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Dibattito | Roma e il suo genius loci: la visione perduta dello SDO.

La rincorsa alla modernizzazione delle città, secondo le logiche neoilluministe, ha trovato, da qualche tempo, il suo punto di forza e di potere nella proposta del modello smart city e delle opportunità che ad esso si conformano e ne sviluppano le conclusioni nei progetti ambientali, energetici, architettonici, edilizi.

Come emerge dalle ricerche promosse dal professor Silvio Bolognini, tale prevalente indirizzo va assumendo, a mio avviso, un carattere non solo culturaleo meramente funzionale, ma di una vera e propria ideologia che si propone per assiomi che non ammettono alternative.

E’ mia convinzione che lo sviluppo delle città non sia segnato da un determinismo che ne imponga univocamente i caratteri. Sono debitore – per quanto riguarda aspetti fondamentali della visione filosofica e storica, ma che, indirettamente, può applicarsi all’urbanistica – della cultura cattolica che va da Giovanbattista Vico, a Romano Guardini, fino ad Augusto Del Noce, senza trascurare le pagine importanti di Oswald Spengler, Lewis Mumford e Mircea Eliade. Di conseguenza, ritengo che l’uomo, di fronte alla questione dell’abitare, possieda più opzioni e non quelle che la sola tecnica gli offre, con la sua possibile, moderna, deriva totalizzante.

La mia esperienza civica, cioè l’impegno politico, mi ha portato ad occuparmi della città di Roma, della quale colsi, per suggerimento di un mio importante predecessore, la definizione del suo fascino, nella descrizione di Silvio Negro che giunse a scrivere: ”Roma, non basta una vita”. Un fascino che corrisponde al suo essere non solo città, ma anche idea universale.

Avendo presente tali riferimenti culturali, nell’esperienza di Roma, pur nel breve periodo di guida amministrativa, mi trovai difronte al momento attuativo della progettazione del Sistema Direzionale Orientale, affidato ad un consorzio di imprese a guida Italstat, dopo anni di negligente disimpegno o di aperta ostilità da parte delle forze politiche ad esso ostili.

Lo SDO, previsto dal Piano Regolatore Generale del 1965, rappresentava il progetto più qualificante e di modernizzazione della città di Roma, discusso ed elaborato dalla migliore cultura urbanistica intorno alla metà degli anni ’50. Aveva il compito strategico di riorganizzare le funzioni direzionali più elevate, collocandole ad est della Città, in tre poli (Pietralata, Tiburtino, Centocelle) – serviti da un sistema complessivo, infrastrutturale, di viabilità pubblica e privata – connessi con l’Eur, attraverso un sottopasso che correva al di sotto del parco dell’Appia antica. Questo complesso, ideato, con il nome di E 42, progettato dalla metà degli anni ’30 per l’Esposizione Universale di quell’anno, era, poi, divenuto, per opera di Virgilio Testa, il quartiere più moderno di Roma, fornito di qualificanti elementi edilizi e monumentali basati su un segno architettonico moderno e, nel contempo, neoclassico, che riflettevano i caratteri identitari della Città. Il quartiere rappresentava, se pur in parte – in quanto gravitante sul centro attraverso l’asse stradale di via Cristoforo Colombo, che si innestava sulla via dei Fori Imperiali – una alternativa alla tendenza che lo sviluppo della Città spingeva, nel Centro storico, verso la trasformazione delle funzioni residenziali per collocarvi quelle direzionali e i servizi connessi. Con il progetto dello Sdo, comprendente una elevata cubatura complessiva, si sarebbe avviato il decentramento policentrico di Roma, una Città che, al pari di altre località italiane,  avvertiva una soffocante tendenza centripeta e l’ “assedio” di  vasti quartieri dormitorio, alcuni di carattere intensivo, privi di servizi , ai quali si andavano aggiungendo vasti agglomerati non legali, spinti dalla necessità di assorbire la forte immigrazione che si stava verificando a Roma, come altrove,   sin dall’immediato dopoguerra.

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La politica come coerenza di vita: l’esempio di Luigi Granelli.

Sono trascorsi ormai 25 anni dalla scomparsa di Luigi Granelli. Rimane indelebile in me il suo ricordo. E la consapevolezza di quanto egli sia stato fondamentale nel motivare meglio le ragioni del mio impegno politico. Una memoria utile per rammentare cosa è la Politica quando vissuta nel profondo e con vero spirito di servizio alla comunità e agli ideali nei quali si crede e si dice di voler sostenere: idee, passione civile, capacità di testimonianza, disponibilità al sacrificio personale, intransigenza sui valori e virtù della mediazione possibile, spirito di servizio, impegno sociale, tensione etica, lotta anche dura quando serve per affermare, nel confronto democratico, un ideale, un principio, un pensiero. Capacità di accettare alti incarichi di responsabilità ma anche di sapervi rinunciare. E, per chi crede nel trascendente, per chi ha fede, rigorosa applicazione dell’approccio laico all’impegno politico. Che non è, come taluno superficialmente intende oggi, acconciandosi ad una certa semplificazione imperante quanto ignorante, emarginazione di fatto delle scelte della politica dalle osservazioni derivanti dalla fede, quanto invece affermazione coerente e decisa del principio conciliare dell’indipendenza dei laici rispetto alla gerarchia ecclesiastica nella assunzione di responsabilità in ordine al governo della cosa pubblica. Tutto ciò è stato, nella sua lunga milizia politica, Luigi Granelli.

Con la coerenza, la testardaggine, l’intransigenza di uno di quegli uomini che don Primo Mazzolari tratteggiava quali persone capaci di “servire in piedi”. Non ha mai rinunciato a nulla delle sue idee, Luigi, per conseguire modesti compromessi. O, al contrario, prestigiosi incarichi. Lo dimostrò da subito quando, trentenne e brillante esponente lombardo della corrente di Base, sorta pochi anni prima per modernizzare la DC e affermare l’autonomia politica dei cattolici, venne escluso dalla lista dei candidati alla Camera per un veto posto dall’Arcivescovo di Milano, il cardinal Montini.

Granelli scriveva a quei tempi, su il Popolo lombardo, periodico della DC milanese, e su Stato democratico, un quindicinale di grande impegno culturale e politico da lui fondato e diretto, articoli che invitavano la DC a guardare a sinistra aprendo ai socialisti finalmente affrancati dal frontismo comunista, rifuggendo così da ogni periodica tentazione di cedimento alla Destra, e affermando le ragioni dell’autonomia dell’impegno sociale e politico da quello religioso, anticipando di qualche anno gli esiti del Concilio.

Quel rifiuto non spinse Granelli lontano dalla DC. Anzi ne fece un testimone scomodo in grado di ottenere immensa stima personale anche da parte dei suoi avversari, interni ed esterni al partito. Moltiplicò gli sforzi divenendo l’emblema di un impegno politico serio e sempre coerente, ad ogni costo, alieno da qualsiasi compromesso o da qualsivoglia opportunismo.

In virtù di questa sua impagabile qualità Granelli non è stato solo protagonista di una carriera politica di assoluto livello: consigliere comunale a Milano e capogruppo, deputato, senatore, sottosegretario agli Esteri con Moro, parlamentare europeo, ministro (Ricerca Scientifica e Partecipazioni Statali), vicepresidente del Senato. E per ciascuno di questi incarichi si è scritto ma ancora si dovrà scrivere molto, volendo analizzare il contributo che quest’uomo ha dato all’ideale democratico cristiano e allo sviluppo democratico di questo paese.

Ma ancor più è stato uno straordinario trascinatore per i giovani cattolici democratici che negli anni Sessanta e Settanta hanno incrociato il vento della contestazione condividendone la tensione al cambiamento, all’impegno per la pace, alla solidarietà fra i popoli senza mai tracimare nell’intolleranza o nella violenza e senza accedere ad una visione marxista della società, a quei tempi tanto in voga.

Luigi era infatti un leader naturale. Possedeva, oltre a quella sua forza carismatica derivante dalla coerenza interiore cui si è qui accennato, una qualità oratoria e una logica argomentativa assolutamente strepitose. I suoi interventi nelle assemblee di partito, fossero nella più piccola sezione di provincia come nella direzione nazionale, nei convegni di corrente o nei congressi di partito, avevano l’incisività massima per suscitare nei presenti entusiasmo, convincimento, voglia di partecipazione e impegno. Così come i suoi comizi in piazza erano un reale spettacolo di oratoria, mai infarciti di mera sloganistica mirata a raccogliere facili applausi; al contrario erano veementi argomentazioni logiche, sviluppate lungo una scaletta consequenziale precisa, impreziositi da puntuali riferimenti culturali, soprattutto di natura storica.

Possedeva una evidente dote naturale che gli consentiva di comunicare idee e pensieri con la velocità dell’oratore in grado di non temporeggiare nella sequenza continua delle parole e al tempo stesso di sviluppare l’argomentazione concettuale in rigorosa successione logica. Con in più una assoluta abilità nella variazione dei toni della voce che inevitabilmente conduceva la platea ad applaudirlo numerose volte nel corso di un singolo intervento tanto era capace di mantenere alto il livello di attenzione dell’uditorio e la disponibilità di quest’ultimo a reagire in maniera empatica ed emozionale alle tesi esposte. Un’abilità essenziale per chi si è trovato, in molte circostanze, minoranza. Minoranza scomoda. Mai snob, però. Perché tutti sapevano che derivava da un convincimento ideale e da un ragionamento politico, mai barattati per convenienze personali. Una lezione preziosa, in ogni tempo, per chi si avvicina al grande impegno che si chiama Politica.

La rivolta sociale nelle vicende dei popoli. Quale insegnamento?

La sfida semantica della rivolta sociale di Landini

Da quando il leader della Cgil, Landini ha usato quella espressione: “rivolta sociale”, non passa giorno che non si trovino commenti contrastanti.

L’Enciclopedia Treccani definisce rivolta come  “L’azione e il fatto di rivoltarsi contro l’ordine e il potere costituito (è più che sommossa, ma indica azione più improvvisa e meno estesa e organizzata rispetto a rivoluzione).

Di certo se è un leader sindacale, la cui organizzazione è nota per una consolidata conformità all’ordinamento nelle manifestazioni a presidio dei diritti sindacali, il significato non può che alludere al portare in piazza un diffuso sentimento di rifiuto della tante diseguaglianze ed iniquità prodotte in questi anni da politiche che hanno penalizzato soprattutto salariati e pensionati; “non girandosi dall’altra parte”, come successivamente ha precisato.

E così è stato lo sciopero generale del 29 scorso, un segno tangibile di rifiuto di ogni politica economica e sociale iniqua.

 

La rivolta dell’acqua degli ennesi nella diatriba sulla Diga tra Enna e Caltanissetta

In ben altra modalità, ma, anch’essa sintomo di un contesto in cui la tolleranza per la mancanza quotidiana di un bene pubblico essenziale appare giunta a livelli irrefrenabili, si iscrive il segnale lanciato in questi giorni dagli Ennesi nella diatriba per l’acqua che li affligge da decenni. Nel breve battere di ciglio, inascoltati da anni dalle Autorità locali preposte, sono passati dalle parole ai fatti, come ci racconta Il quotidiano La Repubblica:”La diga Ancipa, in una tersa mattinata di fine novembre, diventa così il teatro di una rivolta: sono in mille, i cittadini assetati di cinque comuni ennesi, e sono capitanati dai sindaci. Alle 12,15 forzano i cancelli del potabilizzatore, occupano l’impianto, chiudono la condotta idrica per Caltanissetta”.

Sta di fatto che la giusta pretesa ad un profondo bisogno di rinnovamento nella società civile e politica, se non c’è una risposta autorevole e credibile si anticipa spesso in forme pacifiche o violente con rivolte sociali, inizialmente occasionali.

Molto più suscettivi di trasformarsi in rivoluzioni quando c’è alla base un’organizzazione guida.

 

Dai Vespri siciliani ai moti risorgimentali, la rivolta come motore della Storia dei popoli

Dai Vespri siciliani, a Palermo, nel 1282, alla rivolta dei Ciompi a Firenze nel 1378 anticipatrice dei futuri conflitti sociali tra capitale e movimento operaio, fino alla Rivoluzione francese, dove un’élite trasformò la rivolta parigina in un evento che trovò eco in tutta Europa, perseguendo una moderna forma di aggregazione sociale e politica della società, fondata sui principi liberali della liberté, egalité fraternité e della tripartizione dei poteri. anche se paradossalmente la lotta sanguinaria tra le fazioni corrose in pochi anni quella spinta libertaria, non può negarsi che le rivolte siano state carburante nel corso della Storia dei popoli.

Ieri in un’interessante intervista il politologo Revelli ha sottolineato che “…senza rivolta non c’è libertà: perché se non ci fosse quel «vento di rivolta» ciò vorrebbe dire che la nostra società è non solo sorda, ma morta…”.

Del resto non sono stati pochi i moti e le rivolte sociali nella nostra penisola e nel mondo ad aver mutato il corso della storia.

 

Uno sguardo alle cause profonde dell’odierno malessere sociale

Non appare ultronea allora questa piccola riflessione sulle cause profonde del diffuso malessere sociale che, soprattutto la maggioranza governativa, non può trattare solo come problema di ordine pubblico.

Seppur me ne sia occupato, per sommi capi, già nel mio articolo del 19 novembre scorso, su questo giornale, trovo perciò riduttiva e scarsamente utile – come pure, nella sua intervista su Repubblica, ammonisce il Prof.Revelli, ai fini di un giusto inquadramento della questione – quest’ottica politica con cui ci si limita a liquidare la cosa come un esclusivo problema di natura pan penalistico.

Anche se ogni violenza è senz’altro da condannare, in qualsivoglia contesto, trascurare gli aspetti più roventi che sono alla base del forte malessere sociale e che stanno confinando un numero sempre crescente di studenti, lavoratori e nuclei familiari in un recinto esistenziale senza vie d’uscita, è il segno di una scarsa capacità propositiva e lungimirante.

 

La tremenda stagione degli anni ‘70 del terrorismo rosso e nero.

Tralascerei la comparazione con la tremenda stagione politica nelle quali una iniziale protesta, non solo studentesca, si trasfigurò ideologicamente in sentenze di morte contro manager, magistrati e rappresentanti dello Stato, ove la DC pagò il prezzo più alto, con il sequestro e l’assassinio dell’On. Aldo Moro.

 

AllImpotenza, la rabbia e l’assenza di un futuro possibile, soprattutto nei giovani, il governo risponde con provvedimenti liberticidi

Oggi la violenza di piazza, seppur sempre deprecabile, si incardina soprattutto in quei sentimenti di impotenza e di rabbia che inevitabilmente affiorano in contesti esistenziali segnati da condizioni di degrado sociale, ove il riscatto sociale diviene impresa impossibile.

A rafforzarlo contribuisce quella palese idea di paese tradotta nei tanti provvedimenti di stampo reazionario che colpiscono i diritti fondamentali mentre si corrobora un sistema economico fondato principalmente sulle oligarchie finanziarie, come banche, multinazionali e grandi capitali.

In questo clima ha trovato più facile declinazione la riappropriazione dell’idea di una immanente precarizzazione del lavoro, definita eufemisticamente flessibilità della prestazione (cominciata con il Job Act di Renzi), che ha ricondotto la prestazione lavorativa nella cinica idea di una mera mercificazione non più come risorsa aggiuntiva fondata sulla specificità della persona, mentre si è del tutto persa la sua indispensabile funzione di sostentamento e benessere personale e familiare.

 

L’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale è oramai una encomiabile chimera

Un quadro che affievolisce fortemente ogni aspettativa di uguaglianza sostanziale per tutti, a tutto vantaggio, invece, delle sfere più alte della gerarchia socio-economica, nel nome di un malinteso liberismo senza confini (emblematico l’incontro della premier Meloni con il magnate Elon Musk), ossia senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento conforme a Costituzione dovrebbe invece preoccuparsi di regolamentare e presidiare.

Cosi come non possiamo sottacere i tanti sentimenti di frustrazione e la compressione della dignità umana, che tale visione di paese causa, corrodendo irreversibilmente la parabola esistenziale di tanti giovani senza prospettive – costretti a trovare fortuna in altri paesi – come tanti disoccupati, salariati sottopagati e precari, a causa di un sistema lavorativo ormai caratterizzato da instabilità e sfruttamento, ove le morti sul luogo di lavoro non sono più una ipotetica rarità.

 

I tanti teatri di guerra stanno lacerando ogni idea di convivenza pacifica tra i popoli

Mentre i vari teatri di guerra stanno lacerando ogni idea di pacifica convivenza civile, contribuendo in taluni casi a scatenare sentimenti di odio fratricida, tra comunità contigue, favorendo riarmo e politiche di stampo nazionalista, in aperto contrasto con la propensione universale, sulla scia di un Umanesimo solidale, all’integrazione e alla convivenza delle diverse culture e religioni.

 

La scuola del merito come barriera d’ingresso per la perpetuazione delle differenze sociali

Se guardiamo poi alle politiche scolastiche che stanno trasformando il merito in una barriera di ingresso anziché un obiettivo da raggiungere, non si riconosce più la scuola come fucina per il progetto di vita di ciascuno adolescente ma come strumento di selezione automatica e di perpetuazione delle differenze sociali, determinando già dai primi anni di scuola il destino sociale di molti, con la conseguente vanificazione del cosiddetto “ascensore sociale” che finora aveva evitato una totale immobilità nelle gerarchie socio-economiche, avvicinandoci a nuove forme di servitù moderna.

 

Politiche del lavoro modellate su una sempre più diffusa precarizzazione dei contratti e sulla compressione di salari e pensioni

Anche le politiche del lavoro seguono una strada preoccupante: si cerca di compensare la scarsa competitività aziendale comprimendo i salari e riducendo le tutele dei lavoratori, in un contesto di recessione e inflazione che il governo non affronta con misure bilanciate. Le politiche fiscali, infine, risultano sbilanciate: rigide e inflessibili verso i lavoratori dipendenti, indulgenti con imprese e lavoratori autonomi.

 

La sanità perde il suo carattere universalistico con la persistente inadeguatezza strutturale a curare tutti

La sanità pubblica, già gravemente compromessa dalla chiusura di ospedali e presidi territoriali (un problema non imputabile solo a questo governo), è ormai incapace di rispondere alla domanda di cure. Milioni di persone sono costrette a rinunciare ai trattamenti o a rivolgersi al privato, spesso a costi insostenibili. In questo contesto la Regione Lazio propone un modello ibrido tra pubblico e privato per colmare le lacune, ma la situazione resta critica.

Mi limito a questi pochi flash, pur emblematici di un progetto governativo artefice di un divario tra ceti sociali e territori della Repubblica, intollerabile.

 

Astensionismo e politiche sociali credibili, un campo ancora tutto da delineare

Mi auguro che in questo scenario, aggravato da un astensionismo giunto a livelli di guardia, si apra sulla tematica un dibattito fecondo che consenta di individuare, definire e prospettare politiche appropriate che, ad oggi, un’opposizione in ordine sparso, non è riuscita a proporre, affinché si recuperi nell’Ordinamento il pieno rispetto della dignità umana e sia al contempo argine ad una minacciosa deriva autoritaria.

Prodi invoca le riforme, pena il declino dell’Europa e dell’Italia.

Sul Corriere della Sera del 30 novembre, nell’intervista a Romano Prodi emerge la lucidità di un protagonista che continua a sentirsi al servizio del Paese. Le sue riflessioni offrono spunti interessanti per capire dove possono andare l’Italia e l’Europa. Per quest’ultima, l’urgente necessità è rafforzare le sue politiche nel campo della difesa e della politica estera, come pure nell’esercizio di comuni strategie economiche e di bilancio, puntando all’eliminazione di un ostacolo paralizzante come il meccanismo dell’unanimità nelle decisioni. Il rischio, altrimenti, è quello di soccombere davanti agli Stati Uniti di Trump, sia sul piano politico che economico.

Prodi osserva che nel Partito Democratico manca un dibattito serio, in particolare sulla politica industriale. Inoltre, sottolinea che «criticare non basta, bisogna proporre riforme». Da queste parole emerge una riflessione che merita attenzione, in particolare quando il Professore afferma che “la Meloni ora è nel club europeo, ma come ruota di scorta”. Nonostante Ursula von der Leyen abbia numerosi impegni, soprattutto in vista delle cruciali elezioni tedesche, si può riconoscere che la Meloni ha giocato un ruolo importante nel limitare l’influenza dell’estrema destra all’interno dell’Unione.

Quanto alla Meloni, a me sembra tuttavia che il suo ruolo non si riduca a quello di una semplice “ruota di scorta”. Piuttosto, l’Italia si trova di fronte a un’opportunità unica: un ruolo determinante nel confronto tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. È in questo contesto che Prodi non mette abbastanza in luce un altro contributo significativo dell’Italia: quello di aver lavorato, insieme a Mario Monti e in sintonia con il Presidente Mattarella, per assicurare la presenza di un italiano di peso nell’esecutivo europeo, come dimostra la nomina di Raffaele Fitto.

Invece, rispetto al possibile referendum sulla riforma costituzionale, servirebbe affrontare il tema con spirito costruttivo, contrastando comunque il “premierato assoluto” come formula destinata a dividere ulteriormente il Paese. E questo potrebbe alimentare pericolosamente l’astensionismo, che coinvolge ormai il 50% degli elettori. Molti tra questi, seppur disillusi, potrebbero essere indotti ad accettare la scommessa di una potenziale avventura politica, per cercare una prospettiva di stabilità e governabilità, senza considerare i rischi di un cambiamento radicale che nel resto del mondo non ha precedenti, eccetto in Israele, dove peraltro l’esperimento dell’elezione diretta del premier è stato rapidamente interrotto.

Cisl, contrattazione e responsabilità: il vero sindacato del futuro.

Senza entrare nei numeri della partecipazione ai vari cortei e, soprattutto, della vera e non virtuale adesione dei vari comparti allo sciopero generale del 29 novembre, si può tranquillamente sostenere che il vero vincitore del giorno dopo è la Cisl. E questo per almeno tre ragioni di fondo. Innanzitutto il vero mestiere del sindacato non è quello di pianificare continui e ripetuti scioperi nazionali e locali che hanno un carattere squisitamente ed esclusivamente politico. Perché, almeno su questo, non ci dovrebbe essere polemica o distinzione alcuna. Anche perché lo sciopero smaccatamente politico da un lato sminuisce il significato e la valenza del continuo ricorso alla mobilitazione generale e, dall’altro, indebolisce lo stesso ruolo del sindacato. Che non è quello di ergersi a contraltare politico della maggioranza di governo sgradita o pregiudizialmente ostili ma, al contrario, difendere le ragioni, le istanze e le domande concrete dei lavoratori attraverso la cultura del negoziato e della continua e testarda contrattazione.

In secondo luogo un sindacato è credibile e anche rappresentativo se non è un mero soggetto politico. O, peggio ancora, una sorta di partito trasversale. Perchè è altrettanto indubbio ed oggettivo che la piazza del 29 novembre, sempre con il dovuto rispetto per tutte le piazze, era una piazza politica ed ideologicamente schieratissima. Forse come non mai nella lunga e gloriosa storia del sindacato rosso. Ma un sindacato che ha ormai superato e del tutto archiviato la stessa concezione della “cinghia di trasmissione” con il partito di riferimento che per 50 anni è stato, come tutti sanno, il Pci, non può che essere interpretato come una organizzazione che ha fatto della appartenenza politica e partitica la sua ragion d’essere. Al punto che è ormai quasi scontato sostenere che non sappiamo se è la Cgil che detta l’agenda politica ai partiti del ‘campo largo’ o se sono i partiti del ‘campo largo’ che la dettano al sindacato di riferimento. Comunque sia, si tratta di una commistione che nè aiuta e nè rafforza il ruolo e la ‘mission’ storica del sindacalismo italiano.

