Home GiornaleDe Gasperi ai ventenni di oggi: la strada facile porta sempre al...

De Gasperi ai ventenni di oggi: la strada facile porta sempre al precipizio

Prima di guidare il Paese, ha passato la vita a formare le teste dei giovani. Ecco cosa direbbe a un ragazzo di oggi, seduto davanti a un caffè.

Togliamo per un attimo la polvere dai libri di storia. Dimentichiamo le foto in bianco e nero, il colletto inamidato, il sigaro e quell’aria da uomo di ghiaccio che ha dovuto rimettere in piedi un’Europa ridotta a un cumulo di macerie. Se togliamo la patina del monumento di marmo, cosa resta? Resta un uomo che, prima di fare il Presidente del Consiglio, ha passato i suoi vent’anni e i suoi trent’anni a parlare con i giovani. A litigarci, a formarli, a cercarli nelle sale parrocchiali e nei circoli di studio.

Perché De Gasperi lo sapeva bene: le dittature non nascono dal nulla. Nascono quando i giovani smettono di usare la testa e si accontentano delle urla.

Se potessimo farlo sedere oggi davanti a un ragazzo di vent’anni, smarrito tra la precarietà, l’ansia per il clima e il rumore di fondo dei social, non gli farebbe un discorso da statista. Non gli parlerebbe di trattati europei o di bilanci statali. Gli parlerebbe da uomo a uomo. E partendo da quello che lui ha sempre chiesto ai ragazzi del suo tempo, il suo messaggio si ridurrebbe a tre cose molto semplici, che oggi fanno quasi paura per quanto sono chiare.

 

La vera ribellione è la fatica di pensare

La prima cosa che ti direbbe riguarda il modo in cui usi la testa. Oggi ti dicono che sei distratto, che stai sempre sullo schermo, o peggio, che sei diventato cinico. Lui, che in prigione sotto il fascismo non si è messo a piangere ma si è rimboccato le maniche e si è messo a studiare e tradurre per non far arrugginire il cervello, ti guarderebbe e ti direbbe una cosa secca. Non accontentarti della superficie. Il cinismo è solo la scusa di chi ha paura di impegnarsi davvero. La vera ribellione, oggi come nel 1945, è la fatica di pensare. Studia i fatti, vai a fondo. Le idee non sono bandiere da sventolare allo stadio, sono strumenti. Se non pensi con la tua testa, qualcuno lo farà per te, e tu sarai solo un burattino.

 

Dalla rabbia alla fatica di ricostruire

Poi c’è la questione della rabbia. E qui ti capirebbe eccome. I ragazzi di oggi hanno ragione a essere indignati. Vedono le ingiustizie, le disuguaglianze, un pianeta che chiede aiuto. De Gasperi l’Italia distrutta dalle bombe l’ha vista con i suoi occhi. Condividerebbe la tua rabbia, ma ti spingerebbe a fare il passo in più. Il suo mantra non era lamentarsi delle macerie, era ricostruire. E non parlo solo di mattoni. Parlo di ricostruire la fiducia, i legami, le regole. Ti direbbe che è facilissimo indignarsi sui social, ma il mondo non si cambia con un post. Si cambia con la competenza e la pazienza di costruire qualcosa che duri. La democrazia, la giustizia, l’Europa non sono regali che ti fanno i vecchi. Sono cantieri aperti. E lui, da vecchio, ti chiederebbe di prendere in mano la cazzuola.

 

La grandezza è mettersi al servizio

Infine, ti parlerebbe di cosa significa avere successo. Viviamo in un tempo in cui sembra che l’unico obiettivo sia arrivare prima degli altri, accumulare, farsi vedere. De Gasperi riporterebbe al centro una parola che oggi suona quasi antica, ma che per lui era l’unica bussola valida: la carità intesa come amore per la cosa pubblica. Ti direbbe di non sprecare la tua intelligenza per cercare di stare un gradino sopra il tuo vicino di casa. La grandezza non sta nell’arrivare primi, ma nel mettersi a servizio. Il lavoro, l’impegno civile, la politica non sono scale per fare carriera. Sono il modo per prendersi cura di chi ti sta intorno. Sei libero davvero solo quando ti rendi utile a qualcuno.

Non ti darebbe formule magiche. De Gasperi odiava chi prometteva il paradiso in terra. Ti guarderebbe, forse si accenderebbe quel suo famoso sigaro, e ti direbbe che il futuro non è un posto dove andare a nascondersi. È un posto che devi inventare tu, con le tue mani, senza cercare vie comode. Perché le vie comode, alla fine, portano sempre ai precipizi.