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Centro mai così debole in Europa. E non è un bene per l’Unione

Dalla Germania alla Francia, dalla Spagna all’Italia, la radicalizzazione politica mette in crisi i partiti moderati. Il declino del Centro minaccia gli equilibri europei e apre nuovi spazi ai nazionalismi.

Il ciclo elettorale che in Europa interesserà le sue principali nazioni, prossimo ad aprirsi fra poche settimane in Spagna, sarà molto interessante non solo per evidenti motivi politici (inerenti ogni singolo paese ma anche la UE nel suo insieme) ma pure per lo scenario politologico, usiamo senza timori questo termine, che ne deriverà.

E in particolare con riferimento a un tema del quale si scrive spesso su questo giornale: il futuro del “Centro” nell’era della radicalizzazione alimentata dal manicheismo veicolato sui social network, generatore di ventate populiste e nazionaliste spesso assai violente.

 

Il campanello d’allarme tedesco

La clamorosa scomparsa della CDU dal parlamento regionale della Sassonia-Anhalt ha posto con fragore il tema, anche perché i suoi storici consensi si sono per lo più riversati su una formazione come Alternative für Deutschland, i cui originari riferimenti al nazismo destano una certa impressione (e preoccupazione, anche se nel tempo sono stati in un qualche modo stemperati).

Se il governo Merz reggerà, una tradizionale Grosse Koalition che non pare godere più del gradimento generale, in Germania si voterà nel 2029 e da qui ad allora potranno accadere molte cose ma non v’è dubbio che il campanello d’allarme (udito pure a Berlino, dove invece è la sinistra radicale ad aver prevalso) è suonato forte e chiaro per gli storici partiti “moderati” (sia quello socialdemocratico sia quello cristiano democratico).

 

La Francia e il rischio nazionalista

La Francia si avvia alle elezioni presidenziali della prossima primavera scossa da continue e spesso violente manifestazioni, una costante che sin dai tempi dei primi “Gilet gialli” ha turbato l’intero arco della presidenza Macron, per diversi motivi non risoltasi in un successo: al punto che l’avversaria di sempre, Marine Le Pen, si ritrova ad essere la favorita nei sondaggi per la corsa all’Eliseo.

Con quel cognome e con quella storia l’eterna candidata questa volta potrebbe farcela, sfruttando quella crisi della “moderazione” che dopo aver affondato il gollismo a destra ha pure annichilito il Partito Socialista a sinistra in favore di un populismo radicale confinante con l’insurrezionalismo e peraltro perfettamente congeniale alla propaganda securitaria del Front National lepenista.

Germania in difficoltà e Francia in mano alla Destra nazionalista significano – è troppo facile prevederlo – crisi totale dell’asse Parigi-Berlino, titolare della tenuta (sia pure piena di limiti, come si è ben visto negli anni) dell’UE. Il sovranismo nazionalista è ostile all’Europa, ne è il suo principale nemico.

L’eventuale vittoria lepenista darebbe vento alle vele dei sovranisti nostrani: Giorgia Meloni rafforzerebbe il messaggio nazionalista che è nelle sue corde, che le risulta intimamente più naturale; assai più di quel prudente europeismo col quale ha ben saputo destreggiarsi in questi anni, fra un abbraccio con Ursula von der Leyen, un battibecco con Macron e uno scontro con Sánchez. E con questo – unito a un tradizionale securitarismo favorito dalla violenza di alcune frange giovanili nelle città – presentarsi agli elettori per ottenere un secondo mandato a governare. Forte, lei pure, della incredibile assenza di un “Centro” dotato di una qualche effettiva consistenza (e totalmente emarginato nella sua componente riformista di un Pd ormai lontanissimo parente di quello a suo tempo immaginato con la teoria della vocazione maggioritaria).

 

La Spagna, banco di prova per la Sinistra

Un’anticipazione di quello che potrebbe accadere in Francia e Italia il prossimo anno la si potrebbe vedere già fra poche settimane in Spagna, altra grande nazione europea. Dove l’eventuale sconfitta di Pedro Sánchez e del PSOE marcherebbe in termini pesanti la crisi continentale della Sinistra.

Perché se è vero che il premier spagnolo paga il peso di un lungo periodo trascorso alla Moncloa senza una vera maggioranza parlamentare e solo grazie al sostegno interessato di partiti indipendentisti regionali ai quali ha garantito forse troppo agli occhi di molti spagnoli; e che si ritrova appesantito da una serie di scandali addirittura coinvolgenti suoi familiari, è anche vero che egli ha saputo offrire una politica che con un equilibrato mix di riforme “progressiste” e di gestione economico-finanziaria più tradizionale ha registrato risultati importanti sul piano occupazionale e non solo.

Per sconfiggere Sánchez, che al contrario confida in un possibile successo trainato dalle proteste giovanili contro il caro-casa e che nelle condizioni date equivarrebbe a un trionfo, il Partido Popular di fatto sta già ora contrattando con la Destra estrema di Vox – rafforzata dal solito tema migratorio, ora declinato in chiave “re-migratoria” – un possibile futuro accordo di governo. Lasciando così ai margini la sua, per la verità già storicamente ridotta, ala moderata più sensibile ai temi sociali e alla tradizione popolare europea classica. A ulteriore conferma, purtroppo, della debolezza del “Centro” in questa fase storica.

 

Chi può invertire la tendenza?

Fra non molti mesi, dunque, potremmo ritrovarci con tre governi di Destra pura in tre dei cinque paesi principali dell’Unione mentre pure negli altri due – Germania e Polonia – il vento estremista nazionalista spira alquanto forte intanto che i locali esecutivi devono affrontare le insidie di una crisi economica mondiale non certo provocata da loro.

Ci sono pochi mesi per invertire il trend. Già, ma chi si accingerà a tentare l’impresa con qualche ragionevole speranza di successo?