanza. Il mondo cattolico appare molto silente e del resto alcune posizioni del Pd nazionale in materia di diritti civili hanno alienato la simpatia di parroci e laici fin qui vicini al mondo progressista: non che contestino il senso di alcune battaglie, accusano il Pd di un eccesso ideologico e di essere molto distratto su altri diritti sociali.

Queste sono le difficoltà e tuttavia in regime di elettorato mobile le battaglie politiche vanno fatte fino in fondo, con argomenti convincenti però, con credibilità dei candidati che ad esempio al momento delle elezioni comunali hanno consentito la vittoria di candidati sindaci progressisti pur in un contesto elettorale ostile.

C’è un elemento su cui lavorare: il motore economico del Veneto sta rallentando in modo sensibile. I fattori sono naturalmente molteplici e per una regione fortemente esportatrice conta il quadro internazionale. Il problema è che si allarga la forbice con l’Emilia Romagna, che ha costruito un sistema territoriale più efficiente, alleanze più forti con il mondo dell’impresa e del lavoro, strumenti innovativi per il sostegno dell’economia. I più sensibili interlocutori ne sono coscienti, e questa è la sostanziale debolezza della lunga stagione di Zaia: grande comunicatore, ma realizzatore più che modesto dal punto di vista della creazione di un sistema territoriale competitivo per i tempi nuovi. 

L’alternativa deve lavorare su questo, sulla presentazione convincente di un possibile modello per il nuovo Veneto. Naturalmente richiede studio, arruolamento di intelligenze, e soprattutto la capacità di andare oltre i più facili luoghi comuni. Perché il comunismo è stato sconfitto dalla storia ma il luogocomunismo è sempre vivo e lotta insieme a noi… Ma sui luoghi comuni la destra è molto più attrezzata o comunque usa luoghi comuni con un maggior appeal per l’elettorato veneto…

Dibattito | Il ritorno al proporzionale per un centro nuovo nella politica italiana.

È lapalissiano constatare che, permanendo l’attuale legge elettorale del Rosatellum, il bipolarismo imperfetto continuerà a imperversare, rendendo assai ardua la possibilità di costruire il nuovo centro della politica italiana. Un progetto che per potersi realizzare necessiterebbe, alla luce della migliore storia della Repubblica, il ritorno alla legge proporzionale; quella voluta dai padri costituenti nel loro disegno ordinato di Repubblica parlamentare.

Ecco perché, se si intende perseguire il progetto di un nuovo centro della politica italiana, ampio e plurale, espressione della confluenza delle culture democratiche, popolari, liberali e riformiste, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto dalla sinistra, ancora all’affannosa ricerca della propria identità, il primo impegno dovrebbe essere quello di battersi per il ritorno della legge elettorale proporzionale.

È ciò che da tempo si propone di fare il movimento Iniziativa Popolare, sostenendo il progetto di legge del comitato referendario per la rappresentanza, che mira alla raccolta di 50.000 firme online, necessarie per la presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare.

Falliti i tentativi al centro del duo Renzi-Calenda, per l’inconciliabilità personale prima ancora che politica tra i “due galletti del pollaio” – con Calenda vittima della sua idiosincrasia democristiana da “azionista de noantri” – qualcosa si sta muovendo nel mondo cattolico. Dopo Trieste, il movimento degli amministratori cattolici sta dando segnali positivi di impegno, anche con il sostegno di alcune importanti personalità del mondo ecclesiale.

Sul piano politico emergono due significative esperienze: quella degli amici che intendono costruire attorno a un nuovo federatore il progetto di ricomposizione, indicando per tale ruolo Ernesto Maria Ruffini, e quella di coloro che hanno attivato una sorta di patto federativo con Forza Italia, con l’obiettivo di concorrere alla costruzione della sezione italiana del Partito Popolare Europeo, seguendo la migliore tradizione democratico-cristiana.

Credo si debba prestare attenzione a tutto ciò che si sta muovendo, anche se, come scrivo da tempo, sarebbe meglio favorire un processo che, partendo dal basso aiutasse a ricomporre vari soggetti – partiti, associazioni, movimenti, gruppi e persone – interessati a rivitalizzare il centro, ovvero un’area culturale, sociale e politica di ispirazione democratica, liberale e cristiano-sociale. 

Un ottimo terreno di verifica saranno le prossime elezioni comunali, provinciali e regionali dove poter sperimentare questo processo di aggregazione. Si potrebbe così non solo consentire l’elezione di candidati nei consigli comunali, provinciali e regionali, ma anche avviare una selezione democratica di una nuova classe dirigente.

Bene, dunque, che a livello romano qualcosa si muova, ma resta essenziale che il progetto venisse favorito dalla base, nei diversi territori locali, sedi naturali dell’impegno sociale e politico dei cattolici.

Reti, forum e partecipazione: una risposta culturale alla crisi democratica.

Gli incontri ripetuti sul “Dopo Trieste” ci sono, ma per ora non rappresentano un segnale concreto e solido. Questi appuntamenti sono ancora frammentati, liquidi, dispersi. Servono a decentrare le idee a livello locale e a creare reti, ma è importante ricordare che anche le reti hanno bisogno di emergere periodicamente e di un punto di confluenza nazionale.

Questo attivismo è però una chiara avvisaglia di qualcosa che, pur nei suoi inizi, sta manifestando una voglia di risveglio. L’obiettivo è valorizzare e promuovere un patrimonio di valori utili all’intera società. L’augurio è quello di mantenere il più possibile i piedi per terra ed essere “concreti”, soprattutto nelle analisi della società in cui viviamo, non di quella che pensiamo o desideriamo, come ammoniva don Luigi Sturzo.

Un fatto è certo: tutto ciò che si è ereditato dall’impegno sociale e politico dei cristiani, tutto quanto proviene dal cattolicesimo politico e, soprattutto, da quello cattolico-democratico, fondato sui valori della Costituzione e sull’Insegnamento Sociale della Chiesa, oggi è avvolto da un inspiegabile silenzio.

Se questo è lo scenario, Trieste è stata la prima tappa di un risveglio che non deve essere abbandonato. È quindi incoraggiante che, in molte città italiane, studiosi, associazioni, gruppi, movimenti, fondazioni e persino parroci stiano promuovendo incontri di approfondimento. Anche Roma si è mossa: giorni fa, alla Lumsa, si è svolto un primo appuntamento sul “Dopo Trieste”, promosso da Lucio D’Ubaldo e Giuseppe Fioroni. Il titolo dell’incontro mi è parso straordinariamente realistico e provocatorio: “Dopo Trieste. In cammino per andare dove”. Ecco, per andare dove? Aggiungo un punto interrogativo, che sottintende una ricerca prepolitica e formativa sulle grandi novità del terzo millennio.

Un secondo incontro si è svolto all’Istituto Sturzo, che ha ripreso i temi di Trieste: “Chiesa e democrazia a ottant’anni dal radiomessaggio di Pio XII per il Natale 1944”. Alcuni giorni fa, a Milano, padre Giuseppe Riggio, direttore di Aggiornamenti Sociali, ha organizzato un terzo convegno con la rete degli amministratori locali del “Dopo Trieste”. A metà febbraio, sempre a Milano, questi amministratori, già connessi tra loro, si riuniranno per un primo incontro nazionale coordinato, che suggerisce un metodo efficace di sintesi per tutti gli incontri sparsi. Molti altri appuntamenti si sono già svolti e molti sono in programma.

