Paolo VI a Ginevra: il primato del lavoro umano
«Perché siamo qui? Noi non apparteniamo a questo organismo internazionale. Noi siamo estranei alle questioni specifiche… Se Noi siamo qui, è, signor Direttore, per rispondere all’invito che Ci avete così amabilmente rivolto. E noi siamo felici di ringraziarvene pubblicamente, di dirvi come Noi abbiamo apprezzato questo atto così cortese, come Noi ne misuriamo l’importanza, e di quale valore ci appare il suo significato». Chi parla è Giovanni Battista Montini, Paolo VI, in occasione del viaggio apostolico a Ginevra per il cinquantesimo anniversario della Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, Ilo). È il 10 giugno del 1969. Esattamente sei mesi più tardi, il 10 dicembre, all’Organizzazione sarà attribuito a Oslo il premio Nobel per la Pace. A ritirarlo, in nome e per conto dell’Ilo, sarà David Abner Morse, il «signor direttore» qui citato da Papa Montini.
Non è la prima volta che un Pontefice cita o si indirizza all’Ilo (lo ha già fatto Pio XII nel 1954), ma Montini è il primo a visitarne il quartier generale. E lì ribadisce il primato del lavoro umano sui beni materiali: «nel lavoro è l’uomo che è il primo». Il rapporto della Chiesa con quella istituzione è antico. Era stato il primo direttore generale dell’Ilo, il francese Albert Thomas, a creare la posizione di consigliere speciale per le questioni sociali e religiose (alla quale è chiamato il gesuita André Arnou), consentendo un rapporto strutturato con il Vaticano, anche per l’importanza del sindacalismo cristiano. E non a caso in quel discorso Montini cita letteralmente Thomas, quando dice: «Il “sociale” dovrà vincere l’economico. Dovrà regolarlo e condurlo, per meglio soddisfare alla giustizia» (A. Thomas, Dix Ans d’Organisation Internationale du Travail, Genève, Bit, 1931, Préface, p. XIV).
David Morse: dal New Deal alla ricostruzione democratica
Chi era Morse? Era nato a New York nel 1907 ed era il figlio di un ebanista, Morris Moscovitz, e di sua moglie, Sara Werblin, immigrati russi di origine ebrea di prima generazione. Brillante studente alla Harvard Law School, nei primi anni Trenta si era fatto notare da Felix Frankfurter, il grande giurista e futuro giudice della Corte Suprema, vera e propria mente giuridica del New Deal di Roosevelt nonché mentore di tanti New Dealers, da Dean Acheson (futuro segretario di Stato) a David Lilienthal (futuro presidente della Tennessee Valley Authority). È grazie a Frankfurter che David Moscovitz — che nel 1937 “americanizza” il cognome in Morse in coincidenza con il matrimonio con Mildred Hockstader — trova impiego in una tra le istituzioni centrali del New Deal e del suo programma di democratizzazione economica. Si tratta del National Labor Relations Board (Nlrb), istituito nel 1935 con quel Wagner Act che aveva riconosciuto il diritto dei lavoratori di associarsi e costituire sindacati, bilanciando così le relazioni tra capitale e lavoro. Collabora con Harold L. Ickes agli Interni e Frances Perkins al Lavoro (prima donna in un gabinetto presidenziale, vi permane nei quattro mandati di Roosevelt).
Dopo l’attacco a Pearl Harbour (7 dicembre 1941), Morse si arruola come volontario nell’aviazione, viene spedito in Africa del Nord come intelligence officer e, in virtù della sua esperienza, è incaricato di ri-democratizzare le relazioni industriali prima in Italia e poi in Germania. L’esperienza del New Deal, in questo come in altri casi, viene esportata e si internazionalizza (K.K. Patel, Il New Deal. Una storia globale, Einaudi, Torino 2018). È a Palermo prima e a Napoli poi. Consiglia ai superiori di abolire completamente il sistema sindacale del corporativismo fascista e partecipa a Bari alla prima assise della Confederazione generale del lavoro alla fine del 1944, negli stessi giorni in cui nella stessa città si tiene il primo convegno dei Comitati di liberazione nazionale dell’Italia libera. Occorre favorire la formazione di liberi sindacati: «era la mia posizione personale, era la mia posizione politica, era la mia posizione tecnica: ne feci anche la mia policy view» (David A. Morse, Oral History Interview, July 30, 1977, consultabile sul sito della Harry S. Truman Library).
Dopo la guerra torna al National Labour Relations Board, di cui diviene General Counsel, e viene successivamente nominato sottosegretario al Lavoro nell’amministrazione Truman, con il compito di costituire una sezione di affari internazionali capace di integrare il disegno di politica estera economica americana che, con l’annuncio del Piano Marshall (5 giugno 1947), si va precisando. Grazie alla sua abilità diplomatica Morse gioca un ruolo importante soprattutto nel dialogo tra l’Economic Cooperation Administration, incaricata di gestire il Piano, e governo e sindacati francesi, anche per l’amicizia che lo lega a Léon Jouhaux, sindacalista francese e futuro premio Nobel per la Pace. Diviene il rappresentante del governo nell’Ilo e il candidato di Truman alla direzione generale. Eletto nel 1948, sarà rieletto più volte, all’unanimità, fino al suo ritiro nel 1970, dopo ventidue anni di servizio.
