La scoperta della “res publica”
Cesare da settimane ha lasciato l’afa di Roma e si è trasferito sulle verdi colline dei Sabini, dove l’aria è più respirabile. In città è rimasta la regina Cleopatra/Meloni a faticare sotto la canicola implacabile per cercare di governare la res publica. Ed è proprio questa parolina magica – res publica – che ha cominciato ad affascinarla nelle notti insonni trascorse a passeggiare nei giardini degli Horti di Cesare, per cercare un po’ di fresco sollievo dalla calura.
Notte dopo notte, Cleopatra rifletteva che quando era giunta a Roma si parlava dell’Impero di Cesare, quindi di un regno più grande del suo, esteso almeno il doppio e ricco anche il doppio. Ma da qualche tempo non si parla più di “impero”, bensì di res publica. Ed è una nozione che, nell’educazione di una regina, si fugge come un male pericoloso: se c’è la res publica, in genere non c’è il regno.
Poi, un mattino, la regina Cleopatra si decide. Chiama il suo esperto di norme dell’Impero e si fa spiegare che cosa sia questa “Repubblica” di cui Cesare non le ha mai parlato.
L’idea del Quirinale
E quello che comprende è l’essenziale: il popolo governa la cosa pubblica – ovvero lo Stato – e sceglie in che modo e da chi debba essere governato. Il punto uno lo conosce; il punto due (in che modo) meno, perché questa storia del metodo democratico è troppo complessa per la sua cultura da regina di un regno millenario; ma il punto tre (da chi) è facile: un presidente di rappresentanza.
E che cos’è una regina per il suo popolo? La sua rappresentante, per l’appunto.
Felice della semplice ed efficace deduzione, la regina Cleopatra/Meloni la esterna pubblicamente al Senato e all’Impero tutto: «La prossima volta che dovete scegliere il vostro rappresentante, io ci sarò».
Sgomento! Che intendeva la regina? Vuole essere lei il nostro prossimo presidente?
Cleopatra/Meloni è regina d’Egitto e non dimentica che nel deserto della terra natia abitano i più scaltri tra gli animali. Così assume il tono mellifluo degli aspidi e aggiunge: «Non io! Io sono troppo giovane, suvvia, vedete pure voi del Senato la mia giovinezza e la mia beltà; piuttosto penso ad uno dei miei, più in là con gli anni… Ma è presto, è presto – ripete con tono mesto – era solo un’idea che mi era venuta così. Il caldo questi scherzi li fa».
Il Senato si ammutolisce. Esce silenzioso dalla Curia e subito si getta nelle mille voci del futuro immaginato dalla regina Cleopatra/Meloni.
Il dardo oltre il mare
Ma ecco che un dardo velenoso si appresta a colpire il cuore della regina e a rovinarle le giornate estive.
L’alleato che governa al di là del grande mare, e per i cui favori ha lasciato il cuore di Cesare e affrontato il lungo viaggio per conoscerlo, ebbene costui, non pago di averla brutalmente scaricata apostrofandola come “cercatrice di favori”, adesso scaglia un altro dardo.
Lui si sente minacciato dalle avance di lei, dagli occhi e dalle labbra suadenti, ne teme la malia da regina e, vade retro, chiede che non ci siano più occasioni di incontro con lei. Almeno questo è quello che pensava di scrivere. Solo che costui, anche nella lingua sua, non brilla per conoscenza e incespica nelle parole. Quello che ne viene fuori è tutt’altro.
È la regina Cleopatra/Meloni che ha bisogno di essere chiusa da qualche parte! Così la legge l’Impero tutto e la regina stessa.
Il ritorno di Cesare
Tanta onta a una regina non era mai capitata. E meno che mai alla regina Cleopatra, che certo è orgogliosa, ma non la si vede proprio nelle vesti della seduttrice che non si rassegna e sta fuori dalla porta come il cane abbandonato dai padroni.
E l’ira si scatena. Prende il sopravvento il cuore ferito della donna cacciata via, il quale – si sa – porta veloce alla furia e all’odio. Così sarà anche per il cuore di Cleopatra, che in questo agone trascinerà, o proverà a farlo, anche il popolo romano, il Senato, l’Impero, i federati e gli egizi.
Nel frattempo svanisce dalle cronache, come una novella di mezza estate, la res publica e il suo prossimo presidente. Il Senato si trova a ringraziare lo strano capo del popolo al di là del mare per la sua goffaggine e Cesare, tra i Sabini, guarda alla città sotto la cappa della canicola e sorride: vede i favori di Afrodite e di Marte sulla città e sull’Impero, e la sua ex amata regina sballottata tra le pene d’amore e i desideri repubblicani.