Infine, e non per ordine di importanza, il sindacato può recuperare una credibilità – che purtroppo, oggi, è seriamente in discussione come ci hanno detto anche recenti sondaggi – e un ruolo se è in grado di salvaguardare la propria autonomia rispetto ai partiti e alla politica e se, soprattutto, riesce ad ottenere risultati concreti per i soggetti che rappresenta. O che dice di rappresentare. E questo obiettivo lo si può centrare solo e soltanto attraverso la cultura della contrattazione e del negoziato permanente. Non ci sono alternative concrete da perseguire o da individuare per la difesa dei lavoratori, di tutti i lavoratori, e dei pensionati.

Ecco perché, e senza alcuna polemica politica o culturale, si può tranquillamente sostenere che dopo il corteo della Cgil il vero vincitore è la Cisl. Perché se si vogliono ottenere risultati concreti e tangibili non si può che riscoprire con forza e convinzione i principi cardine che stoicamente hanno caratterizzato, e che continuano ad accompagnare, il cammino concreto della Cisl. E cioè, autonomia dai partiti e dalla politica, contrattazione, pluralismo, no alla radicalizzazione, cultura del dialogo e del confronto, responsabilità e pragmatismo, ricerca della sintesi ed approccio riformista. Appunto, l’esatto contrario dell’attuale strategia frontista, ideologica e radicale della Cgil. Sempreché, come ovvio, si voglia continuare a fare azione

sindacale e non, invece, una dichiarata e smaccata azione politica e partitica.

Tre leadership rivali si contendono la guida del governo

Non si può essere a capo del governo e al contempo essere leader di partiti. Alcide De Gasperi, di cui ricorre il settantesimo della morte, quando divenne Presidente del Consiglio nel 1945 lasciò l’incarico di segretario della Dc. Una prassi di sana cultura politica durata poi decenni. Sono ruoli che distinguono anche interessi diversi e che inevitabilmente, se intrecciati, portano a conflitti nell’esecutivo. 

Per la cultura ed esperienza politica che abbiamo accumulato dovrebbe essere ovvio, ma purtroppo nell’ignoranza istituzionale odierna è una consapevolezza che è venuta meno. E a farne le spese sono i cittadini. Il conflitto politico tra Matteo Salvini e Antonio Tajani ne è emblematico. Due vicepresidenti del Consiglio, dovrebbero stare un passo indietro rispetto alla premier Giorgia Meloni, ma essendo leader di partito sono costretti alla belligeranza per questioni di consenso elettorale. Oggettivamente Antonio Tajani ha maggiori capacità politiche e saprebbe gestire i due ruoli con più saggezza ma dividendo la poltrona di Vice con il leader della Lega, populista meno rispettoso dei criteri di ruolo e in crisi di consenso, è costretto ad alzare il livello del confronto. A farne le spese è la governabilità del paese. 

Con Salvini peraltro è un film già visto. Durante il governo giallo-verde con Conte finì in un duello rusticano che portò al suo “licenziamento” in diretta Tv e quindi alla crisi di governo. Purtroppo è il limite di un pollo che si crede un’aquila, un problema per la Lega, per la coalizione di centro destra e per il paese. Analogo discorso vale per presidenti del Senato e della Camera allorquando, dimenticano il loro ruolo super partes, entrano nelle dinamiche dello confronto politico. Stanti questi evidenti limiti di cultura istituzionale a maggior ragione è necessario evitare la cosidetta riforma del “premierato” che causerebbe slabbramenti costituzionali pericolosi portando il paese sull’orlo della democrazia illiberale. 

Se il candidato premier è leader di un partito saldamente nelle sue mani (ove sceglie i parlamentari in base alla fedeltà) e i suoi vice pure, il rischio di un cortocircuito fra interessi elettorali di partito e quelli del paese sono del tutto evidenti. Come recita l’articolo 1 della Carta, la sovranità certamente appartiene al popolo, ma il popolo la esercita nella forma e nei limiti ivi prescritti, ergo i nostri governi fino ad oggi sono sempre stati pienamente rispettosi della volontà del paese. Secondo poi la logica perseguita della riforma che vorrebbe la Presidente del Consiglio Meloni ed alleati, non dovremmo più ricorrere a governi tecnici  (cosiddetti ribaltoni), ovvero se cosi fosse già stato non avremmo potuto avere ad esempio il governo Draghi che invece si è rivelato provvidenziale in un momento di grave crisi. 

Di fronte ad un’impasse, i governi tecnici sono invece utili, anzi necessari, se affidati a persone autorevoli per capacità e prestigio. È del tutto evidente che nei momenti di scelte difficili i partiti oggi sono prigionieri del consenso e che per levare le castagne dal fuoco i cosiddetti “tecnici” sono la ciambella di salvataggio e al contempo i capri espiatori successivamente. Se poi c’è una istituzione che in questi decenni di strampalerie populiste ha tenuto in piedi la Repubblica è la Presidenza a cui tanto dobbiamo e che faremmo bene a tenerci stretta con le modalità elettive attuali. In caso di crisi il rischio è che la maggioranza uscente decida se ricorrere o meno alle elezioni in base a criteri di convenienza elettorale e di potere, mentre invece il Presidente della Repubblica, quale figura super partes, valuta e propone in base alla necessità del paese in quel determinato momento (come è avvenuto). 

L’elezione diretta del premier inevitabilmente ridurrebbe il peso istituzionale del Presidente, come è ovvio. Si possono fare altre riforme per garantire stabilità e velocità, si può introdurre la sfiducia costruttiva e ragionare sul cancellierato tedesco che è un sistema vicino alla nostra storia. Si potrebbe anche ragionare sull’opportunità di superare il bicameralismo perfetto stabilendo compiti ed iter diversi fra le due camere. Una vera riforma sarebbe quella che i partiti fossero autenticamente democratici e non in mano a poche persone, e che quindi i candidati alle elezioni fossero persone di qualità e non solo scelti e garantiti per fedeltà indefessa al capo – meglio evitare poi i gruppi familiari. La realtà delle vicende in corso evidenzia il cortocircuito che danneggia il paese, cosi quindi meglio un chiaro No a riforme farebbero implodere le istituzioni democratiche.

Landini e Salvini, ecco gli opposti estremismi.

È da tempo, anche su queste colonne, che si corre il serio rischio di un progressivo scivolamento verso la deriva degli “opposti estremismi”. Una deriva che, purtroppo, ha segnato gli anni più bui e più tristi del nostro sistema politico e che non è affatto tramontata. Anzi, proprio in questi ultimi ultimi anni si è rafforzata se non addirittura consolidata. E tutto ciò capita quando prevale nella concreta dialettica politica la cosiddetta radicalizzazione del conflitto politico. Ovvero, la volontà di criminalizzare prima sotto il profilo morale e poi su quello politico quello l’avversario che, nel frattempo, è diventato un nemico giurato ed implacabile.

Ora, per restare all’oggi, abbiamo quasi plasticamente due figure che racchiudono questa deriva degli “opposti estremismi”. Due esponenti, l’unico sindacale e l’altro politico che, di fatto, sono due figure singolari se vogliamo garantire quella qualità della democrazia che resta l’unico e l’ultimo baluardo per non incorrere nell’avventurismo istituzionale e nella caos politico. L’uno, come ovvio, è il segretario generale della Cgil Landini e l’altro è il segretario della Lega nonchè Vice Premier Salvini. Ma, purtroppo, è dal sindacalista rosso che arrivano i messaggi più inquietanti e più pericolosi, come ormai evidenziano tutti coloro che non sono accecati da un furore ideologico contro un nemico da annientare e da abbattere. 

Un tempo si diceva che la parole sono come le pietre. Beh, se ci limitiamo anche solo al lessico urlato da Landini in tutte le piazze italiane in questi ultimi tempi c’è, francamente, da restare basiti e seriamente preoccupati. Perché la somiglianza, appunto, di natura lessicale con la stagione cruenta degli anni ‘60 e, soprattutto, degli anni ‘70 è impressionante. Certo che non c’è un esplicito invito alla violenza ma quella, come quasi tutti sanno, di norma è sempre e solo l’epilogo finale di un processo che inizia sempre con la violenza verbale e alcune, e precise, parole d’ordine. Del resto, “rivolta sociale”, “rivoltare il paese come un guanto”, “svolta autoritaria”, “a rischio la libertà di esistere”, “minaccia al diritto di sciopero”, “rischio per la libertà di espressione” e una serie infinita di amenità del genere esige e richiede una sola risposta: e cioè, combattere l’artefice e il protagonista di quell’attentato alla democrazia e alla libertà in tutti i modi possibili e con qualsiasi mezzo. 

Evidentemente, se la posta in gioco è così alta, come dice tutti i giorni il capo della Cgil, la riposta non può essere che dura e spietata. Ecco la faccia reale dell’estremismo e del massimalismo che può, tranquillamente ed oggettivamente, sconfinare nella violenza non solo verbale.

Speculare a questo atteggiamento, che è francamente pericoloso ed inquietante, esiste il comportamento politico del capo della Lega che è un misto di provocazione e di continua sfida. Un atteggiamento, questo, che è appunto speculare a quello di Landini e di chi vuole contrapporsi all’attuale maggioranza di governo in modo persino violento. Ecco perché, se si vogliono battere queste profonde e nefaste degenerazioni, la via maestra non è quella di assecondare e giustificare Landini – come, purtroppo, fa la sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni, dalla Schlein a Conte, da Fratoianni a Bonelli alla Salis – ma, al contrario, denunciare apertamente questa ferita inferta ai principi della democrazia sostanziale e costituzionale. E, sul versante opposto, il Governo non può e non deve supportare – come, del resto, sta già facendo – l’azione del Ministro Salvini ma intraprendere una strada che esalti e che pratichi la via del confronto e del dialogo politico ed istituzionale.

Insomma, “gli opposti estremismi” si possono battere. Ma si sconfiggono solo se prevale il metodo della democrazia e dei rispetto rigoroso dei valori costituzionali. Che non basta evocarli astrattamente ma vanno praticati concretamente.

Sul filo della memoria: tanto fervore creativo nell’esperienza dell’Istituto Maritain.

In questo mio intervento vorrei richiamare alla memoria, sull’onda di ricordi ancora molto vividi, alcuni momenti salienti che hanno segnato il percorso del nostro Istituto e di cui sono stata partecipe e alcune figure di protagonisti della sua storia. Come molti sanno, sono stata coinvolta nella vita dell’Istituto sin dal primo momento, ancor prima della fondazione aiutando Roberto Papini nella organizzazione dell’evento.

Il primo volto quindi nel mosaico dei miei ricordi è quello di Roberto cui sono stata legata da un lungo vissuto di affetto, amicizia, collaborazione e impegno condiviso. Così, il primo evento indimenticabile è appunto quello della riunione fondativa. Infatti, dopo il successo di un convegno che volle ricordare Jacques Maritain poco dopo la sua scomparsa organizzato dal Circolo Maritain di Ancona guidato dal Prof. Giancarlo Galeazzi, Roberto Papini si assunse il compito di creare un organismo permanente di carattere internazionale volto ad approfondire e diffondere il pensiero del filosofo in Italia e nel mondo. Dopo aver preso i contatti necessari con gli eredi morali del lascito del filosofo e i seguaci del suo pensiero in vari paesi, trovò una sponda nel Padre Alfredo Imperatori, gesuita, persona di impareggiabile generosità, rettore dell’Istituto Filosofico Aloisianum di Gallarate, che accolse con favore il progetto e ospitò i partecipanti per la riunione fondativa, il 6-7 aprile 1974. Rivedo i volti di tutti i partecipanti, che per la maggior parte non si conoscevano tra loro e quindi si guardavano con una punta di sorpresa, in particolare il viso calmo e severo di Olivier Lacombe, discepolo e amico, l’erede designato di Jacques Maritain, nominato Presidente dell’Istituto, che prima e meglio di altri intuì le potenzialità del progetto, del Prof. Antonio Pavan, discepolo e profondo conoscitore del pensiero maritainiano che assunse subito il ruolo di guida scientifica dell’Istituto, di Frère Heinz Schmitz, dei Piccoli Fratelli di Gesù di Tolosa dove Maritain trascorse i suoi ultimi anni, del Prof. Vittorio Possenti e tutti gli altri che per brevità non posso nominare singolarmente, che presero a cuore le sorti del neo istituto.

Alla fondazione seguirono alcuni incontri importanti tra cui quello tenutosi a Kolbsheim nella magione dei baroni Grunelius, grandi amici di Jacques e Raïssa, che ora riposano nel piccolo cimitero del paese alsaziano. Non dimentichiamo poi la fondazione della rivista “Notes et documents” e il suo grande artefice, ancora il Prof. Galeazzi, cui fece seguito la creazione del primo embrione della Biblioteca, ora chiamata Biblioteca della Persona. La Biblioteca, e non solo, deve molto all’opera instancabile di quel grande studioso di Maritain che fu il Prof. Piero Viotto, autore di opere preziose di studio e documentazione sui Maritain.

La prima sede dell’Istituto fu ad Ancona, dove il sindaco Alfredo Trifogli ne sostenne i primi passi insieme a Marcello Bedeschi. Sede poi trasferita a Roma nei locali di Via dei Coronari, offerti dal Pio Sodalizio dei Piceni. 

 

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L’IA al servizio dell’uomo: Barone (TIM) invita all’ottimismo.

Proprio una piccola repubblica, quella del Titano, trova motivo di interesse nell’affrontare le questioni poste dall’intelligenza artificiale (IA). Il convegno “Innovare responsabilmente – dialoghi sull’intelligenza artificiale e l’etica”, tenutosi giovedì 28 novembre all’Università di San Marino, ha rappresentato un’occasione per esplorare prospettive tecnologiche ed etiche in un mondo sempre più plasmato dall’automazione.

In apertura, Gianluigi Greco, docente dell’Università della Calabria e coordinatore del Comitato per l’aggiornamento della strategia nazionale italiana sull’IA, ha evidenziato l’urgenza di un approccio multidisciplinare. Secondo Greco, l’IA dovrebbe concentrarsi su ciò che l’uomo non può fare da solo, piuttosto che replicare abilità già acquisite. Ha ricordato che “oggi ci soffermiamo troppo su strumenti come ChatGPT”, invitando invece a indirizzare le risorse verso settori cruciali come la medicina, dove l’IA può superare i limiti delle capacità umane, ad esempio nelle analisi e nello sviluppo di farmaci.

Al centro del convegno, avendone promosso l’organizzazione, è stato in effetti il presidente di TIM San Marino, Nicola Barone. Ingegnere, manager di lungo corso della maggiore azienda di telecomunicazioni del Paese e Inviato straordinario della Repubblica del Titano, Barone ha posto l’accento sulle potenzialità della IA come enorme strumento per migliorare l’intima struttura del  lavoro. “Le nuove tecnologie – ha affermato – possono automatizzare fino al 70% delle attività dei dipendenti, liberando tempo per attività a maggior valore aggiunto”. Un’opportunità che, per Barone, richiede visione strategica e investimenti mirati. Su questo bisogna riflettere con atteggiamento positivo, senza nascondersi le difficoltà connesse ai processi di riorganizzazione.

Insieme a lui, Elio Schiavo, Chief Enterprise and Innovative Solutions Officer di TIM, ha ribadito la missione aziendale di ridurre il digital divide e accelerare la digitalizzazione delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, sottolineando l’importanza di integrare competenze e tecnologie per trasformare i processi.

L’evento ha messo in luce anche le implicazioni educative. Giovanna Cosenza, direttrice del corso di laurea in Comunicazione e Digital Media dell’ateneo sammarinese, ha sottolineato l’importanza delle soft skills, come creatività, empatia e capacità decisionale, nel formare i professionisti del futuro. L’integrazione tra discipline umanistiche e competenze digitali è stata indicata come la chiave per costruire un percorso formativo adeguato ai nuovi scenari tecnologici.

Nel contesto di un dibattito che ha coinvolto anche i Capitani Reggenti, Francesca Civerchia e Dalibor Riccardi, e il Segretario di Stato Luca Beccari, è emerso il bisogno di politiche globali condivise. “L’IA è una delle cinque macro sfide globali”, ha ricordato Beccari, “e nessun Paese può affrontarla da solo”.

A chiusura, il Rettore Corrado Petrocelli e il vescovo Domenico Benvenuti hanno richiamato l’attenzione sul ruolo centrale dell’uomo, con le sue complessità etiche e antropologiche. “Non possiamo ridurre l’uomo a un dato”, ha ammonito Benvenuti, mentre Petrocelli ha ribadito che l’umanizzazione della tecnica deve essere il principio guida per un’innovazione realmente responsabile.

L’incontro ha mostrato come San Marino, pur nelle sue dimensioni territorialmente ridotte, intenda contribuire a orientare la riflessione su un tema cruciale per il futuro globale.

Cultura, pace, diritti: l’eredità di Jacques Maritain per il XXI secolo.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain, fondato nel 1974, per iniziativa di un gruppo di qualificate personalità del mondo culturale, artistico, accademico, ecclesiale, politico di vari paesi, ha fatto conoscere a tutti il pensiero e la vita di Jacques Maritain, uno dei più grandi pensatori del XX secolo. che ha saputo offrire contributi nei più diversi campi del sapere filosofico, in una coerente prospettiva fondata sulla centralità della persona. Il contributo di Maritain al lavoro per la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nonché il suo impegno come ambasciatore della Francia presso la Santa Sede nell’immediato secondo dopoguerra sono noti a tutti, così come la scelta simbolica di Paolo VI di consegnare a Maritain il messaggio agli intellettuali alla fine del Concilio Vaticano II. 

Dopo la fondazione a Gallarate, la prima sede dell’Istituto fu ad Ancona, ma ben presto fu spostata a Roma, dove fu attivato il Segretariato generale per coordinare le attività che andavano moltiplicandosi, non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi del mondo in cui Maritain aveva lasciato tracce vive. Fu dunque grazie all’Istituto che si costituirono in Italia, Stati Uniti, Canada, Venezuela, Argentina, Spagna, ecc., gruppi di studiosi maritainiani che si riunirono in associazioni istituzionalmente o idealmente legate all’Istituto. Subito dopo la fondazione fu costituito il nucleo iniziale della Biblioteca dell’Istituto (che ora ha sede a Roma) con il proposito di raccogliere tutte le edizioni dell’opera di Jacques Maritain, gli studi sul suo pensiero e le opere più importanti degli altri autori personalisti. Dal 1975 si pubblica una rivista internazionale quadrimestrale Notes et Documents e viene promossa una intensa attività di pubblicazioni, seminari e convegni, spesso in collaborazione con altri enti e istituzioni, su questioni urgenti per l’oggi specie relative ai diversi ambiti della vita comune a tutti i livelli. 

Molto si potrebbe dire sull’intensa attività dell’Istituto a livello nazionale e internazionale. Mi limito ad alcuni esempi indicativi. Nel 1999 l’Unesco ha istituito presso l’Istituto la Cattedra Unesco di studi in materia di “Pace, sviluppo culturale e politiche culturali”. La Cattedra svolge numerose attività a carattere permanente, tra cui va segnalato il Corso annuale di formazione sul tema Educare alla Pace, che si tiene in collaborazione Università pontificie. L’Istituto Maritain, insieme con l’Università degli Studi di Basilicata, ha istituito inoltre nel 2016 la “Cattedra Jacques Maritain” su “Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo”. La sede prescelta è presso l’Università di Basilicata, a Matera, città dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. La Cattedra è stata ufficialmente inaugurata il 17 luglio 2017 alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nell’ambito della Cattedra si svolgono varie attività, una delle quali è il Corso di Alti Studi Mediterranei la cui prima edizione si è svolta nel 2017 sul tema: Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo. 

La memoria di 50 anni di impegno per il bene comune ha senso nella doppia dimensione della gratitudine e della responsabilità. La gratitudine per il bene fatto, generato. Per 50 anni di belle attività, ricche e feconde e per le persone che hanno contribuito alla nascita, alla crescita, al consolidamento dell’Istituto. Penso a Roberto Papini, animatore instancabile dell’Istituto per più di 40 anni, penso ai tanti che con lui hanno generosamente collaborato in Italia e nel mondo, a chi ha continuato l’opera. Penso ai semi gettati, alle tante realtà cresciute a partire dalle iniziative di cui è l’Istituto è stato promotore, al significato dell’impegno culturale, alimento fondamentale per la democrazia e per la vita comune.Accanto alla gratitudine e da essa suscitata c’è la responsabilità. La responsabilità per il futuro di fronte alle enormi sfide che il tempo nuovo ci pone dinanzi, la responsabilità di assicurare un luogo critico di riflessione, un’opportunità per continuare a far conoscere la figura di Jacques Maritain nella fedeltà all’impegno per la salvaguardia dei diritti della persona e per la promozione del bene comune, della pace e del dialogo. Il nostro tempo ha oggi ancora più bisogno di istituzioni di questo tipo.

 

[L’articolo, pubblicato ieri sull’Osservatore Romano, è qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del quotidiano edito nella Città del Vaticano]

 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-11/quo-271/tracce-vive-e-feconde.html

Periferie, piazze e nemici: il ritorno della violenza organizzata.

È un copione che si ripete. Puntuale come l’arrivo delle stagioni meteorologiche. Certo, dipende anche e soprattutto dalle cosiddette condizioni politiche. Ma ci sono degli elementi che, seppur nella diversità delle varie stagioni storiche, si ripetono quasi in modo uguale. Parliamo, purtroppo, del ritorno della violenza. Nelle sue varie declinazioni. E quasi ogni giorno lo possiamo registrare dai resoconti de vari organi di informazione. Come sempre, però, ci sono giornali e Tv che danno grande risalto a queste notizie e altri che, specularmente, cercano di nascondere il più possibile queste manifestazioni o perché non le ritengono importanti oppure, il più delle volte, perchè sotto sotto le condividono sotto il profilo politico. I luoghi della violenza sono diversi ma gli obiettivi sono quasi sempre gli stessi. 

Adesso la violenza esplode nelle periferie – Milano, Torino e Napoli docet -, nelle università, nelle piazze durante le manifestazioni studentesche e i cosiddetti cortei pro Palestina. Gli obiettivi da colpire, però, sono quasi sempre gli stessi. Ovvero, le forze dell’ordine, i luoghi istituzionali, il Governo e gli intramontabili “fascisti”. A tutto ciò non possiamo non aggiungere, ciliegina sulla torta, l’invito e l’auspicio alla “rivolta sociale” patrocinata dal sindacato rosso della Cgil che invita la pubblica opinione a rivoltarsi – con tutti i mezzi a disposizione come ovvio – contro la maggioranza di governo espressione della coalizione di centro destra.

Ora, senza cadere nella solita retorica – ipocrita, perbenista e falsa – che tutte le manifestazioni sono pacifiche, tranquille e sinceramente democratiche, è arrivato anche il momento per dirci una semplice verità. Perchè, piaccia o non piaccia, risponde semplicemente ad una verità oggettiva.

