Home GiornaleDramma del Pilastro: la democrazia si difende con la fiducia nelle istituzioni

Dramma del Pilastro: la democrazia si difende con la fiducia nelle istituzioni

Di fronte alla morte di Fakir, il dovere di tutti è sospendere i giudizi sommari e affidarsi agli accertamenti della magistratura. Solo una fiducia vigile nelle istituzioni tutela davvero lo Stato di diritto.

Il tempo della giustizia, non delle sentenze preventive

Ieri, nell’edizione del Tg1 delle 20:00, è andata in onda la registrazione della telefonata in cui si segnalava la presenza di un uomo in stato di agitazione. Sempre in serata alcuni manifestanti sono venuti a contatto con la polizia al grido di “assassini!”, fortunatamente senza gravi conseguenze. Ora più che mai serve sangue freddo. Serve astenersi da qualsiasi giudizio affrettato, tanto più se gridato sui social, e attendere che la magistratura accerti ciò che le compete: se l’intervento sia stato conforme ai protocolli, se vi siano stati fattori concomitanti, se emergono colpe o negligenze di qualcuno. Non è prudenza di comodo. È la sola postura compatibile con uno Stato di diritto.

E invece, nel giro di poche ore, il caso della morte di Fakir è stato “chiuso” già due volte. Chiuso da chi, in piazza, ha già scritto “omicidio di Stato” su uno striscione, prima ancora che l’autopsia sia eseguita. E chiuso, specularmente, da chi, con primarie responsabilità istituzionali, ha già certificato la “professionalità” dell’intervento, prima ancora che le verifiche siano concluse.

È lo stesso riflesso che certi leader di centrodestra esibiscono, ad esempio, sul caso del gioielliere: la tragedia come materia prima del consenso. Due sentenze uguali e contrarie, pronunciate entrambe senza indagini, figuriamoci processo. La si smetta di capitalizzare politicamente il dolore. Da qualunque parte lo si faccia.

La forza di un’istituzione democratica

C’è poi un secondo aspetto, che va detto con la stessa nettezza: la polizia italiana oggi non è la polizia americana, né tantomeno l’ICE. Fortunatamente.

Opera dentro un ordinamento che la sottopone al controllo della magistratura, e proprio questo caso lo dimostra: bodycam consegnate ai pm, autopsia disposta, indagine avviata nelle ore immediatamente successive ai fatti. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra un apparato di forza e un’istituzione democratica.

A qualcuno, in Italia, piacerebbe che questa differenza diventasse molto più labile. Il modo migliore per impedirlo non è la sfiducia preventiva verso chi indossa una divisa, ma la fiducia nella corretta collaborazione tra magistratura e organi di polizia. Una fiducia attiva, vigile, mai cieca: che pretende gli accertamenti, li segue, e ne trae le conseguenze.

Perché chi grida “sono tutti assassini” e chi giura “non possono aver sbagliato” commettono, in fondo, lo stesso errore: sottraggono le istituzioni alla verifica, gli uni per condannarle in blocco, gli altri per assolverle in blocco. E un’istituzione sottratta alla verifica smette, per tale stesso motivo, di essere democratica.

L’equilibrio come presidio della democrazia

In fasi storiche come questa, attraversate da polarizzazioni che trasformano ogni fatto di cronaca in un referendum identitario, l’equilibrio non è un rifugio di lusso: è, al contrario, quanto di più necessario ci possa essere. Lo ha ricordato, con parole sue, lo stesso card. Zuppi.

L’equilibrio serve a garantire che il giudizio, anche netto, arrivi quando le cose sono state adeguatamente chiarite; non a garantire che il giudizio non arrivi mai.

Quando le indagini avranno parlato bisognerà dire le cose come stanno: se emergeranno negligenze, violazioni dei protocolli, un uso sproporzionato della forza, andrà detto senza giri di parole, e le responsabilità andranno perseguite fino in fondo, chiunque riguardino. Se invece gli accertamenti escluderanno colpe, andrà detto con altrettanta chiarezza, e chi ha parlato di omicidio di Stato dovrà avere l’onestà di prenderne atto.

Agli eccessi provenienti da entrambe le tifoserie occorre rispondere in un solo modo: con una fiducia autentica, matura e responsabile in quelle istituzioni democratiche che diciamo di voler difendere. Una fiducia che non anticipa le sentenze né le teme.

Perché la difesa delle istituzioni non si fa nei convegni, né negli anniversari, ma comincia da casi come questo.