Home Blog Pagina 545

I sogni arroganti dei Negrita, animali sociali da palcoscenico.

“Tu meritavi di più, ma adesso shock, al rientro da uno spot, abiti dentro una favela/finita l’era di hell dorato, nel piano b tu non sei convocato”. Solo le parole di Pau, vox de I Negrita, forse la rock band italiana più “alternativa” del momento e degli ultimi anni.  I Negrita si abbandonano ai gangli della coscienza critica, della riflessione, dell’elaborazione della visione del Mondo. Ne denunciano i malesseri del pianeta e anticipano la patogenesi della crisi centrata sui mondi interiori proprio come recitano le note di Radio Conga apparsa nell’album HELLdorado del 2008  Le certezze di una vita via, come acqua tra le dita, ma se senti che non sei solo anche se il cielo è scuro, cerca un raggio e prendi il volo, sopra ‘sto mondo sperando, che in hell dorado sei quello che hai, ma, non ti basta mai“.

I Negrita nei loro testi si appellano all’idea di un nuovo mondo, mentre non ci accorgiamo di quello che il passato rievoca come memoria. Connessioni, seduzione della nostra rampante gioventù che rimane vitale e speranzosa. Ecco i suoni e le parole di “Non torneranno più” del 2018: Non torneranno più, le mille notti in bianco, la gioventù al mio fianco, Roby Baggio e l’autostop, non torneranno più, i miei vecchi polmoni, etc…scioperi e università”.

Ci sono brani dei Negrita felicemente accompagnati da una chitarra elettrica riflessiva e sempre graffiante che dona alla voce di Pau futuro, filosofie e modelli per una ripartenza possibile, mentre la società, le persone e i popoli soffrono  e l’umano si perde nell’insensibile. È il momento sanremese de “I ragazzi stanno bene”, con particolari affreschi timbrici dall’esistenza soft rock cosi descritti: Tengo il passo sul mio tempo, concentrato come un pugile, sarà il peso del mio karma o la mia fortitudine, con in mano una chitarra e un mazzo di fiori distorti per far pace con il mondo dei confini e passaporti, dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco, dove camminiamo tutti con la testa ormai piegata, e le dita su uno schermo che ci riempie la giornata, ma non mi va, di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare e voglio ridere, non mi va, non ho tempo per brillare, voglio esplodere, ché la vita è una poesia di storie uniche”.

I Negrita sono “animali sociali da palcoscenico” con sempre uno sguardo al domani mentre l’oggi scorre e si confonde con gli errori di ieri. E qui c’è l’energia dirompente di testi che diventano statuto dell’attivismo e della partecipazione. Rimane l’auspicio che la musica, i testi e  il rock de I Negrita facciano  del nostro agire quotidiano un capolavoro di speranza. “Io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti”.  La loro musica, il nostro impegno.

Molta Italia in mostra all’evento tecnologico mondiale di Las Vegas

Foto di Rudi Nockewel da Pixabay
Foto di Rudi Nockewel da Pixabay

Milano, 10 gen. (askanews) – L’Italia delle start up protagonista nella più grande vetrina mondiale dell’innovazione. Cinquanta aziende sono riunite al Ces di Las Vegas nel padiglione italiano organizzato dall’Ice per mostrare al mondo le nostre soluzioni per il futuro. Tra gli stand si incontrano soluzioni di mobilità, intelligenza artificiale, gaming, applicazioni per l’health care o per il risparmio energetico.

La start up Levante ha realizzato dei pannelli solari pieghevoli come degli “Origami”, una soluzione a basso impatto e molto pratica, utilizzabile in diversi contesti, come ha spiegato il cofounder Kim Myklebust: “Si può applicare per i camper, per le barche, ma anche a casa. Noi forniamo sia mezzi o strumenti per poterla attaccare alla barca o il camper ma anche un microinverter per esempio per attaccarlo alla casa e abbiamo anche vari battery pack che alla fine ti rendi completamente off-grid”.

Sempre all’insegna della sostenibilità il cestino smart Hoooly, che differenzia in automatico i rifiuti grazie all’intelligenza artificiale sviluppata dalla start up Ganiga. Ci sono poi soluzioni di nicchia, come un nastro a Led collegato ad una app per illuminare gli accordi di una chitarra e così imparare a suonarla più facilmente; o anche una cuccia smart che sanifica l’ambiente di cani e gatti domestici, come ha spiegato Chiara Cavallo, founder di Light on your Side: “Charlie e Greta è una cuccia smart autosanificante. Grazie a questa luce microbiicida, biovite, priva di UV, sanifica la cuccia e controlla la diffrazione microbica, quindi tiene sotto controllo virus, batteri e funghi dal pelo del cane”.

Con le sue 50 start up presenti a Las Vegas, l’Italia è la terza delegazione a livello europeo in termini di numeri. “I nostri innovatori propongono soluzioni in tanti settori della nostra vita quotidiana ma soprattutto affrontano quelle che sono un po’ le sfide del futuro”. Un motivo di orgoglio per Alessandra Rainaldi, direttore dell’ufficio Ice di Los Angeles.

Nell’Europa degli anni ‘80 la minaccia del terrorismo: destabilizzazione globale.

Sulle sconfitte subite tra il ’77 e l’80 il terrorismo si è riorganizzato. Nell’Europa dei dissidi e del disaccordo politico-economico tra gli stati, l’unità d’azione delle organizzazioni eversive lancia una sfida senza precedenti che rischia di minare la credibilità dei governi e la sicurezza della nazioni. Una eversione molto cambiata rispetto al passato, con caratteristiche meno raffinate ma non per questo meno pericolose, si fa largo attraverso una strategia del terrore che conta nelle ultime settimane oltre quaranta attentati.

Il fenomeno si presenta con connotazioni nuove: molto post-ideologico, si confonde, nelle stesse accezioni di «destra» e di «sinistra», in fitti reticoli nei quali anche il grande business della malavita organizzata e gli stessi servizi segreti si inseriscono con successo. Decifrare la strategia del terrore è impresa ardua. Lo stesso documento programmatico, diramato il 15 gennaio scorso congiuntamente dalla tedesca Rote armee fraktion (Raf) e dai francesi di Action directe (Ad), nel quale si parla esplicitamente della costruzione di un «fronte politico militare», mette in luce consistenti variazioni dalla linea seguita nel passato.

L’antico terzaforzismo, che si esprimeva prendendo le distanze «dall’imperialismo e dal social-imperialismo» (1979), oggi viene sovrapposto da obiettivi che dimostrano una precisa «scelta di campo».

L’Alleanza atlantica è diventata, infatti, l’obiettivo sul quale si è concretizzata l’unità delle «bande armate» di sinistra dell’Europa occidentale, testimoniando le mutazioni intervenute nella linea e nella strategia. Sull’onda degli attentati, che negli ultimi mesi si sono verificati in molti paesi europei, al Dipartimento di Stato USA già parlano, trattando del fenomeno, «di moderno strumento di guerra» (George Schultz), di guerra surrogata che potrebbe essere contrastata anche con l’impiego di forze militari.

Per Brian Jenkins, esperto statunitense, nell’evoluzione del terrorismo è possibile intravedere una sorta di tendenza che lo assimila alle moderne «società di servizi», che per sopravvivere si mettono a disposizione del miglior offerente. Si tratterebbe, in sostanza, di una eversione piú facilmente «usabile» e più duttile. Un terrorismo, nella riflessione di Jenkins, valido per usi differenziati e per questo con protezioni di livello. Le ipotesi sono molteplici. L’Europa vive una stagione di terrore, nella quale obiettivi «mirati» e stragi indiscriminate sembrano appartenere ad un disegno di destabilizzazione globale.

Finora, delle note organizzazioni terroristiche europee, solo le Brigate rosse hanno disertato l’appuntamento con l’attentato. Il dibattito interno alle B.R., da sempre all’avanguardia del terrorismo politico continentale, può essere utile e significativo per tentare di capire dall’interno il dibattito strategico-ideologico del terrorismo europeo. Nelle trentun cartelle dattiloscritte, trovate nel covo parigino dove il14 dicembre scorso vennero arrestati sette latitanti italiani, ci sono molti elementi utili alla riflessione. Intitolato «il nostro processo rivoluzionario», lo scritto rivela di una spaccatura avvenuta all’interno dell’organizzazione sulla conduzione della lotta armata e sul «profondo contrasto politico» in corso tra due fazioni di militanti. Il dibattito, che ha una maggioranza e una minoranza, si snocciola sui tempi della lotta.

Per i «vincenti», la guerra dev’essere di lunga durata, progressiva, con tempi ed obiettivi precisi. I fautori di questa tesi sostengono, inoltre, che la lotta armata è il mezzo per costituire un contropotere efficace nei confronti della «controrivoluzione preventiva» adottata dalle borghesie occidentali per circoscrivere il dissenso. In questa posizione, si evidenzia la continuità con i «vecchi» programmi brigatisti: far divenire la lotta armata progressivamente una spina al fianco del sistema. Per i «perdenti», al contrario, esiste la possibilità immediata dell’insurrezione, evitando il «gradualismo» del passato e sollecitando le masse alla rivolta.

Il documento è certamente una fonte ricca per comprendere le mire dell’internazionale del terrore e le probabili diversità tra il «terrorismo mirato» e quello delle stragi.

Tra le altre annotazioni c’è da rilevare che i «perdenti» sarebbero gli anziani militanti, compresa la maggioranza della direzione strategica, e che la scoperta dello scritto a Parigi pone inquietanti interrogativi sulla sede della centrale brigatista.

Lotta armata di lunga durata e progetto insurrezionale, sembrano confrontarsi a distanza, al di là dei documenti. Lo fanno con le armi e gli attentati in aumento vertiginoso.

Poco prima di mandare in macchina questa nota, l’assassinio dell’industriale greco, Monferratos, e l’attentato ai grandi magazzini parigini Marks & Spencer, sembrano il segno delle differenziate strategie che concorrono ad alimentare e a sostenere proprio l’euroterrorismo.

 

 

Titolo originale: Terrorismo a due marce.

Sottotitolo: Nella ripresa del terrorismo europeo, oltre ad elementi della malavita organizzata, convivono due strategie diverse, che si contendono la supremazia a furia di attentati e di stragi.

I due nodi che bloccano il ritorno delle classi dirigenti.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il tema della selezione e della qualità della classe dirigente continua ad essere uno dei nodi cruciali, se non decisivi, della crisi della politica nella società contemporanea. Un nodo che è anche, e soprattutto, frutto del profondo cambiamento che è intervenuto dopo la fine della prima repubblica e del primo tempo della seconda repubblica da un lato e l’irruzione del populismo anti politico, qualunquista e demagogico dall’altro. E, di conseguenza, il superamento dei partiti. politici democratici, partecipativi e collegiali del passato oltre all’azzeramento delle tradizionali

culture politiche che sono state decisive e determinanti ai fini dell’elaborazione politica e progettuale di questi strumenti previsti e garantiti dalla nostra Costituzione.

Ora, al di là di tutte le analisi e delle riflessioni che quasi quotidianamente dedichiamo alla politica e alla profonda trasformazione di questi ultimi anni, sono sostanzialmente due i temi cruciali sul tappeto che se non vengono affrontati e risolti il deficit di preparazione ed autorevolezza delle classi dirigenti non troverà alcuna soluzione.

Innanzitutto il capitolo dei ‘partiti personali’. È del tutto evidente che se non vengono spazzati del tutto i cosiddetti ‘partiti personali’ e i ‘partiti del capo’ è quasi impossibile porre il tema della qualità e dell’autorevolezza delle classi dirigenti. E questo per un motivo persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, nei partiti personali non c’è dibattito, non c’è confronto, non c’è sostanzialmente democrazia con il rischio, più che concreto, che il tutto si risolve in quello che

Norberto Bobbio definiva già alla fine degli anni ‘80 come “la democrazia dell’applauso”. E cioè, la radicale e totale identificazione tra la base e il capo partito che ha il potere di fare tutto ciò che vuole al di là e al di fuori di qualsiasi statuto o regolamento interno. Come puntualmente avviene

nei partiti personali. E, quindi, solo con il ritorno della democrazia all’interno dei partiti si può cercare, seppur lentamente, di invertire progressivamente la rotta e ritornare a selezionare e a promuovere una nuova classe dirigente.

In secondo luogo, e di conseguenza, va radicalmente archiviato il principio e la prassi della “fedeltà”. Perchè se il criterio di fondo per la promozione delle classi dirigenti politiche resta quello di non contraddire mai il “verbo” del capo è di tutta evidenza che i partiti si riducono ad essere moderne e lussuose caserme ma dove ogni spiffero democratico viene sacrificato sull’altare dell’esaltazione e della sacralità del capo. Questo era, e resta, il vero nodo politico da sciogliere che non è soltanto riconducibile ad un fatto metodologico ma affonda le sue radici in

una concezione della politica, e della democrazia, profondamente distorta. Ecco perchè, anche se è perfettamente inutile pensare di riproporre l’esperienza dei vecchi partiti popolari, democratici e di massa della prima repubblica, è altrettanto evidente che se non

ritornano almeno i partiti democratici spazzando via, di conseguenza, il disvalore della “fedeltà” al capo di turno, ogni ipotesi di ridare fiato alla partecipazione, valorizzare la democrazia ed esaltare i partiti come strumenti essenziali e decisivi della politica è destinato a svanire nell’arco di poco

tempo. Se è vero, com’è vero, che la politica sta lentamente ritornando è altrettanto vero che questi due nodi adesso vanno sciolti. Altrimenti ci troviamo di fronte all’ennesimo bluff, anche dopo il ritorno della destra, della sinistra e, forse, anche del centro.

La geopolitica di Fabbri spiega quanto poco incidano i capi

Penso che una dei migliori complimenti che si possa rivolgere ad un libro è di rappresentare una lettura provocatoria, disorientante, che non conferma le nostre certezze ma che le mette in crisi o quantomeno ci induce a meditarle nuovamente.

Tutto ciò penso lo si possa dire di Geopolitica umana (Gribaudo), ultimo lavoro del direttore di “Domino” Dario Fabbri. In prima istanza si potrebbe commettere l’errore di credere di avere a che fare con un testo per addetti ai lavori e appassionati, forse ostico per chi non già animato da un interesse per questi temi. In realtà Fabbri attraverso il suo personale approccio alla materia riesce a parlare a tutti noi, a parlare di noi, degli “altri” e nel parlare degli altri a indicarci le nostre miopie, i nostri limiti interpretativi, l’incapacità che spesso abbiamo di abbandonare la nostra prospettiva.

Riassumere l’intero contenuto del libro sarebbe impossibile ed eccedente rispetto alle capacità di chi scrive. Può tuttavia essere utile provare a porre l’attenzione su alcuni punti che sembrano fondamentali. Il primo risulta particolarmente attuale per affrontare l’anno appena cominciato. I media hanno posto l’attenzione sul fatto che il 2024 sarà ricco di scadenze elettorali, dal rinnovo del parlamento europeo alle presidenziali degli Stati Uniti. Sono dunque in molti che si affannano ad individuare i vari scenari possibili e a cercare di capire come la vittoria di questo o quello schieramento potrà influenzare in un senso o nell’altro l’evolversi delle vicende internazionali.

Fabbri ci spiega invece che si tratta di un esercizio in definitiva abbastanza sterile, incapace di aiutarci realmente nella previsione delle traiettorie che la storia seguirà. Il presupposto di questo convincimento è la natura fortemente antileaderistica della geopolitica umana, per la quale i “capi” non sono determinanti di alcunché. Essi si muovono su un percorso che il passato delle comunità ha già tracciato, inseguono un futuro che in qualche modo è già sempre dato alle collettività di cui sono espressione. Scrive Fabbri: “I capi si rivelano capaci quando intercettano le sotterranee pulsioni di una comunità, diventandone alfieri, quando comprendono le tendenze della congiuntura internazionale impegnandosi a sfruttarle o a schivarle. Se pensano di decidere la propria epoca finiscono umiliati dalla storia, se credono di imporsi sugli eventi si scoprono travolti”.

A sostegno della sua tesi Fabbri recupera un caso del passato, e cioè il diverso esito della politica navalista inglese e russa. Se la monarchia d’oltremanica riuscì a diventare padrona incontrastata del mare, a poco valsero le riforme e gli sforzi immani di Pietro il Grande di trasformare la Russia in una potenza marittima. I diversi esiti furono “determinati dall’ opposto sentimento dei due popoli”. Una posizione che ricorda quella espressa da Kissinger in Ordine mondiale: “La tradizione conta, perché non è dato alle società di procedere loro nella storia come se non avessero un passato e come se qualunque linea d’azione fosse loro accessibile. Esse possono deviare dalla precendente traiettoria soltanto entro un margine limitato. I grandi statisti operano sul limite esterno di tale margine. Se non gli si avvicinano a sufficienza, la società ristagna. Se lo superano, perdono la capacità di plasmare laposterità”.

La seconda questione riguarda la distinzione per Fabbri fondamentale fra popoli incentrati sull’economia e quello che si nutrono di potenza. È un argomento che Fabbri stesso riconosce essere particolarmente difficile da comprendere per noi lettori italiani che a pieno titolo rientriamo nella prima categoria. Le nazioni dedite alla potenza “si privano di ingenti risorse finanziarie per utilizzarle in ambito strategico, conducono vite dolorose per aggredire i nemici, impongono alle aziende di anteporre l’interesse nazionale al profitto, assimilano gli stranieri per utilizzarli in guerra. Si concentrano sul controllo del territorio, molto meno sui diritti civili, sul futuro dell’ambiente, sugli effetti del riscaldamento globale”. Per dirlo con parole più immediate, “campano di gloria” e non di indici economici.

L’esempio più calzante sono gli Stati Uniti che, argomenta Fabbri, seguendo criteri e i parametri solo economici “rasenterebbero lo stato fallito”. O si pensi alla Russia che a scapito di un’economia non delle più brillanti pretende ancora di sedere fra le grandi potenze e riveste un ruolo centrale nelle vicende globali. La differenza fra un paese economicista e uno improntato alla potenza è determinata da tanti fattori (non ultima la demografia) per i quali si rimanda alla lettura del libro. Ci limitiamo a constare che si tratta di una tesi molto interessante se letta in relazione ai discorsi frequenti nel dibattito pubblico che vorrebbero l’economia meccanica indiscussa del mondo contemporaneo.

Attraverso queste considerazioni arriviamo diretti al terzo ed ultimo tema di questa breve carrellata che lascia meglio emergere le miopie di cui parlavo all’inizio: la convinzione di quanti abitano alle nostre latitudini che tutto il mondo segua il nostro cammino, che gli altri “vogliano diventare come noi, post-storici ed economicisti, afferenti a modelli occidentali”. E quanto emerge dal modo in cui valutiamo e raccontiamo le recenti rivolte in Iran, convinti che quei giovani si stiano impegnando per portare la Persia sui giusti binari della storia cioè i nostri. Fabbri nega questa interpretazione con forza poiché incapace di spiegare per quale motivo quegli stessi manifestanti cerchino di recarsi sulla tomba di Ciro il Grande proclamandosene eredi, erigendo cioè a loro punto di riferimento non un liberal di new York ma un imperatore vissuto svariati secoli prima della nascita di Cristo. Mi sembra che Fabbri ci proponga cioè una negazione della celebre tesi di Fukuyama che nel suo La fine della storia e l’ultimo uomo sostiene che la liberaldemocrazia rappresentando il sistema meglio attrezzato a rispondere al desiderio di riconoscimento degli uomini possa in qualche modo costituire la conclusione della storia. Questa tesi porta il politologo americano a sostenere che “la forza del revival islamico si può capire solo se si comprende quanto profondamente la società islamica sia stata ferita dai suoi insuccessi: quello di non essere riuscita a mantenere la propria coesione, e quella di non essere riuscita ad assimilare le tecniche e i valori dell’Occidente”.

E tuttavia un sostegno a Fabbri potrebbe arrivare proprio da un iraniano, e cioè l’ex presidente Mohammad Khatami.Un riformista e sostenitore della necessità del dialogo con l’Occidente. Convinzioni che non gli hanno tuttavia impedito di pronunciare queste parole nel corso di un discorso tenuto presso l’università del Libano: “Secondo alcuni, se non accettano lo sviluppo, con tutti i suoi strumenti e le sue conquiste, i popoli sono condannati all’aretratezza e alla miseria, e quindi all’annientamento; e, poiché lo sviluppo è il frutto della modernità, per acquistare una migliore qualità di vita non esiste altra strada se non il diventare moderni e diventarlo secondo i canoni della nuova modernità. Una simile valutazione politica potrebbe risultare corretta se considerassimo la civiltà occidentale come il luogo di nascita dello sviluppo e come l’ultima civiltà umana, e ne concludessimo che non resti altri a ognuno che arrendersi di fronte a quest’ultima tappa del cammino della vita collettiva verso la perfezione; ma quanti ritengono che la civiltà occidentale, nonostante la sua attualità, non sia l’ultima fra le civiltà dell’uomo, e che, come ogni altro fatto umano, sia relativa, limitata e suscettibile di essere cancellata, non si lasciano convincere dall’argomentazione sopra esposta. È chiaro, ovviamente, che rifiutare la proposta occidentale non significa arrendersi ai tradizionalisti e ai regressivi, né equivale a rifiutare in blocco tutti gli elementi e le regole dello sviluppo; vuol dire invece rifiutare in genere l’opinione di chi sostiene che ci si debba semplicemente arrendere di fronte alle ondate dello sviluppo inteso in senso occidentale”.

Tesi forti, quelle esposte da Dario Fabbri in Geopolitica umana, che probabilmente non troverebbero l’approvazione di tutti, ma che hanno certamente il merito di scuotere il lettore, di incuriosirlo e di indurlo nel sospetto che, per concludere con una citazione presa in prestito da Il Divo di Sorrentino, la situazione è un po’ più complessa.

 

 

 

  1. Fabbri, Geopolitica umana. Capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne, Gribaudo, 2023.

Non solo centro, all’Eur successo delle mostre ospitate nei locali della Vaccheria.

Roma, 9 gen. (askanews) – I visitatori avranno tempo fino al 31 marzo per ammirare le opere dei più grandi artisti del ‘900 presentate nel progetto espositivo “Dal Futurismo all’Arte Virtuale”, a cura di Giuliano Gasparotti e Francesco Mazzei; mentre, fino al 31 gennaio prossimo, avranno la possibilità di scoprire da vicino i segreti dell’arte fumettistica e del disegno applicato al cinema, grazie alle due mostre “L’arte nei fumetti di Massimo Fecchi” e “Il cinema dipinto: l’arte nei manifesti di Rodolfo Valcarenghi”.

Inoltre, il 13 gennaio alle 16, in programma il terzo e ultimo appuntamento con Massimo Fecchi e le sue lectio magistralis. Dopo il successo dei primi due appuntamenti, il disegnatore incontrerà ancora una volta il pubblico della Vaccheria per raccontare come nascono i suoi fumetti.

Provenienti da due Collezioni private e raccolte per l’occasione dalla Collezione Rosini Gutman a cura di Gianfranco Rosini ed Elisabetta Cuchetti, la mostra “Dal Futurismo all’arte virtuale” mette assieme alcuni grandi capolavori dell’arte del secolo scorso in un percorso espositivo che dalle avanguardie più riconosciute arriva direttamente ai giorni nostri. Concentrata in quattro “capsule” differenziate ovvero quattro “set” a tema, l’esposizione è pensata per dare protagonismo allo spettatore, chiamato a immergersi in ambientazioni oniriche con installazioni contemporanee di arte digitale per scoprire da vicino la carica rivoluzionaria di artisti del calibro di Balla e Calder, Modigliani e Duchamp, Burri e Rauschenberg, oltre a Dalì, Manzoni, Fontana, Boetti, Klein, Liechtenstein, Vasarely, Beuys, Warhol, Niki de Sainte Phalle, de Chirico e molti altri.

Nell’esposizione principale “L’arte nei fumetti di Massimo Fecchi”, sono presentate circa 100 tavole realizzate da questo autore conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per i suoi trascorsi come disegnatore della Warner Bros, per la quale realizza negli anni ’70 raffigurazioni di mitici personaggi come Tom & Jerry e Bugs Bunny, ma soprattutto per la sua collaborazione con la Disney, iniziata nel 1997 tramite la casa editrice danese Egmont, per cui disegna storie con protagonisti Paperino, Topolino, il Lupo cattivo e i Tre porcellini.

Parallelamente, nell’esposizione Il cinema dipinto: l’arte nei manifesti di Rodolfo Valcarenghi, si possono apprezzare alcuni manifesti cinematografici realizzati dall’artista romano negli anni ’50, in un’epoca in cui questi venivano dipinti a mano (Riso amaro, Crimen, I diavoli alati, I compagni, L’uomo dalla cravatta di cuoio, Uno strano tipo, Attila, I figli della gloria, I pionieri del west), oltre ai suoi lavori come inchiostratore di fumetti iniziato alla fine degli anni ’60 nello studio di Alberto Giolitti e proseguito poi negli anni ’80 al fianco proprio di Massimo Fecchi.

La politica, la pace, le nuove tecnologie: Francesco parla ai diplomatici accreditati.

[…] La via della pace passa per il dialogo politico e sociale, poiché esso è alla base della convivenza civile di una moderna comunità politica. Il 2024 vedrà la convocazione di elezioni in molti Stati. Le elezioni sono un momento fondamentale della vita di un Paese, poiché consentono a tutti i cittadini di scegliere responsabilmente i propri governanti. Risuonano più che mai attuali le parole di Pio XII: «Esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato: ecco due diritti del cittadino, che trovano nella democrazia, come indica il suo nome stesso, la loro espressione. Dalla solidità, dall’armonia, dai buoni frutti di questo contatto tra i cittadini e il governo dello Stato, si può riconoscere se una democrazia è veramente sana ed equilibrata, e quale sia la sua forza di vita e di sviluppo».

È perciò importante che i cittadini, specialmente le giovani generazioni che saranno chiamate alle urne per la prima volta, avvertano come loro precipua responsabilità quella di contribuire all’edificazione del bene comune, attraverso una partecipazione libera e consapevole alle votazioni. D’altronde la politica va sempre intesa non come appropriazione del potere, ma come «forma più alta di carità» e dunque del servizio al prossimo in seno a una comunità locale o nazionale.

La via della pace passa pure attraverso il dialogo interreligioso, che innanzitutto richiede la tutela della libertà religiosa e il rispetto delle minoranze. Duole, ad esempio, constatare come cresca il numero di Paesi che adottano modelli di controllo centralizzato sulla libertà di religione, con l’uso massiccio di tecnologia. In altri luoghi, le comunità religiose minoritarie si trovano spesso in una situazione sempre più drammatica. In alcuni casi sono a rischio di estinzione, a causa di una combinazione di azioni terroristiche, attacchi al patrimonio culturale e misure più subdole come la proliferazione delle leggi anti-conversione, la manipolazione delle regole elettorali e le restrizioni finanziarie.

Preoccupa particolarmente l’aumento degli atti di antisemitismo verificatisi negli ultimi mesi; e ancora una volta sono a ribadire che questa piaga va sradicata dalla società, soprattutto con l’educazione alla fraternità e all’accoglienza dell’altro.

