Home GiornaleEdgar Morin, il maestro della complessità che parlò alla scuola italiana

Edgar Morin, il maestro della complessità che parlò alla scuola italiana

Nel pensiero del filosofo francese, scomparso ieri, la scuola tornava a essere il luogo dell’unità dei saperi, della formazione della persona e della responsabilità civile. Una lezione che segnò anche le Indicazioni ministeriali del 2007

Un intellettuale capace di attraversare il tempo

La morte di Edgar Morin mi raggiunge come la scomparsa di uno dei grandi maestri del nostro tempo. Non soltanto filosofo, sociologo ed epistemologo, ma uomo capace di attraversare il Novecento e il nuovo secolo senza mai rinunciare alla fatica del pensiero, alla responsabilità della conoscenza, alla ricerca ostinata di un umanesimo all’altezza del nostro tempo.

Morin ci ha insegnato che la realtà non può essere compresa attraverso saperi separati, linguaggi chiusi, discipline incapaci di parlarsi. Ci ha ricordato che educare non significa riempire la mente di nozioni, ma aiutare ciascuno a collegare, discernere, comprendere, abitare il proprio tempo con coscienza critica e senso di responsabilità. La sua opera ha avuto la forza rara di restituire profondità alla parola “formazione”, sottraendola sia alla riduzione burocratica sia alla pura logica dell’addestramento.

Le Indicazioni del 2007 e la centralità della persona

Quando, da ministro della Pubblica Istruzione, lavorammo alle Indicazioni per il curricolo del 2007, il suo insegnamento rappresentò per me un riferimento culturale decisivo. Non volevamo produrre un semplice documento amministrativo. Volevamo offrire al sistema educativo italiano una visione. Eravamo convinti che la scuola non potesse ridursi né a un apparato di trasmissione dei contenuti né a un meccanismo orientato soltanto a competenze immediatamente spendibili. Doveva tornare a essere il luogo in cui una comunità nazionale si interroga sull’idea di persona, di cittadino e di futuro da consegnare alle nuove generazioni.

In quell’impianto c’era molto del magistero di Morin: l’intuizione che i saperi debbano dialogare; che la conoscenza non sia mai neutra rispetto alla vita; che la crescita integrale dell’essere umano venga prima di ogni frammentazione specialistica; che la cittadinanza non possa essere educata senza una coscienza della comune appartenenza a un destino più grande. Le Indicazioni del 2007 nacquero anche da questa esigenza: ricomporre ciò che troppo spesso veniva pensato separatamente, tenere insieme istruzione e formazione, rigore e umanesimo, sapere e responsabilità.

La scuola come presidio della crescita civile

Ricordo ancora la sua presenza alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, nel giorno in cui presentammo quel lavoro. Quella partecipazione dava il senso di una scelta culturale precisa: dire che la scuola italiana aveva bisogno di respirare più in alto, di non accontentarsi della gestione ordinaria, di tornare a pensarsi come presidio decisivo della crescita umana e civile del Paese.

Oggi Morin ci consegna una lezione decisiva. Fino all’ultimo, proprio mentre l’irrompere dell’intelligenza artificiale apre interrogativi nuovi dentro la complessità delle nostre società, egli ci ricorda che nessuna tecnica può sostituire la coscienza, la responsabilità, la creatività critica e quella verità dell’umano senza la quale il sapere perde il suo legame con la vita.

Una lezione contro la semplificazione

In un tempo che semplifica, divide, accelera e consuma, la sua lezione ci chiede di non impoverire l’intelligenza, di non separare il sapere dalla responsabilità, di non ridurre l’atto educativo a procedura. Ci chiede, soprattutto, di custodire la scuola come spazio in cui ogni ragazzo possa crescere, riconoscersi, comprendere il mondo e prepararsi a trasformarlo.

Per questo il suo nome resterà legato anche a una stagione importante della scuola italiana. Una stagione in cui provammo ad affermare che educare significa formare ragazze e ragazzi non soltanto più istruiti, ma più consapevoli; non soltanto più competenti, ma più liberi; non soltanto più preparati, ma più umani.