“Aiuto, basta.” Due parole, gridate da un uomo a terra, con le mani bloccate dietro la schiena. Non erano una minaccia. Non erano una colluttazione. Erano una richiesta. È bastato non ascoltarle per trasformarle nell’ultima cosa che Abderrahim Fakir ha detto in vita sua, in un garage del Pilastro, a Bologna. Forse, prima delle fascette ai polsi, sarebbe servito qualcuno capace di fermarsi un secondo e chiedersi: e se avesse davvero bisogno di aiuto?
Troppo complicato, evidentemente. Molto più semplice immobilizzare, sperare che passi, e scoprire poi che non è passata.
La grammatica del sospetto
Viviamo in un Paese in cui l’urlo di un uomo agitato viene tradotto automaticamente in pericolo da neutralizzare, mai in disagio da comprendere. Non è un problema di singoli agenti: è una questione strutturale, radicata nelle norme che regolano i comportamenti.
Chi urla per strada, soprattutto se marocchino, soprattutto se nel quartiere “giusto” per fare notizia, smette di essere una persona in difficoltà e diventa un’emergenza da contenere. La diagnosi arriva dopo, con calma, in autopsia.
Il gioielliere e il tribunale del popolo
Sul fronte opposto, altrettanto istruttivo, il caso Roggero: un uomo che insegue due rapinatori già in fuga, li raggiunge, spara, uccide, e finisce eletto — metaforicamente e no — a paladino della giustizia vera, quella “fatta bene”, non come quella “imbelle” dei tribunali. Applausi, richieste di grazia, ministri pronti a schierarsi contro i giudici. La logica è sempre la stessa: se lo Stato non punisce abbastanza in fretta, ci pensiamo noi. Con lo spray al peperoncino o con la pistola, cambia il mezzo, non il principio.
Due Italie, stessa scorciatoia
Non c’è bisogno di scomodare il fascismo per notare che qualcosa scricchiola. Basta guardare quanto, da destra e da sinistra, sia diventato normale saltare il passaggio più scomodo — ascoltare, indagare, aspettare — per arrivare dritti alla sentenza emotiva. Bologna e Grinzane Cavour non sono la stessa storia, ma raccontano un’identica impazienza: quella di un Paese convinto di sapere già come va a finire, prima ancora di aver ascoltato fino in fondo.
Un po’ di decenza, per favore
Non chiedo giustizialismo né buonismo. Chiedo la fatica, oggi fuori moda, di aspettare i fatti prima di issare bandiere. E chiedo che, almeno per un giorno, si smetta di usare la morte di un uomo — qualunque uomo — come materiale da campagna elettorale. Lo dobbiamo alla memoria di Abderrahim Fakir e ai suoi familiari, che un vero “aiuto” non hanno più fatto in tempo a ricevere.