Parimenti preoccupa la crescita della persecuzione e della discriminazione nei confronti dei cristiani, soprattutto negli ultimi dieci anni. Essa riguarda non di rado, seppure in modo incruento ma socialmente rilevante, quei fenomeni di lenta marginalizzazione ed esclusione dalla vita politica e sociale e dall’esercizio di certe professioni che avvengono anche in terre tradizionalmente cristiane. Nel complesso sono oltre 360 milioni i cristiani nel mondo che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede, e sono sempre di più quelli costretti a fuggire dalle proprie terre d’origine.

Infine, la via della pace passa per l’educazione, che è il principale investimento sul futuro e sulle giovani generazioni. Ho ancora vivo il ricordo della Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi in Portogallo nell’agosto scorso. Mentre ringrazio nuovamente le Autorità portoghesi, civili e religiose, per l’impegno profuso nell’organizzazione, conservo nel cuore l’incontro con più di un milione di giovani, provenienti da ogni parte del mondo, pieni di entusiasmo e voglia di vivere. La loro presenza è stata un grande inno alla pace e la testimonianza che «l’unità è superiore al conflitto» e che è «possibile sviluppare una comunione nelle differenze».

Nei tempi moderni, parte della sfida educativa riguarda un uso etico delle nuove tecnologie. Esse possono facilmente diventare strumenti di divisione o di diffusione di menzogna, le cosiddette fake news, ma sono anche mezzo di incontro, di scambi reciproci e un importante veicolo di pace. «I notevoli progressi delle nuove tecnologie dell’informazione, specialmente nella sfera digitale, presentano dunque entusiasmanti opportunità e gravi rischi, con serie implicazioni per il perseguimento della giustizia e dell’armonia tra i popoli». Per questo motivo ho ritenuto importante dedicare l’annuale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace all’intelligenza artificiale, che è una delle sfide più importanti dei prossimi anni.

È indispensabile che lo sviluppo tecnologico avvenga in modo etico e responsabile, preservando la centralità della persona umana, il cui apporto non può né potrà mai essere rimpiazzato da un algoritmo o da una macchina. «La dignità intrinseca di ogni persona e la fraternità che ci lega come membri dell’unica famiglia umana devono stare alla base dello sviluppo di nuove tecnologie e servire come criteri indiscutibili per valutarle prima del loro impiego, in modo che il progresso digitale possa avvenire nel rispetto della giustizia e contribuire alla causa della pace».

Occorre dunque una riflessione attenta ad ogni livello, nazionale e internazionale, politico e sociale, perché lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si mantenga al servizio dell’uomo, favorendo e non ostacolando, specialmente nei giovani, le relazioni interpersonali, un sano spirito di fraternità e un pensiero critico capace di discernimento.

In tale prospettiva acquisiscono particolare rilevanza le due Conferenze Diplomatiche dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, che avranno luogo nel 2024 e alle quali la Santa Sede parteciperà come Stato membro. Per la Santa Sede, la proprietà intellettuale è essenzialmente orientata alla promozione del bene comune e non può svincolarsi da limitazioni di natura etica dando luogo a situazioni di ingiustizia e indebito sfruttamento. Speciale attenzione va poi prestata alla tutela del patrimonio genetico umano, impedendo che si realizzino pratiche contrarie alla dignità dell’uomo, quali la brevettabilità del materiale biologico umano e la clonazione di esseri umani.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/january/documents/20240108-corpo-diplomatico.html

Bilancio di governo e prospettiva dei Dc e Popolari

Dopo oltre quindici mesi dalle elezioni politiche del 2022, alla vigilia delle prossime consultazioni elettorali che chiameranno al voto gli italiani per rinnovare il parlamento europeo, cinque consigli regionali e alcune migliaia di consigli comunali, credo sia giunto il tempo per un bilancio sull’azione di governo dell’On.Meloni e di valutare anche il nostro “che fare “ come ex Dc e Popolari.

A Settembre del 2022, grazie a un sistema elettorale schizoide, il voto ha offerto la guida del Paese a una maggioranza, espressione in realtà di una minoranza del corpo elettorale: un centro destra a forte dominanza del partito di Fratelli d’Italia. Primo risultato: l’elezione di un Presidente del Senato che giura sulla Costituzione repubblicana, conservando intatta la sua fede nei valori familiari di stretta osservanza vetero e post fascista. Il fatto nuovo nella nostra storia è la guida del governo a una donna, alla leader del partito di maggioranza relativa, l’On. Meloni, che, dopo più di un anno, anche nell’ultima conferenza stampa d’inizio 2024, continua ad attribuire ai precedenti governi le responsabilità dei problemi del Paese e a immaginare presunti tentativi di intimorirla o condizionarla da non precisate fonti esterne.

In realtà ciò che appare sempre più nettamente è il forte divario esistente tra le promesse elettorali fatte e i risultati concreti della sua azione di governo, tanto sul fronte degli sbarchi degli immigrati che aveva promesso di fermare, quanto su quello delle pensioni e della sanità, mentre si aggrava la situazione economico sociale dei ceti più poveri, le ingiustizie sociali e la condizione di vita della stessa classe media.

Ogni giorni di più, infine, emergono la cultura e la natura del partito di Fratelli d’Italia, con manifestazioni diffuse di nostalgici del tempo che fu; con un deputato che va alle festa armato di pistola, mentre un altro propone il ritorno al minculpop, dopo il  decretato bavaglio alla stampa. Ormai non si contano più i casi di esponenti del governo implicati in questioni giudiziarie o di dubbia opportunità etico politica, senza che alcun provvedimento sia assunto dalla Presidente del Consiglio nei loro confronti.

Emerge, insomma, sempre di più la cultura originaria di una destra nazionalista e sovranista, alternativa ai valori fondanti della nostra Costituzione repubblicana.

La confermata volontà di sostenere il premierato, alternativo alla natura di repubblica parlamentare indicata dai padri costituenti, è coerente con un’impostazione culturale e organizzativa di “un partito del capo”, lontano mille miglia dai dettami dell’art. 49 della Costituzione.

Alle prossime elezioni regionali stanno emergendo forti difficoltà di tenuta della maggioranza, per la netta determinazione del partito della Meloni a conquistare posizioni di leadership in alcune delle realtà, come il Veneto e la Sardegna, già tenute dai suoi partner di governo. In questo quadro, in cui si evidenziano oggettive difficoltà di una maggioranza tra i partiti della destra, con Forza Italia ridotta a un ruolo di mero supporto ininfluente, assistiamo alla guerra di logoramento progressivo tra le principali forze di opposizione, Pd e M5S, senza che appaia un progetto credibile di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, senza la quale un centro credibile, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante da una sinistra in cerca di una sua aggiornata identità, non sarà facile far tornare al voto quel 50% e più di renitenti elettori ed elettrici, e di garantire quell’equilibrio tra interessi e valori dei ceti popolari e medio produttivi, che costituisce l’asse portante  del nostro sistema sociale.

I diversi partitini, movimenti, associazioni, gruppi della nostra area politico culturale, sembrano impotenti, bloccati in un defatigante surplace fatto di sguardi prudenti e maliziosi e di timidi tentativi di ripartenza, sempre dominati da velleitarismi o da egoismi particolaristici che impediscono di giungere, se non a soluzioni unitarie, almeno di tipo federalistico.

Viviamo una stagione difficile, a partire dal mondo ecclesiale italiano, in cui non mancano fratture e divisioni anche rispetto all’azione pastorale di Papa Francesco. Divisioni che non facilitano l’avvio di quel progetto di ricomposizione politica dei cattolici, dopo la lunga stagione ruiniana della testimonianza plurale nei diversi partiti, che ci ha condotto alla sostanziale irrilevanza a destra, come alla sinistra.

Si sostiene da molti amici che mancherebbe un federatore in grado di avviare il processo. Certo, non saranno i sopravvissuti alla grande stagione democratico cristiana, quelli in grado di assumere la guida, dopo la lunga e dolorosa diaspora tuttora aperta, molti dei quali hanno vissuto le più diverse e opposte esperienze politico organizzative, perdendo credibilità. Ritengo, invece, che solo partendo dalla base, attraverso il confronto e il dialogo tra le diverse realtà della nostra area presenti nei territori, possa emergere una nuova classe dirigente in grado di assumere la nuova leadership del progetto.

Due stelle polari dovranno guidarci: la fedeltà ai principi della dottrina sociale cristiana, aggiornati dalle ultime encicliche pontificie di Papa San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, e la forte determinazione per la difesa della Costituzione repubblicana contro tutti i tentativi di deformarla in una repubblica di un uomo solo o di una donna sola al comando.

Prima dovremo puntare alla nostra ricomposizione da sperimentare, se sarà possibile, con una lista unitaria d’area alle europee, e con liste unitarie alle elezioni regionali e locali, e, insieme, l’alleanza con quanti, eredi dei valori e dei partiti fondatori della Costituzione, intendono favorire il progetto di governo alternativo a quello della destra, foriero solo di divisioni, incapace di garantire più solidarietà e maggiore giustizia nella società italiana.

Trump incombe sulla scena, l’America non può restare indifferente.   

Donald Trump sta trasformando la sua campagna elettorale per le primarie Usa in una vetrina accusatoria contro la magistratura americana. Nessun altro candidato presidenziale ha trascorso i giorni precedenti all’elezione per la prima nomina nelle aule di tribunale come imputato in due processi separati. I suoi avvocati cercheranno, in ogni modo, di inculcare nei magistrati l’idea che le sue azioni dopo le elezioni del 2020 erano tutte coperte da un mantello costituzionale di immunità presidenziale e che per questa ragione non può essere perseguito per aver cercato di ribaltare le elezioni.

Idea che, se dovesse passare, aprirebbe le porte ad un approccio decisamente anti-americano.

Ma rovesciare la realtà, provando a utilizzare le accuse penali e il processo per frode civile a New York come piattaforma per rendersi una vittima innocente della giustizia, non è un’idea innovativa. Tant’è vero che sia Ron DeSantis che Nikki Haley – i due candidati alternativi alle primarie repubblicane – hanno accusato Trump di correre spaventato. Haley con una nuova pubblicità in Iowa dice: “Immagina un presidente con grinta e grazia, uno stile diverso, non un nome del passato”. DeSantis, nel frattempo, ha escogitato un altro colpo indiretto a Trump cercando anche di sfatare la falsa convinzione di molti elettori repubblicani che le elezioni del 2020 fossero state rubate.

Certo, una critica ad armi spuntate; infatti i due non si possono inimicare la base repubblicana vicina a Trump, cosa che invece non interessa a Biden, che ha usato le ardite buffonate di Trump per dar credito ad avvertimenti in difesa della democrazia. Per tutta risposta, Trump ha accusato Biden della stessa trasgressione di cui è accusato in due dei suoi atti penali, riscrivendo così la verità e la storia per il suo tornaconto personale.

Ora, la questione politica chiave per Biden è se il suo appello agli americani, affinché salvino l’anima della loro nazione, supererà la freddezza di una parte della pubblica opinione verso un Presidente ottuagenario. Perché, a dispetto di tutto, vale il monito di Biden: “Sappiamo tutti chi è Donald Trump. La domanda a cui dobbiamo rispondere è: chi siamo? Questa è la posta in gioco. Chi siamo noi?”.

Quale Europa? A confronto ambizioni egemoniche tedesche e sogno di maggiore integrazione.

[…] In risposta alle attese deluse di una globalizzazione meno dipendente dagli interessi protetti dal neo-liberismo imperante, Paesi come l’India, il Brasile, il Sud Africa e l’Arabia Saudita hanno reagito avvicinandosi alla Cina, vera antagonista del primato statunitense. La Cina crede che il suo modello di autocrazia e di capitalismo di Stato sia superiore alle economie di mercato dell’Occidente.

L’obiettivo di questi paesi è la realizzazione di un sistema multipolare, dove i soggetti possano usufruire di maggiore libertà, mettendo in discussione la leadership statunitense. In verità questa superiorità è divenuta sempre più problematica. Può essere l’opportunità per una ridefinizione dell’identità dell’Occidente, tenendo ferma la natura pluralista della democrazia occidentale, nonché il valore centrale della persona umana.

In questo contesto multipolare, è utile un esame del polo Usa-Ue, che occupa ancora una posizione primaria nel contesto mondiale ed è fonte di benessere e di libertà.

La prima considerazione riguarda la volontà statunitense, presente dalla fine della guerra ai nostri giorni, di pensare un’Europa a sua immagine, per effetto della centralità economica e politica degli Usa.

Questo intento politico statunitense si scontra con il processo di emancipazione portato avanti dai Paesi europei, evidenziando i limiti e le difficoltà del progetto Usa. Prima di tutto c’è lo scontro tra Usa e Germania. Infatti, quest’ultima considera gli Stati Uniti un leader in ritirata e punta, nei fatti, alla costruzione di un’Europa tedesca, non più vincolata al 100% agli Usa.

Questo disegno non è ovviamente condiviso dagli Usa che vedono, invece, con favore un’integrazione europea che porti a rafforzare i legami di dipendenza dell’euro dal dollaro. È un reale conflitto di interessi, che danneggia l’unità politica di tutti i paesi europei, con il rafforzamento del progetto di un’Europa tedesca (Kerneuropa: Germania, Paesi Baltici, Danimarca, Austria, Italia del Nord), che consentirebbe alla Germania di perseguire, con più libertà di ora, i propri interessi. Per gli Stati Uniti un’eventualità di questo genere è inaccettabile, come anche un’Ue indipendente. Inoltre, per gli Usa è la Germania l’alleato che non si può perdere.

Il tema dei rapporti Usa e Ue ha acquistato particolare importanza con il crescere dell’integrazione della Cina nei circuiti economici internazionali e per effetto delle reazioni di India, Brasile, Sud-Africa, Arabia e Iran alla volontà statunitense di essere il dominus della globalizzazione e della rete produttiva conseguente. Questi Paesi sono sempre più propensi a realizzare assetti economici e valutari che riducano sensibilmente il dominio statunitense. Questo scenario multipolare, dunque, non può non accentuare le tensioni geopolitiche tra Usa e UE. Tensioni che vanno assorbite dando valore alla natura pluralistica dell’ordine internazionale democratico: la superiorità statunitense va vista nell’attuazione del principio della pluralità, che favorisce una ridistribuzione dei ruoli. Ciò significa una pacifica transizione della leadership Usa da un ordine monocratico ad uno multipolare, dando spazio a ri- forme strutturali del sistema economico internazionale, iniziando dalla riforma della finanziarizzazione dell’economia mondiale. La guida delle riforme dovrebbe essere l’armonia degli interessi e non il conflitto degli stessi. Dovrebbe, cioè, essere alla base di un nuovo ordine internazionale riformato, che dovrebbe produrre crescita sociale per la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra e non per pochi, come è ora. Significa modificare l’ordine che è emerso dopo il crollo del muro di Berlino (1989), per superare la contrapposizione tra libero mercato e solidarietà sociale.

La sfida è fare in modo che i fattori “capitale” e “lavoro” si distribuiscano equamente; significa riconciliare il mercato e la democrazia passa per la riforma dell’attuale capitalismo. Ciò richiede politiche coraggiose.

Per cui, diventano fondamentali per il futuro dell’Europa le scelte tedesche. In questi anni, la Germania ha esercitato il diritto di veto; infatti non sono state prese decisioni senza l’assenso tedesco. Quindi, l’interrogativo è: una Germania europea in un’Europa tedesca? il progetto a due velocità “Kerneuropa” quanto è compatibile con l’armonizzazione degli interessi dei paesi europei? Con le riforme auspicate?

Il problema di fondo non è economico, bensì politico-sociale; è il superamento della crisi dell’ideale europeo. Infatti, gli Stati non hanno realizzato una vera unione politica, perché questa è avversata dalle resistenze dei molteplici interessi nazionali nell’errata convinzione che, alla fine, renda di più fare da soli. È un’illusione che complica la realizzazione del “sogno” di un’Europa unita, democratica, solidale.

 

Fonte: Italia Informa – n. 6. Novembre-dicembre 2023

Titolo originale: “Un nuovo sistema multipolare mondiale. Il ruolo dell’Europa, il peso della Germania”.

[Articolo qui riproposto, nella sua parte conclusiva, per gentile concessione dell’autore]

Caso Moro, Report ha solo squadernato i risultati della  nostra Commissione parlamentare.

Report eccezionale…Tutte le verità dette sono agli atti della Commissione Moro 2 (presieduta dall’amico Fioroni) e scritte nel mio libro Aldo Moro: la verità negata. Quando dico tutto non escludo nulla. È tutta roba nostra ‘venduta’ per novità.

Il memoriale Morucci-Faranda è stato smontato parola per parola dalla Commissione Moro 2.. Gli accordi di Yalta sono la base della vicenda Moro con un accordo tacito Usa-Urss.

Se snoccioliamo i nomi e i fatti elencati nel lungo servizio,  possiamo tranquillamente classificare come  “non nuove” le verità di Report.

Elenco via Fani: Spiriticchio, Austin Morris, Servizi segreti, fotografo Nucci, decreto Cossiga, Gentiluomo poliziotto sostituito da Zizzi, colpi di Bonisoli, Colonnello Guglielmi, Moto Honda, 20 presenze e non 10, Ndrangheta, Barreca, Gladio, Nato, Piczienik, Casimirri, Nicaragua, terroristi addestrati dagli Usa nel mondo, ruolo di Senzani e omicidio Peci, responsabikità di Henry Kissinger.

Elenco via Massimi: don Mennini. Tumco, ospitanti segreti di Gallinari, Piperno, Penthouse, padre di don Mennini, dichiarazioni di Signorile su Cossiga.

Elenco via Montalcini: no omicidio di via Montalcini,  Renault impossibile in garage.

Elenco via Montenevoso: tutto scritto, nero su bianco, come d’altronde gli elenchi di Gladio e l’intervento Inglese. Idem per Hiperion. Idem Rosa dei Venti. Idem Israeliani. Idem dichiarazioni Galloni, omicidio di via Fracchia a Genova, dichiarazioni di Riccio.

Elenco via Gradoli: falso comunicato Br, presenza dei Servizi, appartamenti presi da Parisi, ruolo della Banda della Magliana, Lago della Duchessa, seduta spiritica.

In un errore grave cade invece Ranucci. Direi che si tratta di un errore difficile da rimuovere, frutto di approssimazione e fonte di  equivoco. Moro non ha mai parlato di compromesso storico ma di democrazia compiuta. E la differenza è grande.

Aggiungo. Non è vero che abbiamo secretato documenti ‘esteri’. Li abbiamo trasmessi alla Magistratura e secretati perché erano in corso indagini.

Unica mia soddisfazione aver visto nella puntata i magistrati Guido Salvini e Gianfranco Donadio, nostri consulenti, come pure Minervini da me invitato ai progetti Moro della Regione Puglia. Con loro, però, tante persone che nulla c’entrano con la Commissione.

Di questa sono stati invitati  solo due componenti, uno dei quali quasi sempre assente. Non invitati né il Presidente della Commissione, né il proponente la legge – il sottoscritto – che ha fatto oltre 1200 manifestazioni su Moro in tutta Italia. Noi avremmo potuto dire che tutto il materiale trasmesso è il risultato del lavoro della Commissione Moro 2 e – se mi è consentito insistere il libro lo testimonia.

Vale la pena sottolineare, en passant, che i consulenti hanno fatto tutto gratuitamente e senza paraocchi.

Che giudizio trarre? Presidi e docenti pugliesi, che hanno seguito in due corsi l’intera vicenda Moro, avrebbero fatto meglio di Report. E detto qualche verità in più. Grazie comunque a Report che gratuitamente ha ripreso l’intero mio libro senza citarmi e quindi dà atto di verità alla Commissione Moro 2 da me voluta e realizzata insieme a pochi altri, compreso il Presidente Giuseppe Fioroni.

Moro vive.

Il dogma della scuola digitale: con il Pnrr s’è persa un’occasione.

Foto di Harish Sharma da Pixabay
Foto di Harish Sharma da Pixabay

Dopo il Presidente della Consob Giuseppe Vegas (Il Messaggero del 27 agosto) ora anche il giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese (Il Corriere della Sera del 15 dicembre) si cimenta in una riflessione sulle condizioni attuali della scuola italiana. Entrambe le disamine vantano il pregio dell’autorevolezza dei recensori e la loro capacità di cogliere alcune macro evidenze: sono osservazioni fatte dall’alto di ruoli prestigiosi corroborati dal carisma degli editorialisti. Ed in comune esprimono più riserve che apprezzamenti sulle scelte strategiche che caratterizzano il nostro sistema scolastico. Dell’articolo di Vegas ho già scritto (“L’equivoco culturale che sta rovinando l’autonomia scolastica”-https://www.startmag.it/sanita/lequivoco-culturale-che-sta-rovinando-autonomia-scolastica/), vorrei ora soffermarmi sullo scandaglio impietoso e veritiero del prof. Cassese in merito ad una deriva storicamente consolidata nella politica scolastica italiana degli ultimi decenni: quella delle pletoriche conversioni in ruolo del personale docente precario, una deriva che Cassese rileva essere preponderante rispetto ad altre esigenze della scuola.

Scrive Cassese: “Ci si può chiedere: quale interesse viene prima, quello dell’istruzione degli italiani o quello della sistemazione in ruolo degli insegnanti?…Che cosa spinge lo Stato ad assumere: i precari che vogliono entrare in ruolo o il fabbisogno di un’istruzione migliore?”. I risultati prodotti da questa scelta non sono confortanti: a fronte di una spesa per l’istruzione pari al 4,2% del Pil (il dato medio rilevato dall’OCSE è del 5,1%), considerando la sola istruzione secondaria, in Italia abbiamo 11 studenti per docente nel percorso liceale e 9 per docente in quello tecnico-professionale, mentre la media OCSE è rispettivamente di 14 e 15 alunni. Di converso le retribuzioni dei docenti italiani sono le più basse d’Europa, dove sono cresciute dell’1% annuo dal 2015 mentre da noi sono diminuite dell’1,3%. In sostanza il prof. Cassese si domanda se la priorità sia quella di una periodica infornata in ruolo dei precari considerando come i criteri di selezione non corrispondano ad aspettative di tipo qualitativo.

Viene da osservare che in un sistema scolastico che va orientandosi verso la transizione digitale, ciò che comporta una prevalenza valutativa degli alunni esperita sempre più attraverso quiz e test a scelta multipla, risulta persino paradossalmente coerente una speculare selezione del personale docente effettuata in modo minimalista attraverso quiz e lezioni simulate. Non credo sfugga al Prof. Cassese come la cosiddetta “scuola di una volta” fosse più selettiva rispetto al criterio del merito e della valutazione delle competenze, pur postulando principi come il diritto allo studio e l’uguaglianza delle opportunità formative. Basta scorrere le decine e decine di pagine della piattaforma Scuola Futura del Pnrr per una “scuola 4.0” per capire come la formazione dei docenti e la didattica ad essa correlata secondo gli standard DIG COMP EDU per gli insegnanti e DIG COMP 2.2 per gli alunni sia monopolizzata da metodologie centrate sul digitale, le tecnologie e l’I.A.

Come più volte rimarcato si tratta di una pedagogia ispirata a modelli mutuati dai paesi anglosassoni, nel linguaggio (l’italiano va scomparendo nelle interlocuzioni relazionali, nei comandi delle attività da impostare, negli assetti organizzativi) dove prevalgono le sigle, le formule e gli acronimi secondo una preponderante impostazione meccanicistica con ambizione risolutiva e palingenetica: applicare queste metodiche per ribaltare una concezione meramente trasmissiva e frontale degli insegnamenti/apprendimenti. Non per niente si ipotizza un ribaltamento concettuale e fattuale: l’alunno (specie nella nostra tradizione pedagogica) è sempre stato al centro del processo educativo ma adesso l’insegnante diventa “guida” o “regista”, si ipotizza un rapporto circolare a livello di formazione/autoformazione, valutazione/autovalutazione e le classi di un tempo diventano ‘flipped class room’ cioè “classi rovesciate”.

L’alfabetizzazione digitale impone e consegue l’uso massivo delle tecnologie; i tablet, gli smartphone e i PC sostituiscono libri, penne e quaderni; i video impongono un focus centrato non sulla ricerca ma sull’utilizzo delle informazioni, mentre i test sostituiscono l’esposizione narrativa (sia essa vocale o scritta) rispondendo alle prevalenti domande a scelta multipla predeterminata. L’argomentare viene soppiantato dallo scegliere tra più risposte già scritte.

Ora io penso che il prof. Cassese – mente aperta al nuovo e quindi incline ad occuparsi di tecnologie e I.A. come scelta o deriva scontata e ineludibile – abbia evidenziato nella pletora di docenti malpagati una piaga del nostro sistema scolastico. Sommessamente vorrei che meritasse la stessa considerazione questa dilagante e pervasiva metodologia digitale, spesso acriticamente assunta come la panacea risolutiva dei mali atavici della scuola italiana. Disporremo dunque in futuro di aule attrezzate con sempre più sofisticate tecnologie per conoscere la realtà fattuale e costruire quella aumentata, avremo classi miste, tematiche e ibride, la didattica sarà basata sul game-based learning e sulla gamification, al posto delle penne premeremo dei pulsanti e, applicando l’intera tassonomia di Bloom  (ma si utilizzava già da alcuni decenni) o avvalendoci del Metaverso, avvieremo ad uno ad uno gli alunni e l’intera scolaresca verso l’obiettivo ambizioso del problem solving: in questo consiste la prospettiva meccanicistica di un processo automatizzato di apprendimento che ho criticato, poiché mi pare che si costruiscano a tavolino schemi e procedure che non tengono conto ad esempio della dimensione personologica insita in ogni alunno. Si fa l’analisi ‘logica’ dell’oggetto di studio e delle procedure da applicare ma non si ragiona a sufficienza sull’analisi ‘psicologica’ dell’alunno che deve impararle.

Già ho scritto che questa deriva acriticamente assunta addirittura a livello politico come ‘mission’ istituzionale da assolvere (a livello di UE queste direttive che muovono verso la scuola 4.0 di fatto subentrano ai singoli programmi di studio nazionali, l’anglicismo prevalente promuove la conoscenza di una lingua universale ma mette in rapido declino quella nazionale, il criterio di “allineamento” tra tradizione e innovazione – il tener conto della cultura pregressa per inserirvi quella nuova – è più una congettura ipotetica che una strada facilmente percorribile) diventa il dogma pedagogico da assumere e applicare. Senza tener conto che in questo preciso periodo storico Paesi come la Svezia e la Finlandia (che avevano espunto il corsivo a favore della digitazione) stanno abbandonando tablet e smartphone per ritornare ad usare penne, quaderni e libri. Non sono solo i risultati delle valutazioni di PISA o di INVALSI, le ricerche OCSE che dimostrano che la logica dell’et-et anziché quella dell’aut-aut è veramente più inclusiva dal punto di vista culturale. Un remember per il Ministro Valditara che peraltro si è già pronunciato in questo senso. Il vero coraggio non consiste nell’applicare tout-court l’innovazione ma nel contemperarla con una tradizione che fa parte della cultura e della Storia di ogni Paese.