Ossia, la violenza scoppia – con modalità organizzative ovviamente diverse ma sempre con la stessa finalità – quando scocca la scintilla della criminalizzazione politica e morale dell’avversario/ nemico. È la teoria, purtroppo, che risponde alla logica perversa degli “opposti estremismi” e che nel nostro paese è ben nota. Ma, per fermarsi alla stagione contemporanea, oggi ci sono le condizioni ideali per fare esplodere una violenza che, francamente, nessuno sa dove può approdare e quali esiti può produrre. Detto con altre parole, c’è un nemico implacabile e giurato contro cui scagliarsi e contro cui si può scaraventare qualsiasi contestazione. Violenza compresa, come ovvio e scontato. Ieri e per molti anni questo nemico era individuato nella Democrazia Cristiana, nella sua classe dirigente e nel sistema politico che ruotava attorno a quel partito e oggi, molto più banalmente, nella coalizione che attualmente è al governo nel nostro paese. La contestazione si manifesta in luoghi diversi ma con la stessa virulenza e con la medesima

intensità. E purtroppo, ieri come oggi, di fronte a questa violenza manifesta ed esplicita non mancano da parte di alcune forze politiche la “comprensione”, la “giustificazione” e, soprattutto, anche “l’apprezzamento” per il ritorno del protagonismo delle masse.

Ed è per queste ragioni che, di fronte al ritorno della violenza in tutte le sue varie declinazioni – sperando che non degeneri negli atti tristemente noti degli anni ‘70 e ‘80 – il compito della politica, o almeno di chi ci crede, è quello di sminare il campo dalla criminalizzazione permanente e strutturale contro l’avversario/nemico. Un obiettivo e una prassi che, se non vengono corretti al più presto, possono tranquillamente avere come epilogo finale non solo la riproposizione della violenza di piazza ma quella, ben più grave ed inquietante, contro le persone simbolo del nemico da colpire e ad abbattere.

La Croix | Marc Sangnier, precursore della democrazia cristiana.

Chi è Marc Sangnier e cos’è “Le Sillon”?

Nel 1893, Marc Sangnier, un brillante studente della borghesia parigina, ha 20 anni. Durante la preparazione al concorso per l’École polytechnique presso il collegio Stanislas, organizza ogni settimana un gruppo di studenti in una sala chiamata “La Cripta”. Un anno dopo, nel 1894, questo nucleo dà vita a una piccola rivista intitolata Le Sillon, che si presenta come l’organo di un “gruppo di giovani democratici cattolici”. Marc Sangnier ne assume la direzione nel 1898 e avvia parallelamente degli “istituti popolari” – circoli di studio basati sul principio dell’insegnamento reciproco – che offrono corsi e conferenze per giovani di ogni classe sociale.

Nei primi anni del XX secolo, in un clima sempre più turbolento segnato dalla separazione tra Chiesa e Stato e dalla condanna del modernismo, Le Sillon è criticato sia dalla sinistra anticlericale che dalla destra antirepubblicana, ma diventa un movimento giovanile influente grazie al carisma del suo leader, che organizza incontri pubblici fondati sul dialogo e sullo scambio.

Questi incontri, spesso vivaci, accrescono la notorietà e l’espansione di Le Sillon: nel 1902 viene creata la “Jeune Garde” per formare una nuova élite di “cavalieri dei tempi moderni” (Michel Winock); nel 1905 viene lanciato il settimanale L’Éveil démocratique, con una tiratura di 50.000 copie, e nel 1908 il quotidiano La Démocratie. Dal 1907, l’opera Le “plus grand Sillon” cerca di “riunire tutte le forze animate, consapevolmente o meno, dallo spirito cristiano”, in una prospettiva non confessionale.

 

Quali sono le idee sostenute da Le Sillon?

Le Sillon trae ispirazione da due grandi correnti del cattolicesimo francese del XIX secolo. La prima è il cattolicesimo sociale, un movimento che, a partire dalla rivoluzione industriale, cerca di rispondere alle esigenze della nascente classe operaia, la cui condizione si deteriora sempre più. Questo impegno è incoraggiato dal papa Leone XIII con l’enciclica Rerum novarum del 1891. La seconda è il tentativo di riconciliare Chiesa e Repubblica, un’eredità del XIX secolo che lo stesso papa promuove con l’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1892, invitando i cattolici francesi a sostenere il regime repubblicano.

Mentre molti cattolici, ancora legati alla monarchia, si oppongono a questo appello, Marc Sangnier e il suo movimento vogliono non solo sostenere la democrazia, ma costruirla: “Le Sillon ha come obiettivo realizzare in Francia la repubblica democratica” (La Croix, 1905). Secondo lo storico Jean-Marie Mayeur, Sangnier sviluppa una concezione della democrazia basata sulla responsabilità e sulla partecipazione, con particolare attenzione all’integrazione della classe operaia. Per Sangnier, la democrazia non è solo una realtà giuridica o politica, ma un’”organizzazione sociale che mira a massimizzare la consapevolezza e la responsabilità civica di ogni individuo” (L’Esprit démocratique, 1905).

 

Come termina il movimento Le Sillon e come continua l’opera di Marc Sangnier?

Inizialmente sostenuto dal papa e dall’episcopato francese, Le Sillon viene criticato nel 1910, quando Papa Pio X invia una lettera agli episcopati giudicando che il movimento sia scivolato nell’errore. Lo accusa di confondere fede cattolica e fede democratica, apostolato cristiano e azione politica. Inoltre, secondo il papa, Le Sillon promuoverebbe una visione della democrazia indipendente dall’ispirazione cristiana, mettendo “l’autorità nel popolo” e non nella Chiesa, separando “la fraternità dalla carità cristiana”. Sangnier lascia quindi la direzione del movimento, come richiesto dal papa, e invita i suoi seguaci a sottomettersi.

Nonostante ciò, non abbandona la vita pubblica. Dopo essersi candidato alle elezioni legislative del 1910, nel 1912 fonda la Ligue de la Jeune République, promuovendo la partecipazione dei cittadini attraverso il referendum, il voto proporzionale, il suffragio femminile, leggi per la tutela del lavoro e un Senato professionale. Sebbene appoggiato da Benedetto XV e eletto all’Assemblea nel 1919, non riesce a formare un grande partito democratico-cristiano e non viene rieletto nel 1924. Da allora si dedica alla promozione della pace e nel 1929 introduce in Francia le prime “auberges de jeunesse” (ostelli della gioventù), un’idea importata dalla Germania.

 

Qual è l’eredità di Marc Sangnier fino a oggi?

La storia di Le Sillon e del suo fondatore riflette la particolarità francese di un relativo fallimento della democrazia cristiana come forza politica, ma il suo vigore come corrente di pensiero. Marc Sangnier rimane una figura influente durante l’intervallo tra le due guerre, attraverso articoli e discorsi. Diventa un maestro di pensiero per una generazione che, indirettamente, forma la politica del primo Novecento.

Questa generazione darà vita al Mouvement Républicain Populaire (MRP) nel 1944, il partito democratico-cristiano del dopoguerra, guidato da Maurice Schumann. Sangnier aderisce al movimento come membro onorario, vedendo in esso la realizzazione delle sue speranze di lungo corso. Sebbene in Francia non si sviluppi mai una grande forza democratico-cristiana come in Italia o Germania, l’opera profetica di Sangnier rappresenta una tappa decisiva nell’adattamento dei cattolici alla Repubblica.

 

Fonte: Le Croix – 29 novembre 2024

[Traduzione a cura della redazione]

 

https://www.la-croix.com/religion/marc-sangnier-precurseur-de-la-democratie-chretienne-en-france-20241129

Bitcoin alle stelle: il dibattito su criptovalute e regolamentazione si riaccende.

Il prezzo del bitcoin sta vivendo un momento d’oro, registrando uno dei suoi migliori mesi del 2024. Dopo la vittoria elettorale dell’ex presidente Donald Trump, la criptovaluta più conosciuta al mondo ha raggiunto nuovi massimi, alimentando le speranze di una nuova era per il settore delle risorse digitali.

Secondo i dati di Coin Metrics, il bitcoin potrebbe chiudere novembre con un guadagno del 38%, segnando il miglior risultato mensile da febbraio, quando il lancio degli ETF spot bitcoin aveva spinto la criptovaluta a un incremento del 45%. Al momento, il bitcoin è in crescita del 2,5%, attestandosi a 97.220 dollari.

 

Cos’è il bitcoin e perché è al centro del dibattito

Il bitcoin, nato nel 2009, è una forma di denaro digitale decentralizzato che opera senza il controllo diretto di una banca centrale o di un’autorità governativa. Utilizza una tecnologia chiamata blockchain, che garantisce la sicurezza e la trasparenza delle transazioni. Tuttavia, la sua volatilità e l’assenza di regolamentazioni chiare hanno sempre suscitato preoccupazioni tra governi e investitori.

Nonostante le oscillazioni di prezzo, molti considerano il bitcoin non solo come un asset speculativo, ma anche come una possibile riserva di valore, spesso definita “l’oro digitale”. I sostenitori più ottimisti prevedono che la criptovaluta possa raggiungere i 100.000 dollari entro la fine del 2024 e addirittura raddoppiare nel 2025, trainata da una maggiore adozione istituzionale e dall’interesse degli investitori privati.

 

La questione della regolamentazione: opportunità o ostacolo?

L’industria delle criptovalute spera che il ritorno di Trump alla presidenza possa dare una svolta alla regolamentazione del settore, da anni al centro di un acceso dibattito. La mancanza di una chiara normativa da parte della Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente regolatore della Borsa statunitense, ha frenato l’adozione su larga scala e generato incertezza.

Regolamentare il bitcoin significherebbe, da un lato, fornire maggiore sicurezza agli investitori, riducendo i rischi di frodi e manipolazioni; dall’altro, potrebbe rappresentare una sfida per il principio di decentralizzazione che è alla base della filosofia delle criptovalute.

Con il mercato in fermento, il 2024 potrebbe segnare un punto di svolta per il bitcoin: tra il ritorno alla ribalta di Trump e la possibilità di nuove normative, la criptovaluta rimane un osservato speciale per investitori, istituzioni e governi di tutto il mondo.

La Voce del Popolo | Uno strano modo di accreditare la novità.

Precipitato assieme al suo cavallo nelle sabbie mobili, il barone di Munschausen pensò bene di tirarsene fuori afferrandosi per i capelli. Così almeno volle raccontare il fantasioso autore delle sue fantasiosissime avventure. Quasi allo stesso modo l’ex premier Conte ha pensato nei giorni scorsi di raccontare la mutazione del M5S come il prodigio di una forza politica che si reinventa da se stessa giubilando il suo fondatore senza una sola parola di rivisitazione critica di tutte le sue imprese, mutazioni e cadute. 

Strano modo di accreditare la propria novità. Che avrebbe bisogno semmai di un briciolo di rivisitazione critica – un attimo di verità che servisse ad avvalorare la svolta che si pretende di celebrare. E invece la celebrazione è tutta rivolta a se stessi e alla propria capacità di manovra. Già sperimentata nel passaggio dalla Lega al Pd, poi rinnovata nella sfiducia a Draghi, infine altalenante tra la coltivazione del “campo largo” e il bisogno di varcare i suoi troppo stretti confini. 

Ora l’approdo sembra piuttosto chiaro. Un’alleanza “competitiva” con il Pd, una nuova leadership − movimentista ma non troppo − e una posizione internazionale piuttosto disinvolta e ballerina. A chi nelle cronache di questi giorni ha evocato un certo spirito “democristiano” da quelle parti, mi permetto di rimandare semmai verso esempi storici meno blasonati. Basterebbe ripercorrere l’antica storia del qualunquismo del nostro primo dopoguerra per cercare di capire dove finisce, in genere, la parabola di certe proteste contro la “politica”.

 

Fonte – La Voce del Popolo – 28 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Ursula non balla, traballa. E crescono pure le tensioni nel centrodestra italiano.

La nuova gestione di Ursula von der Leyen nasce sotto cattivo auspicio, segnata da un consenso tra i più bassi mai registrati. Nemmeno il sostegno di Giorgia Meloni, per quanto tempestivo, è riuscito a risollevarla del tutto. Questo scenario evidenzia un problema di fondo: l’assenza di alternative percorribili. Con il declino dell’asse franco-tedesco, l’unico capace di proporre una leadership stabile, manca oggi una forza in grado di sostenere soluzioni alternative, come quella già ipotizzata in passato di affidare la guida a Mario Draghi. Tale prospettiva, peraltro, avrebbe assunto o assumerebbe ancora più rilevanza alla luce della vittoria di Donald Trump e dell’atteso terremoto geopolitico.

Von der Leyen, consapevole delle sfide epocali che la attendono, ha richiamato esplicitamente alcune proposte avanzate proprio da Draghi. Tuttavia, ciò non basta: la gestione di una crisi complessa come quella attuale richiede una visione d’insieme, da implementare passo dopo passo, senza delegare decisioni strategiche a terzi.

 

La debolezza dei cristiano-democratici

Un’analisi politica preliminare suggerisce che i cristiano-democratici europei continuano a essere un punto di riferimento essenziale, non per caso ma per necessità. Essi rappresentano l’unico argine concreto all’avanzata della destra estrema, incarnata da leader come Viktor Orbán e i suoi affiliati, tra cui Matteo Salvini, le cui posizioni spesso indulgenti verso Putin preoccupano l’Europa intera. La minaccia, aggravata da un’escalation retorica che include persino il riferimento all’uso di armi nucleari, rende evidente l’urgenza di una leadership europea stabile e coesa.

In questo contesto, il governo italiano appare fragile. La coalizione di centrodestra, per quanto numericamente solida, è percorsa da tensioni interne che riflettono divergenze strategiche profonde. La Meloni, ad esempio, deve fare i conti con l’inaffidabilità del suo principale alleato, Salvini, la cui linea politica oscilla tra opportunismo e posizioni apertamente divisive.

 

Meloni tra riforme e soluzione “donna sola al comando”

Un fattore cruciale nel futuro prossimo sarà il destino del referendum per “la madre di tutte le riforme”, ossia il premierato. Se la Presidente del Consiglio dovesse percepire l’impossibilità di portare avanti questa riforma, potrebbe usare la debolezza di Salvini come pretesto per giocare la carta di una più marcata gestione solitaria del potere, senza preoccuparsi di sacrificare gli alleati di governo. Un simile scenario lascerebbe poco spazio di manovra non solo ai suoi partner, ma anche alle opposizioni.

 

L’urgenza che riguarda le opposizioni è provare a fare unità

In questo clima d’incertezza, è imperativo che le forze di opposizione trovino una convergenza su una piattaforma comune, capace di anticipare le mosse del governo. Solo così potranno evitare di trovarsi spiazzate da eventuali manovre di Meloni per rafforzare la sua posizione. Già si comincia ad evocare, infatti, il possibile scioglimento anticipato delle Camere. Il tempo stringe, e i traballanti equilibri europei e nazionali richiedono una risposta politica chiara e lungimirante.

Barra al centro: la formula per sconfiggere la destra.

Le elezioni regionali umbre ed emiliano romagnole hanno dato nuova linfa vitale alle opposizioni, portando alla vittoria candidati riformisti o cattolici alla guida di coalizioni molto larghe e comprensiva delle liste centriste. Questo è stato un risultato molto differente rispetto alle sconfitte lucane e liguri dove sulle liste centriste era stato posto un veto poco strategico.

È dunque evidente che una coalizione progressista da sola non è sufficiente per vincere le elezioni ma è necessario riproporre il vecchio schema di centro sinistra costruito attorno al PD. Affinché ciò avvenga è necessario un gruppo centrista forte che abbia la stessa dignità degli altri alleati AVS e M5S, (quest’ultimo reduce da un’assemblea che ricalcava lo stile delle prime convention di Forza Italia con Berlusconi leader e l’agenda di Rifondazione Comunista).

Un movimento centrista che come ricordato più volte su queste pagine non sia un satellite del PD, costruito ad un tavolino nei salotti di qualche ex comunista, ma sia una forza con un suo programma chiaro e soprattutto agisca all’interno della coalizione come vero “motore per le riforme”.

Ci sono alcuni punti fermi che una coalizione a guida PD dovrebbe accettare per riconoscere la piena dignità al progetto centrista, prima di tutto una riforma elettorale proporzionale con le preferenze e l’introduzione della sfiducia costruttiva. 

La legge elettorale sembra una cosa da poco ma in verità, di fronte all’avanzare dei movimenti autocratici, è l’unico argine capace a garantire il mantenimento degli standard democratici e del sistema di pesi e contrappesi nel nostro Paese. Se infatti, il maggioritario porta al governo la minoranza più forte, il proporzionale obbliga i partiti a formare una maggioranza tale sia nel Parlamento sia nel Paese su precisi punti programmatici. 

Se dunque le opposizioni hanno paura di derive orbaniane, il sistema proporzionale è l’unico in grado di fermarle. L’ottenimento di questo risultato per una forza centrista sarebbe di vitale importanza perché ne garantirebbe autonomia e indipendenza nel lungo termine, per raggiungere l’obiettivo però serve accettare un compromesso di breve-medio periodo con le forze progressiste (viste anche le proposte presidenzialiste del destra centro).

Ci sono altre battaglie che una lista centrista dovrebbe portare avanti, come il mantenimento dei conti in ordine, gli investimenti in scuola e sanità, l’attenzione per le famiglie, la lotta alle discriminazioni, le storiche battaglie sociali della Cisl, la lotta al dissesto idrogeologico ed altri temi ancora ma per farlo è necessario che le forze centriste ritrovino una loro unità di azione.

Se le recenti elezioni regionali hanno fornito un’indicazione chiara sulla necessità di riunire tutte le opposizioni in un’unica alleanza, hanno anche reso evidente come se le liste centriste si dividono in un due, non eleggono nessun rappresentante. In questo modo si porta solo acqua al mulino delle altre forze di opposizione, come se fossimo solo una mascotte e non i giocatori di una squadra. 

Non c’è più tempo da perdere, vanno eliminati dal campo i rancori del passato, i personalismi e gli egoismi di alcuni leader, la diffidenza verso le idee dell’altro e recuperare un percorso comune tra tutti gli aderenti al progetto europeo di Renew Europe: Azione, Italia Viva, Piattaforma Popolare e Più Europa e tutti i cittadini estranei a questi movimenti ma che credono in queste istanza. 

Il momento di agire è ora, perché altri, fuori dal nostro perimetro, provano a fiondarsi sui nostri elettori senza accoglierne le nostre istanze. E se il problema è trovare un leader o un portavoce, perché ora ce ne sono sin troppi, allora valutiamo di far intervenire direttamente i simpatizzanti e gli elettori, potrebbe essere un primo momento per contarsi, incontrarsi e parlarsi. 

Giovedì nero per i titoli di Stato francesi: peggio della Grecia.

Per la prima volta, i rendimenti dei titoli di Stato decennali francesi hanno superato quelli greci, un evento che ha sollevato forti preoccupazioni sui mercati. A riportarlo è stato il Financial Times, che ieri ha descritto con toni allarmistici la situazione del mercato obbligazionario dell’Esagono. Nonostante i tassi sui titoli decennali francesi siano rimasti pressoché stabili nella giornata di giovedì, la tensione ha fatto segnare un picco del 3,02%, superando di un punto base il rendimento equivalente dei titoli ellenici.

La situazione, che ha visto i titoli francesi perdere terreno rispetto ai corrispettivi greci, è stata attribuita dal quotidiano britannico alle crescenti incertezze politiche in Francia. Il governo guidato da Michel Barnier, nominato dal presidente Emmanuel Macron e privo di una maggioranza parlamentare, è al centro delle preoccupazioni. Barnier, per portare avanti il Bilancio, potrebbe utilizzare uno strumento che bypassa il voto parlamentare, ma ciò comporterebbe un alto rischio politico, esponendo l’esecutivo a un voto di sfiducia senza i numeri necessari per superarlo.

Anche lo “spread” tra i rendimenti dei titoli francesi e quelli tedeschi ha registrato una significativa impennata, toccando i 90 punti base, un livello che non si vedeva dal 2012. Questo ulteriore segnale di stress ha rafforzato i timori di instabilità sui conti pubblici francesi.

Il piano di risanamento dei conti elaborato dal governo Barnier, che si basa su misure diluite su più anni, sembra aggravare le incertezze: la sua realizzabilità dipenderebbe in larga misura dall’azione di futuri esecutivi.

Tuttavia, nonostante la giornata di ieri abbia segnato un record negativo, oggi il mercato obbligazionario dell’Eurozona ha mostrato segni di recupero. I rendimenti dei titoli di Stato francesi sono calati di 8 punti base, portandosi al 2,95%, in linea con quelli della Grecia. Una pausa che, almeno per il momento, ha contribuito a smorzare le tensioni sul mercato.

Europa, Ursula von der Dc.

370 si, 282 no e 36 astenuti: con questi numeri la Commissione Ursula von der Leyen 2024/2029 ha preso il via ieri a Strasburgo. Vero è che è la maggioranza numericamente più risicata della storia, che almeno 70 Europarlamentari che scelsero Ursula come presidente a luglio non l’hanno confermata. Anche vero che è appena di 9 voti sopra la maggioranza assoluta (720 i membri del Parlamento europeo), e che si votava a maggioranza dei presenti, quindi è passata per 25 voti. Ma è vero che politicamente si tratta di una maggioranza molto più ampia di quanto i numeri raccontino: hanno votato si Membri dei gruppi di ECR (Fratelli d’Italia e i cechi, entrambi al governo), gran parte del PPE (con eccezione degli spagnoli e degli sloveni), dei Liberali (con l’eccezione dei belgi), gran parte dei Socialisti (con le eccezioni dei tedeschi, già in campagna elettorale e di sparuti membri di delegazioni nazionali, tra cui gli italiani Tarquinio e Strada), fino a metà del gruppo dei Verdi. Le motivazioni politiche le conosciamo: la contestazione a Fitto e Ribera, il timore di una maggioranza spostata a destra, dinamiche nazionali portate all’Eurocamera. 

Ma sono letture superficiali, anche se di moda nelle osservazioni di tanti cronisti e osservatori dopo il voto. 

Il Green deal come lo conosciamo fino ad oggi, nato con furore quasi ideologico della sinistra Nord europea, sarà gradualmente rivisto, ma non per questo ci si deve disperare. I dati del settore automobilistico europeo sono drammatici e molto presto lo saranno anche quelli dell’indotto. Le piccole e medie imprese di ogni settore sono in grave difficoltà per gli aumenti dei prezzi delle materie prime, difficoltà nelle catene di approvvigionamento, nel reperire i talenti richiesti sul mercato del lavoro e per la tardiva azione della BCE nell’abbassare i tassi, con relativa difficoltà di accesso al credito.

La maggioranza dichiaratamente europeista, come 20 anni fa, è evaporata da tempo. Ogni partito, ormai, presenta venature eurocritiche. E, come dal fruttivendolo, ci si regola in base a quello che c’è.

Serve aprire gli occhi su tre realtà: il voto con sistema proporzionale con cui è eletto il Parlamento europeo e lo stesso meccanismo decisionale nel trilogo Commissione che propone le leggi e Consiglio e Parlamento che sono colegislatori aprono ampi spazi di manovra e richiedono elasticità in ambito parlamentare. A questo si somma la difficilmente negabile crescita delle destre e dei populismi di varia natura. Lo spostamento a destra dell’elettorato europeo non lo si combatte con slogan, ma con i fatti. E la causa è meramente economica: in Unione europea il 10% della popolazione più ricca ripossiede il 67% della ricchezza, con il 50% più povero a possederne solo l’1,2%. Uno squilibrio profondo nel continente che ha fatto del ceto medio e dell’ascensore sociale i due motori per la crescita e lo sviluppo. In questo, preoccupa l’Italia quarta, dopo Bulgaria, Romania e Polonia per livello di disuguaglianza economica. Per quanto paradossale, la narrativa populista e qualunquista degli ultimi dieci anni ha fatto credere a quelli che hanno poco che la colpa di questo sia ascrivibile a chi non ha niente e non alle incapacità della politica: un danno culturale non risolvibile in poco tempo. Ultimo, ma cruciale: l’Europa sta attraversando la più grave crisi da quando è iniziato il processo di integrazione. 