Le radici dell’Ilo: da Versailles alla Dichiarazione di Philadelphia
L’attribuzione del premio Nobel alla “sua” Ilo — che egli ricostruisce entro l’ambito delle agenzie delle Nazioni Unite, sorte a San Francisco nel 1945 — è il culmine della sua attività di international civil servant. Ma prima di andare a quella sera di dicembre del 1969 in cui Morse accoglie tra le sue mani la luccicante medaglia del Fredspris (premio per la pace) disegnata dallo scultore norvegese Gustav Vigeland (a ogni categoria corrisponde una medaglia), è bene fare un salto e tuffo all’indietro, prima di 25 e poi di 50 anni, per meglio capire posizione e ruolo dell’Ilo e di Morse.
Era stato Roosevelt, nel maggio 1944, a rilanciare natura e scopo dell’Organizzazione con la celebre Dichiarazione di Philadelphia con la quale, nel mezzo della guerra, di fronte agli orrori delle dittature, del lavoro forzato e dell’oppressione, si ribadivano per il dopoguerra alcuni principi: che il lavoro non è una merce; che i lavoratori godono della libertà di associazione e di espressione; che la povertà in un luogo minaccia la prosperità in ogni altro luogo; che la pace può essere stabilita solo se e quando si fonda sulla giustizia. Non sono principi del tutto nuovi per l’Organizzazione. Ma gli Stati Uniti ne sono divenuti membri solo nel 1934, senza aderire alla Società delle Nazioni da cui l’Ilo (allora Bureau International du Travail) è gemmata. La Dichiarazione di Philadelphia precede — è bene ricordarlo — di due mesi la Conferenza economica e monetaria di Bretton Woods (luglio 1944).
Occorre, a questo punto, andare ancora indietro di altri venticinque anni, fino alla fine della Grande Guerra, quando Morse è ancora un bambino. Sì, perché il Bureau International du Travail nasce, nel 1919, con il Trattato di Versailles. Gli articoli 387-427 del Trattato (che di articoli ne ha 440 ed è diviso in 16 capitoli) sono dedicati alla istituzione di un Bureau International du Travail (Bit) con un segretariato permanente. Nel preambolo della Costituzione dell’Organizzazione si legge: «La mancata adozione da parte di un paese di una costituzione del lavoro fa da ostacolo agli altri paesi desiderosi di migliorare le proprie sorti». Si stabilisce un fondamentale principio di interdipendenza macroeconomica e sociale che appare ancora oggi, dopo più di un secolo, attuale e valido.
È, dunque, quel Trattato — per altri versi, quelli relativi alle riparazioni di guerra, da Keynes definito «pace cartaginese» — a gettare il seme di una collaborazione possibile. La Germania, che nel 1919 non è ammessa alla Società delle Nazioni (vi entrerà nel 1926 e vi uscirà, per volere di Hitler, nel 1933), è invece ammessa nel Bureau. Non è un caso se alla fine della guerra la questione sociale assume prominenza. La guerra stessa ha prodotto enormi rivolgimenti nelle forme e nell’intensità del lavoro. Soprattutto, il riconoscimento delle sua centralità giunge nel mezzo di quell’onda lunga dello sviluppo che chiamiamo seconda rivoluzione industriale e che ha fatto emergere quella che Papa Leone XIII ha posto, nel 1891, tra le “cose nuove”: il conflitto, da ricomporre, tra il capitale e il lavoro. Tanto che il Bureau ha un’assemblea ispirata al “tripartismo”: non composta cioè solo dai governi con i loro rappresentanti (28 componenti), ma anche da quelli delle associazioni nazionali dei datori di lavoro (14) e di quelle dei lavoratori (14), che nel frattempo sono sorte in vari Paesi, tra cui l’Italia. Nel 1917, infine, c’è stata la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. E il Bureau è anche una risposta a questo.
Il Nobel per la Pace e la costruzione di un ordine internazionale
È questo il retroterra culturale, ideale e politico latu sensu dell’Organizzazione che Morse prende in carico nel 1948. Con lui la natura e gli scopi dell’organizzazione si allargano, in quantità e qualità. Da una parte perché vi accedono l’Unione Sovietica (dopo la morte di Stalin) e i tanti paesi della decolonizzazione, tanto che nel 1970, alla fine del mandato di Morse, i membri, che nel 1948 erano 55, sono già 121.
