Dobbiamo partire dal libro di Sergio Zoppi – Dalla Rerum novarum alla democrazia cristiana di Murri, il Mulino, 1991- per fare luce sul cambio di prospettiva che interessò il movimento cattolico all’indomani dell’enciclica di Leone XIII. George Bernanos, nel suo Diario di un parroco di campagna, la fece rievocare dal curato di Torcy con queste parole: “… voi la leggete tranquillamente con l’orlo delle ciglia, come una qualunque pastorale di quaresima. Alla sua epoca ci è parso di sentir tremare la terra sotto i piedi”.
Gli anni a cavallo del Novecento suonano il de profundis del vecchio intransigentismo: vecchio, innanzi tutto, perché aggrappato a una retorica stanca che nascondeva una volontà di tregua nella lotta tra cattolici e liberali. Si andava esaurendo la polemica per il vulnus di Porta Pia. Non risuonava più negli incontri periodici dell’Opera dei Congressi l’eco dell’invettiva pronunciata da don David Albertario a Bergamo nel 1977: “Per lottare con energia dobbiamo odiare il nemico, odiarlo di un odio razionale, frutto della cognizione intima che di lui ci è d’uopo; odiare cordialmente, odiare con tutte le forze dello spirito, odiare sempre, odiare collo scritto, coi fatti, colle parole, odiare in modo che l’odio divenga natura nostra e tutti la veggano, la sentano, l’imitino o la temano; odiare come in cielo si odia il peccato, odiare tanto, che l’odio al liberalismo uguagli l’amore alla fede e a Dio”. Acqua passata. Il mondo clerico moderato, con alla testa il conte Paganuzzi, tanta verve corrosiva e sprezzante l’aveva archiviata senza clamore.
Cosa era successo, a parte la stanchezza degli uomini? Nei moti del ‘98, a Milano, cattolici e socialisti avevano condiviso la protesta popolare contro l’aumento del prezzo del pane. La repressione del generale Bava Beccaris provocò un numero imprecisato di morti e feriti. Lo stesso don Albertario fu arrestato insieme a Filippo Turati e Anna Kulishoff. Si chiudeva così, tra sgomento ed allarme della pubblica opinione, l’ingloriosa parentesi del governo Di Rudinì. Ebbene, se le classi dirigenti liberali toccavano con mano l’urgenza di una nuova fase politica, di cui saranno interpreti prima Zanardelli e poi Giolitti, anche i cattolici prendevano coscienza del logoramento del tradizionale paradigma antiliberale. Adesso il pericolo si materializzava nell’ascesa impetuosa del socialismo e la risposta, in nome di un’istanza d’ordine a fronte della conclamata fragilità dello Stato postrisorgimentale, gettava le basi per quella convergenza contro gli estremisti che avrebbe portato dopo un decennio o poco più al Patto Gentiloni (1913).