Insomma, non abbiamo tempo da perdere. Per evitare un tracollo politico, economico e sociale sono necessari pragmatismo e coraggio. In questo, la ritrovata centralità del PPE, che fa del senso della responsabilità la chiave di volta del proprio impegno è un ingrediente essenziale. E pazienza se si parla in termini negativi di “politica dei due forni” con i Popolari pronti a fare squadra con la destra su alcuni temi e con Liberali e Socialisti su altri. La missione di fondo non è portare a casa una vittoria su un regolamento, o fare contenta qualche lobby, ma salvare l’Ue, a volte anche da sé stessa.

In tempi difficili come questi, e ce lo insegna la storia del dopoguerra, è cruciale evitare di spaccare le società europee, attraversate da incertezza per il presente, paura per il futuro e vaghi ricordi dei fasti di un glorioso passato.

Si tratta, in fondo, di applicare la lezione di Aldo Moro e modellarla ai giorni nostri: creare i presupposti di una unità politica, pur nelle differenze di visione a volte abissali, per evitare lo sfaldamento della società e ricostruire una visione comune e un senso di solidarietà senza le quali l’Unione europea non ha senso di esistere. E se queste destre fanno paura a molti, confidiamo nel fatto che inizia oggi un percorso lungo di coinvolgimento nella stanza dei bottoni di chi a Bruxelles rappresenta il maggior numero possibile di cittadini, affinché possano ritrovare un senso di appartenenza comune che si basi non solo su valori, ma anche su sviluppo e benessere. Il contagio democratico (e democristiano) farà il resto.

Il Mediterraneo globale, una sfida per il sistema Italia.

La decima edizione dei Med Dialogues, Dialoghi Mediterranei, conclusasi ieri a Roma, si è svolta in una fase in cui l’instabilità in Medio Oriente sembra aver raggiunto il suo culmine ma in cui riemergono anche le speranze di pace con l’accordo appena siglato per il cessate il fuoco in Libano.

La conferenza  internazionale promossa dal Ministero degli Esteri e dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che quest’ anno celebra i 90 anni di attività) ha evidenziato ciò che al nostro  Paese riesce meglio in campo internazionale, il ruolo di paese ponte, polo di incontro e di dialogo tra popoli e culture diverse, essendo l’Italia uno stato di importanza geopolitica eccezionale, in un mondo sempre più interconnesso, naturale ponte fra l’Est e l’Ovest, il Sud e il Nord del globo, posta com’è al centro del Mediterraneo, mare a sua volta posto al centro dell’Oceano-Mondo, che collega le rotte dell’Oceano Atlantico a quelle dell’Indo-Pacifico.

Questa edizione dei Med Dialogues si è svolta in contemporanea con la riunione ministeriale dei ministri degli Esteri del G7 a Fiuggi, ed ha visto la partecipazione, fra gli altri dei ministri degli Esteri di Croazia, Giordania, Egitto, India, Libia, Libano, Yemen, Palestina. E per la prima volta si è avuta la presenza ai Rome Med Dialogues dei paesi dei Balcani occidentali, con i ministri degli Esteri di Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e Montenegro, chiamati a confrontarsi sulle sfide del cosiddetto Mediterraneo allargato, ovvero l’area compresa tra lo stretto di Gibilterra e il Golfo di Aden, che abbraccia anche il Medio Oriente, il Maghreb e il Sahel, fino all’Africa centrale.

La tre giorni di dibattiti, focalizzati su problemi comuni oppure su situazioni dei singoli Paesi di questa ampia area, si è basata su quattro pilastri: sicurezza, prosperità, cultura e dimensione umana, in modo da stimolare nuove idee e suggerimenti per ampliare la cooperazione economica, superare le rivalità e i conflitti regionali e garantire che vengano messi in moto incentivi adeguati per lo sviluppo sostenibile.

Ne è venuto fuori una analisi molto dettagliata delle molteplici realtà, caratterizzata, a mio giudizio, dall’emergere in quasi tutti i panel di quattro costanti.

La prima. Da qualunque punto di osservazione si guardi il Mediterraneo (dall’India piuttosto che dai Balcani o dall’Atlantico), i conflitti in corso, quello israelo-palestinese ma anche la gravissima guerra civile in Sudan, le tensioni attorno al Mar Rosso che si ripercuotono sulla sicurezza del Canale di Suez, costituiscono un grande ostacolo allo sviluppo e all’economia globale nonché all’attuazione degli obiettivi della sostenibilità. È proprio quando si prova a ragionare insieme, ad ampliare le conoscenze sulle reciproche diversità, come si è fatto ai Rome Med Dialogues, che la guerra appare in tutta la sua irrazionale follia. Esperti e politici (come Ayman Safadi, vice premier e ministro degli Esteri della Giordania); con competenze diverse, di continenti diversi sono apparsi unanimi nell’indicare il cessate il fuoco per tutti i conflitti in corso nell’area come il punto irrinunciabile per ogni progetto futuro.

Una seconda costante che si è riscontrata, è stato il diffuso riconoscimento del ruolo dell’Africa, nel contesto mediterraneo e globale, anche in seguito alle sollecitazioni fornite alle discussioni dal Piano Mattei per l’Africa, dell’Italia.

Una terza ampia consapevolezza che si è manifestata, è stata quella della necessità di porre il Mediterraneo al centro delle politiche dell’Unione Europea in modo molto più impegnativo che in passato.

Infine, molti dibattiti sono stati caratterizzati dal concetto di un nuovo ruolo globale del nostro mar Mediterraneo. Globale in due sensi. In un primo senso, ricordato anche dall’intervento della premier Meloni, come mare che collega gli oceani del globo, l’Atlantico e l’Indo-Pacifico.

Nel secondo senso, Mediterraneo globale, come una sorta di specchio del G20,  come il mare che mette in relazione Paesi appartenenti a varie organizzazioni internazionali che svolgono un ruolo di grande rilievo nel mondo ma che non sono sufficienti da soli, se non dialogano, ad affrontare le sfide comuni per l’umanità: l’Ue, la Nato, il G7, la Lega Araba, l’Organizzazione della cooperazione islamica, i Brics.

Dibattito | Un centro, tanti centri: cronaca di un cantiere aperto.

Come si diceva un tempo, tutti responsabili nessun responsabile. Uno slogan semplice che si potrebbe adattare per mille altri esempi. E, fra tutti, svetta sicuramente il futuro del Centro nel nostro paese. Ora, per non dimenticare nessuno e, soprattutto, per non attirarmi gli strali degli innumerevoli comprimari, mi limito a citarli in modo quasi scolastico. Dunque, nel campo del centro destra l’unico partito realmente e autenticamente centrista, moderato, liberale e riformista si chiama Forza Italia. E, paradossalmente, proprio dopo la scomparsa del suo leader storico nonchè fondatore Berlusconi, Forza Italia è ormai quasi unanimemente riconosciuta, anche e soprattutto dai suoi storici detrattori, come un normale e fisiologico partito di centro. E questo, forse, anche grazie al concreto “stile” di Antonio Tajani che è molto simile – come ormai dicono in tanti – a quello che nella prima repubblica declinava il segretario della Dc Arnaldo Forlani. 

Dopodiché, e per restare in questo campo, non possiamo dimenticare la formazione di “Noi moderati” di Maurizio Lupi e la zattera di ciò che resta dell’Udc di Lorenzo Cesa. Certo, non possiamo altresì dimenticare che Fratelli d’Italia, un partito che veleggia attorno al 30%, ha un consenso massiccio e articolato proveniente proprio dall’elettorato centrista, moderato e liberale del nostro paese ma è di tutta evidenza, al contempo, che la guida politica è saldamente in mano alla cultura riconducibile alla destra di governo. 

Nel campo alternativo del centro sinistra la situazione è un po’ più ingarbugliata. E, francamente, è anche difficile enumerare le infinite sigle che affollano a tempo pieno questo campo politico. Anche su questo versante l’elenco non può che essere scolastico, anche se è molto lungo. Su tutti svetta il Pd che all’inizio della sua esperienza era un partito di centro sinistra. Quando, cioè, le componenti di fondo del partito erano quella cattolico popolare e sociale e quella, seppur maggioritaria, rappresentata dalla tradizione e dalla cultura ex comunista. Ma con la leadership della Schlein il Pd, com’è evidente a tutti, è diventato il partito per eccellenza della sinistra radicale, massimalista e libertaria del nostro paese. Cioè, e autorevolmente, il partito della sinistra italiana come hanno confermato platealmente le recenti elezioni regionali. Dopodiché nascono le difficoltà concrete ad elencare tutte le sigle di centro. Reali e virtuali, com’è ovvio. Proviamoci. 

C’è il partito personale di Renzi, Italia Viva. Il partito personale di Calenda, Azione. Il partito semi personale dei radicali, +Europa. Il partito nascente dei liberal di Marattin, Marcucci, Cottarelli e Giannino. Il potenziale partito del Sindaco di Milano Sala, in attesa di fare il “federatore” di qualche cosa. Su indicazione, almeno così pare di capire, del Pd nazionale dietro suggerimento del gran ciambellano Goffredo Bettini. Poi c’è la formazione “in progress” del cattolico Ernesto Maria Ruffini, attuale Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Dopodichè, e mi scuso per le eventuali dimenticanze, seguono decine e decine di sigle – tutte di marca centrista – e tutte rigorosamente riconducibili al campo centrista del cosiddetto centro sinistra. 

Ora, per arrivare ad una rapida conclusione, credo che possiamo tranquillamente sostenere che nel campo del centro destra c’è un solo partito di centro e che declina una “politica di centro”. Punto. Nel campo alternativo, c’è un cantiere politico aperto, peraltro molto interessante, dove però non si intravede ancora quale possa essere l’approdo concreto. Quello che conta, in questo campo, è che il futuro partito di centro che si alleerà con il partitone della sinistra, cioè il Pd, con i populisti dei 5 stelle e con gli estremisti di Fratoianni/Bonelli/Salis non si riduca ad essere lo storico e collaudato “partito contadino” di antica memoria. Tutto il resto appartiene solo al mondo delle chiacchiere e della virtualità

L’eredità di Romolo Murri: democrazia, libertà e giustizia sociale.

Un vento di riforma soffia sul clero e sul laicato cattolico tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, un vento destinato a trasformare profondamente l’Italia. 

Ricordare, a 80 anni dalla sua scomparsa, Romolo Murri non è solo un’occasione per commemorare un anniversario, ma anche un momento per riflettere sull’opera di questo audace e sfortunato innovatore.

L’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) vuole anche recuperare la memoria  del convegno tenutosi a Fermo nel 1970, in occasione del centenario della nascita di Murri. All’epoca, Arnaldo Forlani, segretario della Dc, presentò un’analisi molto interessante incentrata sul concetto di democrazia nel pensiero di Murri.
Tuttavia, sarà solo nel 1996, con la pubblicazione del volume Il concetto di democrazia nel pensiero di Romolo Murri, introdotto da Pietro Scoppola, che la storiografia inizierà a studiare Murri non solo come fondatore della “democrazia cristiana italiana” — il primo movimento politico cattolico “a vocazione di partito” — ma anche come uomo di pensiero, nel mezzo delle varie fasi della sua travagliata esistennza.

Alcuni cenni storici aiutano a contestualizzare il periodo. Siamo alla fine dell’Ottocento e, nella maggior parte dei Paesi europei, la seconda rivoluzione industriale ha ormai raggiunto il suo pieno sviluppo. Molte nazioni si trovano al culmine di un’espansione economica che trasforma rapidamente e caoticamente le città, accompagnata da una crescita demografica senza precedenti e dall’affermazione dell’economia di mercato. Nasce così la classe operaia.
In Italia, questo processo si manifesta dopo l’unificazione, accelerando profondamente e consolidando il ruolo crescente della borghesia nella società, mentre la monarchia cerca di mantenere il proprio peso storico.

Sul piano sociale, lo Stato introduce nel campo dell’istruzione la legge Coppino, che istituisce un sistema scolastico nazionale con cicli, programmi e sanzioni per i genitori che non mandano i figli a scuola. È l’inizio della lotta all’analfabetismo, sebbene non perseguita fino in fondo.

L’unificazione statale segna anche la fine del potere temporale della Chiesa, ma non il “Rinascimento religioso” che molti avevano sperato nel Risorgimento. Per i cattolici si apre un lungo e tortuoso cammino nella storia, segnato dalla necessità di affrontare una sfida cruciale: realizzare un’autonomia dalla gerarchia ecclesiastica e superare schemi di potere antichi e ormai obsoleti.

Romolo Murri è uno dei protagonisti più significativi di questa stagione di cambiamento. Fondatore de Il Domani d’Italia — che oggi conosce una nuova stagione in versione online — Murri lo concepisce come uno strumento di informazione non più riservato ai “privilegiati”, ma accessibile a tutti. Lo immagina come organo della corrente democratica cristiana, destinata a diventare un partito politico, ma il progetto si scontra con l’opposizione della Santa Sede, che lo blocca.

In un’epoca ricca di fermenti, Murri emerge come intellettuale e politico moderno, capace di attrarre con la sua energia ideale un vasto seguito. I suoi ammiratori lo spingono a prendere le distanze dall’Opera dei Congressi, un’organizzazione che, pur coordinando le attività delle associazioni cattoliche e promuovendo opere caritative, restava ancorata all’osservanza delle direttive ecclesiastiche, come il non expedit.

Le controversie attorno a Murri raggiungono punte di estrema tensione. Tuttavia, egli non arretra mai rispetto al suo obiettivo principale: promuovere l’autonomia politica e sociale dei cattolici dall’autorità ecclesiastica, un traguardo che si realizzerà solo decenni dopo e che lui non riuscirà a vedere compiuto.
Non mosso da nostalgie, Murri si tormenta per creare strumenti e formare persone in grado di affrontare una nuova fase storica. Persegue con tenacia la presenza attiva dei cattolici nella storia contemporanea, sviluppando due linee principali: la formazione delle classi dirigenti — fu lui a volere la FUCI — e la creazione di nuovi mezzi di comunicazione e cultura, come la rivista Cultura Sociale, libri, case editrici e giornali.

Tra gli incontri più significativi della sua vita vi è quello con Giuseppe Toniolo, economista e sociologo, massimo esponente italiano della scuola etico-cristiana. Insieme, i due organizzano la Piccola Biblioteca di Scienze sociali e politiche. Toniolo, principale ispiratore di una democrazia fondata sui principi cristiani, influenza profondamente Murri, che elabora tuttavia la sua proposta politica compiendo un “salto” oltre il sociologismo tonoliano e aprendo la “propista cristiana” al dialogo con la modernità.

Per Murri, la democrazia è giustizia, solidarietà, carità, educazione all’autonomia. Le sue tematiche sociali ruotano attorno alla libertà, allo sviluppo civile e culturale, alla partecipazione attiva e all’impegno per la valorizzazione piena della persona umana. Non ha avuto fortuna, in questa sua predicazione? Si è mosso in modo intempestivo, finendo si margini della cattolicità fino alla esclusione, per molti anni, dalla comunione ecclesiale? È stato improvvido nel dare credito alla “rivoluzione” fascista? Di tutto auesto si è discusso a lungo e per altro tempo ancora si continuerà a discutere. Sta di fatto, però, che la strairdinaria testimonianza di Murri resta impressa nella storia del movimento cattolico e, più precisamente, nel codice genetico della Democrazia cristiana. A Murri dobbiamo molto.

Calo dei matrimoni e crollo delle nascite: due temi su cui riflettere.

 

Ho scritto su Twitter alcuni giorni fa: “Matrimoni in forte diminuzione e crollo della natalità sono due dati di una società che ha perso la speranza nel futuro.” Questo tema, che tocca il cuore della nostra realtà italiana, riflette una crisi più ampia: la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella politica, testimoniata anche dalla forte astensione elettorale, segnale di una democrazia sempre meno partecipativa.Alcuni amici hanno commentato questa breve riflessione, sollecitandomi a un approfondimento. In effetti, il calo dei matrimoni, il crollo della natalità e l’indebolimento del collante sociale rappresentano questioni centrali per la tenuta della nostra società. La famiglia, pilastro fondamentale, si sta trasformando sotto l’influenza di mutamenti socioculturali ed economici che rischiano di comprometterne il ruolo essenziale.

 

Il calo dei matrimoni: dati e cause.

Secondo i dati ISTAT, nel 2023 i matrimoni sono diminuiti del 6,7%, mentre aumentano le unioni civili, in particolare quelle tra persone dello stesso sesso, che rappresentano il 56,1% del totale (prevalentemente coppie di uomini). Ancora più marcato è il calo dei matrimoni religiosi, scesi dell’8,2% nei primi otto mesi del 2023.

Questi dati riflettono un cambiamento profondo nella società italiana, caratterizzato da una crisi della fede e della religiosità. Come in gran parte dell’Occidente, anche in Italia il relativismo etico e il declino dell’educazione cattolica stanno ridisegnando le coscienze delle nuove generazioni. Di conseguenza, il rito civile prevale ormai in oltre il 60% delle unioni, complice anche l’impatto della pandemia e la crescente preferenza per la convivenza rispetto al matrimonio tradizionale.

Un altro fattore determinante è l’aumento dell’età media dei giovani che restano a vivere con i genitori fino ai 30-35 anni, condizione che incide direttamente sul calo dei matrimoni. A questo si aggiungono i costi elevati legati alle cerimonie, siano esse religiose o civili, e la diffusione dei divorzi, che disincentivano ulteriormente la scelta del matrimonio.

Se in passato la famiglia patriarcale della società agricola si è trasformata nella famiglia coniugale della società industriale, oggi, nell’era post-industriale e digitale, assistiamo a una progressiva disgregazione del nucleo familiare. Il rischio è quello di un corpo sociale sempre più “liquido”, con conseguenze imprevedibili per l’educazione e la coesione sociale.

 

Il crollo delle nascite: un problema strutturale.

Ancora più grave del calo dei matrimoni è il crollo della natalità. L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di fertilità più basso (1,2 figli per donna, contro una media europea di 1,4), ben al di sotto del tasso di sostituzione generazionale di 2 figli per coppia. Secondo l’ISTAT, nel 2023 sono nati poco più di sei bambini ogni mille residenti, e il trend negativo prosegue nel 2024: nei primi sei mesi dell’anno si registrano 4.600 nascite in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le conseguenze di questa crisi demografica sono enormi: dalla sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario, fino alla tenuta dell’intero sistema economico e sociale. Come ha osservato Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità: “Ogni giorno perso è un giorno che non si recupera più.”

Senza interventi strutturali, l’Italia rischia di scivolare verso la crescita zero, compromettendo il futuro delle nuove generazioni. Tuttavia, le politiche nataliste proposte finora, come l’assegno unico, appaiono deboli e inadeguate rispetto alla portata del problema. È necessario un approccio più ambizioso e sistematico, che includa sgravi fiscali mirati per le famiglie con figli e una visione di lungo termine ispirata ai valori della centralità della persona, della famiglia e della solidarietà.

 

Una società in crisi di speranza

La diminuzione dei matrimoni e delle nascite riflette una società in cui la solidarietà si sta riducendo, mentre la speranza sembra svanire. Come indicava Ferdinand Tönnies, stiamo passando da una “solidarietà meccanica” a una società sempre più instabile, dove il senso di comunità si dissolve.

Questa crisi richiede non solo politiche più efficaci, ma anche un rinnovamento culturale che restituisca fiducia nel futuro. In questo senso, sarebbe auspicabile il ritorno a un modello ispirato ai valori del popolarismo: centralità della persona, famiglia, solidarietà e sussidiarietà.

Al contrario, la triade “Dio, Patria e Famiglia”, slogan del governo Meloni, rischia di rimanere una formula astratta, priva di traduzione concreta. Solo un progetto politico radicato nei valori fondanti della nostra tradizione potrà invertire questa tendenza e restituire alla società italiana la speranza che sembra aver perduto.

50 anni dell’Istituto Maritain: un viaggio tra filosofia, fede e bene comune.

Il 50° anniversario dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain segna un momento di riflessione per un’istituzione che, dal 1974, si impegna a diffondere il pensiero del filosofo dell’«umanesimo integrale». Nella cornice del convegno che si terrà a Roma il prossimo 29 novembre, si ripercorrono cinque decenni di lavoro a favore del dialogo interculturale e interreligioso, dei diritti umani e del bene comune. 

Grazie al sostegno del Pio Sodalizio dei Piceni, l’Istituto iniziò il suo cammino nella sede di Via dei Coronari 181, a Roma, alle spalle di Piazza Navona. Da allora, è diventato un punto di riferimento nel dibattito su Maritain, una figura centrale nel panorama del cattolicesimo del XX secolo, che ha saputo coniugare filosofia, fede e azione politica. Tra i suoi contributi più rilevanti si ricordano il ruolo nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il suo impegno teso a promuovere i principi di una “politica umana”, ordinata sulla centralità della persona.

L’Istituto, attraverso convegni, ricerche e pubblicazioni, ha coltivato un’eredità che guarda alla pluralità culturale come una ricchezza e alla cooperazione internazionale come un dovere. Il convegno celebrativo rappresenta l’occasione per ribadire la necessità di riscoprire questa visione in un mondo frammentato ma interconnesso. Come spesso sottolinea il presidente Francesco Miano, l’insegnamento di Maritain invita a cercare punti essenziali per un’azione condivisa, superando le differenze culturali e religiose a favore del bene comune.

In un contesto globale segnato da conflitti e incertezze, l’eredità di Jacques Maritain continua a offrire strumenti preziosi per costruire ponti di dialogo e riflettere sul senso della comunità e della fraternità universale.

Il Convegno internazionale si terrà a Roma 29 novembre 2024 – ore 15.00-19.00
alll’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede (via Piave, 23)
Per informazioni e iscrizioni: segreteria@maritain.net

 

Tregua tra Israele e Libano, Biden traccia la strada per il futuro del Medio Oriente.

Il popolo di Gaza “merita la fine dei combattimenti e degli sfollamenti”. Così si è espresso ieri il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in un discorso dalla Casa Bianca, dopo aver annunciato la tregua tra Israele e Libano.

“Proprio come il popolo libanese merita un futuro di sicurezza e prosperità, anche il popolo di Gaza ha diritto a questo. Anche loro meritano la fine dei combattimenti e degli sfollamenti”, ha dichiarato Biden, aggiungendo: “Il popolo di Gaza ha vissuto un inferno. Il loro mondo è completamente distrutto. Troppi civili hanno sofferto e, per mesi, Hamas ha rifiutato di negoziare un cessate il fuoco in buona fede e un accordo per gli ostaggi. Ora, Hamas deve fare una scelta. L’unica via d’uscita”, ha sottolineato il presidente, “è rilasciare gli ostaggi, compresi i cittadini americani, e, in questo processo, porre fine ai combattimenti, consentendo l’incremento degli aiuti umanitari”.

Biden ha inoltre spiegato che gli Stati Uniti lavoreranno con Turchia, Egitto, Qatar, Israele e altri Paesi “per raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, garantendo il rilascio degli ostaggi e la fine della guerra, senza Hamas al potere, un passo necessario per rendere questo obiettivo possibile”.