Dall’altra perché ai compiti di regolazione e standardizzazione normativa (condizioni di lavoro, salario minimo, salute eccetera) si affiancano ora — anche per impulso di Morse ma certamente anche e soprattutto per i venti nuovi postbellici — compiti di assistenza tecnica e di cooperazione allo sviluppo, in specie nel campo della formazione e dell’istruzione dei lavoratori e dei manager, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. «Training, training, training», va ripetendo Morse. A lui si deve anche il precoce tentativo di istituire, sotto l’egida dell’Ilo, un’autorità per i lavoratori migranti (l’attuale Organizzazione internazionale per le migrazioni nasce, come entità autonoma, nel 1951).
Su entrambi i fronti — compiti di regolazione e compiti di promozione — i progressi sono, nei ventidue anni di Morse, palpabili. Essi coincidono con la grande espansione, anche dei diritti, postbellica. Sul primo, basti richiamare le grandi convenzioni successive al 1945, da quella sulla libertà di associazione (n. 87/1948) a quella sulla contrattazione collettiva (n. 98/1949), da quella sulla equa remunerazione (n. 100/1951) a quella contro la discriminazione sul lavoro (n. 111/1958). Sul secondo, basti ricordare la creazione dell’International Institute for Labour Studies di Ginevra (1960) e dell’International Training Centre di Torino (1964), oltre che la formulazione di un World Employment Programme in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione. Nello stesso anno esce il suo The Origin and Evolution of the Ilo and Its Role in the World Community per i tipi di Cornell University Press (Ithaca, 1969) e Papa Montini visita il quartier generale. È un momento d’oro.
Quando, la sera del 10 dicembre 1969, Morse entra nell’Aula dell’Università di Oslo per ritirare, per conto dell’Ilo, il Premio Nobel per la Pace attorno a lui vi è il grande ciclo di affreschi realizzato da Edvard Munch mezzo secolo prima: al centro è Il Sole che irradia la sua luce; ai lati sono Alma Mater — una raffigurazione dell’Accademia nelle fattezza di una madre che nutre i figli e le generazioni — e La Storia — una rappresentazione della formazione di un bambino attraverso la trasmissione orale.
Attento all’arte — di cui fu collezionista insieme alla moglie Mildred — non sappiamo quando Morse abbia, dopo il recto raffigurante il volto di Alfred Nobel, ammirato il verso della luminosa medaglia per la pace, che mostra l’abbraccio di tre uomini su cui campeggia la scritta: Pro pace et fraternitate gentium. Avrà forse in quel momento ripensato al motto che si trova nel documento posto nelle fondamenta dell’originario quartier generale dell’Ilo e poi trasferito nel nuovo edificio, sempre a Ginevra, lì dove si legge: «Si vis pacem, cole iustitiam». Se vuoi la pace, prepara la giustizia.
La lezione di Morse per il tempo presente
Il giorno dopo (11 dicembre 1969), nella tradizionale Nobel Lecture, Morse parla della sua organizzazione come di una infrastruttura sociale per la pace che ha attraversato la catastrofe della guerra e dei nazionalismi, grandi e piccoli, che chiudono la pianta della sovranità entro serre chiuse: «Anche se l’Ilo vive e opera in un mondo di stati sovrani, nondimeno ha potuto via via estendere le possibilità e gli scopi dell’azione transnazionale. In questo modo, e a dispetto dei fallimenti e delle delusioni e perfino delle calamità politiche dell’ultimo mezzo secolo, esso ha pazientemente, senza sensazionalismi, ma non senza successo, lavorato per costruire una infrastruttura di pace».
Il mondo di oggi ha ancora bisogno di quelle infrastrutture istituzionali multilaterali: imperfette quanto si vuole, certo; perfettibili, ma pur sempre necessarie; le sole peraltro entro le quali, per la natura stessa del negoziato che vi si svolge, è possibile almeno perseguire l’idea di bene comune internazionale come qualcosa di più della mera somma dell’interesse altrui e di quello proprio.
Ha scritto il “biografo” dell’Ilo che Morse non era un profeta o un visionario, ma un figlio del tempo del New Deal e degli ideali umanitari e universalistici del dopoguerra, un manager del cambiamento e un sapiente moderatore di ogni tentativo di intromissione e “politicizzazione” di parte, capace di costruire un esprit de corps e di dare all’istituzione una missione nuova, resistendo agli opposti estremismi, sia a quelli di altri paesi sia a quelli del proprio (cfr. D.R. Maul, L’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Cent’anni di politica sociale a livello globale, Ilo, Genéve, 2019).
Il mondo di oggi ha bisogno della moderazione di Morse e di moderatores novi.
Il fatto è che il tempo passato è chiuso e non è più nostro. O forse no: è ancora aperto nei suoi esiti ed è perciò nostro, fintanto che siamo capaci di ascoltarne la voce, come il bambino di Munch, fintanto che con esso abbiamo commercio, fintanto che in esso ritroviamo le ragioni dell’agire.
Fonte: L’Osservatore Romano – 17 luglio 2026
Titolo originale: La condizione del lavoro misura del mondo
[Articolo qui riproposto – con titolo diverso e titoletti aggiunti – per gentile concessione dell’autore e del direttore del quotidiano vaticano]
