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Clemente Alessandrino, alle origini dell’inculturazione della fede

La riedizione del saggio di Matteo Galloni sul “Protrettico” consente di ricavare insegnamenti utili per il presente. Evangelizzare significa “assumere, purificare ed elevare” (Danielou) la cultura del tempo e le verità interne alle diverse religioni.

Un libro che torna a parlare

La ripubblicazione, dopo oltre quarant’anni, del bel saggio di don Matteo Galloni sul Protrettico di Clemente Alessandrino offre qualcosa di più della fortuita  occasione per riscoprire un grande Padre della Chiesa. Ci spinge a interrogarci sul rapporto fra cristianesimo e cultura, dunque su una questione che riguarda direttamente la Chiesa di oggi.

Originario di Atene, Clemente vive nell’Alessandria del II secolo, crocevia di popoli, religioni e filosofie. Ben presto segue le orme di Panteo, suo maestro: non reagisce alla complessità rifugiandosi nella cittadella cristiana, ma punta decisamente ad entrare nella cultura dell’altro – l’ellenismo – per assumerne le domande, catturarne il linguaggio, riconoscerne le acquisizioni. Ma non si ferma lì. Tutto viene ricondotto al Logos, a Cristo, nel quale i frammenti di verità trovano unità e compimento. Acutamente, a proposito del battesimo da spiegare ai Greci, l’autore osserva come Clemente faccia leva sul concetto di “acqua razionale”, considerando che per l’uomo posto di fronte a Dio questa acqua è “la sola capace di lavarlo e purificarlo dalle consuetudini idolatriche nelle quali è immerso” (p. 151)

Il Protrettico è dunque un invito, una chiamata, quasi un movimento dell’anima. Ragione e fede concorrono armoniosamente allo sviluppo di una gnosi scaturente dal Vangelo. Cristo, allora, è il «Canto nuovo» – non quello falso delle Sirene di Odisseo – che non annulla ciò che l’uomo ha cercato prima di Lui, ma gli rivela la meta verso cui, magari inconsapevolmente, era incamminato.

 

Assumere, purificare, elevare

Certamente la ricerca di Jean Daniélou, grande studioso delle origini cristiane e protagonista della riscoperta novecentesca dei Padri, ci aiuta a comprendere la modernità di Clemente. Nei suoi studi sul rapporto fra messaggio evangelico e cultura ellenistica, Daniélou mostra come il cristianesimo antico abbia saputo utilizzare categorie della filosofia greca senza lasciarsene imprigionare, accogliendo quanto poteva servire all’intelligenza della fede e respingendo ciò che risultava incompatibile con essa.

Sulla scia di questa lezione, possiamo condensare questo movimento in tre verbi, divenuti classici nella riflessione sull’inculturazione: assumere, purificare, elevare. È esattamente ciò che Clemente fa con la cultura greca. Non la demonizza e non vi si arrende, semmai l’attraversa. Sa che la filosofia – in specie quella platonica – contiene frammenti di verità, ma sa anche che il frammento non può pretendere di essere il tutto. Secondo Clemente,la filosofia ha svolto per i Greci una funzione preparatoria analoga a quella della Legge per gli Ebrei: apre una strada che Cristo porta a compimento.

 

Da Atene a Gerusalemme, senza paura

Cade così la contrapposizione semplicistica tra Atene e Gerusalemme. La fede non teme la ragione perché il Logos che si manifesta pienamente in Cristo è lo stesso Logos che rende intelligibile il mondo. Torna alla mente Paolo: «Le perfezioni invisibili» di Dio possono essere contemplate nelle opere da lui compiute (Rm 1,20).

Il cristianesimo di Clemente non chiede dunque all’uomo di rinunciare alla propria intelligenza per credere. Gli chiede piuttosto di portare fino in fondo la domanda della ragione.

Dopo il Protrettico verranno il Pedagogo e gli Stromateis: la chiamata, l’educazione della vita, infine la ricerca di una conoscenza cristiana capace di raccogliere fili diversi come in una grande tessitura.

 

Il mistero più grande: luomo chiamato a diventare Dio

Ma proprio il verbo elevare apre una prospettiva ancora più esigente e impegnativa. Per Clemente il cristianesimo non propone soltanto all’uomo una cultura migliore o una morale più alta. Gli annuncia una trasformazione radicale: la divinizzazione, quella theosis che diventerà uno dei grandi temi della tradizione patristica, soprattutto orientale.

Qui tocchiamo forse il punto più affascinante e misterioso dell’antropologia cristiana. L’uomo, creato a immagine di Dio, non è destinato semplicemente a perfezionare se stesso: è chiamato, per grazia, alla partecipazione alla vita divina. Non diventa Dio per natura, ma viene introdotto nella comunione con Lui e trasformato in Cristo secondo il concetto di filiazione-divinizzazione («Il Verbo di Dio è diventato uomo affinché tu, da un uomo, possa apprendere in quale maniera un uomo diventi Dio» Pr I, 8, 4)

La grande intuizione che la tradizione patristica consegnerà alla Chiesa, e che Atanasio formulerà con particolare potenza affermando che il Verbo si è fatto uomo affinché noi fossimo divinizzati, è dentro questo orizzonte. Dio assume lumano non per cancellarlo, ma per portarlo a una pienezza che luomo, con le sole proprie forze, non potrebbe raggiungere.

Ecco allora il significato ultimo dell’elevazione. Il cristianesimo custodisce gelosamente l’umanità dell’uomo e, nello stesso tempo, ne annuncia un destino che oltrepassa ogni umanesimo: luomo è pienamente se stesso quando, senza cessare di essere uomo, partecipa alla vita di Dio.

 

Una sollecitazione per la Chiesa di oggi

È forse qui che il lavoro di Matteo Galloni, riproposto oggi, acquista il significato più interessante. Clemente suggerisce un metodo anche per il nostro tempo, proponendo non di combattere la cultura contemporanea dall’esterno e neppure di adeguarsi ad essa, bensì sollecitando ad entrarvi per compiere l’opera di discernimento. In sostanza, assumere ciò che contiene di vero, purificare ciò che riduce o tradisce luomo, elevare ciò che attende una pienezza.

E oggi questa lezione appare persino più necessaria. In un’epoca che cerca nella tecnica, nella potenza del calcolo compitazionale e perfino nel superamento biologico dell’uomo nuove possibilità di trascendere i propri limiti, Clemente Alessandrino ci ricorda che il cristianesimo porta con sé, da sempre, una promessa incomparabilmente più audace. Non la costruzione tecnica di un uomo superiore, ma la trasfigurazione delluomo nella comunione con Dio. Non l’abolizione dell’umano, ma il suo compimento.

In fondo, l’evangelizzazione comincia così: non scrivendo anzitutto contro qualcuno ma, come lo stesso Galloni propone in chiave autobiografica, cercando di “scrivere nelle persone”. È questa l’attualità stimolante del Protrettico ed è anche la ragione per cui valeva la pena rimettere questo libro così ricco di argomenti e sollecitazioni nelle mani dei lettori.

[Intervento svoltoinoccasione della presentazione del libro – Sabaudia, Oasi di Kufra – Venerdì 4 settembre 2026]