Alla Lumsa, la scena è stata occupata da Ernesto Maria Ruffini, un manager di spessore, dimissionario dall’Agenzia delle Entrate per incomprensibili e ingiustificabili accuse da parte della destra al governo, individuato da molti come un possibile federatore di un neo-ulivismo. Era presente anche padre Valerio Occhetta, da sempre interessato all’impegno politico dei cristiani, mentre l’incontro è stato introdotto dal professor Francesco Bonini, direttore della Lumsa.

Va ricordato che, a Trieste, si è volutamente dichiarato che non si doveva parlare di un nuovo partito politico cattolic – di centro, sinistra o destra – anche se queste categorie storiche, ormai superate, sono in via di ridefinizione. Lo stesso è avvenuto alla Lumsa.

Dunque, niente partito politico. Tanto a Trieste quanto a Roma, è stato messo a fuoco il tema fondamentalmente culturale, prepolitico e prepartitico della “partecipazione”, parente stretta della ricerca del bene comune. Un tema che si collega all’urgenza di trovare gli strumenti più adatti per promuoverla, in un momento segnato da una disaffezione al voto senza precedenti. Si tratta di fare rete, certo, ma anche di avviare un Forum nazionale annuale che faccia sintesi di tutte queste esperienze, partendo dalla dimensione civica e comunitaria locale—da non dimenticare mai—fino a quella europea, per la quale rimane ancora aperta la proposta del cardinale Zuppi su una nuova Camaldoli.

Concludo.

  • Un “prepolitico” di incontri formativi ancora sparsi, che diffonde conoscenze e promuove ricerche, in attesa di un incontro annuale riassuntivo sulla direzione di marcia comune.
  • Un “prepolitico” fatto di analisi e approfondimenti culturali, convegni e dibattiti locali, incontri e scambi di idee, giornali online.
  • Un “prepolitico” indispensabile alla nostra classe politica attuale, soprattutto considerando lo spessore culturale ed etico necessario, la carenza di competenze e la totale assenza di esperienze amministrative locali. Competenze e conoscenze che non sarebbero secondarie per combattere l’assenteismo e contrastare quella che definisco una “emidemocrazia” del 50%, sotto i nostri occhi.

Un “prepolitico”, insomma, che formi e prepari prima di far accomodare in Parlamento. Un tema, quello della partecipazione e della democrazia partecipata, che non è affatto concluso. Anzi, provoco: deve ancora iniziare. Lo dimostrano i terremoti che scuotono i vecchi equilibri geopolitici internazionali e le tragedie delle guerre in corso.

Una storia che riparte, segnata dalle trasformazioni radicali imposte da un capitalismo finanziario ristretto, orientato ad affossare libertà e uguaglianza nelle democrazie e a promuovere disuguaglianze. Una questione che dovrebbe riguardare tutti i partiti italiani, non solo un ipotetico nuovo partito di centro cattolico, soprattutto alla luce delle rivoluzioni epocali già in corso: quella climatica, quella del futuro del lavoro in mano all’IA, e quella – tragica – dei 200 milioni di poveri subsahariani pronti a migrare.

Dibattito | Che fare per unire le forze cattoliche e liberali?

Si torna a parlare nuovamente di centro. Continua il dibattito su come dare una rappresentanza ai milioni di elettori che si riconoscono nelle idee cattoliche e/o liberaldemocratiche e che non condividono le proposte dell’attuale maggioranza di governo. 

Parto proprio da questo punto, spesso si definisce Forza Italia come l’unico partito centrista esistente. Credo che sia un errore, sia perché, seppur con piccole percentuali, esistono altri partiti che rappresentano questa galassia, sia perché non tutti gli elettori centristi appoggiano le proposte di questo governo come, per esempio, l’autonomia differenziata e il premierato.

Occorre dunque costruire un ambiente adatto ad accogliere questi numerosi elettori. A giudicare dalle recenti interviste, sembra che ci vogliano provare il direttore dell’Agenzie delle Entrate uscente, Ernesto Maria Ruffini, e il sindaco di Milano, Beppe Sala. Ben venga l’impegno di tutti, a maggior ragione se si sta parlando di personalità che hanno già dimostrato le competenze per guidare attività legate alla cosa pubblica. 

Il sindaco di Milano Beppe Sala, in una recente intervista a Repubblica ha chiarito che nella sua mente il centro sinistra non dovrebbe elemosinare all’infinito l’alleanza con i 5 Stelle e dovrebbe aprirsi alle forze liberaldemocratiche. Queste ultime inoltre dovrebbero abbandonare logiche da partiti personali e costruire una forza plurale come era la DC.

Sono sicuramente tutti spunti di riflessione condivisibili, tuttavia mi ha colpito un fatto. Il sindaco Sala parla sempre di forze liberaldemocratiche, come se al centro non ci fossero anche gli elettori cattolico riformisti? A loro non si vuole parlare? Perché?

L’avvocato Ernesto Ruffini, invece, seppure senza alcuna discesa in campo, vorrebbe parlare a questo tipo di elettorato. Lo ha fatto sottolineando l’importanza del bene comune per un politico. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate ha anche sottolineato, giustamente, l’importanza della lotta all’evasione fiscale e i risultati sin qui raggiunti. 

Tuttavia, sarebbe interessante sentire da lui se pensa di spendere i soldi ottenuti dalla lotta all’evasione fiscale per abbassare le tasse sui ceti che le hanno sempre pagate: pensionati e dipendenti. Un messaggio di questo tipo rafforzerebbe la sua immagine di possibile federatore di centristi, non solo tra gli elettori cattolici ma anche tra quelli liberali.

Per ora sembra che i due si siano divisi equamente i campi, Sala parla ai liberali, Ruffini ai cattolici. Facendo così però si rischia di disperdere le energie in due filoni, rischiando poi, come è avvenuto nelle recenti elezioni regionali in Umbria e Emilia, di portare la coalizione di centro sinistra alla vittoria, senza però eleggere un rappresentante né tra i centristi più laici, né tra quelli cattolici.

Una scelta del genere non sarebbe poi molto diversa dallo scenario attuale, dove abbiamo due partiti intorno al 3%, Azione e Italia viva, che preferiscono fare delle piccole e misere battaglie uno contro l’altro e non ne vogliono sapere di riunire le forze e lottare insieme per le giuste battaglie.

Al contrario, sarebbe opportuno che Sala, Ruffini, Renzi, Calenda e chiunque altro voglia, si confrontassero in primarie aperte a tutti gli elettori che si riconoscono in un centro di cattolici, repubblicani, socialdemocratici e liberali. Un primo passo per riunire insieme la diaspora del centrismo che nel lontano dopo guerra ricostruì l’Italia e per evitare di divenire un piccolo cespuglio di una nuova quercia.