Allargando la visione all’intera regione, il presidente ha affermato che l’annuncio di oggi “ci avvicina alla realizzazione dell’agenda positiva che ho promosso durante tutta la mia presidenza: una visione per il futuro del Medio Oriente che sia pacifica, prospera e integrata oltre i confini”.

Un futuro, ha aggiunto, “in cui i palestinesi abbiano uno Stato proprio, che soddisfi le legittime aspirazioni del suo popolo, non rappresenti una minaccia per Israele e non ospiti gruppi terroristici sostenuti dall’Iran”. Ha poi immaginato un futuro “in cui israeliani e palestinesi godano di sicurezza, prosperità e, sì, dignità in ugual misura”.

Per raggiungere questa visione, gli Stati Uniti si sono detti “pronti a concludere una serie di accordi storici con l’Arabia Saudita, includendo un patto di sicurezza e garanzie economiche, oltre a un percorso credibile per la creazione di uno Stato palestinese e la piena normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele, un obiettivo comune”.

Guardando al tempo rimanente del suo mandato, Biden ha promesso di lavorare “instancabilmente per promuovere questa visione di una regione integrata, sicura e prospera, che rafforzi anche la sicurezza nazionale americana”.

Tuttavia, ha concluso, per realizzare tutto questo “sarà necessario fare scelte difficili”. Israele, ha osservato, “ha dimostrato coraggio sul campo di battaglia, e l’Iran e i suoi alleati hanno pagato un prezzo molto alto. Ora Israele deve essere audace nel trasformare i successi tattici contro l’Iran e i suoi proxy in una strategia coerente, che garantisca la sicurezza a lungo termine di Israele e promuova una pace e una prosperità più ampie nella regione”.

Villa Pamphilj si rifà il look: 1,5 milioni per il Giardino del Teatro.

La Giunta Capitolina ha approvato ieri la delibera presentata dall’assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, Sabrina Alfonsi, relativa al progetto di fattibilità tecnico-economica per la riqualificazione del Giardino del Teatro di Villa Pamphilj, nel Municipio XII. L’intervento, finanziato con 1,5 milioni di euro provenienti dai fondi del Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale, si inserisce in un più ampio programma di valorizzazione del parco storico, curato dall’Ufficio Ville Storiche del Comune di Roma.

“Con questo progetto,” ha spiegato Sabrina Alfonsi, “vogliamo restituire al Giardino del Teatro la ricchezza e la varietà della sua vegetazione, con particolare attenzione alla scelta di piante resistenti e alla cura del patrimonio arboreo. Saranno valorizzate collezioni di piante in grado di offrire fioriture e profumi, migliorando allo stesso tempo la sicurezza per i visitatori grazie alla rimozione di alberi morti o pericolanti. Questo intervento fa parte del lavoro complessivo che stiamo portando avanti a Villa Pamphilj, dove abbiamo previsto 11 interventi per un totale di 12 milioni di euro.”

 

Il contesto
Villa Pamphilj è il secondo parco urbano più esteso di Roma, con una superficie di 184 ettari. Il Giardino del Teatro, situato nella parte est del parco, ospita un’importante collezione botanica e ampie aree a prato, che durante la bella stagione rappresentano un luogo di sosta e relax per i cittadini.

 

Gli interventi principali
Il progetto si concentrerà su vari ambiti di riqualificazione:

    • Percorsi e decoro: saranno restaurate opere in ferro come recinzioni, cancellate, sedute e pergolati, e sarà ripristinata una rampa di scale presso l’esedra del teatro.
    • Elementi architettonici: le fontane di Cupido e Venere, l’esedra e il ninfeo dei Tritoni saranno oggetto di successivi interventi nell’ambito del Progetto Giubilare Caput Mundi.
  • Riqualificazione vegetale: la componente arbustiva sarà ricostruita secondo una struttura a più livelli. “Gli alberi esistenti,” ha spiegato Alfonsi, “domineranno il primo piano, mentre il secondo livello sarà formato da piccoli alberi, lasciando spazio tra loro e le piante a livello del suolo.”

Le vasche, un tempo dedicate a fioriture stagionali, ospiteranno piante xerofile, capaci di resistere alla siccità. Siepi e tassi vicino all’esedra saranno integrate con nuove essenze sempreverdi, mentre il pergolato del roseto sarà ripristinato con diverse varietà di rose rampicanti. Verranno inoltre create nuove aiuole e rigenerati i prati, arricchendoli con piante bulbose e prati fioriti per favorire la biodiversità.

“Continua il nostro impegno,” ha concluso Alfonsi, “per fare di Roma una città più vivibile, in cui bellezza e diritto al verde siano garantiti a tutti i cittadini, promuovendo uguaglianza, benessere e salute.”

M5S, l’esito comico di un partito inventato da un comico.

Dunque, per anni abbiamo avuto un partito populista guidato da un comico che, piaccia o non piaccia, ha registrato un successo politico ed elettorale di straordinaria importanza. Dopodichè, e per tornare all’oggi, adesso abbiamo semplicemente un partito populista ma comico. Un partito, cioè, guidato da un personaggio che può coprire qualsiasi ruolo e farsi carico di qualsiasi esigenza politica, culturale e programmatica. Mai battuta più azzeccata, parlando di ciò che resta dei 5 stelle e del suo attuale condottiero indiscusso ed indiscutibile, è quella pronunciata molti anni fa da Sandro Fontana, raffinato intellettuale e politico, quando disse commentando il comportamento di qualche democristiano che non gli stava particolarmente simpatico: “Questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. E questo, appunto, sono oggi i grillini dei 5 stelle.

Possono, cioè, essere tutto e il contrario di tutto. Di destra, di sinistra, centristi, progressisti, liberali e liberisti, soprattutto populisti, conservatori, cattolici, laici, manettari, giustizialisti, anti casta ed espressione della casta in quanto incalliti poltronari, pacifisti ed internazionalisti, anti sistema e di governo, centralisti e federatisti. Esattamente come diceva Sandro Fontana e come recita il vecchio adagio popolare, “tutto e il contrario di tutto”.

Ora, e senza infierire ulteriormente contro un partito che nessuno sa, ad oggi, quale progetto politico metta in campo se non quello di continuare ad occupare poltrone e spazi di potere, l’unico elemento su cui vale la pensa soffermarsi parlando degli eredi legittimi del “vaffa day”, è che si tratta di una scheggia impazzita che può realmente fare di tutto. E questo per una ragione persino troppo semplice da spiegare: non avendo una cultura politica alle spalle e non avendo elaborato alcun progetto politico definito e specifico, il partito populista attuale dei 5 stelle ha una radicale libertà di movimento. Detto con termini più espliciti, te lo puoi trovare da qualsiasi parte e in qualsiasi alchimia politica. Il vuoto pneumatico della due giorni romana, se non per avere emarginato il cosiddetto ‘Elevato’ per ragioni di puro potere, ci consegna un solo risultato. 

D’ora in poi, ma già sino ad ora era sostanzialmente così, avremo un elemento in più che sancisce la crisi del nostro sistema poltico. Perché quando si innesta in un sistema politico già malato un carico di trasformismo, di opportunismo e di radicale vuoto progettuale la politica non può che subirne pesantemente le conseguenze. Una cosa sola sappiamo. E cioè, il partito di Conte resta un partito populista, manettaro, giustizialista, fintamente e virtualmente anti casta. Ragioni che ci portano a dire che con partiti del genere è sempre consigliabile ‘stare alla larga’, come si diceva un tempo. Il resto è solo propaganda ed ipocrisia.

La sfida bipolare di Elly Schlein sotterra ogni prospettiva di proporzionale

Che i risultati delle recenti elezioni regionali in Emilia Romagna e in Umbria, con la chiara vittoria delle liste dell’inedito “campo largo” progressista, dopo aver superato nettamente i pentastellati di Conte, non sarebbero stati solo un dato numerico ma avrebbero influito sulla linea strategica del PD di Elly Schlein, era immaginabile.
Da tempo, infatti, l’obiettivo prioritario era uscire vincitori nella competizione interna alla coalizione di sinistra contro Giuseppe Conte e il suo movimento, uscito con le ossa rotte per via di un risultato che ha certificato il suo inarrestabile declino.

Nella nuova fase che si intravede, si nota un qualche punto di contatto con la vecchia idea veltroniana. Allora, si trattava di contrastare la crescente egemonia berlusconiana, puntando, sulla scia di una promettente crescita, a una sorta di bipartitismo anglosassone, con tanti cespugli attorno a un partito guida per affrontare e contrapporsi direttamente alla forza egemone del campo avverso. Una scelta che sembra inserirsi nell’ormai permanente orizzonte bipolare, che fa diventare metodo la tendenza a desertificare l’area di centro, favorendo accorpamenti o intese con forze identitarie che non hanno ancora trovato una giusta visibilità nazionale.

Questa dinamica rivela, però, tutta la strumentalità di un preciso disegno verticistico finalizzato a captare, soprattutto, quella parte di elettorato cattolico che, dalla “diaspora democristiana”, ha perso ogni punto di riferimento identitario.

Ci sono, però, nel nuovo corso di Elly Schlein, differenze significative.
Se da una parte la tecnica attrattiva di Giorgia Meloni tende a privilegiare, come marketing elettorale, le forze di centro – principalmente l’area cattolica – in cerca di visibilità o di accreditamento, tanto locale quanto nazionale, Schlein sembra invece orientata a privilegiare il partito come una summa identitaria.

L’obiettivo, nella prospettiva della prossima legislatura, appare quello di evitare alleanze sia con le forze di centro sia con quelle più a sinistra, così da scongiurare ricatti e disimpegni che, in passato, hanno spesso impedito al PD di portare a termine le proprie investiture governative.

Questa percezione trova conferma nell’acquisita tendenza di Renzi e Calenda, i quali – traendo lezione dalle deludenti performance del Terzo Polo – sembrano orientarsi a confluire, al momento fluidamente, all’interno del PD.

Quel che non convince, tuttavia, è che difficilmente una tale convivenza di culture può durare a lungo. La prevalente radicalizzazione libertaria su diritti civili, fine vita e l’approccio bellicista al conflitto russo-ucraino, unita a una buona dose di giustizialismo e antipolitica mutuati dai 5 Stelle, rischiano infatti di rendere difficile ogni compatibilità valoriale con l’area centrista e cattolica.

Francamente, da chi afferma di avere a cuore l’integrità della Costituzione, lo Stato di diritto e le sorti del Paese, non ci saremmo aspettati questa netta conversione al bipolarismo. Si fatica, infatti, a comprendere questa sorta di cecità politica che sembra affliggere l’attuale PD.

Non appare di buon auspicio, inoltre, l’assuefazione a considerare cosa ordinaria l’essere governati da minoranze che, pur vincitrici nei responsi elettorali, non risultano rappresentative dell’intera realtà del Paese, considerato che ormai più della metà degli elettori non vota.

Ci si chiede, dunque, se questo forte affievolimento della partecipazione, cardine fondamentale del principio di sovranità democratica, debba essere ritenuto un fisiologico esercizio dei diritti politici o, piuttosto, l’effetto della mancanza, ormai cronica, nel sistema, di una cultura della mediazione e della lungimiranza.

A ciò si aggiunge l’assenza di modelli di partito e metodiche simili a quelli espressi da una classe politica di alto livello, che seppe garantire sviluppo e prospettive al Paese negli anni difficili del secondo dopoguerra.

Stupisce, infine, il tempismo con cui ci si affretta a cogliere questo mutamento di umori, con il recente progetto governativo di premierato, ora in discussione in Parlamento.

A questo punto, sarebbe auspicabile che l’area cattolico-democratica e riformista si affranchi dalle suggestioni strumentali, tanto di destra quanto di sinistra, per cominciare, invece, a promuovere un progetto credibile per il terzo millennio, in linea con le sfide epocali e considerando la geografia delle nuove potenze emergenti.

Diventa necessario, inoltre, rimettere al centro il problema della riforma elettorale, puntando su un ritorno al proporzionale secondo il modello tedesco del cancellierato con sfiducia costruttiva.

Un ritorno a livelli fisiologici di partecipazione al voto sarebbe essenziale per garantire un giusto coinvolgimento. In un contesto di grandi cambiamenti – segnato dall’isolazionismo degli Stati Uniti, interpretato oggi da Trump, e dalla necessità per l’Europa di ridefinirsi su difesa, immigrazione, lavoro, fisco e accordi vitali su energia e commercio – scelte più rappresentative del Paese e dell’Unione Europea diventano un imperativo per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.

Usa, governo snello: i piani di Trump e i dubbi degli esperti.

Insieme a Vivek Ramaswamy, nominato dal presidente eletto Donald Trump alla guida del nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa, Musk ha condiviso le sue opinioni in un editoriale pubblicato mercoledì sul Wall Street Journal. Secondo loro, il ritorno obbligatorio in ufficio potrebbe generare risparmi significativi per il governo degli Stati Uniti, una delle principali missioni dell’ente non governativo. “Obbligare i dipendenti federali a tornare in ufficio cinque giorni alla settimana porterà a un’ondata di dimissioni volontarie, un risultato che consideriamo positivo”, hanno affermato. Trump ha aggiunto che la riforma dovrà produrre risultati concreti entro il 4 luglio 2026, sottolineando che un governo più snello ed efficiente sarebbe il regalo ideale per il Paese in occasione del 250° anniversario della firma della Dichiarazione di Indipendenza. 

Tuttavia, un rapporto dell’Ufficio di gestione e bilancio (OMB) ha rivelato che solo 228.000 dipendenti federali, pari al 10% del totale, lavorano interamente da remoto e non sono obbligati a recarsi in ufficio. In generale, l’OMB ha osservato che circa l’80% delle ore lavorate dai dipendenti federali avviene in presenza. Inoltre, stime del Congressional Budget Office indicano che, nel 2022, la percentuale di dipendenti federali che lavoravano da remoto (circa il 22%) fosse simile a quella del settore privato (25%). L’American Federation of Government Employees, il principale sindacato dei dipendenti federali con oltre 800.000 iscritti in quasi tutte le agenzie federali e nel Distretto di Columbia, ha affermato che eventuali modifiche alle condizioni di lavoro riguardanti i contratti devono essere negoziate attraverso il normale processo di contrattazione collettiva, e non tramite dichiarazioni pubbliche. 

Poi secondo Brian Riedl, ricercatore senior al Manhattan Institute, costringere tutti i dipendenti federali a tornare in ufficio potrebbe non portare a risparmi significativi. La retribuzione complessiva dei dipendenti civili federali è di circa 305 miliardi di dollari all’anno, poco più del 4% del bilancio federale. Pertanto, anche se si riducesse in modo significativo la forza lavoro, l’impatto sui costi sarebbe marginale. Riedl sottolinea inoltre che il numero di dipendenti federali è invariato rispetto a cinquant’anni fa, quando il governo aveva molti meno programmi e compiti. “Non credo che si possa ridurre drasticamente la forza lavoro federale senza paralizzare il governo”, ha affermato.

In definitiva, la proposta di Elon Musk e Vivek Ramaswamy solleva interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine di una politica che punta a ridurre la forza lavoro federale senza considerare le peculiarità delle singole agenzie. Mentre il ritorno in ufficio potrebbe sembrare una soluzione rapida per ridurre i costi, gli esperti avvertono che senza un approccio più mirato e flessibile, si rischia di compromettere l’efficienza e l’attrattività del settore pubblico. Il dibattito su come ottimizzare la burocrazia federale continua, ma una cosa è certa: trovare un equilibrio tra l’efficienza operativa e le necessità dei dipendenti sarà fondamentale per il futuro del governo degli Stati Uniti.

Europa o Russia? Moldova e Georgia dopo le urne.

Le mire espansionistiche della Russia di Putin potrebbero non limitarsi all’Ucraina. È il timore di molti. I primi paesi indiziati in tal senso sono la Moldova e la Georgia. Dove si è votato da poche settimane. È molto interessante analizzarne i risultati, cosa che naturalmente non hanno trascurato di fare gli analisti più attenti. Inclusi coloro che operano in questo campo per conto dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE.

Nella piccola Moldova (2,5 milioni di abitanti che occupano una striscia di terra fra Romania e Ucraina) si è votato un referendum sull’inserimento in Costituzione dell’ingresso nell’Unione Europea (è paese candidato dal giugno 2022). Il sì ha vinto, ma con un margine esiguo (50,39% dei voti), assai inferiore a quanto previsto (o auspicato, forse). Le pressioni di Mosca e le interferenze via social hanno senz’altro inciso non poco su parte della popolazione, che non raggiunge certo gli standard di vita europei. Nelle condizioni date, per gli europeisti moldavi il risultato è comunque molto positivo e la ristrettezza del margine di vittoria non inficerà le dinamiche tecniche con le quali Chisinau affronterà gli step necessari per allineare la propria legislazione a quella europea.

Ma quella referendaria non era l’unica votazione. C’era anche quella per la Presidenza della Repubblica, in due turni. Purequi la vittoria degli europeisti non è stata travolgente, anche se più larga. Al ballottaggio la Presidente in carica, Maria Sandu, ha sconfitto col 55% dei voti lo sfidante filo-russo Alexandr Stoianoglo e potrà così proseguire con ancor maggior intensità il percorso di avvicinamento a Bruxelles. Ma è paradossalmente proprio questo che inquieta, ricordando come la vicenda ucraina sia nata in seguito alla spinta filo-europeista che era sorta nel paese. E la Transnistria, quella minuscola lingua di terra moldava confinante con l’Ucraina che si è data un autogoverno sostenuto dalla Russia e non riconosciuto dalla comunità internazionale, vive una condizione che ha molte similitudini con quella ante guerra del Donbass ucraino reclamato con la forza da Mosca.

In Georgia invece hanno vinto i filo-russi di Sogno georgiano, col 54% dei consensi. Accuse di brogli e di pesanti minacce subìte dalla popolazione sono state mosse dai partiti dell’opposizione (sono quattro e insieme hanno ottenuto il 35% dei voti), che hanno promosso nelle settimane seguenti al voto del 26 ottobre numerose manifestazioni di piazza. 

Sogno georgiano formalmente sostiene il processo di adesione all’Unione Europea ma in realtà al suo interno sono sempre più forti le spinte all’interruzione del percorso e per contro l’attrazione esercitata dalla Russia. Il governo sta pertanto usando il pugno di ferro contro gli oppositori che scendono nelle strade di Tblisi, la capitale, contestando – come detto – l’esito elettorale, che però è stato confermato dalla commissione elettorale centrale.

Giova ricordare che nel 2008 la Russia invase e conquistò le province georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, anche per frenare bruscamente l’eccessiva spinta occidentalista ed europeista dell’allora Presidente Mikhail Saakashvili (che qualche anno prima aveva abbattuto, con la cosiddetta “rivoluzione delle rose”, il prudente e saggio primo Presidente del paese divenuto indipendente, il famoso ultimo ministro degli esteri dell’URSS, Eduard Shevardnadze). Dopo pochi anni Saakashvili venne inesorabilmente battuto da un nuovo partito, appunto Sogno georgiano, fondato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, e costretto all’esilio con una condanna per abuso di potere.

La società georgiana è decisamente filo-occidentale e filo-europea, e così pareva esserlo anche il partito al potere. Ma quando, nel 2021, Saakashvili è rientrato nel paese convinto di poter riprendere un ruolo politico attivo, sbagliando i calcoli, è finito in galera (ove si trova tuttora). Ivanishvili ha però pensato che la mossa del suo predecessore fosse stata concordata con qualche emissario occidentale e da allora ha cominciato a dubitare di Bruxelles e a guardare verso Mosca, pur se non con atti ufficiali. E quando Putin ha attaccato l’Ucraina la Georgia non ha aderito alle sanzioni decise contro Mosca. Preoccupando così, e non poco, i suoi oppositori. Che restano minoranza, forse anche nella società ma di sicuro nel Parlamento.

Romolo Murri, il profeta di una nuova virtù civile.

Il 12 marzo 1944, nel clima tragico dell’occupazione nazista di Roma, moriva Romolo Murri. lI 9 marzo, gravemente malato di enfisema polmonare, vergava ancora a matita, con mano incerta, alcune riflessioni sula storia d’Italia: «Il medioevo epoca di una grande fede religiosa? Per noi, epoca di una possente unità spirituale. Il rinascimento promessa riconquista di interiorità? Mirabile appello all’unità. Poi si sbarra la vita alla riforma interna; menzogna: servitù religiosa e civile. lI risorgimento voleva essere e non riuscì da essere rinascimento religioso: e intristì fatalmente. lI problema religioso-politico in Italia nell’ultimo cinquantennio: miseria, miseria. Oggi al cristiano bisogna chiedere una nuova virtù civile e alla vita civile una nuova serietà di cristianesimo vissuto». L’inedito foglietto, insieme ad alcuni altri scritti in quei giorni, è conservato nell’Archivio di Gualdo di Macerata, rifugio di Murri nei momenti più difficili della sua esistenza, luogo in cui trascorreva ogni anno nella propria casa mesi estivi di laborioso riposo, e in cui volle essere sepolto.

Murri era nato il 27 agosto 1870 a Monte San Pietrangeli. Dopo aver studiato nei seminari di Recanati e Fermo, venne inviato al Collegio Capranica di Roma per frequentare teologia presso l’Università Gregoriana, dove incontrò li primo dei due maestri da lui riconosciuti, il card. Billot. L’altro maestro, di cui sarà più tardi alievo nell’Università di Roma, era li marxista filosofo della storia Antonio Labriola. Condiscepolo al Colegio Capranica aveva Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, al cui “giudizio decisivo” sulla propria condotta e azione Murri si rimetterà negli ultimi mesi dela sua vita. Il Papa gli farà sapere, in quei giorni di fine 1943, «di aver ancora viva l’impressione avuta allora per l’intelligenza acutissima, l’impegno nello studio, i successi in teologia e la distinta pietà di don Murri»».

Il cinquantennio di storia italiana che Murri giudica sul letto di morte con parole desolate si era aperto per lui nella speranza di un rinnovamento della vita civile e religiosa italiana. Esattamente cinquant’anni prima, nel 1894, iniziando a tradurre in azione le direttive dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, il giovane sacerdote marchigiano fondava nella propria abitazione romana il primo circolo universitario cattolico, che, poco dopo (1895), diventava la FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani). Seguono anni di vorticoso lavoro culturale, civile e politico: Murri fonda riviste e pubblica libri; anima in tutta Italia, straordinario oratore, un movimento di giovani, specie universitari, che nel 1901 diviene il primo partito dei cattolici: la Democrazia cristiana italiana, dotata di un organo settimanale, Il domani d’Italia, stampato in oltre diecimila copie. Il carattere peculiare impresso da Murri al partito, l’autonomia dalla Chiesa nella sfera politica, non è approvata dal nuovo papa Pio X, che nel 1904 chiude d’autorità il partito dei cattolici. Seguono anni difficili, di crescente contrasto con la gerarchia, non riuscendo Murri, determinato a seguire il dettato della propria coscienza, ad obbedire al divieto di occuparsi di questioni civili e politiche. Nel 1907 viene sospeso a divinis, nel 1909 è colpito da scomunica.

