Dal merito alla meritevolezza
È iniziato il nuovo anno scolastico e in pedagogia non meno che in politica si torna a parlare di meritocrazia. Forse sarà opportuno appellarsi a un termine desueto – quello di “meritevolezza” – per non rinunciare al riconoscimento del “merito” senza cedere alla “meritocrazia”.
Un’espressione, questa, che è stata coniata nel 1958 dal sociologo Michael Young nel libro pubblicato in italiano da Comunità (L’avvento della meritocrazia), dove aveva valenza negativa, indicando una distopia. Il termine ha poi assunto una valenza positiva: e non solo nel contesto del “liberismo”, ma anche della “democrazia”, pur con intenti diversi. Così ha circolato l’idea di una indiscussa validità della “meritocrazia”.
Ritengo, invece, che occorra distinguerne un uso ideologico e un uso personologico: mentre il primo rischia di rinnovare un sistema che (sotto mentite spoglie) giustifica ideologicamente le diseguaglianze, il secondo insiste sulle diversità secondo una logica che non le trasforma in disparità, bensì tende a valorizzarle.
A fare la differenza tra queste due impostazioni è l’idea di merito, che può essere letto come un patrimonio personale da incrementare in modo “concorrenziale” oppure come un dono da apprezzare in termini di “gratuità”. Nel primo caso prevale l’istanza del “riconoscimento” del merito, e ciò porta a insistere sulla “competenza”; nel secondo caso, invece, prevale un sentimento di “riconoscenza” per ciò di cui si dispone, e che acuisce la “responsabilità”, intesa come risposta alla “fiducia” che a quel dono si accompagna.
La parabola dei talenti e il senso del dono
Queste due concezioni del “merito” potrebbero essere ricondotte a due diverse visioni della vita: quella che trova espressione nelle molteplici forme dello “spirito individualistico” (vecchio e nuovo), e quella che, invece, può essere ricondotta nella sua radice allo spirito evangelico.
Sotto questo profilo, la “parabola dei talenti” può, se letta in modo cristiano e non ragionieristico, essere emblematica, in quanto a fare la differenza non è la quantità dei talenti, bensì la modalità in cui li si mette a frutto. Perciò conta non tanto essere in concorrenza con gli altri per vincere, bensì operare per la valorizzazione di se stessi.
Questo per dire che la concezione “donativa” del merito, diversamente da quella “patrimoniale”, configura la persona come essere in relazione: non solo “a valle” ma anche e, prima ancora, “a monte”, per cui la persona è ontologicamente “relazione”: è in relazione ed entra in relazione.
Così i talenti non devono essere ridotti a “investimenti”, ma colti nella loro dimensione più originaria di “vestimenti”, propri dell’essere persona. Quindi il rapporto con i talenti non può ridursi a un loro uso meramente “strumentale”: ne va, invece, della nostra esistenza, in quanto comportano una “scelta di vita”.
La dignità della persona come misura del merito
Ecco perché (a me pare) si rende necessario fuoriuscire da un’impostazione funzionale e collocarsi in un’ottica valoriale del merito. E in tale ottica quella evangelica (con la parabola dei talenti) risulta veramente la “buona novella”, in quanto ricorda che tutti sono affidabili (a tutti viene dato un qualche talento). Quindi è la diversità di condotta che rende alcuni affidabili e altri inaffidabili, cioè rispettivamente degni o indegni della fiducia del dono avuto.
Allora, il rischio della “meritocrazia” è quello di portare l’attenzione sul numero di talenti di cui uno dispone, mentre occorre prestare attenzione alla modalità con cui ciascuno si rapporta ai propri talenti.
Chiamerei questa modalità “meritevolezza” (evocando i “meritevoli” di cui parla la Costituzione italiana). Mentre la prima finisce per inclinare verso l’“avarizia” (nel senso deprecato da don Milani), la seconda è all’insegna della “generosità”, nel senso di capacità di “condividere”, per cui il concorrere riacquista il suo significato originario: non individualistico bensì comunitario (cum-petere).
Le ambiguità della meritocrazia nella democrazia
Senza dimenticare che la “meritocrazia” può costituire la condizione per il superamento di una serie di atteggiamenti incompatibili con la democrazia, quali il familismo, il clientelismo, il lobbismo o, addirittura, il sessismo e il razzismo, tuttavia occorre fare attenzione che questo non finisca per farne perdere di vista l’equivocità.
Pertanto, il criterio cui fare riferimento deve pur sempre essere la persona: la dignità della persona (sempre fine, mai puro mezzo) e i suoi meriti (prima ancora che il merito).
Dunque, non si può dare per scontato il significato della meritocrazia. Invece dobbiamo avere contezza che siamo di fronte a una “parola ombrello” che ripara diverse impostazioni, ovvero a una “parola ambigua”, tant’è che alcuni esaltano il paradigma della meritocrazia, mentre altri si pongono contro la meritocrazia, contro le trappole della meritocrazia (per usare due titoli di libri).
A me pare necessario che il merito non debba essere sacrificato, ma al merito si debba fare posto: epperò non in termini di meritocrazia, intesa (come è stata definita nei titoli di altri libri) quale “ideologia”, “feticcio”, “imbroglio”, bensì in termini di meritevolezza, nel senso che l’apprezzamento del merito deve avere come sua unità di misura sempre e solo la persona: la sua dignità speciale e il suo orientamento pluralistico e comunitario.

