Parlare oggi di Alcide De Gasperi significa inevitabilmente parlare di Europa. Ma credo che il modo migliore per ricordarne il pensiero non sia soltanto guardare all’Europa che De Gasperi contribuì a costruire settant’anni fa. È provare a domandarci che cosa significherebbe, oggi, applicare lo stesso principio politico alle grandi sfide del nostro tempo.
E vorrei farlo partendo da tre momenti molto diversi della storia europea: Ventotene, nel 1941; De Gasperi, negli anni Cinquanta; Mario Draghi, con il rapporto sulla competitività europea del 2024. Tre momenti lontani tra loro, ma attraversati, a mio avviso, da una stessa domanda: «Quale sovranità serve agli europei per poter essere realmente padroni del proprio destino?».
Da Ventotene a De Gasperi: la sovranità condivisa
Nel 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivono, durante il confino fascista, quello che diventerà il Manifesto di Ventotene. Il titolo originale è già una dichiarazione politica: «Per un’Europa libera e unita». La guerra è in corso, gli Stati europei si combattono e proprio mentre il nazionalismo sembra aver raggiunto la sua massima espressione, Spinelli e Rossi arrivano a una conclusione radicale: il ritorno puro e semplice alla sovranità nazionale non sarebbe sufficiente. Bisogna costruire qualcosa di diverso. Nel Manifesto leggiamo: «Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna».
È una visione fortemente federalista, ma tra immaginare l’Europa e costruirla c’è una distanza enorme. Ed è qui che entra in scena De Gasperi. De Gasperi non è Spinelli. Le loro culture politiche e i loro percorsi sono diversi. Ma condividono una convinzione fondamentale: dopo la tragedia della prima metà del Novecento, gli Stati europei non possono semplicemente tornare a essere ciò che erano prima. Una parte della loro sovranità deve essere esercitata insieme.
De Gasperi diventa uno degli uomini che trasformano questa intuizione in istituzioni. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio ne è forse l’esempio più straordinario. Carbone e acciaio non erano semplicemente due settori industriali. Erano le materie prime della potenza industriale e militare. Metterle in comune significava accettare che una parte essenziale della potenza nazionale fosse sottoposta a istituzioni comuni.
Non significava cancellare Francia, Germania o Italia, ma riconoscere che, in alcuni ambiti, la sovranità nazionale poteva diventare più forte se esercitata insieme. Questo, secondo me, è il punto che rende il pensiero di De Gasperi straordinariamente contemporaneo. Perché settant’anni dopo non discutiamo più soltanto di carbone e acciaio, discutiamo di semiconduttori, di cloud, di intelligenza artificiale, di reti di telecomunicazioni. E la domanda, in fondo, è sorprendentemente simile.

La sovranità digitale non è autarchia tecnologica
Oggi utilizziamo spesso l’espressione sovranità digitale, ma è un’espressione che rischia qualche volta di essere fraintesa. Sovranità digitale non significa necessariamente produrre in Europa ogni microchip, ogni software, ogni server. Non significa autarchia tecnologica. Un’economia avanzata vive inevitabilmente di interdipendenze.
La sovranità è piuttosto la capacità di scegliere. Significa evitare che una dipendenza tecnologica diventi una vulnerabilità strategica, poter decidere dove risiedono i nostri dati, sotto quale giurisdizione vengono trattati, su quali infrastrutture funzionano i servizi essenziali. Significa anche avere competenze, infrastrutture e tecnologie sufficienti per non trovarsi nella condizione in cui qualcun altro possa decidere per noi.
E vista in questa prospettiva, credo che la sovranità digitale sia profondamente coerente con l’intuizione degasperiana. Non occorre recuperare ventisette sovranità tecnologiche nazionali, ma costruire una capacità europea. Perché nessun Paese europeo, preso singolarmente, possiede oggi la scala degli Stati Uniti o della Cina, ma l’Unione Europea, con il suo mercato, le sue imprese, le sue università, le sue infrastrutture e oltre 400 milioni di cittadini, ha una scala completamente diversa. Il problema è trasformare quella dimensione potenziale in capacità effettiva.