Dibattito | Le leadership nascono sempre dal basso, mai dalla sola cooptazione.

In una recente intervista Luigi Zanda ha fatto una riflessione di una straordinaria banalità che, purtroppo o per fortuna, è apparsa quasi rivoluzionaria. Cosa ha detto Zanda di così tanto travolgente? Semplicemente che la leadership in politica nasce dal basso. Pur senza aggiungere che la medesima leadership è doppiamente credibile se viene anche democraticamente legittimata dal basso.

Ora, si tratta di un tema che molti partiti e leader, o presunti tali, evidenziano e sottolineano con forza ma che poi viene puntualmente e quasi scientificamente archiviato e non praticato. A vantaggio, come ovvio e persin scontato, di altri criteri e disvalori. Dalla fedeltà al capo di turno al sistematico ricorso alla cooptazione dall’alto. Questa prassi è coincisa con la scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e collegiali da un lato e con l’irruzione dei cosiddetti partiti personali o cartelli elettorali dall’altro. Anche se si tratta di un vizio, o di una scorciatoia, presenti nella stessa prima repubblica, seppur in minor misura. 

Certo, quella era una stagione dove la classe dirigente veniva selezionata con criteri autenticamente democratici e popolari. Cioè attraverso il voto e, soprattutto, con la scelta da parte dei vari leader che avveniva quasi sempre con il riconoscimento del merito, della capacità o del talento di chi veniva individuato come potenziale e futura classe dirigente. Qualunque fosse il livello istituzionale o impegno diretto nel partito. Ma anche in quella stagione, dove prevaleva la politica e con la politica anche e soprattutto gli strumenti democratici come i partiti, non mancavano certamente le eccezioni.

Eccezioni che hanno poi trovato una puntuale e quasi scientifica conferma nella cosiddetta seconda repubblica, causa sistemi elettorali sempre più centralistici e sempre meno disponibili a delegare al cittadino/elettore la scelta dei propri rappresentanti.

Ma, al di là dei sistemi elettorali, è indubbio che anche il dibattito che caratterizza l’attuale fase politica italiana non è affatto esente da questa concreta degenerazione. Perchè non soltanto vengono creati leader dal nulla e solo e soltanto attraverso le benedizioni dall’alto. Ma, ancora di più, vengono addirittura pensati e pianificati partiti dall’alto attraverso metodi e pratiche che confliggono radicalmente con le procedure che caratterizzano una sana e robusta democrazia. E cioè, partiti che rispondono a progetti politici definiti che affondano le loro radici nella società perché, appunto, espressione di pezzi di società e classi dirigenti, di conseguenza, che si affermano in virtù della loro autorevolezza, del loro prestigio e del loro carisma. 

Ebbene, sono molto lontani i tempi in cui Carlo Donat-Cattin diceva, in un Consiglio Nazionale della Dc negli anni ‘80, che “in politica il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Dopodiché, però, non lamentiamoci se ci troviamo di fronte a partiti che nascono e muoiono nell’arco di pochissimi anni e a classi dirigenti, o presunte tali, che hanno picchi di popolarità improvvisi destinati poi ad eclissarsi altrettanto rapidamente. E, purtroppo, spiace constatare che anche nella cosiddetta area cattolica italiana, seppur molto variegata e frastagliata, queste derive e queste degenerazioni hanno attecchito in modo alquanto veloce e rapido.

Parastoo Ahmadi e il suo canto libero

Le notizie di guerra in Palestina e della caduta di Assad in Siria devono aver suscitato invidia ai padroni dell’Iran che non disdegnano invece di stare loro in prima pagina. Sono i dispensatori di comandamenti che impongono ferma disciplina e così hanno pensato bene di arrestare la cantante Parastoo Ahmadi. 

La ragazza è decisamente una temeraria. Non è andata per strada a urlare parole di libertà insieme ad altri oppositori del regime, non è stata protagonista di schiamazzi o di resistenze ai guardiani della rivoluzione. 

Su un palco, senza pubblico, il vuoto a riempire la scena, insieme a musicisti di sesso maschile, ha dato una vita ad una performance, lei vestita di nero con braccia, spalle e volto scoperto. 

Le braccia, così proposte, possono muoversi a capriccio ovunque mirino, difficile imbrigliarle. Le spalle sono segno di bellezza e di forza. Richiamano curiosamente, quanto a radice etimologica, ad una spatola che può mischiare gli elementi e creare disordine e confusione nell’ordine costituito, che teme forse anche l’agire improvviso di una spada.

Il volto in piena evidenza fa volteggiare nei controllori del sistema il sospetto che tiri aria spavalda di contestazione e sovversione. 

Qualcosa di inaudito per i pasdaran che vigilano sul rispetto delle regole che impongono il velo ed altre restrizioni alle donne di quel paese.

Parastoo nel look, nel carattere e nei tratti ha forti similitudini con Silvia Perez Cruz, la singer spagnola che si presenta spesso con un abito che concede spazio ad accenni di scollature ed a spicchi di spalle e porta similmente capelli lunghi e mossi ad ornarle. 

Insieme, le due artiste hanno nel timbro della voce il carattere pieno della loro cultura e della loro terra, un reclamo permanente di libertà per la Cruz di origine catalana e per Parastoo a cui è tutto concesso dentro a precetti che nulla ammettono.

Strano nome quello della cantante persiana. Significa “rondine” ed il fatto porta evidente inquietudine nelle autorità costituite. 

Rondine fa rima con disordine e questo non è ammissibile. La rondine richiama il respiro della primavera, una parola ed una stagione pericolosa che odora di rivoluzione, di cambiamenti e di aria nuova. 

Che sia maschio o femmina, la rondine porta sempre lo stesso nome e questa promiscuità genera inaccettabili apprensioni, che mettono in allarme il potere in allerta permanente per possibili sommosse del popolo. 

La rondine è poi un animale migratorio, abituato a muoversi negli spazi come suggerisce la natura e non comprende ostacoli e confini che possano frapporvisi. Segue una sua rotta di salvezza, che prescinde da trattative con chi volesse arginarla. 

Infine la rondine ha una coda con due punte, una sorta di lingua biforcuta che, alla sola vista, allarma non poco gli uomini del potere al governo di quel paese.

Cantare può anche richiamare un grido, un lamento, un pericoloso accenno di protesta che deve essere immediatamente arginato. Le note devo stare tutte nel pentagramma del regime e non sono ammesse improvvisazioni fuori dai canoni stabiliti. 

A Parastoo metteranno il suo canto in un cantuccio, in un angolo dove sarà impossibile propagarsi l’eco delle sue ugole. Portata in carcere, con maniere spicce la faranno cantare perché ammetta i suoi propositi di insurrezione. 

Possibile che la torturino per farla sgolare nel ribrezzo che avvertirà e farle passare la voglia di melodie e quant’altro ancora. Le sarà tolto, il suo vestito nero da esibizione che non consente di scrutarne le vere intenzioni. Sarà messa a nudo e la sua voce per gli aguzzini non avrà più segreti.

