Ogni anno è sempre la stessa storia. La festa della Liberazione diventa una occasione di contestazione e di violenza al punto da far pensare che sarebbe assai meglio non celebrarla sostituendola magari con la festa della Primavera o quanto altro la fantasia possa suggerire. Si è trattata di una torta ricca di troppi ingredienti. Insultati quelli che innalzavano la bandiera ucraina, imbrattati cartelli in ricordo delle Foibe, ostacolato il passo alla Brigata Ebraica fino a costringerla a lasciare il campo ed altro ancora a rendere un raduno di popolo una avvilente occasione di rissa e di tristezza.
La balorda confusione tra passato e presente
Il punto debole della questione è voler ogni volta adeguare al presente, ai fatti di oggi, il sentimento di una storia passata in ricordo della fine della oppressione nazista e fascista. Il 25 aprile è diventato il giorno per auspicare anche la liberazione dalla suocera che oggi ci rompe le scatole e per inveire contro chiunque non ci stia bene. Se invece ci si attenesse al tema che diede principio a quella festa forse non avremmo più problemi. È tutta uno sforzo di leggere questa celebrazione alla luce della attualità relegando in ultimo piano, fino al dimenticatoio, la liberazione che fu e che diede vita ad un commovente tripudio popolare.
Quella dell’altro ieri a Milano non è stato il procedere di una allegra e lieta brigata e del resto si dice anche “Poca brigata, vita beata”. Si è brigato in modo tale che non le si è ceduto il passo, qualche buon difensore della libertà si è messo i vestiti da brigante forse invidioso di non appartenere al gruppo di ebrei che contribuirono a toglierci di mezzo dagli oppressori del secolo scorso.
L’ebreo è “colui che passa e va oltre” cocciutamente diretto verso la Terra Promessa. Eber, il suo capostipite, non poteva prevedere quanto sarebbe accaduto al suo popolo successivamente, tanto da potersi mettere in piedi la leggenda di Buttadeo, l’ebreo errante condannato a vagare senza tregua sino alla fine del mondo, per avere schernito Gesù sulla via del Calvario.
Una marcia che marcisce e la vittoria della intolleranza
Dunque la Brigata ebraica è stata costretta all’abbandono, costretta ad una marcia fuori dal percorso stabilito, imputandole peccati e nessun merito. Del resto, l’ebreo è colui che “sta dall’altra parte” abbracciando una fede monoteista, distinta da quelle politeiste della epoca di allora, e quindi va tenuto ben distinto fuori da ogni consesso umano.
Sarà in ricordo di questo che il 25 aprile qualcuno, ebbro di odio, ne ha contrastato di fatto il passo, mettendo la Brigata da parte, dimenticando i meriti del sangue versato da quei protagonisti per affrancarci dalla schiavitù del potere e dalla dittatura che segnò il nostro Paese. Alla Brigata ebraica è stato urlato di essere solo “saponette mancate”. Il grasso animale misto a cenere una volta era usato per tingere i capelli di rosso o renderli lucidi, così pare sia nato il nostro prezioso detergente. C’è chi oggi ragiona solo con il colore del sangue e non sia provvisto di alcune lucentezza di pensiero. Questo si candida ad essere il secolo delle ombre e dovremo rassegnarci all’idea.
Fuochi e non d’artificio
In un’altra piazza, a Roma, qualche valoroso ha sparato con pistola ad aria compressa ferendo con proiettili a piombini due persone che colpe non avevano se non stare lì dove si trovavano tra i manifestanti dell’ANPI. Purtroppo c’è sempre chi comprime per frustrazione i propri sentimenti per poi farli incontenibilmente esplodere in qualche modo, potendo finalmente mettere in mostra tutta la miseria di cui si è armati, magari ispirandosi agli anni di piombo e piombando a terra il senso minimo di civiltà umana.
Comunque “Passata la festa, gabbato lo Santo”, l’anno prossimo i buoni propositi per un festeggiamento unitario e soprattutto gioioso verranno nuovamente traditi. Ogni anno persa l’opportunità di un pizzico di felicità per vestire invece la tristezza del nostro cammino quotidiano. Nessuno ci libererà mai dalla imbecillità del nostro tempo.