Per quattro anni (1909-1913) sarà parlamentare italiano nelle fila del partito radicale. Quindi vivrà per tutta la vita del lavoro di giornalista e pubblicista, acuto osservatore e interprete della coeva storia italiana ed europea, animato da una profonda e costante persuasione: non potrà esservi rinnovamento della vita civile italiana senza costruzione di una democrazia della quale i cattolici sentano piena responsabilità; ma non potrà esservi autentica democrazia senza un interiore rinnovamento del cattolicesimo e del cristianesimo storici, attraverso una nuova filosofia e la prioritaria osservanza della legge suprema dell’amore. lI rinnovamento civile e politico non potrà aver luogo senza interiore e profonda riforma religiosa: questa è la tesi che Murri sostiene caparbiamente per tutta al vita, come dichiara anche nell’ultima delle diciotto lettere a Giovanni Gentile: «Alle esigenze di una religione libera e personale io rendo omaggio da molti anni, pagando di persona. Penso che voi abbiate, nell’intimo, un poco di simpatia per questa mia testimonianza ed esperienza. E più non chiedo».

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La piaga sociale della violenza di genere

Nella sua presentazione alla Camera dei Deputati della Fondazione intitolata alla figlia Giulia, Gino Cecchettin ha definito la violenza di genere “il frutto di un fallimento collettivo e non solo una questione privata”, ponendo così l’accento sulla necessità di educare le nuove generazioni. Trovo che siano parole appropriate, nate dal cuore di chi ha vissuto un dolore indicibile, che non ha eguali: l’onda lunga della violenza che sta attraversando il nostro tempo ha molte facce e quella contro le donne ne è parte significativa perché riassume in sé retaggi storicamente radicati e si esprime in modo sempre più intenso e cruento, in forme nuove e tragicamente sorprendenti.

In un mondo interconnesso e globalizzato i comportamenti umani sono il risultato di un riverbero che si ripercuote nell’intera società e coinvolge tutti. Chi nega che questa epoca sia caratterizzata da una crescita esponenziale e tristemente sofisticata delle forme di violenza, da quella fisica a quella simbolica, nasconde il vero a se stesso, le evidenze sono sotto gli occhi di tutti e ne abbiamo quotidiana notizia in ogni angolo del pianeta. Direi che ogni sua manifestazione ha una propria connotazione e specificità: generalizzare sarebbe un errore ma i sentimenti di odio, rancore, egoismo, vendetta, bramosia di possesso, sopraffazione li ritroviamo nelle guerre che stanno distruggendo il pianeta, ma anche nella quotidianità a noi più vicina.

Ho sempre sostenuto che basta aprire o chiudere una porta di casa per scoprire quanto le relazioni umane siano deteriorate nei sentimenti anche più quotidiani: non è così ovunque, ma il bene è nascosto e facciamo fatica a scoprirlo e a valorizzarlo. Sarebbe puerile e retorico affermare che il male e la violenza ci sono sempre stati ed oggi se ne parla perché i mezzi di comunicazione ci fanno conoscere realtà, fatti e misfatti che altrimenti resterebbero nascosti: ciò è vero, basta ripassare la storia e le vicende anche lontane nel passato, ma il progresso raggiunto, un benessere più condiviso e diffuso – senza per questo dimenticare le sacche di emarginazione, povertà, sottomissione – avrebbero dovuto maturare maggiori consapevolezze circa il rispetto della dignità umana e il perseguimento del bene comune.

Ma di quale progresso andiamo parlando se i principi più elementari di civiltà sono calpestati? La contraddizione più tangibile di questo tempo contrastato e difficile consiste semmai proprio nel gap che separa la teoria dalla prassi: siamo soverchiati da proclami, affermazioni di principio, enunciazione di ideali ma verifichiamo ogni giorno quanto i comportamenti umani eludano – fino a renderle retoriche – le parole con cui ammantiamo di perbenismo e ortodossia il ‘dover essere’, mentre di converso rubrichiamo un elenco sconfinato di azioni delittuose che si superano in efferatezza. Abbiamo da pochi giorni archiviato nella retorica delle celebrazioni inutili la giornata mondiale dedicata ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ed ecco che ci ritroviamo a riassumere – in una ricorrenza altrettanto dedicata – quanto sarebbe semplicemente doveroso e normale riservare alle donne ciò che ogni essere umano merita in quanto persona.

Non passa invece giorno senza che la cronaca ci informi di azioni criminali, uccisioni, delitti ascrivibili ai reati di genere: ci troviamo di fronte ad un imbarbarimento collettivo a cui siamo irresponsabilmente rassegnati e che non ci sorprende più, ogni fatto supera in efferatezza quello di cui leggevamo ieri, il senso di impunità diffuso è una delle cause di questa incessante reiterazione del male. Ci si chiede come neppure la paura di essere scoperti fermi la mano degli assassini: non esiste giustificazione alcuna per comprendere i femminicidi dilaganti la cui imprevedibilità è persino disarmante, una vera sconfitta per la giustizia che giunge sempre postuma e spesso non altrettanto commisurata all’entità del reato, nel suo essere punitiva e riparativa.

Viviamo nella società delle attenuanti generiche. Leggendo alcuni commenti postati a margine delle parole del padre di Giulia Cecchettin viene da rabbrividire, nemmeno una tragedia umana di questo genere redime i cuori verso l’umana condivisione, anche nel dolore più profondo in questo mondo di apparenze e di confusione e ribaltamento di valori non trova spazio la pietas, la compassione. Siamo in presenza di solitudini siderali che ci allontanano dalla comprensione degli altri, ciascuno si radica in spiegazioni che fanno della dietrologia il nascondimento della realtà. Trovo che circoli molta ipocrisia e altrettanto affettato giustizialismo, ci si divide tra l’inspiegabile (“era un bravo ragazzo”) e il bieco giustizialismo forcaiolo. Ha invece ragione il padre di Giulia: solo l’educazione al bene può migliorarci – impresa titanica, certamente, e di lunga deriva. Che non riguarda solo i giovani perché chi ha fallito davvero è la generazione dei padri, concessiva e indulgente nel proteggere i propri figli, a cominciare dalle spedizioni punitive contro la scuola e i suoi insegnanti fino agli omicidi di coetanei o agli stupri di gruppo, cercando magari la sponda di qualche avvocato che faccia appello all’offuscamento della mente, ai “non ricordo” e all’incapacità di intendere e di volere.

È la premeditazione che spiega nove casi su dieci il movente, troppa gente gira armata di pistole e coltelli, in tanti covano vendetta e punizione esemplare verso donne colpevoli solo di volersi sottrarre ad una soccombente sottomissione. La lunga serie di delitti evidenzia rituali studiati nella maggior parte dei casi: si prepara minuziosamente la cassetta degli attrezzi per uccidere e il kit del perfetto omicida, mentre a posteriori l’abilità nel mentire è sorprendente, come l’invenzione di alibi o la ricerca di giustificazioni inaccettabili.  Come ben spiega il Prof. Andreoli non ci si può nascondere dietro un’immaginifica follia del momento, poiché assai più radicate e consapevoli – miseramente consapevoli, direi – sono le cause che spingono a fare del male. Se il ‘fallimento è collettivo’ bisogna interrogarsi a fondo su questo declino: sul banco degli imputati siedono i social, troppo spesso veri megafoni del male e protagonisti consapevoli della confusione tra reale e virtuale: da quando hanno preso il sopravvento seminano in prevalenza odio e rancore, sono loro i veri antagonisti della famiglia e della scuola, impugnando lo scettro di una pessima educazione che spinge verso cattivi esempi. Anche l’enfatizzazione dei ravvedimenti postumi o il rituale delle commozioni condivise, la coreografia delle fiaccolate e i palloncini liberati al cielo tra gli applausi a un funerale fanno parte di una retorica di dubbio profilo etico e simbolico: il pentitismo non paga e tra candele e dediche, lacrime e abbracci potrebbe nascondersi il prossimo malintenzionato, tanto è diffusa a livello sociale la mistificazione tra il dire e il fare.

Solo l’intimo ravvedimento, la mitezza dell’animo e dei sentimenti, la sincera ricerca del bene, il rispetto degli altri possono salvarci da questa ecatombe che miete vittime con disarmante facilità. Ma tutto questo passa attraverso la coscienza morale di cui ogni essere umano è dotato – fosse anche un lumicino da riaccendere –  salvo eluderla a priori, lasciata inerte e spenta nella mente e nel cuore.

Cattolici di serie A e cattolici di serie B? Semplicemente assurdo.

Nell’area cattolica italiana, seppur composita e variegata, è sempre esistita la vulgata di chi è più cattolico e più coerente rispetto ad altri cattolici. Gli esempi sono innumerevoli e molteplici e li troviamo addirittura già nella lunga e feconda esperienza della Democrazia cristiana. Era abbastanza naturale, in quei tempi, che alcuni leader e statisti come, ad esempio, Oscar Luigi Scalfaro, si sentissero più cattolici e più coerenti – su questo versante – rispetto ad altri leader e statisti dello stesso partito. Ma questa singolare classifica si è manifestata con maggior forza e determinazione dopo la fine della prima repubblica e, quindi della Dc, e l’avvento di una stagione dove i cattolici hanno praticato e declinato in modo quasi istituzionale il pluralismo politico ed elettorale.

Era quasi diventata una prassi normale e fisiologica registrare che la maggioranza dei cattolici praticanti e non votavano i partiti del centro destra mentre, al contempo, si pensava che i cattolici “doc” militavano solo nei partiti del centro sinistra. Una prassi che, col tempo, si è un po’ attenuata ma che sostanzialmente ha continuato a caratterizzare il giudizio e il commento dei vari opinionisti. Dopodiché il voto cattolico, come ci dicono anche tutti gli analisti del settore, si è spalmato in modo omogeneo e lineare in tutti i partiti (come votano, del resto, tutti gli altri cittadini/elettori italiani). Ma, per restare all’oggi, quella strana e singolare lettura di chi è più titolato a rappresentare ciò che resta del voto cattolico organizzato continua a circolare sotto traccia. Certo, la cultura storica del cattolicesimo politico italiano, sia nella versione democratica che popolare o sociale, difficilmente può avere cittadinanza nei partiti sovranisti, populisti o radical/massimalisti/estremisti. Questi sono e restano partiti e movimenti antropologicamente alternativi rispetto alla cultura, al pensiero, alla tradizione e alla stessa prassi del cattolicesimo democratico, popolare e sociale.

Ora, però, preso atto che nessuno, ma proprio nessuno, può intestarsi una rappresentanza esclusiva del voto cattolico – organizzato o meno che sia non fa alcuna differenza – forse è anche giunto il momento per gettare alle ortiche quella simpatica e goliardica vulgata secondo la quale esistono ancora i cattolici di serie A e quelli di serie B. Cioè si è più credibili, e quindi più cattolici e più coerenti con la propria cultura, solo se si milita in certi partiti rispetto ad altri. Nello specifico, i partiti della sinistra sarebbero più credibili per ospitare la cultura storica dei cattolici e, di conseguenza, i cattolici in quei partiti sarebbero più coerenti e più lungimiranti rispetto a quelli che si riconoscono in altri partiti. Appunto, e di nuovo, i cattolici di sere A e i cattolici di serie B.

Ecco perché, al di là questa ridicola e grottesca carnevalata che, comunque sia, continua ad essere gettonata nel circuito giornalistico, intellettuale, culturale e televisivo della sinistra italiana – che, come tutti sappiamo, continua ad essere sostanzialmente egemone nel circuito mediatico del nostro paese – forse tocca anche a chi proviene dal quel mondo culturale e politico dimostrare concretamente che questa caricatura non è solo del tutto priva di fondamento ma è, appunto, ridicola e persino comica. Perché i cattolici di serie A e di serie B non esistevano ieri nella Democrazia cristiana e, tantomeno, esistono oggi in uno scenario politico dove ci sono partiti che con il tradizionale patrimonio del cattolicesimo democratico, popolare e sociale c’entrano come i cavoli a merenda, per dirla con un vecchio adagio popolare. Quello che oggi conta, ed esclusivamente, è la coerenza con i valori di riferimento che storicamente hanno caratterizzato la cultura politica dei cattolici italiani. Altroché i giudizi e le pagelle che vengono sfornati a getto continuo dai soliti e noti “progressisti”.

Il peso dell’Italia nell’Europa che deve cambiare

L’elezione di Raffaele Fitto rappresenta per l’Italia un punto fermo nella vicenda europea. Oltre a confermare il ruolo del nostro Paese, è un risultato che evidenzia il valore di una preziosa convergenza tra i principali attori della politica nazionale, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un aspetto altrettanto sorprendente è l’inedita sinergia tra due ex premier, Mario Monti e Romano Prodi, che ha contribuito a rafforzare il peso politico italiano in una fase cruciale per il futuro dell’Unione Europea.

Il comune indirizzo espresso da queste personalità, che pure appartengono a tradizioni ed esperienze diverse, dimostra come il superiore interesse dell’Italia possa prevalere sulle divisioni politiche. L’obiettivo comune? Garantire al nostro Paese un ruolo da protagonista nel processo di rifondazione europea, spingendo verso una visione federalista e contrastando l’avanzata dei sovranismi. In questa dinamica, l’Italia si schiera contro modelli di leadership europei più conservatori e nazionalisti, incarnati da figure come Viktor Orbán e, in parte, Matteo Salvini.

C’è da dire che l’accordo tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni è sopravvissuto a numerosi scossoni, confermando l’abilità  della premier italiana a muoversi con pragmatismo nei Palazzi di Bruxelles. Anche il voto contrario sulla Presidenza della Commissione può essere letto a posteriori con altre lenti. Non è escluso che sia stato concordato con la stessa von der Leyen per non mettere a rischio l’equilibrio politico della sua fragile maggioranza di centro-sinistra.

In questa circostanza, il Presidente Mattarella ha sottolineato la necessità di riaffermare la funzione essenziale dell’Italia in un’Europa sempre più frammentata. Ciò richiama le radici storiche della nostra partecipazione al progetto europeo, inserendosi in un quadro in cui i partiti democristiani, per altro, continuano a rappresentare un argine efficace contro i movimenti di matrice sovranista.

L’esempio più lampante di questa tendenza arriva dalla Germania, dove la CDU (Unione Cristiano Democratica) sta recuperando consensi, accingendosi perciò a ridiventare il perno della politica nazionale. E in Europa? È plausibile immaginare un ritorno in grande stile all’asse strategico tra democristiani e socialisti, a patto che questi ultimi riescano a contenere il loro declino elettorale.

La capacità di rilancio di questo equilibrio politico dipenderà dall’impegno dei diversi protagonisti a cogestire le scelte di un’agenda condivisa. Allo stesso tempo, sarà fondamentale tradurre il senso di una comune visione in politiche concrete per affrontare i grandi nodi europei: dalla transizione ecologica al controllo del fenomeno migratorio, fino alla battaglia per una rinnovata competitività economica.

Se l’Italia riuscirà a proporsi come un ponte tra le diverse anime dell’Europa, potrà davvero aspirare a guidare il continente verso una nuova fase del processo di integrazion. L’elezione di Fitto, in questo senso, non è tanto un traguardo, ma un punto di partenza per riaffermare l’apporto decisivo del nostro Paese al futuro dell’Unione Europea.

Il caso Ruffini

La notizia ha subito mosso le acque suscitando reazioni di  vario genere. In realtà, un certo brusio di fondo  accompagnava da tempo la voce riportata mercoledì  scorso da Mario Ajello, un giornalista di lungo corso e  sempre ben informato, sulle pagine de “Il Messaggero”.  Nero su bianco, il direttore dell’Agenzia delle Entrate,  Ernesto Maria Ruffini, era catapultato sulla scena politica  come possibile homo novus del centro-sinistra. Ebbene,  tirato per la giacchetta, l’interessato non poteva che  dissipare con parole inequivoche il sospetto di una trama  politica all’ombra del suo delicato incarico pubblico. 

“Sono un servitore leale dello Stato – ha riferito nel giro di  poche ore all’Ansa – totalmente impegnato nell’attività  dell’Agenzia delle Entrate e qualcuno ha tratto letture  improprie dai miei interessi culturali, civili e storici”. E poi ha  voluto aggiungere: “Anch’io, come tanti, ho letto i giornali  stamattina mentre mi trovavo a Milano a fare, come ogni  giorno, il mio lavoro di Direttore dell’Agenzia delle entrate.  Non so l’origine di questi articoli. Quel che so è che sono  solo un servitore dello Stato totalmente impegnato con  lealtà e dedizione nel servizio che sto svolgendo. I miei  interessi culturali, civili e storici non sono mai stati un  segreto per nessuno. Da essi, mi sembra di capire che  qualcuno abbia tratto letture improprie”.

Effettivamente, in questa vicenda ancora aperta pesa  soprattutto un certo carico di “letture improprie”, e cioè  l’attribuzione, fuor di metafora, di un disegno politico che a  rigore non vive e cresce fuori da una limpida assunzione di  responsabilità, con tutte le debite conseguenze. Ruffini è  una persona che gode di stima e rispetto, qualora gli fosse  chiesto di gettarsi nella mischia sarebbe il primo a tirare le  somme, per non lasciare spazio agli equivoci.  

In ogni caso, bisogna pur notare che una congettura fatta  notizia, senza poi riscontro effettivo, ha suscitato  un’attenzione ben superiore a qualsiasi pronostico, anche il  più generoso. Allora, che dire? Forse c’è vita su Marte. Un  lampo di curiosità ha infatti illuminato il pianeta chiamato  “mondo cattolico”, rivelando l’esistenza di una domanda  propriamente politica. Non è un fatto da poco. Per questo,  al di là di ciò che attiene alla coscienza dell’interessato, il  “caso Ruffini” rimane aperto.

Sudafrica 2025: una presidenza G20 per unire il Nord e il Sud del mondo.

Questo 2024, anno elettorale in gran parte del mondo, si  sta chiudendo in modo contraddittorio. Il grado di  interconnessione fra i popoli e le economie, e le tante sfide 

globali che nessun Paese da solo può affrontare,  consiglierebbero, come ha osservato il presidente  Mattarella nel suo recente viaggio in Cina, “una concordia  mondiale”, basata sulla conoscenza di popoli, culture e  sistemi diversi. Ed invece sembra stia avvenendo il  contrario in questo periodo in cui i conflitti in corso  rischiano di andare verso una escalation. Tuttavia durante  l’anno che va verso il termine, si è registrato anche un  intenso lavoro della politica e della diplomazia per cercare e  fare prevalere soluzioni ragionevoli. Mentre volge al termine  il G7 a guida italiana e dopo i recenti vertici Brics di Kazan e  G20 di Rio de Janeiro, ieri, 22 novembre, alla Sioi (Società  Italiana per l’Organizzazione Internazionale) si è svolta una  interessante conferenza in collaborazione con l’Ambasciata  s u d a f r i c a n a d i R o m a , c o n l a p a r t e c i p a z i o n e  dell’ambasciatrice in Italia, Nosipho Jezile, sulle prospettive  di rafforzamento del multilateralismo in vista della prossima  presidenza di turno del G20 per il 2025, assegnata al  Sudafrica. 

Alvin Botes, Vice Ministro delle Relazioni Internazionali e  della Cooperazione del Sudafrica, ha affrontato subito la  questione di scottante attualità della decisione della Corte  penale internazionale di emettere un mandato di arresto  contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il  Sudafrica era stato uno dei Paesi che avevano richiesto  tale provvedimento. E lo ha fatto rivendicando un punto che  sta molto a cuore ai Paesi del Sud del mondo: non vi  devono essere doppi standard nel valutare i fatti,  rivendicando che il suo governo aveva tenuto lo stesso  atteggiamento, pur creando molto imbarazzo, con un  alleato nei Brics, la Russia, in occasione del vertice dello  scorso anno a Johannesburg per il quale, se avesse  partecipato il presidente russo Vladimir Putin, sarebbe 

scattato l’arresto obbligatorio da parte delle autorità  sudafricane. 

Il vice ministro degli esteri sudafricano ha avuto parole di  apprezzamento del G7 a guida italiana, condotto nella  consapevolezza che di fronte alle sfide globali nessuno può  pensare fare da solo, né il G7 né i Brics, ma si devono  trovare punti di incontro su temi come la lotta alla fame e  alla povertà, il clima, lo sviluppo, sui quali dal G20 di Rio ha  rilanciato l’impegno dei Paesi membri. L’ultimo G20 ha  anche sancito l’entrata a pieno titolo dell’Unione Africana,  fatto che la prossima presidenza di turno sudafricana del  G20, la prima di un Paese africano, intende valorizzare  anche in funzione dell’agenda Africa 2063, per il  rinascimento africano. In questa prospettiva il Sudafrica  mostra di apprezzare il metodo e gli obiettivi del piano  italiano per l’Africa, il Piano Mattei, e Alvin Botes ha citato il  Mozambico come esempio concreto di una strategia che  non si limita al piano economico o all’approvvigionamento  energetico ma che implica, pace, sicurezza, sviluppo  sociale, reciprocità. 

Il viceministro sudafricano ha colto l’occasione anche per  ribadire che la linea dei Brics non è contro qualcosa, che  sia l’Occidente piuttosto che il ruolo del dollaro e la de dollarizzazione, ma si tratta di un approccio cooperativo  che si esprime in tre direzioni principali: la cooperazione  politica e di sicurezza, cooperazione economica e  finanziaria, la cooperazione fra popoli, includendo anche la  richiesta di riforma degli organismi politici ed economici  internazionali. 

In questa prospettiva la presidenza sudafricana per l’anno  prossimo del G20, l’unico organismo che dopo l’Onu,  riunisce e fa dialogare le principali aree del mondo, può  dare impulso alle istanze di riforma delle istituzioni globali, 

non solo venendo incontro alle sollecitazioni del Paesi  Brics, ma nel comune interesse di tutti gli stati, compresi  quelli occidentali, a beneficiare di un modello di governance  globale più adeguato a gestire le sfide del mondo attuale.

La crisi dei corpi intermedi: quale futuro per i sindacati?

Dunque, un recente sondaggio pubblicato nella  trasmissione ‘Piazza Pulita’ – e quindi già in un talk  televisivo noto per la sua faziosità politica – i sindacati  rappresenterebbero appena il 28,5% dei lavoratori, contro  un 55,5% che dice che non li rappresenta più e un 16%  che non si esprime. Un dato, questo, che liquida da solo  tutta la narrazione di Landini che sentenzia,  goliardicamente, che la sua sigla sindacale, la Cgil,  rappresenterebbe quasi per intero i lavoratori del nostro  paese. Ora, al di là di Landini che confonde la virtualità con  la realtà oltre ad essere oggettivamente pericoloso per il  suo continuo ed insistente invito ed incitamento alla “rivolta  sociale” contro l’attuale Governo che ormai – secondo la  sua versione – lo considera un vulnus per la conservazione  della democrazia italiana, c’è da essere seriamente  preoccupati se anche a ‘Piazza Pulita’ emerge che il  sindacato è ormai un soggetto del tutto marginale e 

periferico nello scacchiere sociale e politico del nostro  paese.  

Quando la percezione popolare è che il sindacato, storico  pilastro e presidio dell’assetto democratico e costituzionale  del nostro paese, non rappresenta più i lavoratori significa  che la qualità della nostra democrazia si sta impoverendo  progressivamente. Ed è proprio di fronte a questo scenario  che ci dobbiamo porre semplicemente perché tutto ciò  capita concretamente. Non c’è, come ovvio, una risposta  immediata e nè, tantomeno, esiste una ricetta per sciogliere  positivamente questi nodi. Ma, almeno su un aspetto, non  possiamo non essere chiari seppur consapevoli delle  enormi difficoltà riconducibili alla crisi cronica degli  strumenti di mediazione di rappresentanza democratica.  Oltre ai partiti, e più dei partiti, appunto i sindacati. La  cosiddetta “disintermediazione dei corpi intermedi”. 