CI sono note che nessuno può intercettare e rondini che scappano comunque dalle maglie dei loro predatori. C’è un conto alla rovescia che inizia per tutti, la primavera prima o poi verrà. 

Parastoo par che significhi anche angelo. Uno spirito celeste aleggia anche dalle parti dell’Iran e prima o poi lascerà il suo segno d’amore. Al mondo non ci sono creature più libere che gli uccelli e, tra questi, la grazia è delle rondini.

L’allarme di Romano Prodi ed Elena Bonetti: l’Italia perde pezzi.

La fragilità della maggioranza sulla politica economica e finanziaria emerge con chiarezza da due voci critiche, che pur partendo da prospettive diverse, dipingono un quadro di incertezza e inefficacia: da un lato, Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, dall’altro Elena Bonetti, vicepresidente di Azione e capogruppo in commissione Bilancio alla Camera. Entrambi mettono in luce limiti strutturali e gestionali che compromettono la capacità del governo di affrontare le sfide economiche del Paese.

Prodi, intervenendo alla trasmissione “La Torre di Babele” su La7, descrive un esecutivo che “galleggia ma non naviga”, prigioniero di compromessi interni che ne impediscono l’azione risolutiva. “Il governo è tenuto insieme dall’autorità del presidente del Consiglio, ma la soluzione dei problemi è impossibile”, sottolinea l’ex premier, che richiama l’attenzione su una questione di fondo: “La caduta del sistema industriale”. Da 21 mesi, infatti, la produzione industriale italiana è in calo, un fenomeno che Prodi definisce “strutturale, non congiunturale”, e che richiederebbe interventi profondi sulla politica industriale e sulle riforme del sistema produttivo. Tuttavia, il dibattito interno alla maggioranza sembra più focalizzato su conflitti di corto respiro che non sulle strategie necessarie a invertire questa rotta.

Dall’altro lato, Bonetti denuncia una gestione caotica della legge di bilancio, sintomo di una mancanza di visione complessiva. Intervenendo a SkyTg24 Economia, la deputata mette in evidenza come la manovra presentata dal governo fosse carente di misure essenziali per rilanciare la produttività e gli investimenti industriali. “Noi lo avevamo detto fin da subito”, afferma Bonetti, portando ad esempio l’Ires premiale, inserita solo in un secondo momento grazie a un emendamento di Azione. Ma le criticità non si fermano qui: la deputata segnala tagli significativi al fondo automotive e alle politiche industriali, evidenziando una strategia che non sembra in grado di rispondere alle esigenze del sistema produttivo italiano.

Le parole di Prodi e Bonetti convergono, dunque, nel descrivere un governo incapace di fornire risposte concrete ai problemi strutturali del Paese. Se per l’ex premier la radice della fragilità risiede nelle divisioni interne e nella mancanza di visione strategica, Bonetti denuncia un approccio disorganizzato e privo di coraggio riformista. In entrambi i casi, l’economia italiana appare bloccata tra inerzia politica e assenza di investimenti mirati, lasciando intravedere una navigazione incerta verso il futuro.

Ruffini e dintorni: riflessioni disorganiche sui cattolici in politica

Diciamoci la verità: lo schema che ha accompagnato la “discesa” in campo (o la “salita” a seconda della prospettiva) del civil servant Ernesto Maria Ruffini risponde, come sappiamo, a dinamiche consuete e ormai consolidate.

Anzitutto, un profilo nobile: il padre, Attilio Ruffini,partigiano cattolico, più volte Ministro in dicasteri strategici (Esteri, Difesa, Marina mercantile, Trasporti) deputato Dc (dal 1963 al 1987) e – a sua volta – nipote del cardinale Ernesto Ruffini. Un background familiare serio e di prim’ordine.

Il desiderio dell’impegno civico: prospettiva non pienamente attuabile ricoprendo un incarico pubblico, per di più in un esecutivo nel quale la riflessione “orizzontale” (come direbbe De Rita) sembra nonappartenere al programma di Governo.

A domanda precisa il diretto interessato ha risposto di non voler “scendere in campo”, ma le modalità con cui ha comunicato il suo addio da direttore dell’Agenzia delle Entrate (e le parole con cui lo ha motivato) trasudano di passione politica. 

Se dunque non ci sono prove di un’entrata imminente nell’agone politico – in qualità di “federatore” di una parte non trascurabile del mondo cattolico – tuttavia abbondano gli indizi. Anzitutto, le interviste (piene di senso ma ancora prive della coda pregiata del consenso) che da giorni si susseguivano su questa eventualità, tanto da avviare un dibattito sulla figura più adatta a riempire il vuoto politico, additato da molti analisti come il vero tallone d’Achille di un’opposizione incapace di costruire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza. Poi l’endorsement preventivo di alcuni “padri nobili” del mondo cattolico (da Romano Prodi a Bruno Tabacci) ma soprattutto le dichiarazioni – non proprio amichevoli – da parte di chi cerca da tempo di presidiare il Centro, o vorrebbe provare a farlo.

Il diretto interessato ha rilasciato una lunga intervista al “Corriere della Sera”, a metà tra la rivendicazione del lavoro svolto e il cahier de doleance. “E stata fatta – ha spiegato Ruffini – una descrizione caricaturale del ruolo di direttore dell’Agenzia delle Entrate, come se combattere l’evasione fiscale fosse una scelta di parte o addirittura qualcosa di cui vergognarsi”. E sul possibile impegno pubblico ha chiarito: “Scendo, ma non in campo. Scendo e basta. Rimango con le mie idee e i miei ideali e difendo il diritto e la libertà di parlare di bene comune e senso civico. Per me oltre che un diritto è un dovere di tutti”. 

Si può dire, a questo punto, che sull’autostrada del Centro vi sia un ingorgo politico, con una pletora di automobilisti in coda al casello elettorale. Pletora che comprende, oltre al citato Ruffini (e ai leader del cosiddetto “Terzo Polo”), anche il sindaco di Milano, Beppe Sala e l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli. 

In attesa di futuri sviluppi, ci auguriamo che il nuovo anno possa portare consiglio all’ultimo arrivato. Per la serie: più convegni, meno interviste. Ricerca del dialogo con tutte le forze politiche (a cominciare dal Pd). I complimenti e gli elogi di questi ultimi giorni – invero esagerati – vorrebbero spianargli la strada ma rischiano seriamente di produrre l’effetto contrario.

Sulla scia di Trieste: riformismo cattolico e speranze per l’Italia.

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Il recente seminario sul “dopo Trieste”, nel quale si è cominciato a dare un seguito agli spunti di riflessione intorno al tema, oggi, più che mai avvertito, di un fattivo impegno dei Cristiani, in politica, ha scatenato tutta una miriade di reazioni e commenti di diverso segno.

Fino agli attacchi diretti ad uno dei relatori del Seminario, Ernesto Maria Ruffini, dimessosi da direttore dell’Agenzia delle Entrate, per “incompatibilità” con la sequela di affermazioni, che si sono succedute, in questi due anni: dal pizzo di stato, a proposito della tassazione su autonomi e professionisti, ad altre espressioni da parte di esponenti di questa maggioranza, inammissibili in un paese civile e democratico.

