L’illusione di un’operazione rapida
L’operazione militare denominata “Furia Epica” nelle intenzioni di Donald Trump avrebbe dovuto bissare in Iran quella effettuata due mesi prima in Venezuela: un rapido intervento capace di eliminare il vertice del potere e di innescare se non un cambio di regime almeno un sostanziale mutamento di politica, a cominciare dalla rinuncia al nucleare. A Teheran si sarebbe dovuta sganciare qualche bomba e lanciare qualche missile, più che a Caracas. Ma non molta roba.
Aizzato da Benjamin Netanyahu e sobillato dalla sua vanità Trump come al solito non ha letto i dossier, non ha ascoltato le persone competenti a cominciare dai generali del Pentagono e, circondato solo da fantocci usi a dirgli sempre “sì” (chi non lo fa viene licenziato, come si sta ben vedendo), il magnate delle costruzioni che si crede infallibile si è lanciato in un’avventura dalla quale, due mesi dopo, non sa come uscire. Ma dalla quale deve disperatamente uscire, e presto. Gli iraniani lo sanno e quindi al momento sono loro a distribuire le carte.
Un errore che rafforza il nemico
Il clamoroso errore di valutazione commesso dalla Casa Bianca (e da Tel Aviv, questo non va mai dimenticato) non solo ha determinato i prodromi di una crisi energetica e dunque economica a livello mondiale che potrebbe divenire devastante e che assai probabilmente (e auspicabilmente) condurrà l’elettorato americano il prossimo novembre ad azzoppare una presidenza fattasi pericolosa per gli Stati Uniti.
Un errore che ha inoltre rafforzato il regime che si voleva indebolire se non annientare. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, erede dinastico della vecchia, uccisa il primo giorno di guerra, mostra d’essere più radicale e più facilmente influenzabile dai pasdaran, il settore più intransigente della Repubblica Islamica. Mojtaba Khamenei non possiede l’autorevolezza del genitore, la cui indiscussa autorità obbligava le parti – quella più “moderata” del clero e della politica che aveva portato all’elezione del Presidente Masoud Pezeshkian e quella, appunto, più estremista dei Guardiani della Rivoluzione – a ricercare e trovare un punto d’incontro e di compromesso, da gestire poi nella conduzione della politica estera.
Il regime, così, si è ulteriormente radicalizzato. Non solo. Si è pure, paradossalmente, rafforzato, perché la distruzione portata nelle città dall’attacco israelo-statunitense ha evidentemente esaltato il patriottismo nazionale, marginalizzando quell’opposizione in larga misura giovanile che (già duramente colpita dalla brutale repressione dello scorso gennaio operata ai suoi danni dalla dittatura) in tempo di guerra sarebbe sottoposta alla legge marziale se osasse manifestare ancora e in qualsiasi maniera.
Hormuz e la leva energetica
Trump ha inoltre offerto alla Repubblica Islamica la possibilità di testare nella realtà quello che ad essa era già noto ma solo in forma teorica: il potere derivante, se esercitato, da un asset fortissimo: lo Stretto di Hormuz. Un potere che gli strateghi di Teheran – rivelatisi assai abili e di fine intelletto – hanno ingigantito con una mossa che nessuno si attendeva, ovvero l’attacco mirato e costante, selettivo e non furioso e dunque ancora più preoccupante per chi lo subisce, alle monarchie del Golfo. Trasportate in pochi giorni dai lussi urticanti per il resto dell’umanità a una condizione di costante pericolo che – se fosse prolungata – devasterebbe le loro economie, che proprio nel turismo di alto bordo, nello sport miliardario, nella finanza avevano individuato la via utile per non dipendere solo dal petrolio e dal gas generosamente offerti dalla terra arida del loro deserto.
L’isolamento dell’Occidente
Ma la “furia” trumpiana ha condotto ad un ulteriore danno per gli Stati Uniti e per l’Occidente tutto: dopo aver bullizzato per un anno intero i paesi europei fra aumenti dei dazi, imposizione di un consistente aumento del loro contributo economico alla NATO (peraltro dal medesimo soggetto considerata sempre meno necessaria e utile alla causa per la quale è stata costituita), insulti ripetuti nei confronti dei loro vertici governativi il tycoon ha dovuto chiedere loro un aiuto per garantire il transito navale a Hormuz. Arrabbiandosi per non averlo ottenuto. E ricominciando con gli insulti e le minacce. Come se gli europei e gli altri membri dell’Alleanza Atlantica (che è difensiva, non offensiva e il Presidente del suo membro principale dovrebbe saperlo) dovessero obbligatoriamente intervenire a supporto di un alleato che ha deciso di avviare una guerra senza neppure informarli.
Una conferma di quanto il titolare della Casa Bianca abbia in pochi mesi demolito il capitale di credibilità e rispettabilità detenuto per lunghi anni dal suo Paese. Una conferma di quanto lo stia isolando, pericolosamente.
Un’escalation senza credibilità
Ora, col passare dei giorni e con l’evidente ansia che lo assale innanzi alla tattica dilatoria degli iraniani, consapevoli di avere in mano le carte migliori per decidere i tempi della trattativa, il Presidente USA alza ancora i toni lanciando ultimatum che si rivelano inefficaci proprio perché già minacciati altre volte e perché le parole utilizzate a tal fine sono state talmente enormi da annullare la forza di qualsiasi altra invettiva.
Trump non è credibile, questa è la verità. Ma a Washington, per ora, esercita ancora un potere che egli ritiene assoluto. Ecco allora il pericolo, il Grande Pericolo: che la frustrazione induca il personaggio ad un gesto estremo e disperato. Ordinare davvero la guerra totale, assoluta.
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