Home Giornale«È tempo di una strategia italiana sulla connessione sociale». Intervista a Derinaldis

«È tempo di una strategia italiana sulla connessione sociale». Intervista a Derinaldis

In questo campo l’Italia può essere leader nel mondo. L’obiettivo è costruire un ecosistema di innovazione sociale che riconosca la solitudine come fenomeno pluridimensionale.

Perché oggi parlare di “disconnessione sociale” significa affrontare una vera e propria questione pubblica?

La solitudine non è più un disagio che appartiene alle sfera privata, ma un fenomeno socio-politico che coinvolge tutte le età. I dati dimostrano un’Italia con 14,5 milioni di over 65, oltre 4,6 milioni di over 80 e un numero crescente di giovani che vivono forme di isolamento severo, fino ai casi di hikikomori. La popolazione anziani cresce e i trendi in generale sono implacabili sull’isolamento. La disconnessione sociale produce effetti gravi: depressione, demenza, malattie cardiache e perfino aumento della mortalità. L’OMS ha dichiarato la disconnessione sociale“priorità di salute globale” dal 2025. In questo scenario, la connessione sociale diventa una infrastruttura essenziale per il benessere collettivo, non un tema marginale. L’Italia deve correre veloce. 

Quali sono i punti centrali di una strategia  italiana per la connessione sociale?

La strategia deve essere trasformativa, non tecnica. Serve un priority action plan rapido che coordini politiche regionali, comunali e metropolitane, superando la frammentazione degli interventi. L’obiettivo è costruire un ecosistema di innovazione sociale che riconosca la solitudine come fenomeno pluridimensionale: psicologico, sociologico, pedagogico ed interdisciplinare. Ogni politica pubblica dovrebbe rispondere a una domanda semplice: questa decisione aumenta o riduce la capacità delle persone di costruire legami significativi? 

Che ruolo avrebbero le reti associative del terzo settore in questa strategia diciamo “avanzata” e riformista?

Un ruolo decisivo. Le reti associative avanzate non sono solo erogatrici di servizi, ma produttori di beni relazionali e generatori di capitale sociale. Sono infrastrutture di prossimità capaci di intercettare precocemente l’isolamentoe accompagnare le persone verso autonomia, cultura, inclusione e ascolto. Attraverso l’amministrazione condivisae il nuovo piano sull’economia sociale, le reti associative diventano protagoniste della costruzione di legami, non semplici spettatrici. Il terzo settore è un’opportunità da non sprecare. 

Quale innovazione potrebbe rendere questa strategia realmente dirompente?

Quattro innovazioni emergono con forza: referenti di prossimità capaci di intercettare l’isolamento e accompagnare le persone verso percorsi di autonomia e inclusione; trasformare l’iperconnessione digitale in relazioni potenziate, usando reti agentiche, piattaforme civiche e sistemi predittivi per prevenire l’isolamento invece di amplificarlo,  un nuovo indicatore nazionale che non misura solo servizi, ma relazioni, partecipazione, autonomia e benessere e infine anche un dicastero dedicato leggero e strategico che integri la dimensione connessione sociale e contrasto alle solitudini trasversalmente in tutte le politiche pubbliche per persone anziane, giovani etc. Vedi il modello spagnolo o quello giapponese. Queste innovazioni sociali permettono di tentare di restituire speranza e isolidarietà a quanti oggi nel silenzio soffrono o sono esclusi. È una proposta per costruire un Paese più sano perché più connesso. In questo la Rete Associativa ADA può dare il suo contributo. 

 

Antonio Derinaldis 

Portavoce Nazionale Rete Associativa ADA (terzo settore) per i diritti degli anziani e intergenerazionalità. Rete tra le più grandi a livello nazionale con oltre 160 enti affiliati e circa 1500 volontari.