Ora, la risposta a questa pesante crisi di fiducia non può  certamente essere la ricetta della Cgil attuale, cioè di un  sindacato che da un lato si è ormai trasformato in un partito  a tutti gli effetti – che punta, quasi plasticamente, a  diventare il partito leader dell’alternativa politica al centro  destra – e, dall’altro, solletica gli istinti più triviali, e forse  anche più violenti, della società per perseguire un disegno  squisitamente ed autenticamente politico. La ricetta,  checchè se ne dica, continua a risiedere nella storica  cultura della Cisl. E cioè in un sindacato che antepone il  merito delle questioni alle pregiudiziali ideologiche; in un  sindacato che privilegia la contrattazione e quindi il dialogo  e il confronto rispetto al mero scontro politico ed  ideologico; in un sindacato, infine, che non fa dello scontro  frontale e della divisione cronica la sua ragion d’essere ma  indica la sua priorità nel difendere concretamente gli  interessi, le istanze e le domande concrete dei lavoratori e 

dei ceti popolari. Una concezione, questa, che è  sicuramente più moderna e più contemporanea perchè la  stella polare resta sempre quella di porre gli interessi del  s i n g o l o l a v o r a t o r e a l c e n t r o d e l l ’ a g e n d a d i  un’organizzazione sindacale. 

Dopodiché, e come ovvio, se non ritorna la fiducia negli  strumenti democratici previsti dalla nostra Costituzione  difficilmente si potrà invertire la rotta. Una rotta che rischia,  purtroppo, di essere esplosiva sotto il profilo democratico  se lega la crescente personalizzazione della politica e dei  partiti con un sindacato in preda ad una deriva  massimalista ed estremista che rischia di sconfinare anche  nella violenza. Per il momento, e per fortuna, solo verbale.  Ma, comunque sia, adesso il nodo non può non essere  affrontato e sciolto. E, purtroppo, già sappiamo quale  sarebbe l’alternativa.

Fra’ John Dunlap (SMOM): “Il nostro carisma al servizio dei pellegrini per il Giubileo”.

L’acquisto di un’ambulanza completamente attrezzata,  fortemente sostenuto dal Gran Maestro Fra’ John Dunlap,  segna l’inizio ufficiale delle attività dell’Ordine di Malta per il  Giubileo. Questo nuovo mezzo sarà messo al servizio della 

Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato per  supportare le iniziative giubilari, che si prevede attireranno  oltre 30 milioni di pellegrini. 

La cerimonia di donazione si è svolta presso il Palazzo del  Governatorato, alla presenza del Gran Maestro Fra’ John  Dunlap, accompagnato dal Grande Ospedaliere Fra’  Alessandro De Franciscis e dal Ricevitore del Comun  Tesoro Fabrizio Colonna. Nel corso dell’evento, Fra’ John  Dunlap ha dichiarato: “Queste iniziative non fanno che 

sottolineare ancora di più la grande sinergia con la Santa Sede e Papa Francesco e soprattutto rafforzano il nostro carisma e la nostra missione che sarà sempre al servizio dei poveri, dei bisognosi e della fede”. 

Ad accogliere la delegazione dell’Ordine di Malta sono stati  il cardinale Presidente del Governatorato, Fernando Vérgez  Alzaga LC, il segretario generale suor Raffaella Petrini FSE,  il Vice Segretario Generale Giuseppe Puglisi Alibrandi,  insieme ai rappresentanti della Direzione di Sanità ed  Igiene, il Direttore Andrea Arcangeli e il Vice Direttore Luigi  Carbone. 

L’iniziativa si inserisce in un piano più ampio predisposto  dal Sovrano Ordine di Malta per l’Anno Giubilare. Più di  2000 volontari provenienti da oltre 20 Paesi del mondo  garantiranno il servizio nei posti di Primo Soccorso gestiti  dall’Ordine di Malta nelle quattro basiliche papali: San  Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e  San Paolo fuori le Mura. 

In ciascuna basilica saranno assicurati due turni giornalieri,  con la presenza di un medico, un infermiere e due  soccorritori per turno. Questo impegno coinvolgerà  complessivamente 32 volontari a settimana per 55  settimane, in base alle date di apertura e chiusura delle  Porte Sante nelle quattro basiliche.

Il centro operativo di tutto il servizio sarà il Posto di Primo  Soccorso situato in piazza San Pietro, una struttura medica  gestita dall’Ordine di Malta che, da 45 anni, offre assistenza  ai pellegrini 365 giorni all’anno. In particolare, questo  presidio garantisce supporto durante le udienze papali del  mercoledì e le cerimonie religiose, rappresentando un punto  di riferimento essenziale per i pellegrini.

La Voce del Popolo | Buoni amministratori di condominio sugli scudi.

È quasi fatale che il centrosinistra si esalti per le vittorie in Umbria e in Emilia. Tanto quanto era fatale che il centrodestra facesse altrettanto, qualche giorno fa, per la sua affermazione in Liguria. C’è sempre un’attitudine all’esagerazione che fa da colonna sonora ai commenti del day after. Ma è più l’insicurezza da esorcizzare che il trionfalismo da celebrare. 

Semmai credo che l’opposizione dovrebbe cogliere il significato non troppo nascosto della sua affermazione. E cioè il successo di un certo “civismo”. Sono i sindaci a trainare il Pd. Quegli amministratori attenti e circospetti, capaci di tenere, come si dice, l’orecchio a terra e cogliere così quei segnali quasi impercettibili che racchiudono gli umori profondi dell’elettorato.

È pressoché inevitabile che all’indomani di questo voto si riapra la disputa infinita sul “campo largo” e sul “che fare” di Conte e di Renzi. Tanto più che il M5S si troverà a contabilizzare i suoi numeri non proprio esaltanti di questi giorni mescolandoli con quei dilemmi strategici che i garbugli dell’avvocato del popolo hanno troppo a lungo avviluppato. Ma si tratta pur sempre di questioni sovrastrutturali, come si sarebbe detto un tempo. 

In realtà la migliore carta offerta a tutta la politica, ma soprattutto all’opposizione, sta nel saper valorizzare quei casi di buona amministrazione capaci di riempire il vuoto delle ideologie e degli indirizzi strategici che un tempo muovevano milioni di elettori e ora non più. Insomma, è il momento dei buoni amministratori di condominio. In attesa che torni il tempo delle archistar capaci di disegnare immaginifiche metropoli.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dopo JFK un altro Kennedy entra nel governo Trump

Sono stati scritti innumerevoli memoriali ufficiali e libri divulgativi sul terribile evento dell’assassinio di JFK avvenuto il 22 novembre 1963, ma non tutte le zone d’ombra, ancora oggi, sono state illuminate dalla verità.
Tuttavia, ciò che John Fitzgerald rappresentava per gli USA e per il mondo intero, il suo carisma, il fascino del “grande sogno americano” (la fine della guerra fredda, l’apertura all’Unione Sovietica che passava attraverso gli incontri e gli scambi epistolari con Nikita Kruscev, l’inizio di un’era di pace duratura, l’attenzione alle minoranze etniche, la sintonia ideale con Martin Luther King, la fine della crisi dopo i missili di Cuba, l’idea di una democrazia partecipata ed estesa a tutte le fasce di popolazione), di fatto rappresentano ancora oggi un concetto di democrazia insuperato in ogni parte del mondo, al quale si è ispirato, ad esempio, Tony Blair.

Questa visione, poi ereditata dal fratello Robert, anch’egli tragicamente scomparso in un attentato nel 1968 per mano dell’immigrato giordano-palestinese Shiran Shiran, è transitata nella memoria collettiva di chi visse quegli anni e presso gli storici e cultori postumi come una stagione irripetibile che riguardava l’America certamente, ma anche il mondo intero.

Perché – come diceva JFK – “parlare di pace deve essere l’unico scopo razionale di ogni uomo razionale”: osservando oggi il nuovo ordine (o dis-ordine?) mondiale che va configurandosi – la devastante guerra in Ucraina, l’aggressione di Hamas a Israele e il terribile conflitto che ne è scaturito, la pendente minaccia su Taiwan, l’emergenza di nuove potenze economiche e nucleari come Cina e India, il fondamentalismo islamico, la bomba latente di un’Africa pronta ad esplodere – oggi, come e più di allora, il tema della concordia e della convivenza pacifica dei popoli e delle Nazioni si impone ancora una volta come cruciale.

Correvano i primi anni ’60: chi li ha vissuti ricorda le speranze legate ai grandi temi dei diritti civili e sociali, all’apertura della Chiesa cattolica alla scienza e al dialogo tra le diverse fedi, alla crescita economica, all’uguaglianza tra i popoli, alla messa in archivio dei residui ideologici post-bellici; ricorda Martin Luther King, John Kennedy, Nikita Kruscev, Papa Giovanni XXIII.
John Fitzgerald Kennedy fu l’uomo delle grandi speranze collettive e segnò una presenza indelebile nella cornice di quel tempo, artefice di una “Nuova Frontiera” che aprì ma non riuscì a realizzare.

Già nel suo discorso d’insediamento del 20 gennaio 1961 a Washington come 35° Presidente degli USA, rivolgendosi ai cittadini, ebbe a dire: «Non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese. Miei concittadini del mondo, non chiedete che cosa l’America vuole fare per voi, ma che cosa insieme possiamo fare per la libertà dell’uomo».
Un invito al senso del dovere che la lunga stagione della tumultuosa cavalcata dei soli diritti pare abbia davvero dimenticato.

Oggi si ascoltano e si leggono altre parole, altri propositi, diverse rappresentazioni dell’America ideale. In nome del pragmatismo e dell’hic et nunc, la storia rimuove il passato e lo riscrive: la vittoria di Trump segna una netta inversione di tendenza, destinata a durare e a cambiare il ruolo della più grande democrazia occidentale nella cornice di un nuovo ordine mondiale. Fatte le debite proporzioni sui tempi diversi e contestualizzando le visioni di JFK e Trump – diametralmente opposte – si tratta di una svolta epocale.

A sessantuno anni di distanza dall’uccisione di JFK, oggi un nuovo Kennedy, Robert F. Jr., negazionista e anti-vax, paladino della disinformazione antiscientifica al punto di considerare l’autismo una conseguenza dei vaccini, viene designato da Trump al Dipartimento della Sanità del futuro governo – Health and Human Services – che gestirà l’amministrazione dei servizi di assistenza, tutela della salute, controllo e supervisione dei farmaci per 330 milioni di americani.
Robert Kennedy jr, inizialmente candidato come indipendente per la corsa alla Casa Bianca, aveva successivamente abbandonato il Partito Democratico per sostenere apertamente Donald Trump.

Il futuro Segretario del Dipartimento per la Salute degli USA evidenzia sia la netta linea di demarcazione che lo separa dalla sua famiglia d’origine, essendo suo padre il procuratore generale Robert F. Kennedy, fratello del presidente John F. Kennedy, sia – mutatis mutandis – una rottura dell’appartenenza politica che costituisce un cambiamento rilevante e significativo, pur tenendo conto delle epoche diverse e della statura ideale indiscutibilmente superiore dei suoi illustri antenati.

Sembra che proprio tutto ciò che riguarda l’esito di queste elezioni presidenziali sia riconducibile al tema del pragmatismo, come evidenziato da tutti gli osservatori politici. Credo, perciò, che – in tempi di relativismo etico e culturale, di instabilità politica e di conflitti tra gli Stati, di guerre cruente – il pragmatismo non sia una prerogativa che appartiene solo agli attori del cambiamento, ma diventi quasi inevitabile per chi assiste agli scenari nuovi che si vanno configurando – fatti salvi gli ideali e le appartenenze radicati in ciascuno – una sorta di adaequatio rei et intellectus, per usare le parole tramandate da San Tommaso.

“Sarà l’età dell’oro, faremo grande l’America”: queste parole di Trump sono un programma e anche la declinazione pragmatica del grande sogno americano che aveva caratterizzato il dopoguerra, la crescita in democrazia e benessere, anche per i molti immigrati che negli Stati Uniti avevano trovato futuro e fortuna. Oggi quel sogno assume sembianze e prospettive diverse: “c’era una volta in America” e adesso non c’è più.

Cleopatra-Meloni e il cattivo presagio dei due luogotenenti

Cesare lo avevamo già visto, torvo e silenzioso, passeggiare su e giù per il Senato, meditando sulle sorti della nave ammiraglia affidata alla regina Cleopatra/Meloni. Questa volta, nascosto dietro una colonna dell’ampio portico, la nostra vedetta scorge una figura avvolta in un regale mantello.

Chi passeggia è Cleopatra/Meloni, preda di torvi pensieri e paure: sa che Cesare, presto o tardi, la convocherà, e non sarà per congratularsi.

La regina Cleopatra (l’amata Cleo di Cesare) ripete da mesi che rimarrà salda sulla tolda per altri tre anni. Questo è il patto stretto con Cesare, questo è il suo impegno. Nessuno, dice, potrà smuoverla dalla sedia di comando. Rassicura tutti che la rotta è quella stabilita e che, se qualche deviazione (virata a destra) c’è stata, è per il bene dell’Impero. Il popolo, sostiene, è sempre dalla sua parte.

Ma in realtà, tutti—e Cesare per primo—si sono accorti che quelle rassicurazioni sono rivolte più a sé stessa che agli altri. Un’iniezione di fiducia per convincersi che può farcela: “Sì, io posso farcela, e io sola posso!”

Sola. Ecco la parola che più le rimbomba nella mente. Sola e soltanto. È sola davvero: la masnada di truppa egizia che si è portata dietro continua a combinare guai, uno dopo l’altro. Neppure il suo occhio feroce riesce a contenerli o farli tacere. E Cesare l’aveva avvertita: le truppe abituate al mare di sabbia avrebbero faticato nei mari tempestosi dell’Impero, infestati di briganti e commercianti senza scrupoli. Per governare questa ciurma male assortita, la regina aveva affidato i comandi a due scudieri fidati. Ma col tempo, questi si sono rivelati sempre meno affidabili.

Il problema è che, adesso, hanno perso anche il consenso in patria. Erano stati accolti con acclamazioni dai loro compatrioti, forti di un ampio plauso che li aveva fatti salire a bordo della nave regale, tronfi e spavaldi. Ma dopo due anni di navigazione tra i mari dell’Impero, si sono dimenticati della loro terra d’origine. E lì, ormai, nessuno li acclama più. Le voci che arrivano alla regina non lasciano spazio a dubbi: non piacciono più. Il loro consenso si è ridotto di oltre la metà, un cattivo presagio. All’orizzonte, intanto, si delineano meglio le truppe della svizzera Scheil dei Celti e degli amici-nemici di Cesare, pronti a fare fronte comune.

E i due scudieri sono ancora sulla barca della regina: la loro cattiva sorte rischia di trascinarla verso un approdo infelice, o peggio ancora, verso il naufragio. Gli Egiziani, per ogni evento che accade nella vita, hanno una divinità che ne conosce le ragioni. Sembra che i luogotenenti di Cleo siano sotto il tiro del dio Bes, portatore di cattiva sorte. Forse è il caso di affidarsi al grande dio coccodrillo Sobek, creatore del mondo, affinché torni la buona sorte per la regina e i suoi.

Perché, agli occhi della ciurma, soltanto lei può condurli per mare. E i marinai, nel profondo del loro animo, percepiscono già ciò che la regina deciderà: se ordinare di dare con forza i remi in acqua per affrontare il mare aperto, o continuare a costeggiare la riva al ritmo attuale. Lei lo sa, ma tace. Ogni tanto, scende nei porti amici del vasto Impero. E ogni volta che risale in tolda, una nuova ruga compare sul suo volto candido.

Identità di genere: sfide e prospettive per gli educatori.

Un tema complesso, attuale e al centro del dibattito sociale, che la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” ha scelto di affrontare attraverso un Corso interdisciplinare. L’iniziativa, articolata in due incontri che si terranno il 23 e il 30 novembre, si propone di esplorare le molteplici sfaccettature del concetto di identità di genere, offrendo agli educatori strumenti utili per affrontare le sfide del presente.

Il percorso, supportato da esperti di diversi ambiti del sapere – dall’antropologia al diritto, dalla pedagogia alla psicologia – punta a individuare strategie educative che promuovano, in particolare tra le nuove generazioni, una crescita autentica nell’identità personale, accompagnata da atteggiamenti di accoglienza e inclusione. La riflessione è ancora più rilevante in un contesto mediatico sempre più pervasivo, spesso caratterizzato da messaggi ambigui e contraddittori sull’identità di genere e le relazioni interpersonali. Il Corso rappresenta dunque un’occasione preziosa per fare il punto sugli sviluppi della ricerca scientifica in materia e sugli orientamenti sociali che stanno influenzando le giovani generazioni.

La prima giornata, sabato 23 novembre, sarà dedicata all’esplorazione delle prospettive antropologiche e giuridiche. Nel corso di una Tavola rotonda, interverranno:

  • Susy Zanardo, docente presso l’Università Europea di Roma;
  • Sergio Cicatelli, scrittore e docente;
  • Assunta Morresi, docente presso l’Università degli Studi di Perugia.

La seconda giornata, in programma sabato 30 novembre, approfondirà le dinamiche psicologiche e pedagogiche, grazie agli interventi di:

  • Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta;
  • Emanuele Fusi, pedagogo e formatore.

Gli incontri si svolgeranno presso la sede della Pontificia Facoltà “Auxilium” a Roma, in via Cremolino 141, con la possibilità di partecipare anche in diretta streaming sul canale YouTube ufficiale della Facoltà.

Un’occasione di confronto e crescita per educatori e professionisti, chiamati a orientarsi in un panorama sempre più complesso, ma al contempo ricco di opportunità per promuovere un’educazione ispirata ai valori dell’autenticità, del rispetto e dell’inclusione.

Il risveglio di Bruxelles: verso una politica europea di larghe intese.

Dopo una settimana di faticose riunioni, si è sbloccato il nodo politico tutto interno ai palazzi di Bruxelles per dare il via libera alla Commissione von der Leyen bis.

Lo stallo dei giorni scorsi ha messo in luce per l’ennesima volta le tante difficoltà del processo decisionale a livello europeo e non basta indicarne la causa nei bizantinismi della politica. Il discorso è più complesso, passa dalla ormai non più rinviabile riforma dei Trattati, peraltro pensati in un mondo completamente diverso, alla necessità di creare una vera classe politica europea. 

Negli ultimi 5 anni, l’Unione europea ha dimostrato ottime capacità di reazione quando ha dovuto rispondere a shock esterni, come la pandemia di Covid e l’invasione russa dell’Ucraina. L’acquisto congiunto di vaccini e la successiva campagna vaccinale sono stati un grosso passo in avanti rispetto alla incapacità di dare una risposta collettiva alla crisi scatenata nel 2011 dai mutui sub prime e a quella dei migranti nel 2014. La decisione di emettere per la prima volta titoli di debito comune, convincendo anche i cosiddetti Paesi frugali, è stato uno strumento innovativo il cui successo si misurerà sul successo dei PNRR nazionali, con i fucili spianati di chi ha mal digerito la soluzione a suo tempo.

Sulla guerra, il pacchetto di assistenza finanziaria all’Ucraina di 35 miliardi stanziato il 23 ottobre scorso dal Consiglio è l’apice di una lunga serie di iniziative: non solo sanzioni, ma anche accoglienza dei rifugiati, sostegno militare, aiuti umanitari, protezione civile, indagini e perseguimento di crimini di guerra. Senza dimenticare le iniziative intraprese per garantire l’approvvigionamento energetico a cittadini e imprese europee e i “corridoi di solidarietà;” che hanno portato milioni di tonnellate di cereali dall’Ucraina ad Africa, Medio Oriente ed Asia per evitare una crisi alimentare mondiale e ulteriori flussi migratori.

Ora serve però un’Europa che sappia cambiare approccio. L’auspicio, nei prossimi 5 anni, senza voli pindarici, è che si trovi una formula che consenta all’Ue di essere protagonista sempre, non solo in questioni di emergenza. 

Pena un definitivo distacco dalla realtà quotidiana che vivono famiglie ed imprese. In fondo, in questi anni, i cittadini hanno guardando all’Ue come i genitori guardano un bambino imparare ad andare in bicicletta. Dispiace vederlo cadere, ma è normale che accada. Altrimenti non impara mai. Ora però il numero di cadute ha superato il limite di guardia. 

In questo senso, la riunione dei Ministri degli esteri di Polonia, Francia, Germania, Regno Unito Spagna, Italia e con l’Alto Rappresentante Ue Borrell, tenutasi nei giorni scorsi, non a caso a Varsavia, può essere un primo passo.  Ma solo se la strategia globale unitaria annunciata in quella sede saprà prendere il via in breve tempo e senza passare da una preliminare approvazione di Washington. Anche la richiesta di andare oltre il 2% del Pil per investimenti in difesa dovrà necessariamente passare per un percorso di consenso tra i governi nazionali e nelle pubbliche opinioni.

La guerra, il conflitto in Terra Santa, le tensioni commerciali con la Cina, le future probabili tensioni con gli Stati Uniti, non lasciano al Vecchio Continente tanto tempo. La ricreazione è finita e sta all’Ue dimostrare se ha imparato o no ad andare in bicicletta, se non vuole condannarsi da sola ad essere il vaso di coccio in un mondo di superpotenze più moderne, rapide, efficienti.

Israele, cosa si muove al suo interno?

Dal 7 ottobre 2023 l’immagine che Israele ha offerto di sé è sostanzialmente questa: il consenso nei confronti del governo Netanyahu, fino a quel momento sottoposto a critiche e contestazioni di piazza crescenti, è aumentato progressivamente a mano a mano che la distruzione di Gaza proseguiva e soprattutto che i vari capi dei movimenti terroristici ostili venivano eliminati con azioni più o meno spettacolari ma comunque sempre efficaci. L’opposizione politica si è nettamente indebolita e i sondaggi elettorali lo certificano con assoluta certezza. Quella di piazza è invece ancora numerosa e attiva, ma concentrata sulla questione degli ostaggi e solo lateralmente su un effettivo scontro con l’Esecutivo. La comunità nazionale, insomma, è abbastanza unita intorno alla bandiera, ovvero alla propria esistenza in quanto Stato e gli episodi, gravi, di antisemitismo che si registrano qua e là in Europa e pure negli Stati Uniti non fanno che rafforzarne il sentimento di solidarietà e fratellanza. Così è in apparenza ma così è pure nella realtà.

Dietro questa immagine, però, c’è dell’altro. E lo si scopre scavando un po’ in profondità nella composizione della società israeliana. Sulla base di una domanda: ma gli ebrei si rendono conto dell’odio nei loro confronti che stanno generando presso tutti i palestinesi, bambini inclusi, e presso larghe masse di musulmani nel mondo? E anche presso la popolazione araba? Un capitale di ostilità totale che costringerà lo Stato della Stella di David a vivere in perenne assetto di guerra. La risposta non è scontata, né immediata. E certo non la si può dare da lontano, senza vivere ogni giorno dal di dentro la realtà sociale del Paese. Alcune indicazioni, però, vengono dalla sua composizione. Assai diversa da quella delle origini, quando lo Stato di Israele venne costituito. 

Il 14 maggio 1948 nasceva uno Stato laico impostato sui tradizionali cardini liberal-democratici di marca occidentale, in particolare europei, con tratti ispirati al socialismo (si pensi all’esperienza dei kibbutz) e sostanzialmente governato dalla maggioranza ebraica askenazita proveniente dal Vecchio Continente (tutti i primi ministri, Netanyahu incluso, hanno avuto questo imprinting culturale). 