C’era di certo da aspettarselo che il fronte dei detrattori sarebbe ricorso agli argomenti più felini per attaccare quello che comincia a sembrare un credibile processo di aggregazione dell’area cattolica e riformista nel tentativo di cominciare a dare al paese una prospettiva di speranza e di promozione politica nell’ottica di un diverso e proficuo rapporto tra Stato e cittadini.

In quel seminario non sono mai stati marginali termini come, libertà, uguaglianza, solidarietà, bene comune, Costituzione. Già don Luigi Sturzo nel 1919 faceva di queste categorie il nucleo fondante di uno Stato al servizio dei suoi cittadini ed attento al benessere di ciascuna persona. Ma c’era già il cono d’ombra di un fascismo alle porte.

Chiusa la parentesi del ventennio con tutto lo strascico devastante e brutale di una guerra, divenuta poi, in ampie parti del nostro territorio, fratricida, quei valori e quei principi furono la linfa vitale della nostra Carta costituzionale.

Oggi però non basta più limitarsi ad elencare queste categorie concettuali, per rendere chiaro un messaggio alle tante coscienze di questo paese che, disgustati da questo sistema politico, si tengono alla larga dalle urne.

Sa va bene esigere che un tale nuovo progetto politico si fondi su valori chiari: il rispetto della persona, la responsabilità individuale, la solidarietà sociale, nonché una visione del futuro che punti soprattutto al bene comune, si rischia però di non cogliere il segno, se non si cominci, anche attraverso una sorta di immedesimazione, ad entrare nella realtà concreta del cittadino.

Non può infatti ignorarsi quanto sia oggi sempre più difficile cogliere le differenze di un linguaggio e di una propaganda politica fondata su valori e categorie identitarie, spesso ambivalenti, non facilmente comprensibili nella concreta accezione e soprattutto nella pregnanze delle concrete sfumature che assumono nella prassi politica.

Intanto questi concetti non sono, da ora, la bussola di nuove forze: già i cosiddetti “centristi” che gravitano nello schieramento della maggioranza, ne fanno naturale riferimento nei loro manifesti politici.

Ma c’è di più. Non mancano infatti abili sconfinamenti da parte delle forze populiste che manipolano e si intestano artificiose difese d’ufficio sostenendo di perseguire meglio questi valori nell’interesse del “popolo”.

Ora pensiamo ad un cittadino medio, frastornato da una realtà socio economica e alle prese, magari, con una diffusa precarizzazione del lavoro, e sempre più sospinto da una demagogia populista, che con le ciniche politiche migratorie e sovraniste, ha messo l’uno contro l’altro, così da diffidare di tutto ciò che sta attorno a lui.

Davvero riteniamo che egli, nei meandri di un lessico dove tutti ci mettono le mani, possa facilmente cogliere i tratti di una politica che può per lui rappresentare una credibile svolta rispetto al proprio progetto di vita e al futuro della propria famiglia e, se guarda con una certa dose di lungimiranza, del proprio paese 

È talmente sotto gli occhi di tutti che non mi pare sia necessario ricorrere a tanti argomenti per rimarcare quanto oggi sia fortemente indebolito il senso civico e soprattutto il sentimento di partecipazione.

Di certo una qualche ragione non è difficile scorgerla nella ripulsa verso una classe politica che ha agito in questi trent’anni per espropriare la sovranità dalle mani di un elettorato ridotto a ratificare, se va a votare, scelte già fatte anticipatamente dai capi partito o, quando c’è all’interno un qualche clima più democratico, dalle segreterie dei partiti.

Forse, non sarebbe ultroneo cominciare ad entrare nei dettagli di un diverso rapporto Stato-Società, conforme a Costituzione, con politiche che valorizzano nel modo migliore possibile le diverse articolazioni tra Stato e Istituzioni locali, nel segno di una più armoniosa e bilanciata applicazione del principio di sussidiarietà, in un quadro di cooperazione solidale e di coesione istituzionale, capaci di assicurare un diverso ruolo dell’Italia e un futuro di benessere per ciascuna persona.

Il problema è che ci vuole la volontà per fare questo: ovviamente alludo alle diverse articolazioni cattoliche e a tutte quelle forze riformiste che perseguono lo stesso obiettivo. Ci sarà?

Redditi insufficienti e welfare fai-da-te: un quadro di fragilità.

“La congiuntura economica è favorevole, ma questo non sembra più sufficiente per garantire il benessere di tutti”. È la sintesi, dati alla mano, di Marco Marcatili, direttore sviluppo di Nomisma e responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari, che si aggiorna con le nuove rilevazioni 2024. Malgrado qualche contenuta oscillazione al rialzo, l’inflazione sembra essersi assestata al di sotto del 2%. Al contempo, l’occupazione, compresa quella femminile, è cresciuta fino ad attestarsi al 62,5%, ampliando la platea di lavoratrici e lavoratori stabili e contribuendo a ridurre quella dei disoccupati. Eppure, ben oltre la metà delle famiglie italiane (59%) considera inadeguato il proprio reddito di fronte alle necessità primarie della vita. Ad un 15% di famiglie che giudicano il proprio reddito insufficiente, si somma un ampio 44% di famiglie che valuta le proprie entrate appena sufficienti per arrivare a fine mese. Tra queste, a denunciare la sproporzione tra redditi e costo della vita è il 62%, a cui si aggiungono le famiglie (1 su 5) che accusano spese per la casa particolarmente elevate. Nel complesso, tale quota copre oltre l’80% delle famiglie in difficoltà (percentuale in crescita di 3 punti rispetto alla scorsa rilevazione). Mentre diminuiscono dal 10 all’8% le famiglie che denunciano difficoltà lavorative come elemento determinante della condizione di insufficienza del reddito. 

“Abbiamo recuperato 10 punti percentuali rispetto al momento delpicco dell’inflazione, a cavallo tra 2022 e 2023, quando oltre due famiglie su tre (69%) ritenevano il proprio reddito inadeguato. Ancora oggi però ad apparire decisamente squilibrato è il rapporto tra costo della vita e redditi da lavoro. L’Italia paga il blocco pluridecennale della produttività e la mancata crescita delle retribuzioni. Tra 2013 e 2023 le retribuzioni lorde sono cresciute la metà (16%) rispetto alla media europea (30,8%) e il potere d’acquisto risulta addirittura calato (-4,5%) con la recente ondata inflattiva. Il rinnovo dei contratti collettivi e gli adeguamenti Ipca non colmano se non parzialmente la misura di quanto perso in termini di potere d’acquisto con l’inflazione, nel quale si è verificata una vera e propria erosione dei risparmi, a danno di molte famiglie. L’aumento del ricorso alla cassa integrazione(+23% nei primi nove mesi 2024) sulla carta lascia invariata l’occupazione, ma incide negativamente sui redditi e sulle aspettative verso il futuro” spiega Marcatili. Non a caso, malgrado gli indicatori positivi del mercato del lavoro, ben il 42% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi (nettamente peggiorata per l’11%), mentre solo l’8% ritiene sia migliorata.