Viene anche da chiedersi dove metteremo tutta questa tecnologia che attrezzerà le “open class” e i laboratori informatici del futuro: visto che una gran parte delle scuole consiste in edifici scolastici cadenti, fatiscenti, insicuri e pericolosi. Non era meglio utilizzare i fondi del Pnrr per mettere al sicuro le scuole? Si aggiunga infine una notazione molto concreta che sfugge alle analisi degli eminenti intellettuali che non mettono piede in una scuola da quando ci entravano come alunni: da molte parti (dirigenti scolastici, docenti, genitori…) giungono segnali allarmanti, i ragazzini non sanno scrivere sotto dettatura, non sono in grado di redigere la lista della spesa, si arrendono alla quarta riga di un tema e – laddove il corsivo è stato soppresso – non sanno cosa significhi “mettere la propria firma”.

Il rinnovamento della Chiesa con la “Praedicate evangelium” di Papa Francesco

[…] Si tratta di una grande novità perché dirime la questione della capacità dei laici di ricevere uffici che comportano esercizio di podestà di governo nella Chiesa purchè non richiedano la ricezione dell’ordine sacro, talché affermano indirettamente che la potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’ordine ma dalla missione canonica. Cosi l’art.14,1 prescrive che ogni istituzione curiale è retta dal prefetto o equiparato che la dirige e rappresenta, mentre la “Pastor Bonus” prevedeva che i dicasteri fossero retti da un cardinale prefetto o da un arcivescovo presidente.

Costituisce un innovazione la categoria dei dicasteri ove confluiscono le ex Congregazioni ed ex Pontifici consigli dando luogo ad un uniformazione ed a un realtà nominale di dicastero che determina una solida struttura organizzativa. Come nuova istituzione è il dicastero per la carità (art. 79/81), in precedenza elemosineria apostolica, che è un espressione speciale della misericordia e, in quanto tale, in linea con gli obiettivi principali della nuova riforma assume un ruolo significativo all’interno della Curia romana.

In conclusione, una lettura esaustiva della “Praedicate evangelium” sottolinea come siano stati riuniti in un unico “corpus iuris” i provvedimenti in maggioranza motu proprio che hanno aggiornato la Curia romana durante tutto il periodo di costruzione e definizione della riforma. Le innovazioni razionalizzanti operate con la riduzione dei dicasteri hanno l’obiettivo di evitare soprapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace e tempestivo, con le 29 istituzioni descritte.

Non va dimenticato il metodo sinodale utilizzato, che ha contribuito a riordinare in modo generale i diversi provvedimenti legislativi succedutisi in diversi anni; e ciò per attuare un salutare decentramento indicato anche fra i principi per la riforma della Curia romana elencati all’inizio del documento pontificio, ponendo la Curia a servizio del Papa e delle chiese locali, perciò rendendola veramente efficiente, ma anche effettivamente competente. Una Chiesa, dunque, orientata alla sua principale missione che è quella di evangelizzare il mondo nel crinale di storia che ci è dato affrontare.

Ed è questo il motivo essenziale per cui la “Praedicate evangelium” non si deve classificare in termini di mera riorganizzazione tecnico giuridica della Curia stessa, bensì come realtà viva e complessa di efficienti accorpamenti di competenze, compiti, missioni. Il cammino intrapreso da Papa Francesco, anche se in modo graduale, va in direzione di un testo guida organico, forte di dinamismo sinodale e frutto di un corposo e lungo lavoro comune, teso a rendere efficiente ed aggiornato il compito di una rinnovata azione della Curia romana. In definitiva la Curia Romana resta una comunità di lavoro al servizio del Romano Pontefice quale garante della comunione ecclesiale, spirito e viatico della missionarietà evangelica della Chiesa che si stringe attorno al suo Papa in spirito di comunione sinodale.

N.B. Qui è pubblicata l’ultima parte del testo di Giulio Alfano, docente dell’Università Lateranense. Per leggere la versione integrale digitare il seguente Link

Quale ambientalismo? In libreria un ‘manuale’ per una transizione ragionata.

 Roma, 7 gen. (askanews) – Arriva in libreria “L`ambientalismo possibile. Green Deal, PNRR e transizione energetica: la grande trasformazione dell’Italia del futuro” per Historica Edizioni-Giubilei Regnani, scritto dall`imprenditore e saggista Angelo Bruscino e dal giornalista Alessio Postiglione, già vincitori del Premio Milano International nel 2019.

Nel nuovo libro, gli autori spiegano i rischi del depauperamento ambientale, l`economia circolare, i paradigmi energetici e le variabili geopolitiche, ci raccontano le sfide della transizione energetica, analizzando nel dettaglio le politiche pubbliche che si stanno realizzando per favorire la decarbonizzazione. La transizione energetica è infatti centrale per il futuro del pianeta. Una nuova alleanza fra economia ed ecologia è possibile, per tenere insieme sviluppo e sostenibilità ambientale, sociale ed economica. “Per salvare l`ambiente da un`economia antiambientale, ma anche per preservare l`economia da un ambientalismo antieconomico”.

Gli autori cercano di fare luce sulle trasformazioni sociali in atto, ammonendo circa i rischi di un ambientalismo ideologico, radicale e anti industriale, che si fa strada in Occidente. Un ambientalismo delle “Ztl”, da “decrescita felice”, che, lungi dal proteggere l`ambiente, rischia solo di indebolire l`Occidente e renderlo subalterno a quei Paesi che inquinano e utilizzano le terre rare, necessarie alla transizione energetica, come armi di una guerra non convenzionale. Per vincere le sfide della geopolitica, invece, serve un ambientalismo pragmatico e possibile, a sostegno dell`economia, e che non si proponga come freno allo sviluppo.

 

 

Chi sono gli autori

 

Angelo Bruscino, imprenditore e saggista, socio e dirigente di aziende della green economy, ex Presidente Nazionale Giovani di CONFAPI, è Presidente di Confidi Pmi Campania. Scrive per l`Huffington Post ed è cultore della materia all`Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, ha ricevuto la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Napolitano. Ha vinto il premio Milano International per “Popolo e populismo”, scritto con Alessio Postiglione, nel 2019.

 

Alessio Postiglione, giornalista professionista, direttore del Master in Communications della Rome Business School, insegna in SIOI e alla 24Ore Business School, è addetto stampa dell`Assessore alla Cultura della Regione Lazio e valutatore dei Postdoctoral Fellowships della Commissione Europea. E` stato capo ufficio stampa alla Presidenza del Consiglio, addetto stampa al Ministero dei Beni Culturali, al Parlamento europeo e del sindaco di Napoli de Magistris. Cavaliere dell`Ordine del Merito della Repubblica Italiana, ha vinto la menzione particolare del 56esimo Premio letterario e giornalistico del CONI per “Calcio e geopolitica”.

I fantasmi della Meloni. Intervista di Renzi al Corriere della Sera.

Roma, 7 gen. (askanews) – “Meloni passa i giorni a inseguire i fantasmi, anziché a governare. Forse perché sa qualcosa che noi non sappiamo”. Lo afferma Matteo Renzi in una intervista al Corriere della Sera.

Per il leader di Italia Viva, Meloni “è già in affanno ma lei è bravissima a nasconderlo. Devono trovare 15 miliardi per il 2024 e 35 miliardi per il 2025. Per sei mesi la premier anestetizzerà tutto con la campagna elettorale. Si atteggerà a statista in politica estera dove pure non tocca palla. Cannibalizzerà Salvini e Tajani e a luglio gestirà il rimpasto da un punto di forza”.

Sul caso Verdini, Renzi risponde: “I processi si fanno nelle aule di giustizia, non nelle aule del Parlamento. Dem e grillini non si rendono conto che buttarla sul giustizialismo è un autogol. Questo governo va incalzato su ciò che non va, non ricompattato su una facile difesa garantista. Si lasci l’indagato Tommaso Verdini al suo processo e si faccia politica su altro.

Sempre che si sia capaci di farla”.

Infine, sul caso Pozzolo, sottolinea: “Delmastro organizza la cena e invita gli amici della scorta. Che noi paghiamo per proteggerlo, non per gozzovigliare con lui. Ma lui non ha una scorta come tutti gli altri: ha una falange personale di amici.

Uno spettacolo indecoroso: la scorta della polizia penitenziaria è guidata da un compagno di partito che è pure sindacalista. E anziché fare la scorta questo porta tutta la famiglia, bambini inclusi, a una cena con pistole. A me sembrano tutti fuori di testa. Sarò vecchio stile io ma le istituzioni non si meritano queste scene sudamericane”.

L’Italia insofferente al rigido bipolarismo esige un’iniziativa politica forte

Al fine della costruzione di un nuovo centro sinistra penso che il 2023 ci abbia lasciato in eredità un dato chiaro, anche se non positivo: il mancato decollo politico-organizzativo e programmatico di un soggetto politico di centro. Questo anche in caso di sempre possibili colpi di scena dell’ultim’ora per le liste alle prossime Europee, perché un processo di tale portata, e di cui il Paese ha bisogno, come il rilancio dell’area di centro non lo si può improvvisare. Da dopo le ultime politiche del 2022 non è scattata la scintilla della dedizione a un comune progetto, ed è mancata generosità e visione di ampio respiro. Si sono visti più aspiranti mietitori che seminatori, e più iniziative politiche da sartoria su misura personale che da stilisti della politica.

È evidente che la mancanza di uno strumento organizzativo comune in fieri limita il ruolo del centro e nei fatti lo consegna temporaneamente nella quotidianità ai due partiti personali che occupano tale spazio.

Tuttavia, a mio avviso, esistono dei filoni sui quali i gruppi, come i Popolari, che coltivano il progetto del rilancio di una politica di centro, possono scommettere e investire per l’avvenire del Paese.

Non si tratta di buttarla sul programma per nascondere il deficit sul piano organizzativo. Al contrario si tratta di riscoprire il primato degli elementi caratterizzanti della politica di centro sulle forme organizzative e come loro collante.

Di fronte alle sfide del mondo attuale c’è un enorme bisogno di una politica capace di mediazione, di composizione, di visione ampia e lungirante. Sotto questo profilo occorre riconoscere che i pronunciamenti (universali) della la Chiesa sui nodi cruciali del nostro tempo paiono molto più avanti, in termini di coscienza del tempo che viviamo, di quelli dei laici impegnati in politica, cattolici-democratici compresi. Un umanesimo per le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale; una transizione ambientale ed energetica “integrale”, sociale ed ecologica, con al centro l’uomo; un nuovo equilibrio internazionale capace di porre fine alla guerra mondiale “a pezzi”.

Vi è poi il grande filone della riforma dell’Europa sul quale è auspicabile che emerga una riconoscibile posizione di centro. Purtroppo anche la vicenda del voto parlamentare sul Mes non è stata, per quanto ci riguarda, l’occasione per porre l’accento più sulla necessità di quella che si può definire l’agenda-Draghi per l’Europa (l’esigenza inderogabile di rendere l’Ue al pari degli altri giganti della politica mondiale, pena l’esser tagliati fuori) che su regole che in gran parte appartengono a una fase storica oramai conclusa.

Accanto ai temi del lavoro e del welfare che sono qualificanti per una nuova politica di centro, andrebbe poi considerato maggiormente il tema della rappresentanza, cercando di interrompere quel circolo vizioso che di fatto ha privato gli elettori della facoltà di scelta dei propri rappresentanti. I partiti personali si perpetuano proprio perché ai partiti è stato concesso un potere abnorme di nomina, nei fatti, dei parlamentari. C’è quindi tutto un filone di lavoro in direzione di restituire ai cittadini il potere di scelta dei deputati, qualunque sia la legge elettorale, pur propendendo noi per il proporzionale che risolverebbe il problema alla radice con le liste con preferenze. Collegi uninominali, listini bloccati? Benissimo, però prima siano preceduti da primarie con cui gli elettori di ciascuna forza o coalizione possano scegliere i candidati, presentabili possibilmente in un solo ed unico collegio per rimarcare l’imprescindibile legame con il territorio.

L’ancora ritardato decollo del progetto del centro, peraltro, si accompagna a una ormai lunga crisi della sinistra, che appare sempre più distante dalla sua storia e dai suoi valori. Un profilo radical chic, testimoniato anche dalla nuova dirigenza del PD, culturalmente affine alle varie forme di estremismo di Verdi, Sinistra Italiana e Più Europa. Per il partito della Schlein, lei peraltro assai meno movimentista di quanto appaia, non sarà facile uscire dal dilemma fra alleanza col M5S, scelta competitiva ma politicamente fragile, o linea di chiusura al populismo e di apertura al centro, politicamente più solida ma elettoralmente ostica, almeno fintanto che il partito di Conte manterrà percentuali a due cifre.

Nel frattempo il progetto politico del centro credo debba continuare soprattutto attraverso la capacità di porre questioni fondamentali che l’artificiale e semplificatoria dialettica destra-sinistra elude, non rinunciando ad incoraggiare i tentativi nei due poli nel superare tale limite.

La destra c’è, la sinistra pure, il populismo anche. E il Centro?

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay
Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

La destra c’è, la sinistra pure, il populismo anche. E il Centro?

Le elezioni europee si avvicinano e le varie caselle politiche si vanno definendo. Anche l’ultima conferenza stampa della Premier Giorgia Meloni non solo ha confermato – cosa ormai nota e collaudata – la sua indubbia ed oggettiva leadership politica ma, al contempo, ha individuato e riconosciuto attraverso la varie risposte ai giornalisti presenti le leadership altrui. O perconvenienza o per convinzione.

Ma, comunque sia, è abbastanza evidente che la destra ha un leader. Oserei dire, un vero leader politico e con un progetto politico altrettanto chiaro e definito. Che poi si articola in una coalizione, come ovvio. Ma la leadership “maggioritaria” ha un volto e un nome definiti. Stesso metro per quanto riguarda la sinistra. Certo, si tratta di una leadership diversa, molto meno autorevole e molto meno carismatica. Ma, al di là dei giudizi e delle singole opinioni, è indubbio che oggi la sinistra radicale, massimalista e libertaria ha il volto della segretaria del Partito democratico. E, in ultimo, anche il populismo anti politico, demagogico e qualunquista ha il suo progetto. Si fa per dire, ma il suo programma – con la conseguente e strutturale deriva trasformistica – è chiaro, netto e pare che continui a registrare anche massicci consensi, almeno così dicono i sondaggi. Poi vedremo cosa capita alle europee….

Ora, all’interno di questo quadro è altrettanto evidente che manca all’appello quel luogo politico, quel progetto politico e quello spazio politico che nel nostro paese ha sempre avuto un ruolo determinante se non addirittura decisivo nei vari tornanti politici e storici. Ovvero quello che comunemente viene definito come Centro. È persin inutile ricordare le ultime tappe che hanno scandito lo scontro all’interno di quest’area politica. La deflagrazione dell’ex terzo polo ha rappresentato un elemento profondamente negativo per dare voce e consistenza a questo progetto politico. Eppure, malgrado ciò che è concretamente capitato, non possiamo non registrare – come dice la stessa Ghisleri, a capo di uno degli istituti più autorevoli nel campo

demoscopico italiano – che il campo politico cosiddetto centrista continua ad essere gettonato da quasi il 20% dell’elettorato del nostro paese. Un risultato che spiega anche e soprattutto come le tendenze storiche della politica italiana non vengono archiviate così facilmente.

Certo, se poi manca una concreta offerta politica capace di rappresentare quest’area politica, sociale e culturale, l’elettorato di riferimento o si rifugia nell’astensionismo o sceglie, per inerzia e svogliatezza, altre offerte politiche. Ecco perchè, se vogliamo raccogliere sino in fondo l’invito formulato nelle settimane scorse da ‘Tempi Nuovi’, l’area cattolico popolare e sociale che punta alla ricomposizione della vasta e composita area popolare del nostro paese, è arrivato il momento per dimostrarlo concretamente. Ovvero, lavorare per la presentazione di una sola lista centrista alle ormai prossime elezioni europee.

Sarebbe francamente ridicolo, nonchè grottesco, che movimenti e partiti che si riconoscono nel medesimo gruppo europeo si presentassero con liste diverse alla competizione elettorale nazionale. Il tutto perchè prevalgono le pregiudiziali personali, le vendette trasversali e i veti dogmatici sui singoli. Categorie, queste, che appartengono ad una fase adolescenziale della politica ma che, se vengono proiettate anche nella fase adulta, forse c’è da preoccuparsi seriamente per la stabilità psicologica di chi assume simili comportamenti. Per questo è giunto il momento della responsabilità e della coerenza. Altre cianfrusaglie e altre motivazioni non hanno più alcuna importanza. È il momento di dare priorità alla politica o, al

contrario, far vincere l’anti politica con atteggiamenti semplicemente impolitici.

Vita e Pensiero | Quesito per il nuovo anno: cosa significa amare il nemico?

Foto di Alexa da Pixabay
Foto di Alexa da Pixabay
  1. Dilectio di Giovanni Gobber

‘Siate benevoli verso chi vi vuol male’, dice Gesù (Luca 6, 35). L’imperativo greco è ἀγαπᾶτε, che in latino è reso con diligite, non con amate. Cicerone nota che diligere è ‘più lieve’ (perché amare vim habet maiorem). Isidoro aggiunge che amare ci è dato come qualcosa di naturale, mentre diligere è frutto di una scelta. A ben vedere, ama il tuo nemico è una traduzione che non rende in modo chiaro la fatica del ‘volere il bene’ di chi ci vuole male. Questo diligere non è un moto sentimentale, da ingenui disarmati davanti alla malvagità. Non è neppure un atteggiamento superficiale, un ‘volemose bene’ relativista, che rinuncia a giudicare i comportamenti. È una decisione che matura nella scelta di ‘aver cura’ del prossimo, il quale è fatto a immagine e somiglianza di Gesù. Il giudizio sul comportamento altrui non è dimenticato. L’amore verso chi vuole il nostro male non è disarmo; è disponibilità a farci carico anche del destino di chi ci vuole annientare. E per questo siamo disponibili a subirne le azioni malvagie. L’amore come dilectio è ragionevole scelta di chi mira a conquistare il nemico alla causa del Signore. Un atto d’amore degno è pregare per il nemico, affinché, sentendosi benvoluto, si chieda se valga la pena odiare; potrà costui forse cambiare atteggiamento, mutar consiglio, perfino dimenticarsi di volerci male. E se questa conversione non accade? Beh, pazienza. Ma che altro fare? Odiare a nostra volta? Non è ragionevole, cioè non è congruo con la nostra natura di figli di Dio. E poi, è anche una cosa faticosa, che sottrae tempo alla cavalleresca nostra avventura umana. Infine, a odiare poi diventiamo brutti, mentre a voler bene diventiamo più belli e invecchiamo meglio.

  1. Grazia di Anna Maria Fellegara
    Amare il nemico è impossibile. Per il nemico degli altri posso forse trovare qualche giustificazione, ma amare il mio: non scherziamo. Non ne ho la forza, né trovo abbia senso farlo, anzi sono convinta delle mie ragioni, intimamente certa che la mia causa sia buona e la sua sbagliata. Contrappormi al mio avversario, lottare contro di lui è difendere la verità, contro il male e l’ingiustizia.
    E allora cosa c’entra l’amore? E non si può promuovere il bene senza amare il nemico?
    Perché Gesù mi propone di seguirlo su questa via? Confesso che senza la Sua vicenda umana, mi fermerei qui.
    E invece mi fido, provo a domandarmi cosa significhi questa richiesta, sento crescere in me la convinzione che sia questione di Grazia e non di Legge, di risposta al dono ricevuto e non esercizio di buona volontà. Che amare il mio nemico abbia a che fare con la dignità della persona e con la sopravvivenza del genere umano, che sia questione di necessità – in senso evangelico (cf Lc 17,25) – e non di bontà. Riconosco che il mio essere stata ascoltata e accolta, dove sono inaccettabile anche da me stessa oltre che dagli altri, mi aiuta ad accogliere, ed anche a perdonare, senza scorciatoie, senza sconti, senza banalità, senza derogare alla verità (anzi affermandola in modo più autentico). Alimenta la mitezza, mi istruisce ad astenermi dall’uso della violenza che sempre mi porto dentro, e mi degrada, ma mi rimanda al riconoscimento dell’Altro in me e negli altri.

    3. Perfezione di Gabrio Forti
    Dentro la conchiglia di ogni ‘dover essere’ giace la perla di un suo ‘essere’. Ogni precettistica, sia essa giuridica, morale o religiosa, nasconde infatti una sua antropologia o, quanto meno, allude a una disposizione d’animo quale condizione di adeguamento non esteriore, ipocrita o coatto, ma all’altezza della dignità di esseri umani liberi di determinarsi e, quindi, responsabili. Se è così, allora l’osservanza si presenta come il punto di arrivo di un processo, nel corso del quale non solo il risultato atteso andrà perdendo via via l’aura di irraggiungibilità o addirittura di assurdità (quando mai si può prescrivere a qualcuno di amare?) con cui ci si era parato dinanzi; ma esso avrà già cominciato a rilasciare benèfici succhi dopo che ci si sia avviati verso la lontana meta di una ‘perfezione’ che ci veda finalmente trasformati, rinnovati nel nostro modo di pensare (Gv 12,2). Così i primi salutari passi nella direzione di amare il nemico si saranno fatti già solo trattenendosi dal vedere troppo facilmente nemici attorno a sé. E ciò forse anche vivendo l’esperienza «molto personale», «esemplarmente etica e, al medesimo tempo, religiosa» grazie alla quale, come osservava il filosofo Ludwig Wittgenstein, «mi meraviglio per l’esistenza del mondo» e dico «quanto è straordinario che ogni cosa esista», «quanto è straordinario che il mondo esista». O. per dirla con J. W. Goethe, quando io arrivi a pensare che ognuno «non sia dotato da natura di alcun difetto che non potrebbe tramutarsi in virtù».

  2. Europa di Milena Santerini

Dopo il “mai più” della Seconda guerra mondiale e della Shoah, l’Europa ha vissuto un’era straordinaria di pace, in cui la parola “nemico” è suonata aggressiva e incivile. Insieme, i paesi europei hanno costruito un sistema di diritti, fondato sui valori del rispetto, dell’uguaglianza, della libertà. I nemici, se c’erano, erano lontani. Abbiamo sprecato questi anni di pace così preziosi? Siamo in un tempo in cui la vendetta è tornata legittima e normale l’uso della forza. La violenza sembra connaturata all’umanità mentre invece ne è la negazione. L’amore per il nemico appare velleitario e irrealistico, in un mondo governato dalla forza e dal potere. Sempre più il cristianesimo sembra debole, incapace di far tacere le armi, e riconciliare gli offesi: tutti reclamano la loro parte di giustizia. Quanto è difficile prendere sul serio questa carta di identità dei cristiani, che non possono limitarsi a non odiare, ma devono far del bene anche a chi li avversa. Ci accorgiamo ora che limitarsi a non essere ostili non basta, ma solo facendo del bene a chi ci odia si costruisce la pace, dura e difficile ma possibile. D’altronde, amando solo chi ci ama, che merito ne avremmo?

 

  1. Cooperazione di Paolo Molinari

La lunga storia dell’umanità, dall’antichità a oggi, è costellata di scontri tra popoli e stati. Questi scontri si sono spesso combattuti attraverso guerre, colonizzazioni, sottomissione di popolazioni considerate “altre”, nonché per mezzo di guerre commerciali e scoperte scientifiche e tecnologiche al servizio della conquista. Tutto ciò ha pesato negativamente su numerosi spazi geografici, con strascichi di dolore, rancori, desideri di vendette, distruzioni materiali e simboliche. Anche la vecchia e cara Europa si è caratterizzata per tensioni e scontri portati alle loro forme più parossistiche dalle due guerre mondiali “calde” e da quella “fredda”. Ma proprio in Europa abbiamo anche esempi di come stati e popoli, un tempo nemici, siano ora partner strategici e propositivi e abbiano saputo immaginare un nuovo futuro di cooperazione mettendo da parte risentimenti e vendette, senza rinunciare alle proprie memorie e identità. Tra questi esempi si ricorda il fiume Reno, a lungo conteso tra Francia e Germania e barriera tra due mondi spesso in antagonismo per il possesso dell’Alsazia e della Lorena, che oggi rappresenta una forte cerniera capace di unire le popolazioni che risiedono lungo le sue sponde e di favorire lo sviluppo economico transfrontaliero. Ma anche la città di Strasburgo, sede politica dove si sperimentano nuove forme di cooperazione sovranazionale nel quadro dell’Unione europea, testimonia simbolicamente come sia davvero possibile dare collettivamente forma alla rielaborazione del pesante fardello di un passato di aspri conflitti per dare vita a una “storia” comune e a un nuovo progetto di cittadinanza.

 

Per leggere il testo – titolo originale “Ama il tuo nemico” – con tutte le risposte

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-ama-il-tuo-nemico-6380.html

La Voce del Popolo | Mattarella al di sopra di faziosità e miserie.

Il discorso di fine d’anno del capo dello Stato è stato oggetto di molti giudizi e commenti, quasi tutti più che positivi. Un tributo dovuto al ruolo e, insieme, alla persona. E anche forse a quella peculiare capacità che Mattarella ha sempre mostrato di sapersi ergere al di sopra della mischia politica e di certe sue faziosità e miserie.

Resta da capire se quella mischia, che continua, gli consentirà a lungo andare di conservare questo suo profilo, così rigoroso e insieme così rispettoso. Poiché è evidente che il magistero quirinalizio dovrà affrontare nei prossimi mesi ed anni due, tre argomenti che inevitabilmente potranno modificare le coordinate entro cui ci si è mossi fin qui.

Se la riforma del premierato cancellerà alcuni dei poteri del capo dello Stato. Se l’autonomia regionale comprometterà l’equilibrio fati- coso tra nord e sud. Se la crisi geopolitica legata alle due guerre in corso farà altri drammatici passi verso l’abisso. Se, se tutto questo succederà, Mattarella finirà per trovarsi davanti a un bivio. O marcare di più il suo ruolo. Oppure sfumarlo.

In un caso e nell’altro egli avrà meno applausi di quelli meritatamente raccolti fin qui. Ma sarà proprio all’interno di quel quadro scompaginato che il suo secondo settennato troverà la sua chiave di lettura. È certo che Mattarella non si farà trascinare dentro l’agone politico vero e proprio. Ed è altrettanto certo che non si disporrà a un ruolo puramente notabilare.

Il problema è che tra questi due scogli che egli cercherà in ogni modo di evitare, lo spazio della registrazione si farà molto più stretto.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 gennaio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dal trionfo alla scomparsa, 700 pagine per capire la Dc.

[…] a inizio aprile (del 1990, ndr), comincia la prima raccolta di firme sulle leggi elettorali di Comuni, Camera e Senato, da parte di un composito fronte trasversale che coinvolge un pezzo di mondo dc moderato che avrebbe voluto riconvertire la Dc in un soggetto diverso di centro-centrodestra alternativo alla sinistra (Mario Segni), una parte dell’associazionismo cattolico (Fuci e Acli, con la leadership intellettuale di Pietro Scoppola) che a partire dai propri legami europei intendeva superare la Dc contribuendo a creare un soggetto politico che si collocasse a sinistra in una nuova logica bipolare che le nuove leggi elettorali avrebbero incentivato, il nuovo Pds e i radicali (p. 537).

Mentre avanza quell’iniziativa, il mese successivo, il 6 e 7 maggio, nella prima consultazione dopo la caduta del Muro di Berlino, le elezioni per i consigli regionali delle Regioni ordinarie, la Lega Lombarda balza al 18,9% nella sua Regione (p. 523).