Il rapporto Draghi e la libertà di scegliere il proprio futuro
Ed è precisamente qui che arriviamo al terzo passaggio. Il rapporto presentato da Mario Draghi nel settembre del 2024 sul futuro della competitività europea non è formalmente un manifesto politico. Ma possiamo leggerlo come un nuovo appello alla capacità europea di agire.
Draghi individua tre grandi necessità: colmare il divario di innovazione, decarbonizzare l’economia e ridurre le dipendenze strategiche. E nella presentazione del rapporto utilizza parole che meritano attenzione. Il rischio per l’Europa, sostiene, non è semplicemente diventare meno ricca. È diventare progressivamente meno prospera, meno sicura e quindi meno libera di scegliere il proprio destino.
Ecco il collegamento con De Gasperi: la questione della sovranità europea non riguarda il prestigio delle istituzioni europee, riguarda la libertà concreta degli europei. Nel 1950 significava poter garantire pace, sicurezza, ricostruzione industriale. Nel 2026 significa anche poter disporre delle infrastrutture tecnologiche dalle quali dipenderanno economia, pubblica amministrazione, difesa, industria e perfino funzionamento delle nostre democrazie.
Draghi quantifica inoltre in 750-800 miliardi di euro l’anno gli investimenti aggiuntivi necessari per conseguire gli obiettivi che l’Europa si è già data nei diversi settori. È uno sforzo enorme, paragonabile per intensità agli investimenti europei degli anni Sessanta e Settanta. E una parte decisiva di questa sfida riguarda proprio il digitale.
La bussola digitale europea: obiettivi e ritardi
L’Europa, in realtà, una strategia digitale l’ha già definita. Nel 2021 nasce il Digital Compass, poi tradotto nel programma strategico per il Digital Decade 2030. La scelta del termine «bussola» è interessante, perché una bussola non descrive semplicemente dove siamo, indica dove vogliamo andare.
L’Europa individua quattro punti cardinali: competenze digitali, infrastrutture digitali sicure e sostenibili, digitalizzazione delle imprese e digitalizzazione dei servizi pubblici. E stabilisce obiettivi ambiziosi.
Entro il 2030, almeno l’80% della popolazione dovrebbe possedere competenze digitali di base; dovremmo raggiungere 20 milioni di specialisti ICT; il 75% delle imprese dovrebbe utilizzare tecnologie come cloud, intelligenza artificiale o big data; tutte le famiglie dovrebbero avere accesso a connettività Gigabit; e l’Europa dovrebbe arrivare al 20% della produzione mondiale di semiconduttori.
La direzione quindi è stata individuata, la questione è la velocità con cui stiamo percorrendo quella strada. E i dati del 2026 restituiscono un’immagine con luci e ombre. La copertura 5G di base ha raggiunto il 96,8% delle famiglie europee. Più del 60% degli europei possiede ormai almeno competenze digitali di base. Ma persistono importanti ritardi.
Solo il 46,7% delle imprese utilizza il cloud. L’intelligenza artificiale è utilizzata da circa un’impresa su cinque. Gli specialisti ICT rappresentano circa il 5% dell’occupazione, mentre il traguardo europeo per il 2030 equivale al 10%. E soprattutto l’Europa detiene soltanto circa il 9% del mercato globale dei semiconduttori, rispetto all’obiettivo del 20%.
La stessa Commissione riconosce inoltre dipendenze significative da fornitori extraeuropei nel cloud, nella cybersecurity e in altre tecnologie strategiche. E allora possiamo dire che la bussola indica la direzione giusta, ma la distanza dalla meta rimane significativa.
San Marino, laboratorio europeo di sovranità digitale
In questo quadro, San Marino può diventare un vero laboratorio europeo di sovranità digitale: un Paese con copertura FTTH completa e 5G al 100%, che sta pianificando un proprio data center e lo spegnimento integrale della rete in rame, con il passaggio delle otto centrali dei nove Castelli alla fibra. Un ecosistema nel quale infrastrutture digitali, smart city e piattaforme pubbliche possono convergere in una transizione che sia insieme digitale, sovrana e green.