La perdita di potere d’acquisto sta determinando rinunce rilevanti da parte delle famiglie: l’85% ha tagliato le spese per il tempo libero, il 72% ha ridotto i consumi culturali, il 67% le attività sportive e ben una famiglia su due ha dovuto ridurre le spese sanitarie, il 28% ha tagliato sulle spese per l’istruzione e una famiglia su 10 dichiara che non potrebbe far fronte economicamente alla nascita di un figlio e una famiglia su 6 non riuscirebbe ad affrontare la perdita di autonomia di un proprio componente, tanto che il 60% degli intervistati ritiene che alla base del calo nelle nascite ci siano questioni di natura economica.“Quanto emerge, dimostra come non siano solo i consumi considerati voluttuari a venire tagliati, quando si arriva a comprimere le spese per la propria salute o per l’istruzione dei figli, quando la sostenibilità finanziaria della quotidiana è così fragile che verrebbe compromessa da una nascita risulta evidente la situazione di vulnerabilità, denunciata soprattutto da alcune categorie familiari” sottolinea Marcatili. Particolarmente rappresentate per le rinunce più gravose risultano infatti le cosiddette famiglie sandwich, strette tra la cura dei figli piccoli e dei genitori anziani. Ben il 70% delle famiglie che tagliano sulle spese sanitarie sono famiglie sandwich, seguite poi, con ampie sovrapposizioni, dai genitori soli con figli (60%) e dalle famiglie meridionali (60%), ad indicare ambiti sociali caratterizzati daelevata fragilità. Le prospettive non migliorano guardando ai prossimi 12 mesi, se poco più di 1 famiglia su 10 confida in un miglioramento della propria situazione economica, una 1 famiglia su 3 teme invece un deterioramento rispetto alle condizioni attuali.

In un Paese in cui per ragioni demografiche l’indice di dipendenza strutturale cresce di anno in anno, il 22% delle famiglie hanno responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti (il 6% ha anziani non autosufficienti nel nucleo familiare) e oltre il 15% assolve direttamente a tali compiti. “La questione è sistemica, perché i bisogni delle famiglie, tradizionalmente legati al welfare pubblico, non trovano risposta adeguata se non dentro la famiglia stessa. Assistiamo ad un welfare sempre più fai da te” chiarisce Marcatili. Il 58% dichiara di trovare il principale supporto nella rete familiare, mentre solo la metà (29%) dichiara di ricevere supporto dai servizi sociali pubblici messi a disposizione dal territorio. “A stupire è il ruolo margine delle imprese: complessivamente solo il 12% dichiara di trovare un supportosostanziale in azienda. È riconosciuto dalla stessa quota di intervistati il ruolo dalla Caritas, che da sola fornisce lo stesso supporto dell’intero mondo dell’impresa. Il che mette in discussione la capacità dei piani di welfare aziendale di rispondere davvero ai bisogni emergenti e spiega la carenza di attrattività e di affezione al lavoro. Quanto a categorie specifiche, le famiglie numerose dichiarano particolari difficoltà di conciliazione vita-lavoro. Si riscontra invece una maggiore capacità di supporto da parte delle banche (26%)”. Si evidenzia poi una questione relativa alle nuove solitudini: “le tipologie di nuclei familiari più esposti a debolezza e bisogni sono quelli composti da una sola persona. In ogni fascia di età, riscontriamo l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole. I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale e vulnerabili quando non possono ricorrere alla protezione della rete familiare(oltre il 31% degli intervistati non riuscirebbe a sopportare l’impatto economico della perdita del lavoro di un componente della propria famiglia, contro una media del 14%). Gli adulti soli(45-69 anni) hanno meno supporto familiare, aumentano i casi di vissuti difficoltosi (divorzi, separazioni) che spesso si traducono in forme di fragilità, anche economica (quasi doppia la quota di adulti soli che percepiscono come insufficiente il proprio reddito rispetto alla media). Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente (la quota di chi dichiara insufficiente il proprio reddito è inferiore del 50% alla media), ma pesa l’esposizione al cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare (66%). In particolare, soffrono i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati” sottolinea Marcatili. In un quadro complessivo di aumento del disagio psicologico giovanile, la quota di genitori soli con figli che manifestano forme di disagio si attesta al 19%, contro una media del 7%, ad indicare una condizione particolare di fragilità. “Occorre poi guardare con attenzione – continua – anche alla condizione di difficoltà percepita dalle famiglie sottoposta alla somma tra compiti di cura degli anziani e dei minori e all’aumento, registrato nell’ultimo anno, delle famiglie che assistono persone disabili. Situazioni ad altissimo impatto sulla vita familiare”. 

Il venir meno del Reddito di Cittadinanza, sostituito dall’Assegno di inclusione e dalle politiche attive previste con il Supporto formazione-lavoro incontra lo scetticismo della maggioranza (solo il 28% del campione esprime fiducia in tali misure). Basso il consenso (14%) espresso verso la Direttiva Case Green, ad oggi circa la metà delle famiglie dovrebbe effettuare interventi di efficientamento energetico, ma ben due terzi di esse dichiarano di non disporre delle risorse economiche necessarie.

Un nuovo progetto politico per salvare la democrazia

La democrazia italiana attraversa una fase di pericolosa fragilità. Indicatori chiari, come la disaffezione al voto (astensionismo, schede bianche e nulle) testimoniano un progressivo distacco dei cittadini. Sono segnali che non possono essere sottovalutati, pena l’assuefazione collettiva all’impoverimento della politica.

In questo contesto, il fiume carsico dell’azione civica fatica a trovare uno sbocco soddisfacente. La democrazia rappresentativa sembra vivere una contraddizione profonda: da un lato, chiede ai cittadini di essere protagonisti; dall’altro, non offre loro strumenti adeguati per indirizzare e controllare le decisioni.

Grave è l’involuzione dei partiti, sempre più organizzati intorno a un leader solitario. È una logica che non prevede la trasformazione delle regole del gioco, bensì lo sfruttamento di ciò che queste regole producono, senza preoccuparsi del degrado. Non importa, allora, se avanza una sorta di “inverno democratico”, l’interesse è tutto concentrato sulla capacità di guadagnare consenso all’interno del sistema, con buona pace per l’allarme a riguardo della crescente defezione degli elettori. 

Questa dinamica ha portato molti a ritenere insostenibile qualsiasi progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica. Si è diffusa l’idea che non abbia spazio, data la sua vocazione alla ricerca dell’equilibrio necessario a favorire lo sviluppo. Non lo ha in un panorama dominato da un bipolarismo sempre più radicalizzato, in cui le scelte si riducono a una forzata alternativa tra destra e sinistra. Tuttavia, questa lettura è miope e non tiene conto di una realtà più complessa.

Molti cittadini avvertono un senso di estraneità tanto nei confronti della destra, spesso percepita come troppo aggressiva e radicale, quanto della sinistra, ritenuta incapace di proporre soluzioni concrete ai problemi della vita. Ed ecco che il vuoto genera disillusione e con essa, appunto, astensionismo.