Dall’estate 1990, mentre il movimento referendario riesce a superare le 500 mila firme, iniziano le irrituali picconate del Presidente Cossiga che, al netto di alcune caratteristiche personali e dei conflitti con alcuni capicorrente dc per la scadenza presidenziale del 1992, coglie però il punto chiave: lo strumento della Dc era connaturato come tale alla funzione di baluardo democratico contro il comunismo, “ora tale funzione veniva meno e, di conseguenza, poteva essere accettato il pluralismo politico” (p. 541). In altri termini la fuga di parte degli elettori dc verso la Lega, verso la Rete di Orlando, l’impegno di parte del suo retroterra nel movimento referendario al fine esplicito di superare l’unità politica e le esternazioni di Cossiga erano fenomeni diversi ed eterogenei, ma accomunati da questa riflessione e ritenevano che i tentativi ecclesiastici, oltre che della dirigenza della Dc, di puntellare lo strumento tradizionale fossero destinati alla sconfitta per le stesse ragioni internazionali che ne avevano favorito l’affermazione e il successo. A questo si aggiunse poi come fattore di accelerazione la vicenda di Mani Pulite, ma appunto accelerando processi che erano già in moto per cause proprie.

Del resto che il crollo del Muro di Berlino, con la scomparsa dell’avversario tradizionale, rendesse ingovernabili e divaricanti le dinamiche della Dc lo si vide con chiarezza nelle elezioni presidenziali del 1992 con la caduta dei due candidati previsti, Forlani e Andreotti.

Per quanto tradizionalmente le elezioni presidenziali fossero sempre state terreno difficile per la Dc, anche perché in esse non valeva, a differenza che per il Governo, la conventio ad excludendum verso il Pci e neanche verso il Msi, in questo caso, a differenza del solito, oltre ai franchi tiratori nel segreto dell’urna, si manifestarono anche dissociazioni esplicite e rivendicate come quella di Mario Segni e dei suoi deputati pattisti (p. 554).

Per questa ragione anche la trasformazione della Dc nel Ppi unitario era destinata ad un inevitabile fallimento, in quanto “viziata dalla mancanza di realismo” (p. 576), tanto più considerando che le energie cattoliche esterne coinvolte avevano già rivelato nel corso degli anni precedenti una profonda divaricazione già all’interno delle dinamiche ecclesiali oltre agli elementi di differenziazione politica.

In questo senso il Volume descrive una storia complessivamente di successo, soprattutto per le lungimiranti scelte di collocazione europea ed atlantica, ma che è stata trascinata oltre il logico e il dovuto dall’incapacità di comprendere che a volte gli strumenti vengono logorati non solo da fallimenti ma anche da successi. Andando oltre gli Autori, che spingono a ritenere illusorie alcune persistenti nostalgie dell’unità politica e a ritenere tuttora valida l’esigenza di trasmettere una cultura di governo, ci si possono forse chiedere le ragioni per le quali nel contesto odierno il venir meno di quello strumento sembri comportare anche un declino delle ragioni di un efficace impegno politico del cattolicesimo organizzato nei nuovi contenitori partitici che si sono venuti a creare. Al netto della netta secolarizzazione della società che rende impossibili significative aggregazioni di soli cattolici, come negli altri Paesi europei dove i cosiddetti partiti popolari sono in realtà partiti molto laici di centro-centrodestra mentre a sinistra sono più diffuse collocazioni individuali di questa cultura politica oppure in piccoli gruppi, è plausibile ritenere che si sia essiccata quella cultura di governo, di ricerca di mediazioni tra principi e realtà, di rifiuto di un'”atmosfera ossigenata” fatta tutta di principi astratti (ripudiata de De Gasperi alla Settimana Sociale del 1945, p. 43), che potrebbe essere utile in entrambi gli schieramenti.

La logica dei principi non negoziabili, dell’isolamento di alcuni temi su cui proporre posizione identitarie ove non anche fondamentaliste, sembra nuocere sia a destra sia a sinistra, sia pure con gerarchie diverse di temi, chi a destra privilegiando il contrasto frontale ai nuovi diritti civili chi a sinistra assumendo posizioni ‘no border’ sull’immigrazione o di pacifismo astratto. Non stupisce che con questa impostazione che pretenderebbe superare non solo lo strumento non riproponibile del partito unitario ma anche la logica della cultura di governo che ha innervato cinquant’anni di storia, che avrebbe invece valore permanente, il declino della fecondità storica dell’impegno dei cattolici si acceleri fatalmente.

 

[G. Formigoni, P. Pombeni, G. Vecchio, Storia della Democrazia cristiana. 1943-1993, Bologna, Il Mulino, 2023, pp. 720]

 

Per leggere il testo completo della recensione

https://bit.ly/3TVAzlE

Meloni, il bagno e l’invidia degli altri.

Ogni conferenza è un’occasione per incontrare un certo mondo e potersi confrontare. Ne è stato esempio luminoso l’incontro della Presidente del Consiglio Meloni con i rappresentanti della stampa prevista secondo tradizione per la fine dell’anno, rimandata solo di qualche giorno a causa delle condizioni di salute della Giorgia nazionale.

Tutto è andato secondo il previsto, una intuibile raffica di domande e le inevitabili risposte di rito che hanno dato la stura alle altrettante presumibili critiche di dissenso e contestazioni o di plauso. È un gioco delle parti che non appassiona nessuno e che serve per riempire le pagine dei quotidiani in quei giorni a secco di notizie interessanti.

Questa volta qualcosa è accaduto di insolito tanto da muovere un po’ le acque della banalità. Si era quasi sulla dirittura d’arrivo; mancavano solo tre maledette domande alla fine dell’evento, quando la nostra Premier in un impeto di onestà, una delle sue migliori qualità, ha chiamato un provvisorio time out.

Chiedendo scusa agli intervenuti ha dato una di quelle giustificazioni che non lasciano spazio ad altre interpretazioni di comodo che possano dar vita a chissà quali retroscena da film giallo.

“Devo andare in bagno” è stata la sincera ammissione della leader Giorgia che a passo spedito si è diretta dove risolvere l’impellenza accompagnata, anche lì, fino ad un certo punto, dal suo portavoce Fabrizio Alfano.

Non si è discusso se fosse stato più corretto dire “andare in bagno” o “al bagno” come pure l’opposizione di questi tempi avrebbe potuto protestare incartandosi per l’ennesima volta. Ci si è rassegnati all’evidenza ed è anzi probabile che tutti abbiano approfittato, durante la pausa, per riprendere fiato per scatenarsi solo dopo l’incontro nei commenti da strombazzare alle proprie parti.

Si legge come l’eufemismo sia una figura retorica. Si adotta una certa parola al fine di attenuare il carico espressivo di ciò che si intende dire perché di contenuto potenzialmente offensivo o troppo crudo.

Si sostituisce, per buona maniera, una certa espressione con un’altra di significato attenuato. Manzoni ne richiama il senso sulla pelle del povero Renzo. ”Il notaio fa un altro cenno a’ birri; i quali afferrano, l’uno la destra, l’altra la sinistra del giovine, e in fretta in fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell’ipocrita figura d’eufemismo, chiamati manichini”.

In questo caso si sarebbe potuto dire ad esempio della esigenza di doversi andare a lavare le mani o semplicemente di doversi assentare un minuto. Quasi tutti avrebbero compreso e si sarebbe obbedito ad una forma forse più attenta di galateo.

La Meloni, va riconosciuto, è persona schietta. Per l’urgenza del momento non è stata invece a menarla tanto per le lunghe. Ha dichiarato risolutivamente il suo moto per luogo senza aggiungere altro. In seguito si sono risparmiati opportunamente i particolari di cronaca.

Ci sono termini che in ogni caso vanno maneggiati con cura.

Il 19 novembre si celebra la Giornata mondiale del Gabinetto, così ha stabilito l’Assemblea Mondiale della Nazioni Unite, nata anche su iniziativa di un certo mr. Toilet, posto che al mondo 2,5 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione del pianeta, versa in una mancanza di servizi igienici adeguati con tutte le conseguenze immaginabili, non ultime una spesa di 260 miliardi di dollari l’anno per le malattie che ne derivano.

Non a caso Ghandi diceva che “la sanità è più importante della indipendenza”.

Oggi “cesso” è una parola considerata volgare; in realtà viene da “secessus”, cioè “appartato”. Così latrina ha origine da “lavatrina”, cioè un posto utile per lavarsi.

Per sua fortuna la Meloni è a Capo di un Governo in Italia, paese che vanta l’uso di un bidet che lo distingue da altre nazioni che ne trascurano l’utilità. In altri casi sono proposte delle “doccette”, ma insomma almeno in questo caso si può sostenere che non siamo gli ultimi al mondo.

 

La nostra Presidente del Consiglio ha saputo segnare anche in questa singolare episodio un punto in suo favore: è stata la prima, durante decenni di Repubblica, ad ammettere un’umana esigenza fisiologica che l’ha resa ancor più in diretta sintonia con il suo popolo, evitando giri di parole che non vanno dritti al punto della questione.

Comunque è stata una prima volta su cui il cerimoniale della Presidenza del Consiglio dovrà riflettere e predisporre opportune procedure in caso di altri simili circostanze.

C’è da pensare che gli altri politici ne saranno rimasti livorosi di invidia. Chissà se sapranno competerle sullo stesso campo e che tireranno fuori per sorprenderci maggiormente. Non se ne avverte nessuna urgenza.

Biden passa all’attacco, Trump rappresenta un pericolo per la democrazia americana.

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Roma, 5 gen. (askanews) – Donald Trump è pronto a “sacrificare” la democrazia americana. È l’accusa lanciata dal presidente Joe Biden durante un discorso elettorale in Pennsylvania, alla vigilia del terzo anniversario dell’assalto al Campidoglio.

“Il team della campagna di Donald Trump è ossessionato dal passato, non dal futuro. È disposto a sacrificare la nostra democrazia pur di ottenere il potere”, ha accusato il presidente democratico in carica, che vuole dare il via alla sua campagna per il 2024.

Trump giustifica la “violenza politica”, così come i suoi sostenitori, ha proseguito Biden nel suo discorso. “Trump e i suoi sostenitori MAGA (“Make America Great Again”, lo slogan di punta del miliardario repubblicano) non solo condonano la violenza politica, ma ne ridono”, ha denunciato l’81enne democratico. Biden ha inoltre accusato Trump di ricorrere alla retorica della “Germania nazista”. “Parla del sangue degli americani che viene avvelenato, usando esattamente lo stesso linguaggio che veniva usato nella Germania nazista”, ha attaccato il presidente democratico.

Il presidente in carica ha voluto rivolgere un appello agli elettori americani sul tema della democrazia durante un discorso nei pressi di Valley Forge, in Pennsylvania, sito storico della guerra d’indipendenza americana.

Il presidente avrebbe dovuto tenere il suo discorso domani (oggi per chi legge, ndr), tre anni dopo l’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump il 6 gennaio 2021 nel tentativo di impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden, ma la data è stata anticipata a venerdì a causa delle avverse previsioni meteo.

L’assalto al Campidoglio resta una questione divisiva negli Stati Uniti: il 25 per cento degli americani crede, senza prove, che ci sia dietro l’Fbi, secondo un sondaggio del Washington Post e dell’Università del Maryland pubblicato questa settimana.

Gli sforzi per dare impulso alla campagna di Joe Biden, che ama presentarsi come difensore della democrazia, continueranno lunedì quando visiterà una chiesa in South Carolina dove un suprematista bianco ha ucciso nove afroamericani nel 2015. Questo desiderio di dare un’accelerata alla campagna elettorale di Joe Biden arriva sulla scia delle critiche di alcuni democratici che ritengono che sia partita troppo lentamente

La crisi dei partiti favorisce e rispecchia la crisi della democrazia

Delle tante forme assunte dalla crisi italiana, quella più radicata è l’astensionismo, espressione della crescente sfiducia degli italiani nei confronti dei partiti. Perché la crisi dei partiti è anche la crisi della democrazia.

Storicamente i partiti nascono come anello di congiunzione tra il corpo elettorale e le istituzioni democratiche rappresentative. All’indomani dell’unità d’Italia, con una legge elettorale che attribuiva il diritto di voto ai cittadini di sesso maschile di età superiore ai venticinque anni e con determinati requisiti di censo, questa funzione era svolta dai Prefetti. Già con la legge elettorale del 1881 e con l’allargamento del suffragio elettorale e, quindi, con l’emersione di nuovi gruppi di interessi, i partiti iniziano a svolgere una vera e propria funzione di mediazione tra gli interessi dei cittadini e le istituzioni.

Verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento compaiono due saggi sulla soppressione dei partiti politici, uno a firma di Simone Weil, l’altro di Adriano Olivetti. Seppur sorrette da differenti motivazioni, i due saggi teorizzano una democrazia senza partiti. Ebbene, a Costituzione invariata, la questione non è quella di una democrazia senza partiti, ma di partiti senza democrazia, di partiti costruiti dal capo. Riprendendo le riflessioni di Giorgio Merlo pubblicate nei giorni scorsi, i partiti personali contribuiscono sicuramente a generare col tempo la sfiducia degli elettori. E la legge elettorale per il rinnovo del Parlamento, dove il parlamentare è semplicemente un nominato, contribuisce ad incrementare l’astensionismo. Come uscirne? Innanzitutto con una riforma elettorale che consenta agli elettori di esprimere la propria preferenza per il proprio candidato. Ma ciò non basta a ridurre l’astensionismo che si registra nelle altre competizioni elettorali, dove vigono differenti sistemi elettorali.

È necessario, allora, che si ritorni ad avere fiducia nei partiti. E ciò può essere possibile soltanto costruendo partiti che non siano espressione di un capo, ma di valori radicati nella cultura del popolo. Solo con una rinnovata fiducia nei partiti, si potrà tornare a sperare. Perché ciò che si avverte nei giovani, nelle famiglie e negli anziani è l’assenza della speranza. Ernst Bloch ci insegna che la speranza ha a che fare con il futuro. E ciò che deve distinguere la politica di centro dal populismo o dal sovranismo o, ancora, da una sinistra priva di identità che sembra inseguire i populisti è proprio la capacità di guardare al futuro e non al contingente senza mettere in discussione i principi della democrazia né distruggere con riforme la Costituzione. Già, la carta costituzionale deve essere il faro per consentire ai cittadini di tornare a sperare. Quella Costituzione che recepisce il personalismo cattolico di Mounier e di Maritain. Quella Costituzione che sancisce il principio solidaristico che i populismi oscurano o ignorano con la costante costruzione del nemico, la cui espressione più evidente è un inedito populismo penale.

Pertanto, occorre costruire un partito che recuperi la fiducia perduta. E in questo percorso costituente i principi fondamentali della Costituzione sono una difesa appassionata di una dignità che la politica non può abbandonare. È la dignità della persona, intesa da Rosmini come l’essere che entra in relazione con altri, e che si contrappone all’individuo, essere chiuso, isolato, che considera l’altro un nemico. E, allora, la centralità della persona e la solidarietà, in quanto valori universali, devono ispirare un nuovo modo di intendere il partito. E la politica.

Senza un alternativa al centro e a sinistra vincerà l’astensionismo

La recente votazione parlamentare sul MES ha delineato in maniera netta una divisione di campo assai chiara, di natura squisitamente politica in quanto fondata su un tema dirimente, non legato alla spicciola e spesso vuota conflittualità verbale ad uso social nella quale i partiti si esercitano quotidianamente nel disinteresse sostanziale dei cittadini italiani.

Al di là della sua valenza propriamente tecnica la questione verteva sulla visione che si ha dell’Unione Europea e del suo futuro, proprio alla vigilia del rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Ne è uscito un quadro limpido, che solo l’ottusità degli attuali attori politici si rifiuta di trasformare in un disegno politico per quanto pure ad essi risulti evidente, tanto è cristallino.

Trascinata dai suoi demoni del passato e preoccupata dalla concorrenza a destra che l’irrequieto Salvini ha deciso di portarle con una determinazione pari forse solo al suo terrore di non riuscire più a recuperare il consenso perduto, Giorgia Meloni ha abbandonato – tatticamente? questo non si sa – il progetto al quale lavorava da quando si è insediata a Palazzo Chigi, ovvero la sua integrazione nei salotti buoni dei palazzi europei e la progressiva costituzione di un raggruppamento conservatore continentale in grado di competere con il popolarismo moderato in crisi di leadership dopo il ritiro di Angela Merkel e in grado, al tempo stesso, di rafforzarla ulteriormente qui in Italia.

Uno spostamento anche semantico (le parole in politica hanno sempre un valore alto, pure in questi tempi inquinati dal misero vocabolario social), dal ghetto “populista” e “sovranista” alla più nobile aggettivazione “conservatrice”. L’obiettivo sarebbe poi stato di integrare un “nazionalismo” ribadito quasi ossessivamente con un “europeismo” peraltro ancora da definirsi meglio, non appartenendo certamente quest’ultimo alla sua cultura di provenienza, né alla sua storia e né probabilmente ai suoi convincimenti più profondi. Alcune mosse palesemente errate, come il sostegno all’estremismo iberico di Vox invece che al “moderatismo radicale” del Partido Popular, avevano per la verità indebolito, ma non azzerato, la sua lenta ma sicura marcia di avvicinamento verso il suo obiettivo politico, e verso quei salotti.

Il voto contro il fondo salva-stati ha ora interrotto quel percorso avviato a bordo della confortevole vettura della Presidenza del Consiglio e l’ha riportata alla piazza dalla quale era partita e nella quale deve pur tornare di tanto in tanto. Il problema è che quella piazza, come si è visto alla festa annuale di Atreju, è rimasta, nel suo profondo, nazionalista, sovranista e pure un poco populista. Non facilissimo guidarla sul nuovo percorso se a fianco qualcuno cerca di sfilargliela urlando più forte e fregandosene bellamente di qualsiasi reale interesse nazionale, che invece Palazzo Chigi non può, nemmeno volesse, trascurare.

Quel voto ha pure mostrato agli occhi di qualunque osservatore l’ectoplasma di Forza Italia, ora che non c’è più il suo ineguagliabile fondatore. Sarebbe stata un’eccellente opportunità per marcare una distanza vera, politica, dalla Destra, per rafforzare il legame – così spesso rivendicato – col popolarismo moderato europeo e per osare una rinnovata ricerca del consenso in un campo, quello appunto dei moderati, lasciato libero da tutti.

Il voto di astensione – ossia, il non voto, la non decisione – ne ha al contrario sancito l’irrilevanza, il suo semplice essere ancella governativa di una leadership che fatalmente (in assenza di fatti nuovi, di scelte innovative che però a questo punto potrebbero essere prese solo dai figli del fondatore e non certo dal pallido Ministro degli Esteri) è destinata ad assorbirla nel suo più vasto e moderno contenitore. Lasciando così libero uno spazio che torna ad essere disponibile per una formazione europeista moderata e riformista, disponibile a collaborare con la Sinistra non radicale e non massimalista. A conferma che il futuro si gioca in Europa, perché è la politica internazionale a imporlo.

Uno spazio impossibile a non vedersi che però, incredibilmente, le divise e deboli forze “centriste” non riescono a occupare, tutte intente a farsi una mediocre guerra fra di loro. L’insieme di sigle, più o meno recenti, più o meno durature nel tempo, che affollano il cosiddetto “Centro” della geografia politica italiana è talmente vasto da renderne difficile – e probabilmente inutile – la loro elencazione. Chi con un tratto maggiormente identitario – è il caso di quelle d’area cattolica – chi con accenti più pluralistici, tutte queste esperienze si intestano una volontà, una aspirazione – legittima, per carità – alla rappresentanza di quell’elettorato stufo di questo pseudo bipolarismo destra-sinistra che necessita e dunque impone uno scontro permanente, molto spesso intorno a temi di scarso valore effettivo, ora però amplificato dalla logica binaria zero/uno, on/off, yes/no imposta dalla nuova sottocultura digitale. Una volontà alla quale però non sanno far seguire i fatti. Pur di fronte ad un elettorato la cui consistenza è sì difficile quantificare ma che plausibilmente potrebbe raggiungere le due cifre e che, esso pure come quello di altre aree politiche, tende ultimamente a rifugiarsi nell’astensionismo in assenza di un’offerta politica credibile.

Sempre più spesso, credo sia esperienza diffusa, si ascoltano persone in “crisi elettorale”, del tipo “non so davvero per chi votare, la prossima volta”. Un elettorato consapevole che in politica, come nella vita, molto spesso è necessario raggiungere un compromesso (termine non necessariamente negativo, anzi in politica nobilitato da quella che è definita “arte della mediazione”) nell’interesse generale, per fare qualche passo in avanti piuttosto che rimanere fermi scambiandosi reciprocamente l’accusa di immobilismo, di ostruzionismo, di rifiuto del cambiamento. Compromesso che invece non è mai accettabile sui valori ultimi, sui principi costituzionali, sulle questioni di fondo che attengono alla vita umana.

Questo elettorato potrebbe anche, in ultima istanza, essere interessato a una seria proposta di centro-sinistra, posta la deriva a destra cui la pressione di Salvini rischia di condurre la Meloni e il suo partito, ancora sostanzialmente composto da personale di provenienza missina. Un elettorato che, però, si trova innanzi da un lato i personalismi autocentrati di Renzi e Calenda, capaci di distruggere l’idea del Terzo Polo ma anche, più gravemente, l’idea stessa che si possa costituire una forza politica di Centro.

E dall’altro incontra un Pd che, ormai da tempo abbandonata anche solo la suggestione della “vocazione maggioritaria” (che era la pietra angolare della sua costituzione), ha nell’ultimo anno intrapreso una strada opposta, identitaria, di sinistra più che di centrosinistra, centrata su valori individualistici lontani dalle reali necessità della gente comune. Una strada che forse ora sta cominciando ad apparire angusta anche alla sua principale promotrice: ed è proprio sull’idea europeista, oltre che sui temi dell’equo compenso lavorativo, che Schlein forse cercherà di correggere almeno in parte la rotta. Il problema suo è che, per farlo, deve ricorrere a personalità non appartenenti alla sinistra tradizionale e neppure di giovane età – da Prodi a Gentiloni, da Bindi a Letta – che con tutta evidenza cozzano con quell’idea di una “nuova classe dirigente” che supera le scelte a suo tempo adottate dal “precedente Pd” elargitaci in favore di telecamera quasi ogni sera dai protagonisti del nuovo corso, quel ristretto nucleo dirigente asserragliato intorno alla segretaria incapace di rendersi interessante a chi non si sente in sintonia col loro pensare ma non per questo è di destra o è ostile in termini preconcetti ad una sinistra di governo.

Non solo. Il Pd rimane ancora legato alla suggestione del “campo largo”, da seminare e arare insieme ai 5 Stelle ora guidati dall’avvocato on. Conte, a suo tempo improvvidamente definito “punto di riferimento della sinistra” da dirigenti dem palesemente ubriacati dall’esperienza governativa del Conte 2. Senza rendersi conto, il Pd oggi in versione neo-radicale, che l’obiettivo di Conte e dei suoi pentastellati è esattamente quello di svuotarlo di una parte del consenso per divenire essi la guida dell’eventuale alleanza di sinistra. Ma rivelando nei passaggi topici la loro vena populista, demagogica, antieuropeista che ben si era manifestata col governo giallo-verde, il Conte 1. Ed infatti emergono le ambiguità nel rapporto con la Russia di Putin, nascoste all’ombra di un opportunistico pacifismo; o in quello con la Cina, emerse con l’autolesionistico, per l’Italia, accordo sulla nuova “Via della Seta” ora opportunamente ricusato dal governo Meloni; o nei rapporti con gli americani sostenitori di Donald Trump, nella speranza segreta e neanche troppo di un suo ritorno alla Casa Bianca; o nel rapporto conflittuale con la UE, vera cartina di tornasole emersa in occasione del voto sul MES. Una alternatività al Pd addirittura clamorosa, tanto che non vederla, ai piani alti del Nazareno, appare francamente incomprensibile.

Questo è il quadro, per sommi capi, che si presenta davanti a quel potenziale elettorato “centrista” di cui si è qui detto, sempre più sconsolato e sempre più tentato dal rifugio astensionista. Chi è disposto a rivedere le proprie posizioni e a cercare un recupero, sia pure in “zona Cesarini”?

L’alternativa alle destre passa per la rifondazione di un centro vitale

È sempre più forte la sensazione che si avverte in larga parte dell’opinione pubblica del travalicamento da parte di esponenti della maggioranza, in particolare delle due destre FdI e Lega, di quei limiti fisiologici ed etici volti a presidiare la nostra architettura costituzionale da tentazioni autarchiche del sistema politico-istituzionale, oggi dominato da una classe dirigente inadatta a ruoli e compiti di rappresentanza istituzionale.

Ad essa si associa la diffusa preoccupazione per il propagarsi di intrecci corruttivi – pur nel riconoscimento ad personam del principio della presunzione di innocenza – sufficienti a evidenziare un inquietante stato di degrado della nostra etica pubblica, con tutti i rischi che la frequenza di abusi e arbitri non finiscano per indebolire prestigio ed autorevolezza delle istituzioni, al contempo esposte ad un disegno ideologico di occupazione del potere e collateralmente della Rai, che da presidio dell’informazione pubblica e del pluralismo è diventata uno strumento, a reti unificate, di propaganda politica di questo governo.

Persino l’ex presidente della Consulta, e già presidente del consiglio, Giuliano Amato, non è stato tenero, in una recente intervista, sul pericolo emergente di insidiosi segnali di deriva autocratica, intravedendo i sintomi di uno sbriciolamento della democrazia di cui l’astensionismo, giunto alla preoccupante soglia del cinquanta per cento, ne è  l’effetto più evidente.

Così non si contano più i segnali di un affievolimento etico della condotta di tanti rappresentanti delle istituzioni, tanto sono ormai gli episodi dove a farla da padrone c’è una costante arroganza del potere e l’esibizione della più disinvolta impudenza.

Dalla tragedia, a ridosso della spiaggia, di Cutro, con circa ottanta migranti morti, tra cui tanti bambini e donne, e tanti dispersi; al caso Cospito, ove certe notizie riservate sono transitate tranquillamente in mani estranee e utilizzate come una clava per attaccare avversari politici sulla base di teoremi spregiudicati e senza fondamento; al caso Lollobrigida, che usa i treni come taxi, ottenendo un trattamento speciale non previsto per i comuni passeggeri, e propalando come giustificazione che chiunque potrebbe chiedere e ottenere di far fermare un treno anche a una stazione non prevista nel suo percorso tabellare, fosse pure un treno ad alta velocità,  con una semplice richiesta al capotreno; all’ultimo tragico episodio del deputato di FdI, Pozzolo, che va in tarda notte al cenone di fine anno facendo mostra di un piccolo revolver da cui inopinatamente (è tutto ancora sotto accertamento giudiziario) parte un colpo e ferisce un giovane, parente di un uomo della scorta del sottosegretario Del Mastro.

Questi sono solo alcuni dei casi eclatanti, da quando si è insediato il governo Meloni, che ne costellano il firmamento con mirabili imprese politico-istituzionale di cui si sono resi protagonisti tanti campioni del guasconismo di questa destra eccentrica e trumpiana, anzi di queste due  destre, FdI e Lega, che si rincorrono a vicenda come fosse una competizione a chi la fa più grossa.

Il messaggio che passa attraverso queste disinvolte imprese non è certo dei più rassicuranti, trattandosi di azioni messe in atto, nella gran parte di esse, nell’esercizio di attività istituzionali.