L’evoluzione sociale della nazione ne ha però modificato in parte – e quella demografica la sta cambiando sensibilmente in questi anni – la composizione originaria poiché sono cresciute numericamente le altre due “famiglie” del Paese: quella più orientale, i mizhraim (sefarditi tradizionalisti e accesi nazionalisti) e quella più teocratica, gli haredin, i “timorati di Dio” ultraortodossi. Alle quali vanno aggiunti i cittadini “arabo-israeliani”, eredi di quegli arabi che dopo la guerra del 1947/48 rimasero entro i confini del nuovo Stato non abbandonando le proprie abitazioni come fecero invece molti di loro. Su una popolazione complessiva che non raggiunge i dieci milioni di individui questi ultimi in virtù di un indice riproduttivo vivace ne rappresentano ormai poco più di un quinto. Ma pur essendo a tutti gli effetti “cittadini israeliani” sono nei fatti tenuti ai margini un po’ da tutto e nel 2018 questa loro condizione di estraneità è stata sanzionata con la modifica della Legge Fondamentale (approvata a stretta maggioranza dal Parlamento di allora) indicante esplicitamente lo Stato di Israele come la “casa nazionale del popolo ebraico”, la cui lingua è quella ufficiale della nazione (relegando l’arabo ad uno status speciale, non dunque lingua ufficiale).

Un’accentuazione di uno status minoritario che non viene certo vissuta bene da una popolazione giovane, tesa ad acquisire un ruolo economico e sociale, e pure politico, che le viene negato nei fatti ma non disposta più ad accontentarsi – come fecero i loro genitori – dello status di cittadini. E che quindi è sempre più in contrasto con la nuova maggioranza della popolazione, non più quella askenazita degli inizi, oggi inferiore a un terzo del totale, composta da ortodossi mizhrain (quasi il 40%) e ultra-ortodossi haredim (circa il 12% ma in crescita esponenziale, ad una media di sei figli per donna!).

È questa nuova maggioranza radicale (seppure per il momento ancora differenziata: meno integralisti i primi e ultraintegralisti i secondi) che ormai detta le condizioni e guida la politica del premier, di fatto – anche a causa dei suoi problemi giudiziari – ostaggio della loro visione radicale del conflitto con i palestinesi e su scala più larga con gli iraniani.

Oggi, a guerra in corso, il paese è relativamente unito intorno alle scelte del governo: solo i parenti degli ostaggi e la sinistra manifestano una netta opposizione a Netanyahu, mentre il 40% ritiene addirittura necessario spingere ancora di più l’acceleratore del conflitto. Ma le divisioni che al momento covano sotto la cenere sono destinate a rimanere tutte, e non è affatto detto che lo faranno in modo pacifico: dopo il 7 ottobre la vendita di armi a semplici cittadini è aumentata notevolmente, così come è cresciuto il consumo di droghe e l’abuso di bevande alcoliche. Una miscela che non promette nulla di buono.

Dibattito | Pd, ritorna la vocazione maggioritaria.

Nel 2007 Valter Veltroni, e con lui la segreteria nazionale del partito, teorizzò un “Pd a vocazione maggioritaria”. Ovvero, in una cornice bipolare e tendenzialmente bipartitica, il Pd si candidava a diventare l’asse pigliatutto dello schieramento di centro sinistra alternativo al centro destra. E, dopo il fallimento, peraltro annunciato, dell’Unione di prodiana memoria, si teorizzò che un partito, appunto il Pd, dovesse diventare il perno fondamentale dello schieramento progressista. Politicamente ed elettoralmente autosufficiente. Al punto che per mesi sia sostenne apertamente la tesi di non fare alleanze con altri partiti o cespugli o gruppi ai fini del potenziale governo del paese. Una tesi, questa, che poi fu misteriosamente messa in discussione perchè si siglò un’alleanza con il partito personale di Antonio Di Pietro, Italia dei valori.

Ma, per tornare all’oggi, è di tutta evidenza che, mutatis mutandis, la tesi della vocazione maggioritaria del Pd è uscita dalla porta ma rientra dalla finestra. E il recente voto in Umbria e in Emilia Romagna, ma anche già in Liguria, dimostrano in modo persino plateale – e senza scomodare politologi e sondaggisti – che attorno al Pd inizia a crescere il deserto. Sotto il profilo eletturale, come ovvio. Detto con altre parole, alla progressiva ed esponenziale crescita di consensi del Pd si ridimensiona l’apporto, e il peso, degli altri partiti. Al netto della sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni e Bonelli, che comunque ha già ottenuto il picco dei consensi con la vicenda Salis alle europee, è altrettanto chiaro che il Pd è destinato a prosciugare elettoralmente il campo progressista con la sua robusta e massiccia presenza. Non sapendo, ad oggi, quale sarà l’epilogo finale dei 5 stelle alle prese con una violenta disputa interna, il cosiddetto Centro da quelle parti semplicemente non esiste più. Dando per scontato che il futuro dei due partiti personali di Renzi e di Calenda – anche alla luce dei risultati concreti nelle ultime tre consultazioni regionali, per non parlare del voto europeo – è quello di confluire all’interno del Pd, chi si riconosce nel Centro nello schieramento progressista sarà semplicemente inglobato dal Pd. Tesi, questa, non virtuale ma che emerge in modo plastico dagli elettori. 

Un Pd, però, guidato dalla Schlein, cioè da una leadership che ha un chiaro, netto e del tutto legittimo profilo di una sinistra radicale e massimalista e, sul versante culturale, di impronta libertaria. E non è un caso, del resto, che la proposta di avere un Centro nella coalizione progressista sia guidato, pianificato e gestito proprio dai vertici del Pd. Una concezione cara alla tradizione comunista che prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” che vengono “inventati” dall’azionista di maggioranza a garanzia e a conferma della natura plurale della coalizione.

Ma, al di là di questa oggettiva considerazione, quello che non si può non cogliere è che la tradizionale “vocazione maggioritaria” del Pd, anche se non viene più caldeggiata e sbandierata platealmente, nei fatti è  riemersa. E, forse, questo è anche un elemento che contribuisce a fare chiarezza nella geografia politica italiana. E questo, sia chiaro, grazie al progetto e al profilo politico, culturale e programmatico del Pd a guida Elly Schlein.

Il Papa per le cliniche mobili “Salus” destinate ai bambini ammalati egiziani

Papa Francesco ieri mattina ha ricevuto una delegazione dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” costituita dal Presidente Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già suo Segretario personale, dal Presidente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Daniele Franco, dal Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Papa Francesco ha benedetto le due Cliniche Mobili, posizionate in Piazza dei Protomartiri romani, che verranno inviate e messe a disposizione per le cure dei bambini ammalati e vittime della guerra e dei loro familiari, nei posti dove mancano strutture sanitarie.

Le due Cliniche Mobili rientrano nell’iniziativa denominata “Salus”, promossa dall’Associazione “Bambino Gesù del Cairo”, dalla Fondazione della Fratellanza Umana in Egitto e dalla Fondazione Hospitals Without Borders. 

Sua Santità Papa Francesco ha espresso la sua gioia e benedizione verso questa iniziativa: “Ringrazio tutte le persone e gli enti che hanno lavorato e contribuito alla realizzazione di queste due Cliniche Mobili che daranno assistenza e cure a numerosi bambini e ammalati e rispecchiano lo spirito del Documento sulla Fratellanza Umana. Mi fa piacere vedere insieme l’Ospedale Bambino Gesù, il Gemelli, le autorità italiane e altre associazioni e fondazioni a cooperare insieme in questo bel progetto Salus. Vi incoraggio di continuare a sostenere queste concrete iniziative caritatevoli che Don Gaid, con voi, riesce a portare avanti. Con affetto saluti tutti voi presenti e le delegazioni dagli USA, dal Regno Unito, dall’Egitto, dall’Argentina e dall’Italia. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca sotto il Suo manto materno e per favore pregate per me!”.Mons. Gaid ha espresso la sua gratitudine al Santo Padre e a tutti i benefattori che hanno reso possibile questo progetto che rappresenta una piccola luce in un mondo sconvolto da troppi dolori e sofferenza e sostiene il motto dell’Associazione: “Tutto l’oscurità del Mondo non può spegnere la luce di una piccola candela”.

Gli altri progetti dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” sono l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città del Cairo; la “Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana”, denominata ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti per le famiglie bisognose egiziane, inaugurata il 9 gennaio 2024. Il prossimo anno saranno avviati i lavori per la costruzione dell’Ospedale “Bambino Gesù del Cairo”, il primo “Ospedale del Papa” fuori dall’Italia.

La luna di miele si fa amara per la Meloni

Non sono solo le due sconfitte elettorali, in Emilia Romagna e soprattutto in Umbria, a preoccupare la Presidente, ma anche la crescente astensione che si rivela nettamente a suo svantaggio. A due anni dalla nascita del governo, il consenso inizia a calare, come accaduto ai suoi predecessori. Si avverte una certa stanchezza, specialmente nei confronti della squadra di governo, mentre emergono con evidenza scelte sbagliate o imposte dagli alleati.

Uno dei maggiori elementi di tensione con l’opposizione si collega al “ricatto” di Salvini sulla legge per l’autonomia differenziata. Questa riforma ha spaccato il Paese non solo tra nord e sud, ma ha generato dissensi anche all’interno di ampie fasce delle stesse regioni settentrionali. Una battaglia antistorica, che sembra riesumare lo spirito secessionista del primo Bossi, proprio mentre appare evidente a tutti la necessità di salvaguardare l’Unione Europea, da oggi potenzialmente sotto l’attacco del “trumpismo”.

Ma non è solo questa la ferita aperta: la Meloni deve affrontare un certo logoramento legato all’inadeguatezza della sua classe dirigente, un problema che cerca di tamponare come può, spesso ricorrendo a un vittimismo sempre meno credibile. La verità è che molte delle sue scelte strategiche risultano forzate e rivelano il fallimento del suo progetto istituzionale, incentrato come è noto sul premierato, e dunque sulla concentrazione del potere in una persona sola al comando. Questo disegno desta grande preoccupazione, anche a livello europeo.

Lo scontro con gli altri poteri dello Stato, inoltre, lascia intravedere una tendenza che mette in allarme tutti gli organi di garanzia democratica. In alcuni passaggi, anche il Presidente della Repubblica ha ritenuto necessario far sentire la sua voce, senza con ciò abbandonare il ruolo super partes che la Costituzione gli attribuisce. È immaginabile un Paese che – astrattamente parlando – resti inerte di fronte a un Mattarella costretto a rifiutarsi di firmare una legge, ricorrendo alla Corte Costituzionale?

Un dato certo emerge da questa situazione: la Meloni, in condizioni così critiche, potrebbe decidere di ricorrere ad elezioni anticipate pur di evitare il referendum sulla tanto declamata “madre di tutte le riforme”, ovvero sul premierato.

I 50 anni dell’Istituto Maritain: un convegno per fare il punto.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain è stato fondato a Gallarate nell’aprile del 1974 per volontà di alcuni intellettuali, amici e discepoli del filosofo scomparso da appena un anno, riuniti per intuizione di Roberto Papini, desiderosi di conservare la sua opera emi suoi insegnamenti. L’Istituto è ora costituito da numerosi esponenti del mondo culturale, accademico, scientifico e della società civile che condividono una comune ispirazione personalista e maritainiana e da allora promuove e diffonde il pensiero di Maritain nelle società dei paesi europei e americani in cui è presente con associazioni a carattere nazionale. Il riferimento a Maritain è stato, fin dalle origini, quello di una fedeltà coniugata con la libertà. L’Istituto è rimasto sempre fedele all’invito, rivolto dallo stesso Maritain ai suoi amici e discepoli: “allez de l’avant”.

Questo “andare avanti” ha significato anche l’apertura dell’Istituto verso orizzonti più vasti, con un’attenzione critica e propositiva verso i grandi problemi e i grandi mutamenti globali, spesso anticipando i tempi nelle sue proposte tematiche: si pensi alla governabilità della democrazia, alla globalizzazione ed ai suoi effetti, al rapporto tra etica ed economia, al riferimento alla pace.

L’impegno dell’Istituto è stato comunque sempre quello di rendere fecondo il pensiero di Maritain attraverso l’elaborazione, la promozione e la diffusione di una cultura centrata sulla persona e sul perseguimento del bene comune, recuperando il senso profondo dell’Umanesimo integrale. In particolare, questo tema della tutela della persona e del bene comune continua ad essere il fil rouge che fa da sfondo alle sue iniziative che ruotano attorno alle due Cattedre: la Cattedra Maritain “Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo” e la Cattedra UNESCO “Pace, sviluppo culturale e politiche culturali”, non dimenticando che è stata creata ed è attiva

anche una “Biblioteca della Persona”.

L’Istituto nei 50 anni trascorsi ha operato attraverso la realizzazione di numerosi progetti di ricerca, di formazione, di promozione e divulgazione culturale in svariati ambiti disciplinari e per lo più a carattere internazionale. Ricordiamo l’organizzazione di oltre 600 eventi quali convegni, conferenze, corsi e master senza dimenticare la presenza nel settore editoriale con la pubblicazione di oltre 300 volumi ed una rivista internazionale “Notes et documents”.

Oggi i temi prioritari attorno ai quali si sviluppa l’azione dell’Istituto sono la promozione dei diritti umani e il dialogo tra le culture, il dialogo interreligioso, la giustizia e l’educazione alla pace come pure il riferimento alla ricerca di una economia più umana.

Per non dimenticare i risultati raggiunti, per valorizzare il pa-

trimonio di conoscenze, di esperienze e competenze acquisito, per riflettere sugli obiettivi da rilanciare, l’Istituto celebra questo speciale cinquantesimo anniversario della sua fondazione promuovendo a Roma un Convegno internazionale che partendo dall’analisi dell’influsso della sua azione, possa approfondire le ragioni del suo essere e

indicare piste di riflessione anche per il futuro.

 

Il link per accedere alla brochure

La sicurezza e la difesa comuni Ue non possono più attendere. Parola di Borrell.

Quello dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune europea “non è un ruolo impossibile, ma non è miracoloso, e se l’Unione europea vuole davvero avere una politica di sicurezza e difesa comune, ha bisogno di qualcuno che la organizzi”. Tuttavia, il diritto di veto di cui dispongono gli Stati membri in quest’area può “uccidere” la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue. Lo ha affermato l’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell, nella conferenza stampa del Consiglio Difesa oggi a Bruxelles.

Un giornalista gli ha chiesto a cosa serva in realtà la posizione dell’Alto Rappresentante, che fa delle proposte che ritiene giuste ma che non vengono seguite, che non piace né alla Commissione europea, né agli Stati membri, e si trova in situazione “umiliante, “a litigare come Don Chisciotte tra i mulini a vento”.

Borrell, che a fine mese termina il suo mandato, ha risposto: “Il Trattato Ue dice che l’Unione europea vuole costruire una Politica di sicurezza e di difesa comune, e nomina per questo qualcuno chiamato Alto Rappresentante, con la capacità di fare proposte. Le proposte possono essere accettate o meno.

Normalmente lo sono, a volte no. Penso – ha sottolineato – che il compito di costruire una Politica di sicurezza e di difesa sia oggi più urgente e necessario che mai. Spero quindi che in futuro venga messa in risalto la dimensione di sicurezza e di difesa di questa posizione. In questi cinque anni abbiamo fatto tantissime cose, e niente di tutto questo sarebbe successo se non avessimo avuto qualcuno al posto di comando”.

“Per quanto riguarda la dimensione diplomatica – ha continuato l’Alto rappresentante – è ovvio che tutti gli Stati membri restano padroni della propria Politica estera, questo è previsto anche dai Trattati Ue. La Politica estera è ancora di competenza nazionale e nei Trattati si afferma chiaramente che la Commissione non rappresenta l’Unione nella Politica di sicurezza e di difesa e nella politica estera. Il Trattato – ha rilevato – lo dice chiaramente: la Commissione non rappresenta l’Unione in questi settori. Chi rappresenta allora l’Unione in questo ambito, che non è trascurabile? Il presidente del Consiglio europeo in primis e poi, a livello ministeriale, l’Alto rappresentante”.

Insomma, “il ruolo è chiaramente definito. Forse non sono riuscito a realizzarlo in modo soddisfacente, ma il ruolo dell’Alto Rappresentante è chiaro, nei Trattati”, ed è quello di rappresentare, a livello ministeriale, l’Unione europea nel settore della politica estera, di sicurezza e di difesa. “E posso assicurarvi che prende richiede molto tempo”, ha detto Borrell.

Fuori microfono, dopo la fine della conferenza stampa, gli è stato chiesto ancora se non sia piuttosto il diritto di veto degli Stati membri a rendere inefficace il ruolo dell’Alto Rappresentante e della Politica estera e di sicurezza comune.

“La regola dell’unanimità – ha riposto Borrell – uccide la Politica estera e di sicurezza comune, uccide qualsiasi politica. L’ho sempre detto. Se so di avere un diritto di veto, resto nel mio angolo e aspetto che vengano a prendermi, per provare a comprarmi”, ha concluso.

Il paradosso energetico del Vietnam: carbone al massimo, ma il futuro è elettrico.

Il governo vietnamita ha annunciato l’intenzione di potenziare al massimo l’attività delle centrali elettriche a carbone nel 2025, con l’obiettivo di soddisfare una domanda energetica in continua crescita. Secondo le fonti governative, la maggior parte delle centrali a carbone opererà tra le 6.400 e le 6.500 ore nel corso dell’anno, mentre si prevede un aumento del consumo elettrico compreso tra l’11% e il 14%. Nonostante gli sforzi per promuovere le energie rinnovabili, il carbone continua a rappresentare una quota significativa del mix energetico vietnamita. Ad esempio, nei primi dieci mesi del 2024, il carbone ha fornito il 48,7% dell’energia elettrica complessiva, pari a 256,7 miliardi di chilowattora, come riportato dalla società statale Vietnam Electricity Group (EVN).

I tentativi di Hanoi di favorire l’adozione di fonti rinnovabili, come l’eolico offshore e il gas naturale liquefatto (GNL), incontrano ostacoli di natura normativa, rallentando i progressi verso una transizione energetica completa. Il Vietnam, hub manifatturiero strategico dell’Asia-Pacifico, si trova quindi a bilanciare la crescente domanda energetica con i limiti della rete infrastrutturale. Il governo ha dichiarato che l’operatività delle centrali a carbone resterà elevata, in particolare nel nord del Paese, richiedendo piani di approvvigionamento tempestivi per garantire il funzionamento degli impianti.

Questa dipendenza dal carbone riflette una dinamica simile a quella cinese, dove lo sviluppo sostenibile e l’espansione industriale faticano a trovare un equilibrio. Nel nord del Vietnam, inoltre, l’aumento delle temperature e il cambiamento climatico hanno accentuato le difficoltà, con blackout frequenti che dal maggio 2023 colpiscono le zone industriali.

In parallelo, il Paese sta puntando sul mercato in espansione dei veicoli elettrici (EV), una strategia che potrebbe contribuire a diversificare l’economia. Il boom globale degli EV (Veicoli Elettrici) ha visto un incremento delle vendite del 35% nel 2023 rispetto all’anno precedente, con quasi 14 milioni di unità vendute. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), si stima che entro il 2035 i veicoli elettrici rappresenteranno la metà delle vendite automobilistiche globali. Questa prospettiva offre opportunità significative per produttori come VinFast, il primo brand vietnamita di auto elettriche, che sta guadagnando sempre più terreno nel panorama internazionale accanto a leader del settore come Tesla e la cinese BYD.

VinFast, recentemente, ha siglato importanti accordi di finanziamento, tra cui uno da un miliardo di dollari proveniente da investitori esteri, inclusa la Emirates Driving Company di Abu Dhabi. Tali intese, firmate durante la visita ufficiale del primo ministro vietnamita negli Emirati Arabi Uniti, coprono settori strategici come i veicoli elettrici, i trasporti ecologici, la digitalizzazione e lo sviluppo marittimo. Secondo l’agenzia Asia News (dei missionari del Pime), questa combinazione di sfide e opportunità riflette un Vietnam in trasformazione, stretto tra le pressioni del presente e le ambizioni di un futuro più sostenibile.

Fonte: Agenzia Asia News

Non banalizziamo la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza

Ricorre la giornata mondiale dedicata all’infanzia e all’adolescenza ma, ascoltando certe notizie che riguardano bambini e ragazzi, ogni ‘celebrazione’ potrebbe assumere le sembianze di un finto e inutile rituale.

Oggi potrebbe essere un’occasione di riflessione e di sussulto per favorire una presa di coscienza collettiva sulla condizione minorile nella nostra epoca: in ogni contesto del pianeta essa suggerisce interrogativi ed inquietudini. Si può partire dagli echi di una cronaca locale che – specie negli ambienti urbani e metropolitani – descrive situazioni di abbandono, di miseria materiale e spirituale, di fame, di contesti degradati e anaffettivi, di violenze dentro e fuori la famiglia, di pedofilia, sfruttamento, prostituzione minorile, dipendenze precoci da alcol, gioco d’azzardo e droghe, dei pericoli di quella rete virtuale che facilita incontri fuori controllo e viaggi senza ritorno.

Tutto questo in una cornice esistenziale che non è certo fatta a misura di minori: dalla carenza degli spazi attrezzati, all’utilizzo inappropriato del tempo libero, da programmi televisivi e tecnologie che propongono modelli eticamente inaccettabili e un’idea di vita “senza frontiere”: tutto sembra essere pensato e costruito per ostacolare e rendere ardua e faticosa l’opera educativa della famiglia e della scuola. 

Essere bambini e adolescenti oggi significa incontrare difficoltà e tranelli in contesti di vita spesso imprevedibili e inesplorati, a volte concertati e programmati in modo conforme alle sole esigenze degli adulti: ci sono – è vero – nuove tutele e una maggiore attenzione nel sociale, non sono più i tempi di Oliver Twist e di Cosette dei Miserabili ma la cattiveria degli adulti si esprime – se mai – con modalità ancora più orribilmente sofisticate. 

E se volgiamo lo sguardo altrove troviamo condizioni di vita sovraesposte ad ogni tipo di violenza ed efferatezza: pensiamo ai minori che vivono in mezzo agli orrori della guerra, alle migrazioni di massa, agli eccidi, agli stermini etnici e familiari, ai bambini-soldati, al turismo sessuale in danno di bambini e bambine in età scandalosamente precoce, agli orfani vittime del terrorismo. Da un recente rapporto di Save the Children Italia risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione vivono nei Paesi colpiti dalle guerre e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi. Pensiamo alle condizioni di vita dei minori nei Paesi attraversati dai fondamentalismi religiosi, dove si ammazza per motivi di appartenenza etnica, senza riguardo all’età, senza pietà, pensiamo alle mutilazioni genitali: anche i piccoli innocenti sono giudicati “infedeli”. È storia di questi tempi: un orrore disumano e senza fine che dovrebbe scuotere le coscienze e suscitare emozioni e iniziative. Per onorare oggi il senso di questa ricorrenza – nelle famiglie, nelle scuole, nelle Chiese, sui posti di lavoro, nelle istituzioni – si dovrebbe osservare una pausa di riflessione a questo continuo, interminabile eccidio di bambini: è un olocausto che non può esserci estraneo. 

Perché anche questa è una parte non trascurabile di quella “globalizzazione dell’indifferenza”, acutamente e a più riprese evocata da Papa Francesco.