Non è quindi né infecondo né sbagliato immaginare un progetto politico che si fondi su valori chiari: il rispetto della persona, la responsabilità individuale, la solidarietà sociale, nonché una visione del futuro che punti soprattutto al bene comune, oltre le formule cristallizzate degli schieramenti. Oltre, cioè, il tifo delle curve. Un progetto che muova dal “centro” della società e spinga, nell’orizzonte del bene comune, verso una coerente “politica di centro”; che sappia unire competenza, pragmatismo e apertura al dialogo, qualificando il quadro delle alleanze; e che offra, insomma, un’alternativa credibile a chi oggi si sente orfano di rappresentanza.

Dunque, il centro non è uno spazio da occupare ma una politica da promuovere. È un bisogno, una risposta alla frammentazione e al disorientamento che minano le fondamenta della struttura democratica della società. Ed è su questo bisogno che dobbiamo lavorare, con coraggio e lungimiranza.

Il tentativo di Ruffini apre nuove prospettive

Vogliamo esimerci dal ripetere i luoghi comuni riportati dalla stampa negli ultimi due giorni. Un dato è certo: Ruffini rappresenta una variante che, in un centro ormai frammentato dai suoi principali interpreti – Calenda e Renzi su tutti – viene percepito come un astro che sconvolge gli equilibri esistenti. Egli sembra prospettare l’ennesimo tentativo, a partire da Veltroni, di configurare un centrosinistra che prescinda dal vincolo ossessivo dell’identitarismo.

Non sorprende, quindi, la reazione (ispida) di Calenda e (problematica) di Renzi. I due si trovano a brindare con calici già scheggiati da un dualismo tanto perdente quanto paralizzante. Ma chi impediva, al di là della loro presunta superiorità, di dimostrare fedeltà all’idea di centro attraverso un documento comune, pur frutto di un compromesso, e di ritagliarsi due ruoli primari da “consoli romani”, uno per l’Italia e uno per l’Europa? Non aver colto questa opportunità è, politicamente parlando, un autentico peccato mortale.

Anche nel Pd, pur considerando l’interesse dichiarato della segretaria verso il mondo cattolico, emergono timori circa l’ipotesi che Ruffini possa diventare un federatore “alla Prodi”. Non si capisce la logica di tanta apprensione. Forse sarebbe opportuno che la Schlein desse un altro tono al discorso sulla coalizione, dichiarandosi pronta a un confronto dignitoso. E ciò per difendere non tanto la sua immagine, quanto la vocazione “plurale” del partito che rappresenta. Ecco, nessun veto inaccettabile da parte di nessuno, se esiste un comune sentire. E a tempo debito si decida democraticamente con l’auspicabile ricorso alle primarie di coalizione.

Quanto ai potenziali nuovi protagonisti, vale segnalare  la (poco) velata disponibilità di Sala. Per adesso, tuttavia, resta concentrato sulla sua città: non intende venire meno – dice – ai doveri di sindaco di Milano. C’è comunque molto movimento nell’aria. Resta da vedere se anche il M5S e il suo leader Conte marcino in direzione del centro. Ma come? Non dimentichiamo che in origine Grillo proclamava “né di destra né di sinistra” la sua creatura politica. Magari fra non molto, con qualche piroetta, potrebbe emergere un nuovo centro multiforme. Già sembra di sentirlo, Conte, affermare che per lui dovrebbe essere un centro “dinamico, non pregiudizialmente schierato né con l’uno né con l’altro polo”. Insomma, le sorprese non mancano e non mancheranno.

Comprendere il progresso: linguaggio, istruzione e responsabilità.

Tutto ciò che sta cambiando nei nostri stilemi comunicativi non è dovuto, come in passato, solo a un avvicendamento generazionale. L’irrompere della tecnologia e ciò che inizia ad emergere con le applicazioni dell’intelligenza artificiale recano il senso di una sorta di rivoluzione sintattica, semantica e simbolica nell’uso delle parole, fino alla loro sostituzione con nuove espressioni lessicali.

Mettiamoci un attimo nei panni di quel docente che, ritirando i temi assegnati ai suoi alunni, si è accorto che la quasi totalità degli svolgimenti era stata fatta utilizzando ChatGPT: un’applicazione basata su intelligenza artificiale e apprendimento automatico, sviluppata da OpenAI e specializzata nella conversazione con un utente umano, che ha dimostrato notevoli capacità nel generare un testo simile a quello prodotto dalle persone. Credo che avremmo conferma della pervasività dei sistemi informatici e del fatto che, gradualmente, hardware e software si avvieranno a sostituire la logica del ragionamento pensato, come scrive il Prof. Andreoli, usando il cervello che teniamo in tasca piuttosto che quello che abbiamo in testa.

Un recente Rapporto OCSE sulle competenze cognitive degli adulti ha evidenziato una carenza in tre ambiti: comprensione del testo (literacy), logica matematica semplice (numeracy) e problem solving. Questa situazione colloca l’Italia al quartultimo posto tra i Paesi industrializzati.

Per comprendere il portato di questa carenza, non è necessario considerare le più sofisticate applicazioni tecnologiche o immaginare scenari distopici, dove l’uomo sarà lentamente prima affiancato e poi superato dai prodotti delle applicazioni che lui stesso sta generando. Basta osservare i comportamenti degli adulti, ma anche degli adolescenti e persino dei bambini, per comprendere quanto pervasiva e, per certi aspetti, rivoluzionaria sia l’irruzione degli strumenti dell’innovazione scientifica nella quotidianità, ma anche il loro uso smodato.

Maneggiando uno smartphone o un tablet si accede a un universo sconosciuto. Le applicazioni, sempre più avanzate, permettono di navigare in un mondo simbolico sconfinato. È certamente arduo il compito delle famiglie e della scuola nell’educare bambini e ragazzi a un uso contenuto di questi strumenti avanzatissimi e nell’insegnare loro a distinguere il divertimento o l’uso a fini didattici dai pericoli di una navigazione senza controllo nel web. Possiamo persino dire che, al momento, sarebbe una battaglia persa in partenza.

Quanto influiscano sugli stili di vita, gli interessi, le curiosità e la frequenza d’uso i canali social è evidente. Tuttavia, ciò non rappresenta un criterio etico in grado di indirizzare e orientare queste frequentazioni. Con uno smartphone si possono scaricare informazioni utili, comunicare facilmente e rapidamente, studiare, lavorare in videoconferenza o acquisire materiali per l’apprendimento. Tuttavia, in un caravanserraglio di canali di accesso e fruizione, accade anche che si incrocino immagini e video di ogni tipo o che si usino i cellulari per diffondere materiale illecito.

Anche l’uso più corretto e ortodosso delle tecnologie cambia – e non poco – le regole di comprensione e comunicazione. Ne deriva che il linguaggio ricorrente diventa specifico, svincolato dall’ortodossia semantica e persino grammaticale. Subentrano modalità cognitive e codici comunicativi che creano una terminologia diversa dal parlare corrente. Si sviluppano nuove forme di interlocuzione, e ciò condiziona negativamente le stesse relazioni interpersonali.