È di ieri un preoccupante Comunicato di Libertà e giustizia dove tra l’altro di legge: “Un connubio opaco fra affari e politica, un uso di risorse pubbliche impiegate per ampliare il consenso, una normalizzazione di legami familiari e amicali nelle funzioni pubbliche, sono modelli negativi che contrastano con l’interesse generale e il governo della legge. Mai come in questi mesi si è palesato il nesso perverso tra aggressioni alla magistratura, volte ad intimidire il corpo dei magistrati e uso familistico e fazioso delle istituzioni, e si è resa evidente, al contrario, l’importanza strutturale dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza degli organi di controllo e di un’informazione libera da bavagli che sia garanzia di trasparenza per i cittadini”.

Si spiega allora l’inatteso attacco alla magistratura da parte di uno dei suoi più autorevoli esponenti del governo, il ministro Crosetto, notoriamente persona pacata e seria.

C’è evidentemente la consapevolezza di un parterre di rappresentanti della maggioranza, difficilmente controllabile e imprevedibile, trattandosi di una classe dirigente, in buona parte improvvisata, che, come in una commedia dell’arte, opera sopra le righe travalicando prima ancora che, come in qualche caso, i limiti penali, quei confini etici il cui rispetto deve contraddistinguere l’azione politica di ogni persona.

Ancora più grave è il fatto che in tale contingenza politica, questa maggioranza sembra avere campo aperto, per la palese inefficacia ed inconcludenza delle due forze di opposizione (Pd e 5 Stelle) che non riescono ad incardinare un’azione politica di contrasto forte e al contempo propositiva, incapaci di rappresentare le aspettative di tanta parte del paese nel chiaro obiettivo di una mediazione politica idonea a non lasciare senza tutele aree del paese e ceti sociali chiamati, ancora una volta, invece, a pagare il prezzo di politiche sbilanciate, fondate su una progettualità che esalta il fai da te, in perfetto stile ultraliberista, senza alcun raccordo con una visione compartecipativa e solidarista tra i diversi ceti sociali.

Del resto, l’invito e la glorificazione che si è fatta di Elon Musk durante la kermesse di Atreju non è stato altro che un chiaro messaggio all’esaltazione dell’ultra individualismo post moderno di cui ne sono mentori Elon Musk e la ristretta élite di paperoni con patrimoni incommensurabili.

Insomma una rappresentazione da “superuomo” che non piacerebbe nemmeno a Nietzsche, autore di questo archetipo nichilista, nel contestuale groviglio con il manifesto propagandistico: Dio, patria e famiglia; e insieme nella teatrale esaltazione dello spirito dionisiaco, che alimentandosi dentro un vitalismo senza freni, si percepisce nella volontà di potenza, libero dalla morale, e in questo contesto trova la sua affermazione.

Inoltre, le performance esibite in occasione degli incontri canonici con la stampa, sono state  all’insegna di sermoni, invettive, gossip e vittimismo.

Un quadro inquietante e fortemente insidioso per il futuro del paese che nella conclamata fragilità di una inconcludente opposizione, tra velleitarismo radicale, massimalismo progettuale e qualunquismo demagogico e populista – come può dirsi diversamente il voto favorevole dei 5 Stelle alla linea della maggioranza che ha bocciato la ratifica del Mes? – sembra non cogliere tutti i pericoli di un lucido disegno teso ad una sfrontata anticipazione del vagheggiato accentramento dei poteri in capo alla presidente del consiglio. E ciò secondo le linee del progetto di legge di riforma costituzionale ad opera del governo, rendendo intanto ordinario, nonostante gli annosi richiami della Consulta e le recenti sottolineature del Capo dello Stato, l’uso della decretazione d’urgenza, e quindi imponendo tempi strettissimi al dibattito parlamentare. Da qui l’aggravante di mettere la sordina ai parlamentari della sua maggioranza, mentre non c’è istituzione di garanzia, dalla Presidenza della Repubblica alla Consulta, che non sia stata messa sotto assedio.

Tanta insidia non può farci restare inerti. Occorre creare le giuste premesse per una riaggregazione dell’area cattolico democratica e popolare.

Ma, lo stato delle cose non rende più sufficiente questo processo aggregativo se ad esso non si accompagna, nel contempo, una contestuale iniziativa tesa a mettere in campo una coalizione di centro attraverso un’alleanza con i partiti che gravitano in quest’area, espressione delle culture liberali, riformiste e repubblicane.

E la sfida è talmente epocale che impone la convergenza di tutte quelle culture politiche che seppero trovare virtuosa intesa per dare all’Italia, devastata da una guerra brutale e fratricida, una Carta costituzionale dall’evidente ed innegabile impronta antifascista. Una Carta improntata a sapiente tutela dei diritti fondamentali, capace perciò di essere linfa per un futuro di sviluppo e di progresso nella democrazia.

Occorre allora uno sforzo comune nel saper cogliere l’irripetibile occasione che,  nello scorrere vorticoso di eventi, tanto rapidi quanto imprevedibili e funzionali, come risulta essere il recente  posizionamento di Tajani e di Forza Italia, al lucido disegno ideologico di queste due destre – in competizione mediante metodi ora guasconi, ora spregiudicati – ci offre il presente vuoto politico, restituendo rappresentanza solida e credibile ad un centro rissoso e finora percepito come poco affidabile da un elettorato attento.

Occorre riportare in quello spazio politico tutta la potenzialità del patrimonio culturale, politico e istituzionale di cui da tempo parte del paese avverte la mancanza, pagandone le conseguenze in termini di forte depauperamento sociale ed etico e con tutti i suoi riverberi nei modelli quotidiani di qualità della vita politica, sociale e comunitaria.

Se vogliamo salvare il paese dai minacciosi disegni autocratici che sta perseguendo questo esecutivo, non abbiamo che da accelerare le occasioni di confronto, sia con le diverse componenti culturali tutte riconducibili all’area cattolico popolare, sia con le forze in questo momento presenti in parlamento, distanti sia dall’attuale maggioranza di governo che dall’opposizione inconcludente, principalmente di Pd e 5 Stelle.

La prima sfida cui siamo chiamati è a pochi mesi di distanza e si tratta del rinnovo del Parlamento europeo: competizione importante e cruciale per le ambizioni di una nuova e più dinamica identità dell’organismo rappresentativo sovranazionale europeo.

Sicuramente è la migliore occasione per concordare un’alleanza tra le tre aree culturali titolate a rappresentare l’area di centro del sistema politico ed al contempo quale migliore opportunità per contribuire a bilanciare in prospettiva il disequilibrio del nostro sistema politico, complice il trentennale modello maggioritario su cui si sono conformate le leggi elettorali che si sono succedute, trasferendo nel concreto in capo ai leader di partito la sovranità popolare. E questo grazie ad un meccanismo che consentendo di prefigurare anticipatamente la possibile schiera di parlamentari, permette a chi ha in mano il partito un diritto di nomina, collocando in successione le candidature ritenute più fedeli alla sua linea.

C’è dunque un dovere da parte di tutte queste forze politiche che hanno contiguità in molti punti programmatici e, soprattutto, nel fatto d’identificarsi appieno nell’impianto costituzionale antifascista e antitotalitario, ad agire, superando ogni vecchia logica di ripicche personali, di personalismi o di pretese autoreferenziali. È tempo di costruire un’alleanza che, fuori da ogni velleitarismo, potrebbe trovare nella concretezza di una lista che espliciti palesemente la propria vocazione in difesa della Carta costituzionale, l’identità centrista e pluralista contro ogni tentativo teso a stravolgere e demolire l’impianto virtuoso del nostro assetto istituzionale, con tanto di pesi e contrappesi.

Scelta che non solo darebbe un chiaro segnale di compattezza e di credibilità politica nel segno di una conclamata difesa della Costituzione e dei suoi principi fondanti, ma anticiperebbe l’eco di un progetto di governance dell’Ue facendo argine al tentativo di spostamento dell’asse di governo dell’Unione da parte dei partiti di destra (che inizialmente aveva trovato una favorevole sponda anche nel presidente del Ppe, Manfred Weber) le cui politiche anti migratorie e sovraniste, già predittive in campo nazionale – emblematicamente rappresentate dalle misure autoritarie di V. Orban, in Ungheria, ablative dello stato di diritto di quel paese, (per fortuna la Polonia è riuscita a divincolarsi da un nuovo governo autocratico)  – finirebbero per creare le condizioni per una rapida destrutturazione del processo di integrazione.  Tutto ciò mentre l’europeismo volge verso una logica di rafforzamento e di ricerca di una maggiore autorevolezza dell’Unione, unico antidoto contro le politiche divisive di cui sono foriere sovranismo e populismo.

In questo scenario serve avere tra le forze di area democristiana e popolare dei negoziatori autorevoli, ossia senza background o profili precedenti poco sovrapponibili o in antitesi con la cultura cattolico popolare. In effetti, quando manchino di autorevolezza, è fatale che i negoziatori rendano poco plausibile una rappresentanza politicamente affidabile e non scevra da intima diffidenza, con riferimento agli impegni da assumere e agli obiettivi da raggiungere.

Esigenza che a maggior ragione si pretende da parte di chi ne incarna al momento la rappresentanza di quel patrimonio di valori e di principi, che furono pietra miliare della Democrazia Cristiana, in questo processo confederativo con cui si propone di offrire, attraverso una sapiente mediazione con le culture delle altre forze politiche affini, la migliore sintesi programmatico-progettuale tesa a costruire una coalizione di centro.

 

Cleopatra schiva abilmente i dilemmi di una navigazione a vista

Abbiamo aspettato due settimane e la nostra Cleopatra non delude. Sale in tolda e ci sta per più di tre ore, illustra il suo programma e non la manda a dire né agli avversari né ai suoi. Grande senso di concretezza e certezza di non lasciare il comando a breve.  Non ci sono alterative all’orizzonte e seppure a mezza bocca Cesare prende atto che non potrà cambiarla tanto presto.

Cleopatra in queste due settimane ha preso le misure ai suoi e non è stata tenera e non lo sarà in vista del prossimo appuntamento elettorale. Quelli che ha lasciato a terra a svolgere l’ingrato compito di fare i supporter hanno appreso loro malgrado (e vale per quelli più giovani del gruppo) che la logica di appartenenza non consente fughe personalistiche, iniziative di velato smarcamento. Se Cleopatra chiede un sì incondizionato, s’intende proprio “incondizionato” ovvero non trattabile; se ci sono tentennamenti, incertezze, dubbi o perplessità, restano nella sfera privata e non debbono trasparire.

Finché le cose vanno bene mandare giù il boccone, pur faticosamente, si fa. Per quelli che stanno nella barca con lei, dalla ciurma agli ufficiali di bordo, la questione è più complessa. Primo, Cleopatra non concede a nessuno visibilità per il pubblico: si sapeva ma viverlo direttamente sulle proprie spalle è diverso. I due ufficiali di bordo con il più alto grado, ormai parlano sommessamente e svolgono la funzione di controcanto e rarissimi sono i casi di espressione di opinione propria, seppure mediata nel quadro generale del piano di navigazione.

Neanche la malattia del capitano Cleo ha consentito loro occupare lo spazio mediatico libero, si sono limitati a brevi interventi di spiegazione del piano generale e null’altro. Eppure un certo sotterrano malcontento serpeggia tra la ciurma che si vede compressa al solo ruolo di remare pescando con il remo più acqua possibile. Eppure sarebbe il caso che qualcuno di loro avesse un riconoscimento per tanta fatica profusa, ma nei fatti la realtà cozza con le affermazioni del capitano Cleo che davanti a tutti afferma di avere più stima della sua classe dirigente, ma di fatto non consente a nessuno di emergere veramente, fuori dal ruolo di comprimario. Il che pone a Cesare il quesito di che farne della barca e del suo equipaggio quando la capitano Cleo si sarà stancata della navigazione anche se è certo che manca tempo che accada.
Nel frattempo il popolo dell’impero ha ascoltato pazientemente il lungo discorso di capitano Cleo, caratterizzato dall’aver elencato i traguardi raggiunti e quelli che si debbono ancora raggiungere, ma notando che di errori inciampi e ritardi non si è parlato. Quelli della classe di capitano Cleo non conoscono l’errore e se lo fanno non riescono a riconoscerlo. Sembra un gioco di parole ma è così ed è sufficiente prestare attenzione a come vengono scelte le parole per constatare che errore/sbaglio/imprecisione/inesattezza sono scomparse dal linguaggio.

Tutto quello che si è fatto è ben fatto, tutto quello che non si è potuto fare è colpa di condizioni esterne, prima fra tutte l’alleanza europea con le sue regole rigide di partecipazione, e in secondo luogo è colpa di quelli che con altra barca hanno governato questa parte dell’impero di Cesare. Osservazione che può essere fatta valere dopo i primi mesi di navigazione, allo scorso inverno, per intenderci, ma dopo un’anno di navigazione non è proprio possibile; ocome suggeriamo da tempo, qualche rinfrescamento alla ciurma e agli ufficiali di bordo andrebbe dato,; oppure desolatamente delle carte nautiche si fatica a comprenderne il significato profondo, che non è solo frutto di un buon disegnatore, ma del racconto dell’esperienza di chi quei mari ha solcato e ha consentito di essere trasferito nelle mappe.

Il popolo dell’impero si sa che è esigente e volubile nelle decisioni. Ciò che incensa oggi, domani butta giù. I tanti che avevano sperato, sostenendo anche a malincuore le idee di Cleopatra/Meloni si ritrovano nella delusione e più soli che mai, alle prese con i pochi sesterzi a disposizione e con ancora meno servizi di prima. E anche un po’ più malaticci perché, sembra strano davvero, ma in questa parte dell’impero curasi è diventato un costo, e le borse dei più sono vuote. Se devi decidere se mangiare oggi o curarti, diventa gioco forza che mangi oggi e ti curerai domani. Vale per tutti e tutti, dai nonni/e ai bambini, agli uomini e alle donne, anzi quest’ultime ne sopportano il peso maggiore dovendo assolvere molti assieme: famiglia/lavoro prima di tutto. Così molti dei servizi che nel tempo Cesare aveva contribuito ad assicurare ai molti del popolo, sono spariti o si sono ridotti di molto.

Ma la narrazione di Cleopatra/Meloni non guarda a costoro, non ci sono queste famiglie nella sua narrazione. Un po’ perché stare sempre a lamentarsi fa menagramo e la visione cruda e pessimistica non è della cultura del capitano Cleo, che preferisce successi, sorrisi, sogni e speranze, è un po’ perché obbiettivamente affrontare la reale condizione del Paese e del suo popolo dimostrerebbe un’inefficacia delle scelte politiche che non è contemplata.

Eppure saranno proprio queste famiglie che affronteranno l’anno secondo del governo del capitano Cleo con la certezza di essere state dimenticate e che non saranno recuperate le loro speranze di un “avvenire migliore”. Il loro unico potere è andare a votare. Finora la maggior parte è stata a guardare o si è dispersa nei mille rivoli del dissenso, ora ha difronte un appuntamento che non si lascerà scappare tanto facilmente. Su questo appuntamento elettorale si stanno buttando in molti dei gruppi politici, alcuni tentando di recuperare il consenso disperso, apparendo come i saggi governanti che finora sono mancati (ma si sa quando cerchi di essere più di qualcun’altro appare sempre uno che è più di te…), altri confutando a tutta voce il dissesto dell’impero prodotto da Cleopatra/Meloni. In realtà fanno un gran chiasso e una gran cagnara, ma presentando ben poco di concreto in termini di soluzioni politiche alternative. Il gruppo Cleo/Meloni è sull’andiamo dritti per la nostra strada che se ci seguite (continuate a seguire perché meglio quelli che già si conoscono che i nuovi arrivi) sarete premiati con uno “starete meglio” generico, che soddisfa tutti e non ha controindicazioni ( quale stupido non vorrebbe stare meglio?).

Lei stessa però, per la sua parte ma non solo, ha dettato le regole. Si scelga prima della data dell’appuntamento al voto, io devo governare in “santa pace”: quindi niente sgambetti post elettorali (ove mai ci fosse un improbabile mutamento di equilibri) e se mi avanza tempo mentre faccio il capitano, mi candido pure a questo ruolo. Della serie non sono affezionata alla poltrona ma se ci resto è meglio per me e pure per voi. Intesi? Ed è scesa dalla tolda a passo svelto verso la sua cabina a leggere le mappe.

La violenza nella Corea del Sud riflette largamente l’aggressività sui social

Foto di Big_Heart da Pixabay
Foto di Big_Heart da Pixabay

[…]

La forte polarizzazione del panorama politico sudcoreano è attestata anche da un sondaggio del Pew Research Center del 2021 che collocava Seoul al primo posto tra i Paesi economicamente più avanzati del mondo quanto a divergenza politica, con lo stesso punteggio degli Stati Uniti. Proprio le figure di Yoon e Lee  ne sono un esempio molto chiaro: alle elezioni del 2022 Lee uscì sconfitto contro il People Power Party per meno dell’1% dei voti, ottenendone il 47.83%, e presentando un programma politico quasi diametralmente opposto a quello del suo avversario.

La Corea del Sud è una democrazia relativamente giovane (è nata nel 1987) in un Paese segnato da da cambiamenti politici repentini, violenti e polarizzanti che ne hanno caratterizzato la storia nell’ultimo secolo: basti pensare alle conseguenze della Guerra Fredda e al Movimento del Primo maggio. Ma ai cambiamenti politici devono essere aggiunte anche le rivoluzioni sociali figlie delle rapide trasformazioni industriali e tecnologiche, che creano faglie profonde tra la popolazione e richiedono soluzioni politiche spesso in contrasto.

Sebbene però si stia assistendo a una crescente polarizzazione delle ideologie politiche interne ai partiti, l’opinione pubblica, almeno fino al 2020, presentava una situazione molto diversa. Uno studio del Korean Economic Insitute che si avvale dei dati ottenuti da sondaggi svolti dal 2004 al 2020, mostra come la maggior parte della popolazione sudcoreana abbia in realtà opinioni centriste. Mentre un sondaggio del National Election Commission and Gallup Korea, svolto nel 2020, rivelava che per il 40.5% dell’elettorato i fattori di scelta principali siano legati a caratteristiche come i tratti personali, l’integrità morale e le competenze del candidato più che ai programmi politici. La rilevanza di questi aspetti si evince anche dalla risposta del pubblico ai casi di corruzione, sia le inchieste contro Lee Jae-Myung sia l’impeachment a Park Geun-Hye.

Aggressioni come quella a Lee e agli altri politici, tuttavia fanno pensare a un pubblico sudcoreano molto più fazioso rispetto a quanto appare dai sondaggi. Una spiegazione al fenomeno veniva offerta dal Korea Herald già nel 2021, sottolineando il peso dei social media e del mondo digitale, dove le opinioni più estremiste rimbombano e si alimentano continuamente, influenzando così anche il processo di formazione di un’identità politica e dando spazio a chi ha opinioni più estremiste. Quanti si dimostrano attivi online, inoltre, tendono anche ad essere politicamente più presenti anche in manifestazioni reali, rispetto a quanti hanno opinioni più moderate e che sembrerebbero costituire la maggioranza della popolazione.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/L’attentato-a-Lee-e-la-polarizzazione-della-politica-a-Seoul-59863.html

Cattolici e politica, basta vuoto pluralismo o pretesa integralistica.

Verrebbe da dire che c’era un tempo in cui prevaleva l’unità politica dei cattolici. Certo, era una stagione profondamente e radicalmente diversa da quella contemporanea. Una fase caratterizzata dalla presenza di un grande partito popolare, di massa e di ispirazione cristiana, la Dc. Una fase divertita sotto il versante storico, politico, culturale, sociale ed economico. E in quel contesto l’unità politica dei cattolici era quasi una prassi scontata, anche se mai divenne un dogma, seppur laico.

Tramontata la Democrazia Cristiana, finita la prima repubblica e modificato soprattutto il sistema elettorale, si è chiusa forse definitivamente ed irreversibilmente anche la stagione dell’unità politica dei cattolici. Consolidandosi, al contempo, il pluralismo politico dei cattolici italiani si è ridotto, progressivamente, anche il peso e il condizionamento dei cattolici nella concreta dialettica politica italiana. Non per la qualità e l’autorevolezza dei cattolici presenti nei vari partiti o nelle varie istituzioni ma per la semplice ragione che gli stessi ‘progetti politici’ dei vari partiti sono cambiati profondamente rispetto al passato. E cioè, l’identità culturale e il progetto politico che, il più delle volte, prescindono radicalmente dalla cultura e dal patrimonio storico ed ideale del cattolicesimo popolare, democratico e sociale. E, per queste motivazioni, la cultura politica dei cattolici, di fatto, è stata sostituita da comportamenti politici e da iniziative dei partiti del tutto esterni e estranei rispetto al filone del cattolicesimo politico italiano.

In questo contesto, accanto ad una oggettiva e palese irrilevanza politica e culturale, emerge quella che continua ad essere un vero vulnus ai fini di una presenza politica e pubblica qualificata dei cattolici italiani. Perchè se è vero, com’è vero, che non era un dogma l’unità politica dei cattolici non lo è neanche la diaspora dei cattolici stessi, per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli di molti anni fa, ma purtroppo è emerso un dato che non possiamo non prendere atto. E cioè, il vizio dell’autoreferenzialità dei cattolici stessi. Ossia, per dirla con altri termini, ognuno fa per sè. Ogni gruppo, ogni movimento, ogni ‘parrocchietta’ presente nei diversi partiti si ritiene del tutto esclusiva ed escludente rispetto all’universo cattolico. Di qui il vizio e il vezzo dell’autoreferenzialità che resta alla base della debolezza e della disorganizzazione dei cattolici stessi nel rapporto con la vita pubblica del nostro paese. Un tasso, quindi, di integralismo, di presunzione e di arroganza che contribuisce, purtroppo, a delegittimare ulteriormente la qualità e la specificità della cultura dei cattolici italiani nell’attuale contesto politico contemporaneo.

Ecco perché, forse, è giunto anche il momento per rendersi conto che se si vuole rilanciare e riattualizzare la storica cultura del cattolicesimo politico italiano occorre dismettere

definitivamente i panni dell’arroganza esclusivista di chi pensa di rappresentare con il proprio gruppetto il mondo variegato e complesso dei cattolici italiani e, al contrario, assumere un atteggiamento più umile, e più laico, finalizzato a ridare cittadinanza ad un ‘pensiero’ che ormai da troppo tempo – e per svariate ragioni – vive ai margini della cittadella politica italiana.

Oggi a Roma l’ultimo saluto a Michele Zolla

Michele Zolla fu uno dei primi colleghi che conobbi nel 1976. Era un parlamentare alla seconda legislatura con esperienze consumate nelle istituzioni con Scalfaro a cui rimase amico leale. Mi colpi in Michele la sua pacatezza, il commentare comportamenti politici non coerenti con giudizi lontani da eccessi verbosi ma comunque fermi nella non condivisione. Era il Suo un ragionare senza pregiudizi, senza condanne definitive.

La Sua formazione cristiana si manifestava nella tolleranza e nella convinzione dei ravvedimenti. Niente di irreversibile, nessuna presunzione di possedere la verità ma la disponibilità al dialogo. Michele Zolla era portato a parlare con tutti, a intrattenersi anche con le “matricole” parlamentari. Cercava il confronto mentre il clima non sempre lo favoriva.

Fu in controtendenza. Fu parlamentare a tempo pieno vivendo con i colleghi un rapporto dì solidarietà. Non una presenza fugace. Non considerava Montecitorio un club da intrattenersi lo stretto necessario, ma il luogo dove si operava a tempo pieno,  perché la centralità del Parlamento fosse garantita. Gli uomini di Stato esistevano se c’era lo Stato, di cui solo un Parlamento funzionante ne era il garante.

Fu Vice Presidente della Camera, ruolo che svolse con scrupolosità. Ricordo che quando per la prima volta si trovò a presiedere era imbarazzato di trovarsi seduto nello scranno più alto, cioè in una posizione preminente rispetto ai colleghi. Finiti i turni di presidenza ci cercava per socializzare quasi scusandosi. La Sua visione sulla indispensabilità del ruolo del Parlamento lo ha accompagnato nell’Associazione degli ex Parlamentari, dove ha avuto ruoli importanti.

Negli ultimi tempi era molto critico difronte alle impennate anti Parlamento, nate soprattutto all’interno: un tradimento di chi aveva fatto cadere le difese immunitarie della Istituzione, espressione della sovranità popolare.

Michele era preoccupato per una deriva pericolosa per la democrazia. Ricordo il collega e amico. Un ricordo commosso e grato per la testimonianza di essere Uomo delle istituzioni.  Un esempio quello di Michele Zolla che non ho mai dimenticato!

 

 

N.B. I funerali si svolgeranno oggi,  giovedi 4 gennaio,  alle ore 11.00, nella chiesa della Santissima Trinità, via filippo marchetti 36,  zona quartiere africano, vicino viale somalia.

L’Etiopia, Paese BRICS, cerca lo sbocco al mare: è crisi con la Somalia

Lo scorso primo gennaio, l’Etiopia nello stesso giorno in cui ha ufficialmente iniziato la sua avventura nel gruppo dei BRICS, ha stipulato un accordo con il Somaliland per ritrovare l’accesso al mare, a cui ha dovuto rinunciare dal 1993 in seguito all’indipendenza dell’Eritrea.

Il memorandum d’intesa sottoscritto lunedì ad Addis Abeba dal premier etiope Abiy Ahmed e dal presidente dell’autoproclamata repubblica del Somaliland Muse Bihi Abdif, mira a consentire all’Etiopia di utilizzare uno specchio di mare di 20 chilometri quadrati di acque costiere del Somaliland, tramite la concessione dello strategico porto di Berbera, situato nel Golfo di Aden, che dà l’accesso sia al Mar Rosso che all’Oceano Indiano da cui passano le rotte commerciali con l’Asia.

“Il passo dell’Etiopia mette in pericolo la stabilità e la pace della regione”. Così recita il comunicato emesso dopo una riunione di emergenza del governo somalo. Com’era prevedibile, non si è fatta attendere la reazione di protesta della Somalia che considera il Somaliland, che coincide con l’ex Somalia britannica, territorio dello stato somalo indivisibile, e pertanto ritiene nullo l’accordo siglato a Capodanno. Il Somaliland infatti non è riconosciuto dall’Onu né da alcun stato ad eccezione di Taiwan, fattore di ulteriore complicazione visti gli interessi cinesi nel Corno d’Africa.

L’accordo fra Addis Abeba e Hargheisa (la capitale del Somaliland) rischia anche di compromettere i colloqui fra la Somalia e il Somaliland che entrambe le parti avevano deciso di riprendere per trovare una soluzione alla divisione, appena la settimana scorsa, in seguito al ruolo di mediazione esercitato da Gibuti. Proprio da Gibuti, Paese cruciale per il commercio mondiale perché affacciato sullo stretto di Bab el Mandeb che consente l’accesso al Mar Rosso, passa ben il 90% del traffico commerciale per un Paese di oltre 120 milioni di abitanti qual è l’Etiopia. Ed è stata la Cina a realizzare nello scorso decennio un salto di qualità infrastrutturale, modernizzando e potenziando la linea ferroviaria Gibuti-Addis Abeba dopo che era fallito un piano per l’ammodernamento finanziato dall’Ue nei primi anni duemila.