Qui emerge, a mio avviso, la lezione più interessante di De Gasperi. L’Europa non nasce aspettando che tutti i problemi siano risolti. Nasce scegliendo alcuni problemi concreti che gli Stati non riescono più a risolvere efficacemente da soli e costruendo intorno a essi istituzioni comuni. Prima carbone e acciaio, poi il mercato unico, poi la moneta. Oggi dobbiamo domandarci se lo stesso principio non debba valere per alcune infrastrutture digitali strategiche.
Pensiamo alla capacità europea di calcolo per l’intelligenza artificiale, ai grandi data center, al cloud, ai semiconduttori, alle infrastrutture quantistiche. Non necessariamente per sostituire tutto ciò che viene dal resto del mondo, ma per garantire che l’Europa disponga di una capacità autonoma minima credibile. Una capacità che consenta di cooperare con gli altri da una posizione di forza e non di dipendenza.
Perché autonomia e apertura non sono concetti contraddittori, anzi. Solo chi possiede una propria capacità di scelta può costruire interdipendenze realmente equilibrate.
La centralità della persona nel progetto europeo
C’è poi un altro elemento che considero profondamente degasperiano. La tecnologia non può essere il fine ultimo del progetto europeo. De Gasperi aveva un’idea dell’Europa che non era semplicemente economica. Nel suo celebre discorso del 21 aprile 1954, quello che verrà ricordato come «La nostra patria Europa», parla di un patrimonio europeo comune fondato sulla centralità della persona, sul diritto, sulla ricerca della giustizia e sulla libertà democratica.
Questo punto è fondamentale anche quando parliamo di intelligenza artificiale. L’Europa non deve perseguire sovranità digitale soltanto per avere più data center o più GPU. Deve farlo perché le tecnologie stanno diventando una parte dell’infrastruttura attraverso la quale esercitiamo diritti, libertà e democrazia.
Chi controlla queste infrastrutture esercita inevitabilmente una forma di potere. E quindi costruire una capacità tecnologica europea significa anche poter decidere quali valori incorporare nella tecnologia che utilizziamo.
Da questo punto di vista esiste una continuità sorprendente. Ventotene ci dice che la libertà europea richiede il superamento delle insufficienze dello Stato nazionale. De Gasperi ci insegna che questa aspirazione deve diventare istituzioni concrete. Draghi ci ricorda che, se non disponiamo di capacità economica, industriale e tecnologica, rischiamo di perdere la libertà di determinare il nostro futuro.
Il Digital Compass prova a trasformare questa esigenza in obiettivi misurabili. E la sovranità digitale rappresenta forse uno dei grandi terreni sui quali questa generazione dovrà completare il progetto europeo.
Continuare a costruire la casa comune europea
Vorrei allora concludere tornando a De Gasperi. Nel 1954, pochi mesi prima della sua morte, davanti alla Conferenza Parlamentare Europea di Parigi, parlò della necessità di trovare una sintesi «in base alla quale gli Stati sovrani possano decidere di edificare la casa comune».
Mi sembra un’immagine straordinariamente moderna. Gli Stati rimangono sovrani, ma decidono di costruire insieme una casa. Settant’anni fa le fondamenta di quella casa erano la pace, il carbone, l’acciaio, la ricostruzione economica. Oggi una parte di quelle fondamenta è inevitabilmente digitale.
Costruire una sovranità digitale europea non significa quindi allontanarsi dall’idea di De Gasperi. Potrebbe significare, al contrario, continuare a costruire quella casa comune con i materiali del XXI secolo.
E forse proprio per questo possiamo ancora riconoscerci nelle parole con cui De Gasperi definì, in quel discorso, il bene comune verso cui orientare il lavoro degli europei: «La nostra Patria Europa».