La scuola, in particolare, dovrebbe accogliere ciò che l’innovazione offre in termini di mezzi e dotazioni, ma contemperando il nuovo con le radici della tradizione culturale e mantenendo salde e direzionate le finalità educative. La digitalizzazione pervasiva sta cambiando – non certo in meglio – i metodi di insegnamento-apprendimento, dove l’uso dello strumento informatico finisce col prevalere sui contenuti didattici e sul senso pedagogico dell’educare e della formazione, che nascono dalla considerazione prevalente del fattore umano.

Famiglia e scuola devono restare saldamente ancorate a una prospettiva relazionale e colloquiale, rispettando ciascuno il proprio ruolo, ad esempio di genitore e figlio, di insegnante e studente. Fermare le derive del progresso tecnologico e dell’innovazione sarebbe come tentare di respingere con le mani la forza di uno tsunami. Tuttavia, immaginare che scuola e famiglia diventino contenitori formali di presenze separate tra loro, fino all’isolamento solipsistico, significherebbe accettare una sorta di drammatico abbandono anaffettivo nelle relazioni personali.

La lingua si evolve. La stessa Accademia della Crusca e i dizionari, cartacei o digitali che siano, inglobano e legittimano i neologismi, prendendo atto dell’evoluzione delle parole. Per evitare di salutarci in futuro con un “bit”, in modo arido e privo di empatia, dobbiamo però tenere la persona saldamente al centro delle relazioni umane. È necessario usare codici cognitivi e comunicativi che siano comprensibili e condivisi.

Trump contro la commissione sul 6 gennaio. Sanders: “Autoritarismo e dittatura”.

Il senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders, ha lanciato dure critiche contro il presidente eletto Donald Trump, definendo “scandalose” le sue dichiarazioni sulle possibili azioni contro i membri della commissione della Camera che ha indagato sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. In un’intervista rilasciata domenica al programma Meet the Press della NBC News, Sanders ha messo in guardia contro le implicazioni autoritarie delle parole di Trump, suggerendo che il presidente Joe Biden potrebbe considerare l’idea di una grazia preventiva per i componenti della commissione.

Trump, durante la campagna elettorale, ha minacciato di perseguire legalmente e incarcerare i membri della commissione, composta da sette democratici e due repubblicani, Liz Cheney e Adam Kinzinger, per il loro ruolo nelle indagini sull’assalto del 6 gennaio. Queste dichiarazioni hanno suscitato reazioni di forte preoccupazione in diversi ambienti politici e istituzionali, con Sanders tra i più critici.

“Questa è una dichiarazione scandalosa”, ha detto il senatore. “Ecco di cosa si tratta quando parliamo di autoritarismo. Ecco di cosa si tratta quando parliamo di dittatura”. Con queste parole, Sanders ha voluto sottolineare la gravità delle intenzioni espresse da Trump, mettendo in luce i rischi che un approccio simile rappresenterebbe per lo stato di diritto e per le istituzioni democratiche degli Stati Uniti.

Alla domanda del conduttore sul fatto che il presidente Biden debba considerare la possibilità di una grazia preventiva per i membri della commissione, Sanders ha risposto con prudenza, pur riconoscendo la delicatezza della questione: “Penso che potrebbe voler considerare questa possibilità molto seriamente”.

La grazia preventiva, una mossa senza precedenti nella storia americana, rappresenterebbe una protezione legale preventiva per i componenti della commissione contro eventuali procedimenti penali. Tuttavia, un’azione di questo tipo solleverebbe inevitabilmente dibattiti sul bilanciamento tra l’autonomia del potere giudiziario e la necessità di preservare il funzionamento delle istituzioni democratiche di fronte a possibili derive autoritarie.

La commissione della Camera sul 6 gennaio è stata istituita per fare luce sulle responsabilità e le dinamiche dell’assalto al Congresso, culminato nel tentativo di bloccare la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden nel 2020. Il lavoro del comitato, conclusosi alla fine del 2022, ha portato alla raccomandazione di incriminare Trump per quattro reati federali, tra cui istigazione all’insurrezione.

Le tensioni legate a queste vicende riflettono le profonde divisioni politiche e istituzionali che continuano a caratterizzare il panorama americano, con Sanders che emerge come una delle voci più ferme nel denunciare i rischi per la democrazia. “Dobbiamo essere chiari: questa non è una questione di destra o sinistra, ma di difesa dei principi fondamentali del nostro sistema democratico”, ha concluso il senatore.

Con le prossime elezioni presidenziali all’orizzonte, il dibattito sulle parole e le intenzioni di Trump si intensifica, lasciando trasparire la posta in gioco: non solo la leadership del paese, ma il futuro delle sue istituzioni democratiche.

Contro il populismo, Bayrou auspica il ritorno al sistema proporzionale.

L’insistenza di François Bayrou per cambiare il sistema elettorale, introducendo un ritorno al proporzionale, scuote da tempo il dibattito politico francese. La riforma, secondo il sen. Enrico Borghi (IV), potrebbe costituire una delle prime iniziative del nuovo governo. Ma cosa significa realmente questa proposta e quali reazioni incontra?

Bayrou, leader del partito centrista MoDem e figura di lungo corso della politica francese, ancora questa estate motivava la scelta come una risposta alla crescente polarizzazione della vita democratica. Negli ultimi anni, la Francia si è trovata intrappolata in una dinamica che oppone il populismo di destra, incarnato dal Rassemblement National di Marine Le Pen, e quello di sinistra, rappresentato dalla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Secondo Bayrou, il sistema maggioritario amplifica queste divisioni, premiando le forze politiche estreme e penalizzando le voci moderate e riformiste.

I critici non mancano. Da un lato, i partiti di centro e centro-sinistra, come il Partito Socialista e gli stessi alleati di Bayrou, vedono con favore l’iniziativa, considerandola un’opportunità per rispettare maggiormente il pluralismo e garantire una rappresentanza parlamentare più fedele alle volontà degli elettori. Dall’altro, le forze radicali di destra e di sinistra l’avversano apertamente perché, a loro giudizio, potrebbe rendere più difficile la formazione di governi stabili. Anche il partito di Macron, Renaissance, appare cauto: il proporzionale potrebbe erodere la sua attuale consistenza parlamentare.

La reazione dell’opinione pubblica è altrettanto variegata. Un sondaggio recente mostra come i francesi siano divisi sulla questione: mentre una parte significativa appoggia l’idea di una corretta rappresentanza delle minoranze, altri temono che il proporzionale possa portare a una politica frammentata e inefficiente..

In ogni caso, la sfida di Bayrou non resta circoscritta al sistema elettorale. In realtà mira a ripensare la democrazia in un momento storico in cui le istituzioni tradizionali francesi sono messe alla prova dalla sfiducia crescente dei cittadini. Ora, guardare agli sviluppi di questo percorso riformatore non potrebbe essere utile anche dall’altra parte delle Alpi, in Italia, dove il dibattito sul sistema elettorale resta ancora un tabù?

Se la Francia riuscirà a compiere questo passo, la riforma di Bayrou potrebbe rappresentare un modello per altre democrazie europee, offrendo una via d’uscita alla morsa del populismo e aprendo le porte a una politica più  inclusiva.