Dunque, il collegamento marittimo per l’Etiopia costituisce un problema oggettivo che la Comunità internazionale non può non riconoscere soprattutto dopo che i Paesi vicini, Eritrea, Somalia e Gibuti, hanno di recente ribadito ad Addis Abeba la loro indisponibilità a discutere della questione.

Problema che l’Etiopia sta tentando di risolvere attraverso un accordo con il Somaliland, pur mostrando cautela circa il riconoscimento etiope di questa entità secessionista, per non fare aumentare ulteriormente la tensione con la Somalia in un quadrante come quello del Corno d’Africa già afflitto da molteplici conflitti e al centro di interessi globali per la sua posizione strategica sia dal punto di vista geopolitico che da quello del commercio fra Asia ed Europa.

Ora tocca alla Igad, l’organizzazione regionale nel Corno d’Africa, all’Unione Africana, all’Onu cercare di disinnescare questa nuova crisi, evitando che possa degenerare in una nuova guerra. L’Etiopia negli ultimi anni ha già dato prova di responsabilità nella sua controversia con l’Egitto, ora suo partner nei BRICS, per l’utilizzo dell’acqua del Nilo. Nel braccio di ferro che sembra profilarsi in occasioni come queste fra chi fomenta le contrapposizioni pensando di trarne vantaggio, e chi cerca di ricomporre i tasselli della ragionevolezza, ogni soggetto che opera sulla scena globale, Unione Europea compresa, è chiamato a fare la propria parte per la ricerca di una soluzione equa che assicuri pace e stabilità.

Da Gaza al Mar Rosso, il conflitto minaccia di allargarsi.

Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay
Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay

La guerra di Gaza minaccia di espandersi, lungi dal concludersi. Come temuto, l’Iran potrebbe aver deciso di entrare nel conflitto agendo attraverso i suoi emissari operanti ai confini di Israele, come Hezbollah nel Libano meridionale oppure, più subdolamente, fornendo – come sta in effetti accadendo – i guerriglieri yemeniti Houthi di droni tecnologicamente all’avanguardia utili per attaccare le petroliere e le imbarcazioni commerciali che quotidianamente percorrono il Mar Rosso verso lo sbocco settentrionale mediterraneo raggiungibile tramite il Canale di Suez.

È di tutta evidenza il colossale danno economico, l’aggravio di costi derivante dalla necessità – se gli attacchi dovessero proseguire e andare a segno – di circumnavigare l’intero continente africano per giungere a Gibilterra e accedere al Mediterraneo o per approdare ai grandi porti del nord Europa. La coalizione istituita a presidio del Mar Rosso dagli Stati Uniti e della quale pure l’Italia è parte al momento funge da dissuasore, ma non ha di per sé eliminato completamente il rischio. E nel frattempo qualche grande compagnia di navigazione ha già diminuito gli accessi ad un mare divenuto così pericoloso.

Questa iniziativa dei guerriglieri Houthi ha da un lato dimostrato quanto il conflitto israelo-palestinese possa davvero estendersi a tutta l’area mediorientale e alla penisola arabica. Dall’altro ha riacceso l’interesse su un una guerra dimenticata, quella nello Yemen, che si trascina ormai da dieci anni e che ha provocato sin qui oltre 350.000 morti e una “crisi umanitaria” (espressione testuale delle Nazioni Unite) di proporzioni gigantesche nel sostanziale disinteresse della comunità internazionale.

Lo Yemen è un disgraziato paese nel quale si sta combattendo una delle tante “guerre per procura” che ormai sempre più numerose si stanno sviluppando nel mondo: in questo caso le contendenti sono le due nazioni che si stanno disputando la preminenza regionale nell’area oltre che essere radicalmente divise dalla rivalità religiosa: l’Iran sciita e l’Arabia sunnita. Da oltre un anno è in vigore una tregua che ora, però, potrebbe venire interrotta dagli sviluppi che si stanno determinando in seguito ai fatti del 7 ottobre e alla conseguente reazione israeliana a Gaza. Una tregua cui si è arrivati, nel 2022, dopo oltre otto anni di guerra civile nella quale a un certo punto, era il marzo 2015, si è inserita l’Arabia, che avviò una campagna terrificante di bombardamenti che provocarono la morte di migliaia di inermi cittadini. I sauditi erano intervenuti a supporto del governo sunnita di San’a’, capitale peraltro occupata dagli Houthi sin dal 2015, finanziati e armati da Teheran.

Ma chi sono, esattamente, gli Houthi? Sono un gruppo sciita (del ramo zaydita, per essere precisi, ma non è questa la sede per approfondire oltre) insediato sulle montagne delle Yemen nord-occidentale da sempre in contrasto con la maggioranza sunnita; in seguito ai sommovimenti determinati dalle primavere arabe del 2011 gli Houthi riuscirono a conquistare terreno a sud sino, come detto, alla capitale e poi ancora sino alle rive dell’oceano Indiano con l’obiettivo evidente – non raggiunto – di arrivare a controllare lo strategico porto di Aden all’imbocco del Mar Rosso.

L’alleanza siglata con i correligionari sciiti di Teheran se da un lato ne ha rafforzato il potenziale militare dall’altro non poteva non allarmare Riad che infatti, come detto, intervenne.  Ma senza ottenere, nonostante il costosissimo intervento militare attuato, una vittoria chiara e rapida. Anzi. La guerra si trascinò per anni aggravando la disperata condizione degli yemeniti, assaliti da bombe, carestie, epidemie che hanno ucciso fra l’altro moltissimi bambini innocenti. I ribelli Houthi, infatti, riuscirono non solo a resistere ma pure a colpire l’Arabia sul suo territorio come accadde nel 2019 a due impianti petroliferi di primaria importanza. Teheran in questi anni ha vieppiù rifornito gli Houthi di droni, missili balistici, missili da crociera. E ora, evidentemente, ha chiesto loro di sostenere la causa di Hamas attaccando le navi della Stella di David ma non solo. Anche quelle commerciali dell’occidente. La “guerra mondiale a pezzi” si allarga.

La cultura politica del Centro agli antipodi della partitocrazia dei capi

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay
Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

La cultura politica del Centro agli antipodi della partitocrazia dei capi

 

Se c’è un luogo dove la deriva antipolitica, come quella dei partiti personali e del capo, non può avere alcuna cittadinanza è proprio quello che declina una politica di centro”.

 

Giorgio Merlo

 

Storicamente il Centro nel nostro paese è stato rappresentato da partiti e movimenti fortemente democratici, con una marcata e visibile cultura politica, una classe dirigente autorevole e qualificata e un progetto politico autenticamente riformista e di governo. Ma, per fermarsi ad un solo aspetto di questo rapido elenco, il Centro è anche credibile se il partito o il luogo politico che lo interpreta è schiettamente democratico e trasparente. Detto in altri termini, c’è una sostanziale incompatibilità tra un Centro democratico, di governo, plurale, riformista e dinamico e l’esperienza dei partiti personali e del capo. Perché un partito che raccoglie l’eredità di un progetto politico e culturale di straordinaria importanza per la storia democratica del nostro paese non può essere guidato e governato da un partito che affida al solo capo la soluzione miracolistica di tutti i nodi politici.

Ci sono delle costanti nella politica italiana che non possono essere sacrificate sull’altare di nessuna pseudo-modernità. E la cultura politica di centro e il progetto politico di un centro riformista e di governo declinato durante l’intera prima repubblica dalla Democrazia cristiana e poi da partiti che hanno cercato di ricondurre la propria azione ai principi e ai valori che hanno, comunque sia, caratterizzato storicamente l’esperienza della Dc, non può essere a maggior ragione gestito attraverso il criterio della fedeltà al capo e ad un modello puramente personalistico.

Ecco perchè, se c’è un luogo dove la deriva antipolitica, falsamente modernista e vagamente autoritaria come quella dei partiti personali e del capo non può avere alcuna cittadinanza è proprio quello che declina una “politica di centro”. Perché, al di là di ogni propaganda o tentazione nostalgica, si tratta di un luogo che esiste in quanto produce politica e progettualità poltica. Un luogo quasi statutariamente plurale che contempla al suo interno la presenza attiva e feconda di più culture politiche e che, di conseguenza, invoca ed esige quella che comunemente viene definita come una leadership politica diffusa. Cioè, appunto, l’esatto contrario della ‘democrazia dell’applauso’ e della radicale identificazione tra il capo e i suoi supporter e tifosi.

Inoltre, un luogo che deve saper recuperare sino in fondo la progettualità politica e la dimensione democratica e collegiale del partito. E, anche su questo versante, l’esatto contrario dei partiti personali e del capo. E le prossime elezioni europee possono segnare l’avvio di questa scommessa politica. Purchè il progetto di un nuovo e qualificato Centro sappia recuperare sino in fondo quei tasselli democratici e costituzionali che hanno caratterizzato le migliori stagioni della politica italiana. E, ancora una volta, su questo versante sarà decisivo l’apporto della cultura, dei valori, della prassi e della concreta esperienza del cattolicesimo popolare e sociale. Convinti, come siamo, che solo attraverso una nuova etica politica e una rinnovata cultura democratica sarà possibile riscoprire e rilanciare una vera e credibile ‘politica di centro’.

Delta del Gange e Piana pontina: terre lontane sotto un’unico allarme.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Se doveste mettere un termometro climatico per rilevare la febbre più ardente del pianeta scegliete il sito tra India e Bangladesh dove sorge la più grande foresta di mangrovie del pianeta! A proposito di mangrovie è stata una sorpresa apprendere la loro funzione di assorbimento di CO2 e di barriera naturale contro l’erosione!

Dove le acque del Gange sfociano nel golfo del Bengala è evidente il disastro incombente se non si corre ai ripari. Lo strazio che sta subendo un sistema così delicato che ospita 5 milioni di abitanti a soli 100 Km da una delle più grandi megalopoli al mondo, Calcutta. Non sono mancati gli scettici di turno: è un caso eccezionale! Subito zittiti da episodi analoghi in pieno Pacifico dove nello stato polinesiano, il Tuvalu tra le isole Hawaii e l’Australia, parte delle isole sono state già sommerse dall’innalzamento del livello del mare a causa del massiccio scioglimento dei ghiacciai a partire dagli anni 90.

Un risultato storico di grande rilievo è stato raggiunto con la pronuncia del Cop 28, la recente assise dell’Onu che ha decretato la fine dell’energia dai fossili i più inquinanti entro gli anni ‘50 E proprio agli anni ‘90 che risalgono i primi rilievi e le grida dall’arme lanciate. Per quanto riguarda il nostro territorio pontino, valgono gli avvertimenti da parte di un suo appassionato figlio, per giunta geologo, Nello Ialongo. Tant’è vero che su suo impulso un primo gruppo di amici – oltre me, amico fraterno dall’età di 18 anni, anche Massimo Di Marco, Rocco Flora, Ennio Zaottini e Giacomo Curatolo, consulente giuridico – ritenemmo di aggiornare la ricca documentazione di Nello sull’argomento.

La perdita di Nello prima ci ha lasciato sgomenti poi il gruppetto unanime, come investito da una missione, ha optato per la nascita del centro studi “Nello Ialongo”, raccogliendo così il suo testimone. Con la ferma intenzione di essere stimolo e sostegno verso l’associazionismo e tutti gli enti pubblici interessati, per dare autorevolezza all’associazione abbiamo ritenuto necessario investire del compito di Presidente del Centro studi un’autorità già conosciuta e di grande autorevolezza il già Prefetto di Latina, Giuseppe Procaccini, che con passione ha coinvolto altre personalità di rilievo, dal già prefetto di Latina Antonio Reppucci a tecnici di grande esperienza in campo tecnico-scientifico da Fabrizio Ricci Cappucci. Dulcis in primis da Alba moglie di Nello come Presidente onoraria. Già il primo convegno tenutosi il 25 novembre dello scorso anno con il convinto apporto delle autorità locali, dal Sindaco Mosca al Presidente del Parco nazionale del Circeo, Giuseppe Marzano, è servito alla messa a punto della situazione di emergenza da cui ripartire in maniera unitaria senza le separatezze del passato.

Lavoro agile, nel Pubblico Impiego occorrono fondi per la sostituzione dei docenti.

Come già considerato in un precedente articolo la Direttiva del 29/12/2023 del Ministro per la Pubblica Amministrazione Sen. Paolo Zangrillo intende aprire uno spiraglio per i pubblici dipendenti che richiedano di svolgere il lavoro in modalità agile con documentati motivi. Ciò allo scopo di evitare una disparità di trattamento con i lavoratori del comparto privato ai quali la legge di bilancio 2024 consente la proroga dello smart working fino al 31 marzo 2024.

Al fine di superare questa diversità di considerazione normativa la citata Direttiva così si esprime: … “allo scopo di sensibilizzare la Dirigenza delle Amministrazioni Pubbliche ad un utilizzo orientato alla salvaguardia dei soggetti più esposti a situazioni a rischio per la salute, degli strumenti di flessibilità che la disciplina di settore – ivi inclusa quella negoziale – già consente, si ritiene necessario evidenziare la necessità di garantire, ai lavoratori che documentino gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili situazioni di salute personali e familiari, di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile, anche derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza. Nell’ambito dell’organizzazione di ciascuna amministrazione sarà, pertanto, il dirigente responsabile a individuare le misure organizzative che si rendono necessarie, attraverso specifiche previsioni nell’ambito degli accordi individuali, che vadano nel senso sopra indicato”.

Nella P.A. la modalità di svolgimento agile (leggasi smart working) non comporta di norma oneri per lo Stato: si pone tuttavia il problema nel comparto scuola, poiché il docente impiegato nel lavoro agile deve essere sostituito con la nomina di un supplente nella sua sede di servizio.

La Direttiva detta indicazioni generali indirizzate ai Dirigenti degli uffici decentrati della P.A. ma evidentemente non considera la specifica fattispecie dell’ambiente di lavoro scolastico. Se – giustificato da motivi ‘gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili di salute personali e familiari”… anche “derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza “- il lavoro agile è “un utilizzo orientato alla salvaguardia dei soggetti più esposti a situazioni di rischio per la salute” esso si configura come forma di tutela che assume i connotati del diritto soggettivo.

Affinchè la Direttiva possa essere applicata al personale docente della scuola è necessario che essa venga integrata con una specifica previsione di copertura finanziaria, destinata al pagamento dei supplenti.

Altrimenti essa rischia paradossalmente di diventare una fonte di disparità di trattamento nel pubblico impiego: più esattamente una disparità che si somma a quella tra pubblico e privato.

Per i diretti interessati – i dipendenti pubblici ‘fragili’-  ma anche per i dirigenti scolastici che da un lato devono tener conto della necessità di tutelare i propri dipendenti ma dall’altra possono farlo solo se esiste una specifica copertura finanziaria che glielo consenta.

Sarebbe utile colmare questo vulnus potenziale, per evitare contenziosi facilmente intuibili.

La lezione spirituale e politica del terziario domenicano Giorgio La Pira

 

La caratteristica del contributo dei cattolici alla rinascita della democrazia in Italia è emblematicamete rappresentata dalla vicenda politica di Giorgio La Pira, il quale ha espresso le tre linee fondamentali del contributo cattolico: centralità della persona; pluralismo politico e sociale e affidamento allo stato di un ruolo fondamentale nel superare le diseguaglianze sociali. Sono le tematiche, appunto, destinate a riassumere una lunga tradizione di pensiero politico che da Rosmini fino a Sturzo hanno trovato un punto di sintesi nei grandi messaggi degli anni di guerra di Pio XII, forieri degli sviluppi successivi anche in termini politici.

Queste linee di pensiero in qualche modo sono state recepite dalla Costituzione Repubblicana. Ad essa La Pira diede un contributo basilare con l’emergenza del valore della politica. La prima dimensione della sua esperienza politica è collegata al rapporto profondo tra valori politica e storia, con un altrettanto forte richiamo alla radice religiosa della politica, alla sua finalizzazione del bene dell’uomo nella sua totalità, intesa anche come contemplazione e preghiera. Nell’insieme realizzano l’uomo nella sua più profonda dimensione. Ora, quando parla di “architettura dello stato democratico”, La Pira non intende uno stato  clericale, bensì che i valori evangelici sono di per se stessi il fondamento di una compiuta democrazia al servizio della persona.

Va comunque detto che tali valori religiosi non devono essere appariscenti, ma implicitamente concreti nell’azione politica, perché è il cristiano che deve  renderli espliciti con la sua azione e il suo esempio. Quanta attualità di fronte a queste parole ci sovviene, specie quando la politica oggi sembra avvolgersi su se stessa di fronte alle sfide etiche, mentre i bisogni degli uomini restano esclusivamente “umani”, pur non restando esclusivamente materialisti. Secondo La Pira i veri materialisti sono i cristiani stessi che non  diffidano della materia e non hanno timore del corpo; e prestano invece a ciò la dovuta attenzione, perché del resto, come ricorda il Vangelo, ”dar da mangiare agli affamati” non significa appiattire l’uomo sul bisogno fisiologico dell’alimentazione, bensì compiere una atto di misericordia spirituale. In effetti, lo Spirito Santo passa anche attraverso i bisogni umani da soddisfare!

La Pira ricorda in una famosa lettera a Pio XII che il politico che si impegna su questo terreno realizza il livello più elevato della sua vocazione al servizio della persona e di Dio. Per questo motivo le istituzioni ritrovano nella sua concezione politica tutta la loro importanza, la passione per gettare le basi prima della Costituzione e poi nel suo servizio come sindaco di Firenze. Creare la “casa comune” non rientra per lui in un opera seppur egregia di ingegneria costituzionale, ma vuol dire creare le premesse perché la convivenza civile possa realizzarsi nel modo più efficace. Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, visto che offre alle relazioni umane regole sicure e condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono, all’interno della coscienza dell’uomo, le sue vere ragioni, capaci di renderlo persona unica, irripetibile e inviolabile.

Il bagaglio culturale di Giorgio La Pira evidenziava il carisma specifico dei Figli del Santo Padre Domenico, nel cui Ordine religioso entrò come  Terziario “donato”. Si tratta di una scelta che non consiste nella sequela di un santo, ma nella vivificazione di un ideale secondo il motto dell’Ordine “Contemplata aliis tradere”. Non deve apparire strano quindi il modo con cui egli seppe, con umile e disarmato atteggiamento, impensierire anche gli alti dignitari dell’allora gerarchia ecclesiastica e turbare le certezze dei grandi della terra.

La capacità profetica di La Pira non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento che è proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana. È lo Spirito Santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, essendo il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, ma il suo animo guardava sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza; ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta” con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine Domenicano.

La maturazione politica del futuro sindaco di Firenze, si evince anche dailla corrispondenza epistolare tra lui, don Primo Mazzolari e mons.Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, oggi agli onori degli altari.

Il trait d’union è il problema della pace che tutti e tre cercano come metodologia, quasi grammatica – mi sia consentito dire. Essi avevano già presente il problema della pace in modo “scientifico”, quasi da profeti.

Emmanuel Mounier (1905/1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini da promuovere attraverso una coscienza dell’interesse comune. Tale coscienza, che laicamente definiamo in Scienza Politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona, la quale poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità. È ciò che invera le matrici del pensiero lapiriano e la rivoluzione che negli anni ’30 rappresentò il personalismo.

In effetti il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in una operatività rinnovata del cristianesimo, lontano dal clericalismo ottocentesco, ma anche antitetico all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare. A La Pira del personalismo mouneriano interessava l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese, che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un’alternativa al valore antipersona del capitalismo consumistico, essendo vincolato a un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.

La libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono “freedom”, indicando la libera esperienza morale. La dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle virtù come equilibrio tea indole ed atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, così da realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.

La volontarietà che implica sempre l’assenza dell’ignoranza, manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”,perchè attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni. Il personalismo di Mounier che La Pira incontra negli anni ’40, scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.

La Pira coglie allora nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo,ma soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesi. Dunque, avanza in questo modo l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.

In questo senso l’attualità di La Pira rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare – ma al tempo stesso superandola – la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo, senza cedere alla suggestione collettivistica.  E questo sforzo ha condotto, proprio nella costituzione italiana, al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, ma unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo, perché uno stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.

Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto; essa piuttosto fa parte organicamente della comunità internazionale che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie.

In sostanza l’attualità dell’opera di La Pira emerge nella costruzione della pace, per cui il naturale referente non è neanche più lo stato, ma il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile. Soltanto grazie all’incontro tra “civilitas” e “civitas” si potrà pervenire ad un mondo di giustizia e di pace, e quindi a nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini. Per costruire la pace bisogna operare tanto sul piano della formazione delle coscienze, quanto su quello delle istituzioni in cui la politica si svolge, ovvero nella pratica della giustizia nata dalla fraternità.

È su questo crinale che il ricordo di La Pira si rivolge anche ai giovani del nostro non facile tempo, perchè la lezione che se ricava ruota intorno al problema assai sentito, dopo le emergenze planetarie recentemente vissute, di come annunciare il Vangelo nelle coordinate della storia in cui il Signore ci ha fatto vivere.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente Istituto Emmanuel Mounier – Italia

Nel 2023 sono stati almeno 20 i missionari uccisi nel mondo

Foto di Anonymous Traveller da Pixabay
Foto di Anonymous Traveller da Pixabay

“Nell’anno che si conclude, i missionari, le operatrici e gli operatori pastorali cattolici uccisi sono stati almeno venti. E anche alla fine di quest’anno (il testo è uscito il 30 dicembre scorso, ndr), come ogni anno, l’Agenzia Fides fa memoria di loro”. “Un atto consueto, ripetuto ogni volta con stupore e gratitudine. Non per dovere d’ufficio, non per abitudine. Perché le storie accennate anche quest’anno nel dossier curato da Stefano Lodigiani non danno mai ‘assuefazione’. A esse non ci si abitua”.

Lo scrive Gianni Valente, direttore dell’Agenzia Fides, a commento del Dossier sui Missionari Uccisi nell’anno 2023. “Molti di loro – prosegue Valente – sono stati ammazzati in luoghi e situazioni segnati da conflitti. Sono stati uccisi da soldati di eserciti regolari, da miliziani di bande armate fuori controllo, da gruppi di terroristi, da sbandati con il mitra.  Nelle propaggini disperse di guerre oscurate. Nelle metastasi disseminate in tutto il mondo dal cancro della Guerra mondiale ormai non più “a pezzi” che dissangua la vita di popoli interi, come ripete con ostinazione il magistero di Papa Francesco”.

Il direttore di Fides propone qualche storia. Quella di don Isaac Achi, ucciso dalle fiamme durante l’assalto di un gruppo armato alla sua parrocchia, in Nigeria; o quelle della 18enne Janine Arenas e del 24enne Junrey Barbante, studenti filippini coinvolti nelle attività della Cappellania universitaria della Mindanao State University, uccisa da una bomba fatta esplodere nella palestra dell’Ateneo, dove si stava celebrando una messa.

“La nuova guerra mondiale in atto esige il sangue dei poveri, reclama il sacrificio umano di moltitudini di innocenti”, scrive Valente. “E le povere vite spezzate dei venti operatori e operatrici pastorali uccisi nel 2023 incrociano il destino del mondo. Hanno a che fare con la possibilità di salvezza o di dannazione che si affacciano all’orizzonte di tutti. Il loro sangue si mescola al dolore muto e rimosso delle innumerevoli vittime sacrificali nei nuovi mattatoi della storia”.

Agli italiani, il discorso di fine anno di Sergio Mattarella

Care concittadine e cari concittadini,

questa sera ci stiamo preparando a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti. Naturalmente, non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo. Sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità. Avvertiamo angoscia per la violenza cui, sovente, assistiamo: tra gli Stati, nella società, nelle strade, nelle scene di vita quotidiana.

La violenza. Anzitutto, la violenza delle guerre . Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate. Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla. L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti (qui le parole più citate nel discorso).

La guerra – ogni guerra – genera odio. E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti. La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza. E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia. Rifiutando il progresso della civiltà umana. Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre. Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto. Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta. E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo. Macerie, non solo fisiche. Che pesano sul nostro presente. E graveranno sul futuro delle nuove generazioni. Di fronte alle quali si presentano oggi, e nel loro possibile avvenire, brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia.
La guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni. Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano.

È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace. Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità. Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti. Ma impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro. Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole. Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone.

Per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi. Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera. Dipende, anche, da ciascuno di noi. Pace, nel senso di vivere bene insieme. Rispettandosi, riconoscendo le ragioni dell’altro. Consapevoli che la libertà degli altri completa la nostra libertà. Vediamo, e incontriamo, la violenza anche nella vita quotidiana. Anche nel nostro Paese. Quando prevale la ricerca, il culto della conflittualità. Piuttosto che il valore di quanto vi è in comune; sviluppando confronto e dialogo.

La violenza. Penso a quella più odiosa sulle donne. Vorrei rivolgermi ai più giovani. Cari ragazzi, ve lo dico con parole semplici: l’amore non è egoismo, possesso, dominio, malinteso orgoglio. L’amore – quello vero – è ben più che rispetto: è dono, gratuità, sensibilità. Penso alla violenza verbale e alle espressioni di denigrazione e di odio che si presentano, sovente, nella rete. Penso alla violenza che qualche gruppo di giovani sembra coltivare, talvolta come espressione di rabbia. Penso al risentimento che cresce nelle periferie. Frutto, spesso, dell’indifferenza; e del senso di abbandono. Penso alla pessima tendenza di identificare avversari o addirittura nemici. Verso i quali praticare forme di aggressività. Anche attraverso le accuse più gravi e infondate. Spesso, travolgendo il confine che separa il vero dal falso. Queste modalità aggravano la difficoltà di occuparsi efficacemente dei problemi e delle emergenze che, cittadini e famiglie, devono affrontare, giorno per giorno.

Il lavoro che manca. Pur in presenza di un significativo aumento dell’occupazione. Quello sottopagato. Quello, sovente, non in linea con le proprie aspettative e con gli studi seguiti. Il lavoro, a condizioni inique, e di scarsa sicurezza. Con tante, inammissibili, vittime. Le immani, differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio. Le difficoltà che si incontrano nel diritto alle cure sanitarie per tutti. Con liste d’attesa per visite ed esami, in tempi inaccettabilmente lunghi.

La sicurezza della convivenza. Che lo Stato deve garantire. Anche contro il rischio di diffusione delle armi. Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere; e di cui non condividono andamento e comportamenti. Un disorientamento che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa. Incapace di unirsi nel nome di uno sviluppo globale. In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle loro speranze. Della loro capacità di cogliere il nuovo. Dipende da tutti noi far prevalere, sui motivi di allarme, le opportunità di progresso scientifico, di conoscenza, di dimensione umana.

Quando la nostra Costituzione parla di diritti, usa il verbo «riconoscere». Significa che i diritti umani sono nati prima dello Stato. Ma, anche, che una democrazia si nutre, prima di tutto, della capacità di ascoltare. Occorre coraggio per ascoltare. E vedere – senza filtri – situazioni spesso ignorate; che ci pongono di fronte a una realtà a volte difficile da accettare e affrontare. Come quella di tante persone che vivono una condizione di estrema vulnerabilità e fragilità; rimasti isolati. In una società pervasa da quella «cultura dello scarto», così efficacemente definita da Papa Francesco. Cui rivolgo un saluto e gli auguri più grandi. E che ringrazio per il suo instancabile Magistero.

Affermare i diritti significa ascoltare gli anziani. Preoccupati di pesare sulle loro famiglie; mentre il sistema assistenziale fatica a dar loro aiuto. Si ha sempre bisogno della saggezza e dell’esperienza. E di manifestare rispetto e riconoscenza per le generazioni precedenti. Che, con il lavoro e l’impegno, hanno contribuito alla crescita dell’Italia. Affermare i diritti significa prestare attenzione alle esigenze degli studenti, che vanno aiutati a realizzarsi. Il cui diritto allo studio incontra, nei fatti, ostacoli. A cominciare dai costi di alloggio nelle grandi città universitarie; improponibili per la maggior parte delle famiglie. Significa rendere effettiva la parità tra donne e uomini: nella società, nel lavoro, nel carico delle responsabilità familiari. Significa non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti.

Ma ascoltare significa, anche, saper leggere la direzione e la rapidità dei mutamenti che stiamo vivendo. Mutamenti che possono recare effetti positivi sulle nostre vite. La tecnologia ha sempre cambiato gli assetti economici e sociali. Adesso, con l’intelligenza artificiale che si autoalimenta, sta generando un progresso inarrestabile. Destinato a modificare profondamente le nostre abitudini professionali, sociali, relazionali.. Ci troviamo nel mezzo di quello che verrà ricordato come il grande balzo storico dell’inizio del terzo millennio. Dobbiamo fare in modo che la rivoluzione che stiamo vivendo resti umana. Cioè, iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede, nella persona – e nella sua dignità – il pilastro irrinunziabile.

Viviamo, quindi, un passaggio epocale. Possiamo dare tutti qualcosa alla nostra Italia. Qualcosa di importante. Con i nostri valori. Con la solidarietà di cui siamo capaci. Con la partecipazione attiva alla vita civile. A partire dall’esercizio del diritto di voto. Per definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social. Perché la democrazia è fatta di esercizio di libertà. Libertà che, quanti esercitano pubbliche funzioni – a tutti i livelli -, sono chiamati a garantire. Libertà indipendente da abusivi controlli di chi, gestori di intelligenza artificiale o di potere, possa pretendere di orientare il pubblico sentimento.

Non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione. O dall’indifferenza. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi per timore che le impetuose novità che abbiamo davanti portino soltanto pericoli. Prima che un dovere, partecipare alla vita e alle scelte della comunità è un diritto di libertà. Anche un diritto al futuro. Alla costruzione del futuro. Partecipare significa farsi carico della propria comunità. Ciascuno per la sua parte.

Significa contribuire, anche fiscalmente. L’evasione riduce, in grande misura, le risorse per la comune sicurezza sociale. E ritarda la rimozione del debito pubblico; che ostacola il nostro sviluppo. Contribuire alla vita e al progresso della Repubblica, della Patria, non può che suscitare orgoglio negli italiani. Ascoltare, quindi; partecipare; cercare, con determinazione e pazienza, quel che unisce. Perché la forza della Repubblica è la sua unità. L’unità non come risultato di un potere che si impone. L’unità della Repubblica è un modo di essere. Di intendere la comunità nazionale. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace. I valori che la Costituzione pone a base della nostra convivenza. E che appartengono all’identità stessa dell’Italia.

Questi valori – nel corso dell’anno che si conclude – li ho visti testimoniati da tanti nostri concittadini. Li ho incontrati nella composta pietà della gente di Cutro. Li ho riconosciuti nella operosa solidarietà dei ragazzi di tutta Italia che, sui luoghi devastati dall’alluvione, spalavano il fango; e cantavano ‘Romagna mia’. Li ho letti negli occhi e nei sorrisi, dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut. Promossa da un gruppo di sognatori. Che cambiano la realtà. O di quelli che lo fanno a Casal di Principe. Laddove i beni confiscati alla camorra sono diventati strumenti di riscatto civile, di impresa sociale, di diffusione della cultura. Tenendo viva la lezione di legalità di don Diana. Nel radunarsi spontaneo di tante ragazze, dopo i terribili episodi di brutalità sulle donne. Con l’intento di dire basta alla violenza. E di ribellarsi a una mentalità di sopraffazione.

Li vedo nell’impegno e nella determinazione di donne e uomini in divisa. Che operano per la nostra sicurezza. In Italia, e all’estero. Nella passione civile di persone che, lontano dai riflettori della notorietà, lavorano per dare speranza e dignità a chi è in carcere. O di chi ha lasciato il proprio lavoro – come è avvenuto – per dedicarsi a bambini, ragazzi e mamme in gravi difficoltà.

A tutti loro esprimo la riconoscenza della Repubblica. Perché le loro storie raccontano già il nostro futuro. Ci dicono che uniti siamo forti. Buon anno a tutti!

Roma, città della speranza nelle parole del Papa.

(AgenSIR-Dom. 31 dic. 2023) – “Il cristiano, come Maria, è un pellegrino di speranza”. Lo ha ribadito il Papa, nell’omelia del tradizionale “Te Deum” di fine anno, nella basilica di San Pietro. “E proprio questo sarà il tema del Giubileo del 2025: ‘Pellegrini di speranza’”, ha ricordato Francesco, che ha lanciato un interrogativo esigente: “Roma si sta preparando a diventare nell’Anno Santo città della speranza?”.

“Tutti sappiamo che da tempo è in atto l’organizzazione del Giubileo”, ha argomentato Francesco: “Ma comprendiamo bene che, nella prospettiva che qui assumiamo, non si tratta principalmente di questo; si tratta piuttosto della testimonianza della comunità ecclesiale e civile; testimonianza che, più che negli eventi, consiste nello stile di vita, nella qualità etica e spirituale della convivenza”. “Stiamo operando, ciascuno nel proprio ambito, affinché questa città sia segno di speranza per chi vi abita e per quanti la visitano?”, la domanda rivolta ai cittadini della Capitale.

“Entrare in Piazza San Pietro e vedere che, nell’abbraccio del Colonnato, si muovono liberamente e serenamente persone di ogni nazionalità, cultura e religione, è un’esperienza che infonde speranza”, ha argomentato il Papa: “ma è importante che essa sia confermata da una buona accoglienza nella visita alla Basilica, come pure nei servizi di informazione”. “Il fascino del centro storico di Roma è perenne e universale – l’altro esempio citato da Francesco – ma bisogna che possano goderlo anche le persone anziane o con qualche disabilità motoria; e occorre che alla ‘grande bellezza’ corrispondano il semplice decoro e la normale funzionalità nei luoghi e nelle situazioni della vita ordinaria, nella vita feriale. Perché una città più vivibile per i suoi cittadini è anche più accogliente per tutti”.

Quando Bodrato interloquiva con Ceccanti e Tonini sul futuro del centro-sinistra…

 

Intervento

di Guido Bodrato

 

Nell’articolo che Europa ha pubblicato il 13 settembre, Stefano Ceccanti riprende le riflessioni che Giorgio Tonini ha usato per replicare a Pier Luigi Castagnetti, al fine di giustificare l’approdo del partito democratico (ed in particolar modo dei cattolici democratici) al partito del socialismo europeo.

Dirò subito che non ho obiezioni all’invito a non trasformare in una «guerra di trincea» il dialogo sul rapporto tra spiritualità, etica e politica; e non contesto l’affermazione che si possa «stare da cristiani nella maggior parte dei partiti socialisti europei».

Questo è l’argomento che Ceccanti sviluppa soprattutto con riferimento al socialismo francese e spagnolo, ed a questa riflessione (che per molti aspetti condivido) desidero fare riferimento, considerandola intrecciata all’altra «sul ruolo politico della religione », sul ruolo politico di un cristianesimo che in Italia nella fase risorgimentale ed unitaria ha avuto a che fare sia con i socialisti come con i liberali, e poi con il bolscevismo e con il fascismo, ed infine con una sinistra dominata dal partito comunista, prima che le ideologie dovessero fare i conti con la secolarizzazione e con la dissoluzione dell’Unione sovietica.

È con riferimento al divenire della storia ed alle sue contraddizioni che si parla, quando si parla di popolarismo e di democrazia cristiana, di un partito «storicamente determinato» che ha dovuto confrontarsi con il clerico-moderatismo (e con il clerico-fascismo) prima che con la possibilità per i cristiani di aderire a partiti di destra o di sinistra, spesso in contrasto con le direttive della Chiesa (penso alla sinistra cristiana), qualche volta assecondandole. Cosa sia stata la Dc, in questo contesto storico, e perché si sia dissolta, è questione che sembra accantonata anche da autorevoli democristiani, soprattutto perché la semplice evocazione del fantasma democristiano (di una politica che oggi – non potendo caratterizzarsi come diga anticomunista – non può appellarsi alla maggioranza silenziosa) getta nel panico i sacerdoti del bipolarismo ma anche chi, tra i post-democristiani, interpreta la politica solo in funzione della conquista del potere.

Se di questo dovessimo discutere, potrei ricordare a Ceccanti che quando Donat Cattin si è incontrato a Roma con Peces-Barba, esponente del cattolicesimo socialista francese, la sinistra sociale della Dc stava dibattendo con Livio Labor sul progetto di una “nuova sinistra” che avrebbe

dovuto interpretare il movimento di contestazione giovanile ed operaia, che era in competizione con la Dc ma anche con il Pci. È noto come quel progetto, che coinvolgeva anche il socialista Lombardi, si sia concluso e come nel ’72 sia fallita la prova elettorale del Mpl, mentre il terrorismo cercava di conquistare la guida del “movimento” per dare una spallata al sistema capitalista ed al regime democristiano.

Non si tratta quindi di discutere solo di cultura politica, ma soprattutto di concrete scelte politiche. Delle scelte fatte possiamo pentirci (lo hanno fatto, con riferimento all’invasione sovietica dell’Ungheria del ’56, Napolitano e Ingrao), ma non possiamo censurare o manipolare la storia in funzione dell’immediato interesse politico, raccontando del socialismo solo ciò che può coniugarsi con il nuovo riformismo. Ora, se intendiamo occuparci della storia che abbiamo vissuto, è impossibile non riconoscere che la rinascita della democrazia europea, dopo la fine del nazifascismo, è stata caratterizzata in Europa soprattutto dalla presenza dei partiti democristiani, che si ispiravano al personalismo comunitario e che, forse anche per il fatto che i cattolici italiani erano stati ai margini della costruzione dello stato nazionale (fino al punto che una parte dei “democristiani” che poi confluiranno nel partito popolare di Sturzo, partecipa alla guerra del ‘15/18 nella convinzione che si tratta dell’ultima occasione «per riconciliarsi con il Risorgimento»), erano più aperti dei liberali e dei socialisti al progetto del federalismo europeo.

Mentre in Italia dopo la liberazione il compromesso costituzionale ha solide radici nel pensiero e nell’azione della Dc, nei paesi della Comunità europea saranno i democristiani a costruire il welfare, spesso (in Italia come in Francia) contro una sinistra (comunista) che rifiutava un riformismo che rappresentava la subalternità della classe operaia al capitalismo. In realtà cosa abbia significato a metà ‘900 il riferimento alla “democrazia cristiana” lo ha testimoniato Strafford Cripps, autorevole esponente del partito laburista e uomo di governo del “dopo Churcill”, che nel ’44 ha dato alle stampe un libro che propone di discutere dei problemi della democrazia, della sua crisi etica e del suo futuro, e conclude questa analisi affermando che «siamo tutti interessati all’attività che dovrà essere svolta dalle Chiese in genere, nel guidare il nostro paese e il mondo lungo la strada del progresso cristiano», e dedicando i capitoli conclusivi alle scelte necessarie per camminare «verso una democrazia cristiana».

C’è dunque una radice cristiana nel laburismo, che tuttavia se è coerentemente sviluppata porta oltre il socialismo.

Pochi anni dopo sarà Emmanuel Mounier, che non è mai stato democristiano ed è considerato affine alla famiglia socialista, ad introdurre un libro sul personalismo annotando che nella Francia di quel tempo i partiti democristiani (che pure temeva non sapessero resistere alle

pressioni clericali) «se non ci fossero stati avremmo dovuto inventarli » poiché hanno saputo dare una speranza ad un popolo dominato dalla paura. Per la prima volta si è parlato di “terza via” (oltre il capitalismo ed oltre il collettivismo marxista) con riferimento ai partiti democristiani ed al loro keynesismo.

All’inizio anche Jacques Delors era un democristiano, cioè era un militante della corrente di sinistra del Mrp, del partito di centro che si dissolverà quando De Gaulle conquista Parigi per evitare che la città sia conquistata dalla destra estrema che non vuole abbandonare l’Algeria…Ma quando una parte dei socialisti penserà di candidare Delors alla presidenza della Repubblica, in alternativa a Jospin, il più autorevole quotidiano francese, il conservatore Le Figarò, contrasterà questa possibilità con un titolo ironico: «Delors, un mendesist demochretien», per ricordare che questo straordinario europeista era stato, con Mendes France, contrario al regime gollista. Ed il partito socialista liquiderà la candidatura del democristiano Delors alla presidenza dell’Eliseo.

Il fatto che anche i partiti democristiani siano “storicamente determinati” (e condizionati dai mutamenti della storia) riguarda anche gli altri partiti. Lo ha scritto molto bene Massimo Salvatori su Repubblica a proposito del socialismo, dei massimalisti e dei riformisti. E questo fatto spiega perché, se è possibile ragionare con i “se”, in Gran Bretagna voterei per i laburisti, mentre il libertario Rutelli (così lo ha definito Sciarelli) voterebbe per i liberali, ed in Francia quando regnava De Gaulle, probabilmente avrei seguito Delors nel partito socialista, ma oggi voterei per i centristi di Bayrou.

E spiega soprattutto perché insisto su una questione che ancora non ha trovato una convincente risposta: perché il partito democratico è considerato il naturale approdo – alla fine della contrastata traversata del deserto – di una sinistra che si è piegata per quasi mezzo secolo alla politica sovietica, mentre questo approdo è considerato una svolta, se non una rottura con il passato, quando è riferito ai democristiani.

E perché c’è anche su Europa chi demonizza i democristiani “irriducibili” che la destra ed i clerico-moderati consideravano “i catto comunisti”, poiché aderivano alla “strategia dell’attenzione” di Moro, mentre alla festa dell’Unità il dibattito tra D’Alema e Fini è sembrata una contesa tra chi è più europeista e più atlantico, cioè “più democristiano”.

Dovrebbe essere chiaro perché io sollevo qualche interrogativo sul Pd e critico le tendenze che dominano un processo che dovrebbe concludersi con la ratifica di ciò che la nomenclatura vuole imporre per garantirsi il futuro: non sui temi “eticamente sensibili” (che appartengono alla coscienza di ogni uomo) ma su ciò che caratterizza una politica democratica (e laica), cioè sull’assetto istituzionale, sulla qualità della democrazia, sulla cultura politica cui si fa riferimento, che è anche memoria del passato e speranza di futuro.

 

 

Controreplica

di Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini

 

Carissimo direttore, Guido Bodrato ci ha chiamati in causa ieri in modo quasi sempre convincente. Segnaliamo però tre questioni.

La prima è la ricostruzione del ruolo di Delors. Nelle memorie di quest’ultimo si dimostra che fu egli stesso a rifiutare la candidatura presidenziale nel 1995 perché in grado di vincere, ma senza una coerente maggioranza parlamentare che per essere tale, a suo avviso, avrebbe dovuto comprendere socialisti e Udf. Delors ricorda peraltro che nel 1962 si schierò per il sì al referendum sull’elezione diretta del presidente, ritenendo ormai fallito il sistema precedente ed essendo quella l’unica alternativa possibile.

La seconda questione è legata all’analisi di Delors sulla maggioranza. Bodrato al primo turno del 2007 vorrebbe votare Bayrou, che non ha chances per il ballottaggio. Al secondo turno Bodrato ritiene auspicabile che si arrivi a un accordo con Ségolène Royal anziché con Sarkozy o a un non schieramento infecondo? Da questo punto di vista la provvisoria dislocazione europea diversa di Ds e Margherita potrebbe aiutare.

Terza questione: Bodrato ha tutte le ragioni per sostenere che il Pd non può essere visto come una conferma per i Ds e una svolta per la Margherita. Tuttavia, questo rischia di essere anche un effetto non voluto del dibattito falsato sulla

collocazione europea. Gli eletti del Pd alla fine siederanno in un gruppo che comprenderà una gran parte di eletti dell’odierno Pse. Ciò non accadrà perché alcuni si devono omologare ad altri che già ci sono, ma perché avremo costruito tutti insieme un partito comparabile a quelli nazionali che aderiscono al Pse per quantità e per pluralismo di ispirazioni.

Un partito che in Italia nessuno oggi possiede, indipendentemente dalle sue appartenenze europee odierne.

 

 

Le note qui riportate furono pubblicate sul quotidiano della Margherita – “Europa” – nelle edizioni del 15 e 16 settembre del 2006. Il titolo usato qui non è quello originale attribuito all’intervento di Guido Bodrato. Il giornale, infatti, sceglieva di titolare il pezzo così: “Il socialismo è morto? Risposta a Ceccanti. Ieri Delors, oggi Bayrou”.

Schlein apre al Centro? La Fase 2 del Pd è un azzardo.

Dunque, scorrendo le pagine dei quotidiani che appoggiano la sinistra italiana, nello specifico il Pd, apprendiamo con stupore e con curiosità che sta per iniziare la “fase 2 della Schlein”. Non avendo ancora bene compreso in che cosa sia consistita la fase 1, si rende noto dalle colonne di Repubblica e della Stampa che adesso la segretaria del Pd punta a conquistare il Centro e i moderati. Apparentemente sembra una barzelletta – perché di questo si tratta, in sostanza – ma è appassionante il tentativo di alcuni organi di informazione di accreditare la leader di una sinistra radicale, massimalista, estremista e libertaria come la nuova paladina in grado di conquistare il voto moderato nel nostro paese e quindi, e di conseguenza, il cosiddetto Centro politico.

Ora, al di là della legittima e comprensibile ambizione del capo della sinistra radicale italiana di portare il consenso moderato e centrista sulle rive della sinistra stessa, diventa curioso capire attraverso quale messaggio politico si dovrebbe centrare questo obiettivo. E questo per almeno due motivi di fondo.

Il primo, sufficientemente chiaro che non merita neanche di essere particolarmente approfondito, è che sino ad oggi non è mai avvenuto nella storia democratica italiana che un partito dichiaratamente e smaccatamente di sinistra diventi il punto di riferimento, politico e elettorale, di chi si riconosce nel campo politico, sociale e culturale del Centro. Perché, a parte l’intera storia della prima repubblica caratterizzata dalla presenza della Democrazia cristiana che non era, come tutti sanno, un partito di sinistra, anche nella cosiddetta seconda repubblica il consenso riconducibile ad un elettorato centrista è sempre stato intercettato e rappresentato da partiti distinti, distanti se non addirittura alternativi alla sinistra. E la conferma arriva anche dalla concreta composizione delle due coalizioni che hanno visto il tradizionale centro-sinistra e il vecchio centro-destra confrontarsi sino a poco tempo fa. Due coalizioni che dopo l’avvento del populismo grillino da un lato e il destra-centro dall’altro hanno radicalmente mutato il contesto politico complessivo.

In secondo luogo, e anche su questo versante non è necessario un supplemento di riflessione, è addirittura grottesco pensare che l’attuale Pd abbia il profilo politico, culturale, valoriale ed ideale giusto e pertinente per ambire a rappresentare ciò che storicamente nel nostro paese viene definito come Centro. Solo con un atto di fede incrollabile o con la logica di una tifoseria senza confini si può immaginare di confondere la Schlein con il Centro e viceversa. Forse è giunto il momento che anche nella politica, e nelle tifoserie più incallite, prevalga un briciolo di onestà intellettuale. Detto in altri termini, chi vuole giustamente farsi carico di una nuova sinistra radicale e massimalista lo faccia sino in fondo. E chi fiancheggia e sostiene attraverso i media questo progetto politico, rende un miglior servizio al suo beniamino politico se non fa confusione o se non prende lucciole per lanterne. Perchè a volte si rende un peggior servizio al partito che si sostiene accreditando tesi che appaiono ridicole se non addirittura comiche agli stessi promotori.

Noi, il Te Deum e Bach

Un giorno solo di tutto un anno si invitano particolarmente gli uomini a ringraziare un Dio che non si attende forse nulla di speciale, convinto com’è che ogni giorno sarebbe quello buono per scambiarsi un po’ di sorrisi e qualche pensiero appena oltre i soliti convenevoli delle buone maniere. 

In genere si aspetta l’ultimo dell’anno per mettere a posto le cose, riordinare le carte dentro casa, armarsi di qualche buon proposito per andare oltre. Anche a Dio alcuni tra gli uomini concedono un’oretta di tempo facendo finta di dimenticare i risentimenti per le fatiche dell’anno appena trascorso e per le prove superate e quelle ancora in sospeso, convinti che sia tutta farina del suo sacco.

Si dice grazie così come si fanno gli auguri. Qualcosa ancor meno di un rito, un suono di parole che invece di sollevarti da terra ti inchiodano ad essa, perché un “tanto per dire” è quello che uccide la tua lingua che schiocca la morte ad ogni sillaba. 

Si entra in Chiesa, ci si raccomanda più al destino che a lui aggiungendo altre richieste oltre quelle ancora insoddisfatte e si va avanti così per chiudere in bellezza gli adempimenti della tradizione.

Malgrado le dimenticanze, qualcosa di buono questo Dio ha fatto. Basta meno di una mezz’ora per ritirarsi da qualche parte ma non per pregare un Rosario, che perde petali immediatamente secchi ad ogni parola pronunciata con ritmo tutto umano. 

Basterebbe un solo dito su di un tablet per dare avvio ad un po’ di musica. Un certo Bach un po’ di tempo fa ha composto la English Suite. Sommo com’era, di musica ne ha tirata fuori tanta, ma quella sua invenzione “inglese” è tra le perle certamente riuscite. 

Ora si esegue al pianoforte. Il tema della mano destra e rincorso dalla mano sinistra che replica aggiungendovi qualcosa, rilanciando la sfida di nuovo alla mano destra e così via. Le dita corrono e si rincorrono, sembrano intrecciarsi, non incespicano, per un verso si sfidano, passandosi continuamente il testimone in un discorso che fa spola convulsa tra terra e cielo.

È una preghiera continua di domande a Dio e di sue risposte, di altri umani interrogativi e di continui rilanci divini, di note che scavano verso l’impossibile per arrivare ad una verità che lascia senza respiro chi la intuisce e lasciano esausti, atterriti di gioia quando la si afferra. 

Parole in musica scandite con un ordine immisurabile che scavano un pentagramma di alfabeti fino a scomporlo all’esaurimento, riducendo in ridicolo l’immaginazione. 

Note che si inerpicano su una scala che sale verso Dio e vanno dentro all’animo suo per tornarci indietro con passaggi che invitano a provare un accosto che sembra non raggiungibile e che comunque ci appartiene. 

Dio ci ha dato anche la musica, un modo per sentire come Lui. Dovremmo dirgli grazie. Sono gli uomini a comporla ma è Lui che ce ne ha dato la capacità. 

Così mentre Bach ha obbedito alla sua attesa, scendono, inevitabili, lacrime meravigliose a detergere le dita del pianista ristorando il cuore smarrito per il troppo che arriva. 

Anche Dio piange compiaciuto per ciò che ascolta questa volta da un altro creatore e si commuove per il modo che l’uomo ha scelto per agguantarlo. 

Oggi è il Te Deum anche per questo dovremmo dirgli grazie, per una dote che qualcuno tra noi ha saputo sfruttare e di cui tutti possiamo godere. Una sorpresa anche per Lui quello che gli arriva dal basso e che lo prende in contropiede per l’audacia della intensità, con suoni che non gli danno tregua e lo costringono al colloquio ed a smascherarsi per quanto giusto.

Dio ci ha fatti grandi di miseria e di opportunità, di opportuna miseria e di straordinaria qualità. Oggi è il Te Deum. Non dimentichiamolo.

Brics, scatta l’allargamento ma senza l’Argentina.

I Brics, il coordinamento promosso da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa da domani, primo gennaio 2024, raddoppiano, passando da cinque a dieci Stati membri a pieno titolo, con l’ingresso di Egitto, Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia.

Si tratta del primo allargamento, deciso all’ultimo vertice Brics di Johannesburg lo scorso agosto, di questa associazione intercontinentale sui generis, se si esclude l’ingresso del Sudafrica avvenuto nel 2010, dopo appena un anno dalla sua costituzione. E un altro gruppo di Paesi potrebbe unirsi già nel 2024, fra le decine di quelli che hanno intenzione di aderirvi.

Tuttavia il processo di allargamento dei Brics subisce anche uno stop a sorpresa, con la rinuncia dell’Argentina che era il sesto Paese candidato a entrare adesso. Una decisione dovuta al cambiamento politico avvenuto nel Paese sudamericano con le presidenziali dello scorso autunno, che hanno portato al potere l’economista ultraconservatore Javier Milei. Sarà interessante vedere se questo deciso cambio di politica estera aiuterà il nuovo presidente argentino a superare la grave crisi economica del paese oppure se renderà tale compito più arduo. In ogni caso si tratta di una decisione che distingue l’Argentina dal vicino Brasile dove la permanenza nei Brics è stata condivisa da presidenti di diverso colore politico nel corso degli ultimi quindici anni.

Questo allargamento dei Brics presenta un altro grande motivo di interesse per un’area a noi vicina, il Mediterraneo e il Medio Oriente.

L’Egitto è il primo Paese mediterraneo formalmente membro dei Brics. Questo costituisce un motivo di riflessione per noi. I Brics sembrano capaci di costruire un coinvolgimento anche con altri Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, a partire dall’Algeria, pari, se non addirittura superiore a quello che è riuscita a compiere l’Unione Europea.

Se si esclude la travagliata Etiopia, Paese dalle enormi potenzialità, ma ancora insanguinata da diversi conflitti armati, gli altri quattro Stati che entrano ora nei Brics sono situati in una delle aree più calde del pianeta, tra Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati, Iran) e Nord Africa (Egitto), proprio mentre è in corso una guerra che da Gaza minaccia la stabilità in quella regione. Sotto questo profilo l’ingresso nei Brics dei suddetti quattro stati contribuisce a cambiare gli equilibri della regione, rafforzando da un lato la ricerca di una completa normalizzazione delle relazioni con Israele, ma nel contempo rendendo improcrastinabile la fine delle ostilità a Gaza e la ricerca di una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese.

Vi sono poi le incognite rappresentate dall’ adesione dell’Iran ai Brics, controbilanciate dal fatto che l’entrata in questo Coordinamento ha reso il regime di Teheran più sensibile alle istanze di pace, espresse soprattutto dalla Cina, sia in termini di riappacificazione con l’Arabia Saudita, sia, di conseguenza, con la ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra nello Yemen.

Questo allargamento, storico per i Brics quanto per ciascuno dei cinque paesi che entrano, alla fine riguarda anche noi, come europei innanzitutto, e come occidentali.

Di fronte al modo multipolare in cui il mondo va configurandosi, comunque va adottata una linea. Una linea che può essere quella del confronto, anche duro, ma riconoscendo i nuovi interlocutori costituiti da associazioni internazionali (non solo i Brics), regionali o tematiche di stati che si affacciano sulla scena globale per esprimere il loro punto di vista. Probabilmente ciò costituisce il presupposto per un disinnesco effettivo ed equo dei principali conflitti in corso e per radicare le speranze di pace che nutriamo per il 2024 e per gli anni a venire.

Se invece nei nostri gruppi dirigenti dovesse prevalere la convinzione che occorre mantenere sostanzialmente immutato l’assetto internazionale ereditato dal secolo scorso, occorrerà spiegare ai cittadini anche il prezzo via via crescente, che richiederà un tale orientamento.

Con il rischio che, già in vista delle elezioni europee, e di quelle americane, del 2024, possa ricrearsi il terreno adatto allo sviluppo di illusorie risposte populiste a questioni che invece richiederebbero di esser affrontare in modo sostanziale, concorrendo a costruire insieme quel mondo nuovo che il XXI secolo sembra deciso a volerci portare.

Concertiamo la pace, evento musicale con giovani di varie religioni.

La manifestazione, in programma presso il Sermig il 1° gennaio 2024, a partire dalle h 18.00, ha avuto il patrocinio del Consiglio regionale del Piemonte, del Comitato regionale per i diritti umani e civili, della Città di Torino e del Comitato Interfedi.

Il titolo prescelto è: “Concertiamo la pace”, col quale intendiamo emblematicamente esprimere i contenuti che ci stanno più a cuore. Ovvero che la pace non è una realtà che si ottiene in maniera “facile facile”, neanche invocandola generosamente nelle piazze, o scagliandosi contro  a volte reali, a volte ipotetici “nemici della pace”. Invece va costruita con determinazione e pazienza, lungimiranza e profezia,  utopia e realismo, conversione del cuore e comprensione di tutti gli elementi in gioco, dalla tutela della vita alla difesa della libertà e dei diritti fondamentali dell’essere umano. Per questo, con il Cardinale Zuppi, parliamo di “Pace giusta” che vuol dire non imposta con la forza delle armi e il disprezzo del diritto internazionale. Anni fa al rappresentante del governo degli Stati Uniti e a quello del governo Nord Vietnamita, fu conferito il premio Nobel per la pace in virtù dell’ accordo raggiunto per porre termine alla guerra in Indocina. Dopodichè…ci fu la tragedia dei “boat people”  e l’orrendo massacro di quasi un terzo del popolo cambogiano ad opera dei vincitori Khmer Rossi! Noi vogliamo una pace vera che crei un clima fraterno – o almeno di rispetto reciproco fra le parti in causa – e non sia foriera di altra guerra o violenza.

Per questo la pace va “concertata” cioè costruita in maniera giusta e solida. Ma “concertiamo la pace” vuole anche dire un bellissimo concerto di un orchestra formata da giovani di religioni diverse, che l’armonia e la collaborazione fra loro l’hanno già trovata, che dopo un percorso di conoscenza reciproca, studio, impegno e collaborazione, offriranno il prodotto di questo nobile percorso a tutte/i noi, grazie al fatto che la musica è un linguaggio universale capace di  incontrare direttamente l’animo umano.

 

Giampiero Leo

Portavoce del Coordinamento Interconfessionale “Noi siamo con voi”

Il governo va incontro finalmente ai lavoratori fragili del Pubblico impiego

Il giorno stesso in cui il Parlamento ha approvato la Legge di Bilancio del 2024 che, tra le altre cose, esclude la proroga della tutela del lavoro agile per i dipendenti pubblici certificati fragili, mentre la rinnova per quelli del settore privato fino al 31 marzo 2024, la Presidenza del Consiglio ha emanato una Direttiva (29 dicembre 2023) a firma del Ministro per la Pubblica Amministrazione, Sen. Paolo Zangrillo.

Si legge a riguardo che “allo scopo di sensibilizzare la Dirigenza delle Amministrazioni Pubbliche ad un utilizzo orientato alla salvaguardia dei soggetti più esposti a situazioni a rischio per la salute, degli strumenti di flessibilità che la disciplina di settore – ivi inclusa quella negoziale – già consente, si ritiene necessario evidenziare la necessità di garantire, ai lavoratori che documentino gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili situazioni di salute personali e familiari, di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile, anche derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza. Nell’ambito dell’organizzazione di ciascuna amministrazione sarà, pertanto, il dirigente responsabile a individuare le misure organizzative che si rendono necessarie, attraverso specifiche previsioni nell’ambito degli accordi individuali, che vadano nel senso sopra indicato”.  

La Direttiva consente, con grande e avvertita sensibilità, che va oltre la decisione politica del mancato rinnovo per tutti i lavoratori del pubblico e del privato, di avvalersi della tutela dello smart working, da parte dei soggetti fragili interessati e demanda ai dirigenti della P.A. che integrano la fattispecie del diretto superiore — nonchè datore di lavoro — la valutazione delle circostanze riguardanti il diritto di accesso a questa forma di tutela. Con essa si supera dunque l’eventuale critica di una disparità di trattamento dei lavoratori certificati fragili, basata solo sul profilo contrattuale pubblico o privato di lavoro. Va peraltro evidenziato che le condizioni di salute che finora avevano consentito di avvalersi della provvidenza del lavoro agile erano certificate tali sulla base di due convergenti requisiti: l’inclusione delle patologie che integravano il requisito della fragilità nella cornice del D.M. Salute del 4/2/2022 e la valutazione delle condizioni di salute dei richiedenti da parte del medico competente, previo vaglio della documentazione sanitaria, prodotta dai diretti interessati, rilasciata da strutture sanitarie specialistiche pubbliche. 

Non si ha ragione di pensare che queste precondizioni siano state rimosse né che si possano prevedere contesti diversi di accertamento che nulla hanno a che fare, ad esempio con la valutazione dei requisiti di fragilità, il cui possesso è peraltro consustanziale ai due premessi livelli di considerazione. L’iniziativa della Direttiva è dunque lodevole e ne va apprezzata la sensibilità e la volontà di tutelare i soggetti fragili da possibili sovraesposizioni al contagio nei contesti comunitari. È peraltro facilmente intuibile che non può ricadere sui dirigenti, cui i dipendenti fanno capo, l’onere dell’accertamento sanitario delle condizioni dei lavoratori fragili che avanzino istanza di lavoro agile ma solo il possesso delle precondizioni di accesso, attraverso la verifica dell’inclusione della patologia nel D.M Salute citato e la valutazione, nella maggior parte dei casi già espressa- da parte del medico competente. Ciò anche al fine di evitare contenziosi nel merito di dinieghi non suffragati da giustificate motivazioni, ove ne possa derivare pregiudizio per la salute dei lavoratori fragili, ciò che par di capire che la ‘Direttiva Zangrillo’ voglia saggiamente evitare.

La nuova questione post-democristiana

Chi ha consapevolezza della inanità del sogno restauratore che investe e riguarda la Dc, non può mancare di stupirsi allo spettacolo di nuovi rifondatori in preda alla irresistibile ubriachezza dell’autostima. Alle volte si supera il livello di guardia, cadendo fatalmente nel ridicolo. Un uomo della levatura di Andreotti, cresciuto all’ombra di De Gasperi e poi protagonista della vita politica nazionale per vari decenni, quando nel 2001 scelse con D’Antoni di formare una lista autonoma rispetto alle due coalizioni antagoniste – il centrosinistra a guida Rutelli e il centrodestra a guida Berlusconi – fu molto attento a scansare il pericolo nascosto nella riproposizione del nome di democrazia cristiana. Gli preferì infatti la denominazione di “Democrazia Europea” e con ciò dette prova di saggezza, anche a prescindere dall’esito elettorale non proprio entusiasmante (poco più del 3 per cento dei voti). 

Sarebbe bene non dimenticare una lezione di stile e di buon senso, che certo suona ancora come monito per quanti si ergono a paladini del ritorno a una gloria passata. Si tratta, nel caso, di un’intenzione generosa e fallace al tempo stesso. La storia di un grande partito non si può e non si deve maneggiare con l’ardire di farne all’occorrenza un’imitazione purchessia,  finanche scialba e addirittura strumentale.

All’opposto, invece, cosa avviene? Un pensiero sempre ostativo della temuta fuga nella nostalgia, considera incongruo anche il solo ricorso all’idea di un’aggiornata mediazione politica in nome di principi e valori che furono alla base della Democrazia cristiana, ma in un tempo – il secondo Novecento – certamente assai diverso dal nostro. Anche questo approccio eccede una misura di ragionevolezza. È vero, la società è cambiata ed è cambiato anche il mondo attorno a noi. I cattolici, specie quelli più impegnati, sono una minoranza e in politica si comportano liberamente, senza vincoli di preferenza. Ciò nondimeno, alla luce di esperienze illuminanti, l’essere minoranza stimola o accresce la ricerca di nuove proiezioni identitarie sulla scena pubblica. La lentezza di un fenomeno non va scambiata per assenza di progressione: avanza, a ben vedere, una rinnovata domanda di senso circa il ruolo e la responsabilità dei cristiani nel mondo, per dirla con la sempre attuale Gaudium et spes, pietra miliare del Concilio Vaticano II.

Bisogna allora adoperare sia la discrezione, per non essere o apparire esorbitanti a motivo delle proprie idee, che il discernimento, per non soccombere alla pigrizia di un giudizio superficiale, se non superfluo. La destra al potere e la sinistra all’opposizione, modellate in trent’anni di democrazia maggioritaria sulle logiche della polarizzazione, lasciano senza rappresentanza una quota crescente di elettori, accentuando perciò il fenomeno dell’astensionismo. Qui si addensa un elettorato esigente e sfiduciato, perlopiù identificabile con i termini di “centro” o “area intermedia”, secondo un generico parametro di classificazione. Il problema politico sta dunque nella riorganizzazione di questa galassia indistinta, puntando ad esercitare su di essa un potere di attrazione in virtù di quella che Sturzo chiamava “sintesi popolare”. Quanto più la società si accartoccia nell’agnosticismo, perdendo addirittura il senso del progresso a misura dell’umano, tanto più la politica d’ispirazione cristiana appare come  “cembalo che tintinna”, forte nelle premesse ideali e debole nella prassi. 

Allora, se vale l’avvertenza di una sfida per il nuovo, prima di ogni appello organizzativo occorre l’adozione di un codice sorgente – se è lecito dir così – per trascrivere nel linguaggio e nel costume dell’odierna società ciò che persiste e rimonta di una vocazione autenticamente riformatrice del cattolicesimo democratico. Si manifesta, insomma, la spinta derivante da una nuova questione post-democristiana. C’è tanta energia e poca sinergia, anche ad onta dei buoni propositi, mentre nel Paese matura l’attenzione verso il necessario riordino, anche grazie ai cristiani, della vasta platea di democratici senza partito. Bisogna fare, perché urgono scadenze importanti, ma fare con equilibrio e spirito di umiltà.

 

L’articolo appare su “Democraticicristiani” (n.1-dicembre 2023), organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

Ritratto di Laura Bianchini e della la modernità del suo pensiero

Il 29 novembre scorso la Camera dei deputati ha ospitato il convegno “Laura Bianchini 1903-1983. L’attualità del pensiero e dell’opera di una Madre Costituente” organizzato dall’Associazione Dieci Giornate di Brescia e dalle Fiamme Verdi di Brescia. Impegnata nel coordinamento della stampa clandestina delle formazioni antifasciste cattoliche, si era so- prattutto dedicata alla composizione e alla diffusione del foglio Il Ribelle. Negli anni in cui l’Italia cercava, con forza e determinazione, di scrollarsi di dosso le macerie materiali e morali della Seconda Guerra mondiale, Laura Bianchini si è distinta per il suo impegno forte e determinato.

Pensiero moderno 

È stata una donna dal pensiero estremamente moderno. Come moderna era stata, per lei che con fatica aveva portato avanti gli studi in campo filosofico e pedagogico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’idea di una scuola “aperta” e capace di preparare cittadini tesi a formare una società solidale e “giusta”, rispetto alla ribellione, prima culturale, poi attiva, contro il fascismo e ogni altra forma di negazione della libertà.

Testimonianza 

Laura Bianchini ha incarnato con la sua vita la testimonianza di una donna capace di vincere tante difficoltà per riaffermare pari dignità e ruolo nell’impegno civile e politico, difficoltà, purtroppo, spesso anche oggi ancora presenti. Chi si è alternato al tavolo dei relatori non ha fatto altro che sottolineare, ogni volta con maggiore intensità, la “vita buona” di Laura Bianchini, nata a Castenedolo nell’agosto di 120 anni fa, che già nella Resistenza si ritagliò il ruolo di pensatrice con l’obiettivo di costruire un progetto politico volto alla ricostruzione morale ed etica, oltre che materiale, del Paese.

Alfabetizzazione 

Era necessaria una nuova alfabetizzazione al vivere civile, una formazione al senso sociale e alla solidarietà, un’educazione alla pace e alla democrazia. Laura Bianchini si occupò in prima persona, come ha ricordato Roberto Tagliani, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Volontari della Libertà nel corso del convegno, dei temi della formazione e dell’eguaglianza, esprimendo la sua determinazione nell’impegno culturale, educativo e pedagogico volto alla ricostruzione sociale del Paese.

Rivolta

La sua fu una modalità nella quale la Resistenza era una doverosa rivolta morale contro l’ingiustizia, rivolta non teorica, ma unita ad atti concreti, in quell’essere “ribelli per amore” che rappresenta la sintesi dell’esperienza resistenziale cristianamente intesa. Dopo la brusca conclusione della sua esperienza parlamentare, nel 1953 tornò all’insegnamento a Roma, dove contribuì a formare generazioni di studenti ai valori cristiani ed etico-civili che avevano guidato la sua esistenza.

Madre costituente

Nella sua azione di “madre costituente”, Laura Bianchini si impegnò nella costruzione di un ordinamento che garantisse diritti e doveri per tutti i cittadini. Determinante il suo apporto alla scrittura degli articoli 33 e 34 della Costituzione, così come lo fu l’azione di Tina Anselmi per l’emancipazione delle donne. Merita non solo un doveroso ricordo, ma una riflessiva rilettura sia del pensiero sia della testimonianza di vita. Una vita che, come è avvenuto nel convegno che le ha dedicato la Camera dei Deputati, non bisogna esitare a definire “buona”.

 

Fonte: Il testo è tratto da “La vita buona”, supplemento a “La Voce del Popolo” (21 dicembre 2023). Titolo originale: “Laura Bianchini. La modernità del pensiero”.

La solitudine di Paolo VI dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae.

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

[…] L’enciclica Humanae vitae (datata del 25 luglio 1968) escludeva l’uso dei metodi di contraccezione per i coniugi cattolici. «Nel compito di trasmettere la vita – ricordava il papa – essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa» (n. 10). «Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi: atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» (n. 11). 

L’enciclica generò una valanga di critiche dentro e fuori la Chiesa. «Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del Nostro ufficio» dichiarò Paolo VI, visibilmente provato, durante la prima udienza generale dopo la pubblicazione del testo. Più ancora che la sostanza dell’enciclica, che non faceva che richiamare la dottrina tradizionale della Chiesa sulla morale coniugale e la contraccezione, era piuttosto il modo con il quale fu preparata e presentata che venne duramente criticato. La procedura di elaborazione dell’enciclica, almeno nella sua fase finale, molto «personale» e relativamente opaca, sembrava ben lontana dallo «spirito del concilio Vaticano II» basato sulla consultazione e la collaborazione tra il papa e i vescovi, tra il magistero e i teologi. 

La pubblicazione dell’enciclica scatenò un movimento di rivolta tra i teologi cattolici. Il meno che si possa dire è che la quasi coincidenza della sua pubblicazione durante l’estate con gli avvenimenti della primavera non facilitò la sua ricezione. Alla fine di luglio, un appello firmato da oltre duecento teologi invitava i cattolici a disobbedire all’enciclica di Paolo VI. Il punto culminante della protesta fu la pubblicazione, nel dicembre 1968, di una dichiarazione sulla libertà della ricerca teologica, firmato da trentotto teologi appartenenti al gruppo della rivista Concilium. Mentre voleva essere un appello per la libertà dei teologi nella Chiesa, la dichiarazione affermava senza mezzi termini l’esistenza di una forma di magistero «scientifico» parallelo a quello «pastorale» esercitato dal papa e dai vescovi: 

«Noi affermiamo con convinzione che c’è un magistero del Papa e dei vescovi, che, sotto la Parola di Dio, è al servizio della Chiesa e del suo insegnamento. Ma sappiamo nello stesso tempo che questo magistero pastorale di insegnamento non può né ignorare né ostacolare la missione dell’insegnamento scientifico. Ogni forma di inquisizione, pur sottile che possa essere, pregiudica lo sviluppo di una sana teologia e nuoce molto, del resto, alla credibilità di tutta la Chiesa nel mondo d’oggi». 

Sebbene sconvolto da queste reazioni negative, Paolo VI scelse di non rispondere. Nel suo discorso di fine anno al Sacro Collegio, si limitò a «prendere nota» di ciascuna di esse, «con il rispetto che a tutti portiamo e con il proposito di non lasciar mancare, quando ne sia il momento, le risposte che apparissero necessarie, specialmente sul piano di pastorali preoccupazioni». Il papa non accolse l’invito del cardinale Karol Wojtyla, di cui il ruolo effettivo nella stesura dell’enciclica esce fortemente ridimensionato dall’indagine di Marengo, di pubblicare una “Istruzione pastorale” destinata a riaffermare l’autorevolezza della dottrina di Humanae vitae di fronte al movimento di contestazione. Alla fine del ’68, Paolo VI era diventato più che mai un uomo solo. Con le sue decisioni e i suoi insegnamenti, aveva manifestato con coraggio che lo spirito rinnovatore del concilio Vaticano II non poteva essere confuso con la spinta libertaria del movimento di contestazione dell’anno più difficile di tutto il suo pontificato.

 

Per leggere il testo completo

L’Uncem contesta la legge di bilancio: troppo poco per la montagna.

Roma, 29 dic. (askanews) – “Troppo poco nella legge di bilancio per montagna, territori, enti locali”. Lo afferma in una nota Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

“Avevo a nome di Uncem – ricorda – auspicato misure in legge di bilancio che nel testo varato dal Parlamento non troviamo. Come il finanziamento dei primi LEP, per ridurre le disuguaglianze anche tra zone montane e aree urbane. Non c’è decontribuzione sulla compravendita di terreni nei Comuni montani, semplificando le procedure. Ma anche interventi sostanziali sulla fiscalità nelle zone montane e sull’Iva, come quella sul pellet portata dalla finanziaria 2024 al 10% ma solo per i primi due mesi dell’anno. Non va bene. Ci sono purtroppo i tagli agli Enti locali, ai Comuni e alle Province per 250 milioni di euro. E questo apre una spirale che vogliamo correggere con Governo e Parlamento”.

“Dovremo fare di più, rispetto a quanto varato stasera, per la transizione ecologica ed energetica, per i piccoli Comuni e per agevolare le assunzioni, non solo nelle Prefetture e in alcune regioni come previsto nel testo della legge di bilancio approvato stasera a Montecitorio. Sono positivi – continua la nota di Bussone – i 285 milioni di euro per ridurre il rischio sismico degli edifici pubblici. Ma resta da capire come applicare l’articolo che prevede l’obbligo per le imperse di stipulare contratti assicurativi a copertura dei danni a terreni e fabbricati, impianti e macchinari, causati da calamità naturali come sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Non ci convince la riduzione in legge di bilancio 2024 delle risorse stanziate per contributi volti alla promozione dell’economia locale mediante la riapertura e l’ampliamento di attività commerciali, artigianali e di servizi nei piccoli Comuni. Tagli che non erano necessari. Bene il rifinanziamento del Piano invasi per 300 milioni di euro per il 2027 e 150 milioni di euro per il 2028. Ma vorremmo che dessero, le risorse già stanziate per questi accumuli idrici, immediati progetti concreti sui territori montani. Bene 50 milioni di euro per il 2027 e 25 milioni di euro per il 2028, per programmi straordinari di manutenzione straordinaria e adeguamento ai cambiamenti climatici della viabilità stradale. Dobbiamo capire però cosa fare dal 2024 al 27. Troppo pochi secondo Uncem i 7,5 milioni di euro, per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026 per assicurare il finanziamento di interventi urgenti di riqualificazione, ristrutturazione, ammodernamento, ampliamento di strutture e infrastrutture pubbliche. Positivo il Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche, che viene rifinanziato per 200 milioni per l’anno 2024 e 100 milioni per l’anno 2025. Anche se tutti questi fondi andrebbero ricondotti ad unum”.

“Mi auguro – dice ancora il ”Presidente dell’Uncem Bussone – che i 430 milioni di euro per la Rai per il miglioramento della qualità del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale su tutto il territorio nazionale, servano ai territori montani. Dove con il nuovo digitale terrestre la situazione impianti di trasmissione è gravemente compromessa. Milioni di italiani faticano a vedere la tv e devono farsi carico dei soldi delle piattaforme satellitari – conferma Bussone – Il canone RAI in manovra diminuisce, ma ora si usino finalmente parte delle risorse date al servizio pubblico per dare a tutti segnali televisivi efficaci”.

“Sorprende – continua – sia stato soppresso in Senato, rispetto al testo iniziale varato dal Governo, il fondo con i 300 milioni di euro per interventi volti alla messa in sicurezza del territorio – afferma il Presidente Uncem – Peraltro viene introdotto un nuovo fondo per i piccoli Comuni di 30 milioni, dimenticando la legge 158/2017 che aveva strumentazione e fondi, di cui è in corso il bando per l’assegnazione. A fronte dei 250 milioni di tagli di fondi ordinari ai Comuni, vi è in manovra un altro fondo di 14 milioni di euro per i Comuni, per interventi in materia sociale, di infrastrutture, sport e cultura. Si dovrebbe avere un unico fondo”.

“E mentre in legge di bilancio non c’è niente per le comunità sostenibili territoriali, le Green Communities appunto – sottolinea il Presidente Uncem – viene rifinanziato il Fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento, con 30 milioni per ciascuno degli anni 2024 e per il 2025, 50 milioni per il 2026 e ulteriori 80 milioni per il biennio 2027-2028. Auspichiamo che questa volta vadano agli Enti locali, per progetti forti e decisivi, nuovo paradigma, da montare con imprese e associazioni”.

Quale spazio oggi per il cattolicesimo politico e sociale?

C’è una domanda centrale a cui, prima o poi, occorrerà pur dare una risposta convincente e il più possibile coerente. Ovvero, molti osservatori – e gli stessi detrattori – sottolineano la necessità di rilanciare, riscoprire e riattualizzare la cultura e il patrimonio del cattolicesimo popolare e sociale nella cittadella politica italiana. Ma, al contempo, emerge la cronica difficoltà di dove collocare concretamente e realisticamente questa cultura nell’attuale geografia politica del nostro paese. Ed è proprio di fronte a questa difficoltà che emergono le risposte più strampalate ed anacronistiche.

Ora, senza avere la presunzione di delineare un unico percorso di coerenza e di lungimiranza – atteggiamento che appartiene ai moralisti di professione e agli integralisti incalliti – è abbastanza evidente che questa cultura politica non è funzionale e pertinente con tutti i partiti. Per fare due

soli esempi, e del tutto macroscopici, il cattolicesimo popolare e sociale è antropologicamente alternativo rispetto al populismo anti politico e demagogico dei 5 Stelle come al sovranismo anti europeista e volgarmente clericale della Lega salviniana. 

Ma, al di là di questi due estremi, è anche abbastanza chiaro che si tratta di una cultura che difficilmente può convivere – semprechè non si riduca ad un banale mobilio di casa da ricordare negli anniversari – con partiti e movimenti che perseguono un progetto politico e che hanno una ragione sociale alternativi rispetto al filone di pensiero del cattolicesimo popolare e sociale. Al riguardo, e per fare altri esempi molto concreti, cosa centri la destra conservatrice e larvatamente sovranista o la sinistra massimalista e radicale con il pensiero di Sturzo, De Gasperi, Moro, Donat-Cattin, Bodrato e molti altri leader e statisti cattolici popolari e sociali, resta sostanzialmente un mistero. Un mistero politico, come ovvio, e non di fede.

Certo, la soluzione migliore resta sempre quella di un luogo politico autonomo, politicamente e culturalmente identitario, seppure laico nella sua declinazione concreta. Ma questa è una soluzione che, ad oggi, registra purtroppo una impraticabilità di fondo. E la risposta risiede nei mille tentativi, tutti puntualmente falliti a livello elettorale, di dar vita ad una presenza politica ed organizzativa autonoma dei cattolici popolari e sociali nelle varie consultazioni nazionali.

Per questi motivi, e seppur senza avere o distribuire alcuna patente di coerenza o di corsia preferenziale, è altrettanto chiaro che lo spazio concreto che si dischiude per una cultura politica come quella del popolarismo di ispirazione cristiana resta l’area di Centro. Ovvero, quel Centro riformista e plurale, democratico e di governo, dinamico ed innovativo che ha scandito le migliori stagioni di questa storica e qualificata corrente di pensiero. 

Ma questa area politica, se non la si vuole appaltare a chi si candida ad occuparla ma è di fatto estraneo a quella cultura, dipende anche e principalmente dall’iniziativa, dal coraggio e dalla determinazione di chi continua a riconoscersi nel filone del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un coraggio che adesso, come si suol dire, si deve armare di progettualità politica e di coerenza culturale senza inseguire il solo posizionamento tattico e contingente. Solo così sarà possibile salvaguardare e rilanciare una nobile, storica e costituente cultura politica del nostro paese e, al contempo, ridarle coerenza ed incisività nella concreta dialettica politica italiana. 

La stagione della sola testimonianza e del gregariato dei cattolici popolari e sociali sono ormai alle nostre spalle. Il ritorno della politica, e delle sue tradizionali categorie, impone anche ai cattolici popolari, democratici e sociali, un soprassalto di dignità e una nuova consapevolezza per inaugurare, realmente e finalmente, una nuova stagione politica. Senza ulteriori tentennamenti e rinvii.

Ok alla nomina di Chiara Scotti a Vice Direttrice di Bankitalia

Roma, 28 dic. (askanews) – Il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente, ha approvato oggi la nomina di Chiara Scotti a Vice Direttrice generale della Banca d’Italia, a seguito della deliberazione del Consiglio Superiore dell’Istituto avvenuta lo scorso 18 dicembre. Ne dà notizia Palazzo Chgi nel comunicato ufficiale seguito al Consiglio dei ministri.

Chiara Scotti, nel suo ultimo incarico ricopriva la carica di senior vice president e direttore della ricerca della Federal Reserve di Dallas.

Prima dell’incarico presso la Federal Reserve di Dallas, Scotti ha ricoperto diversi ruoli presso il Board of Governors della Federal Reserve di Washington D.C.: advisor del vice presidente della Federal Reserve e di altri componenti del Board, membro del Direttivo della Divisione di Stabilità Finanziaria, economista presso la Divisione di Finanza Internazionale. Ha maturato un’ampia esperienza internazionale, in particolare in materia di politica monetaria, comunicazione delle banche centrali, macroeconomia e finanza empirica, stabilità finanziaria, pagamenti e asset digitali.

È, inoltre, autrice di numerosi lavori di ricerca pubblicati su riviste internazionali e presentati nell’ambito di seminari e conferenze. Dopo la laurea all’Università Bocconi di Milano, ha conseguito un Master e un Dottorato di Ricerca in Economia presso la University of Pennsylvania.